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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

19 novembre 2011

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Scialla!

Scialla!
Francesco Bruni
Fotografia Arnaldo Catinari
Fabrizio Bentivolgio, Filippo Scicchitano, Barbora Bobulova, Vinicio Marchioni, Giuseppe Guarino, Pince Manujibeya, Arianna Scommegna, Giacomo Ceccarelli, Raffaella Lebboroni.
Venezia 2011, Controcampo italiano: miglior film.

All’epoca del santo cioè, i giovani sessantottini usavano chiedere gli “spiccioli” all’angolo delle strade: checciascèntoíe? (hai da darmi cento lire?). Più che dimostrare una necessità di denaro, la richiesta rafforzava la capacità del cioè, di offrire per ogni ipotesi un chiarimento ulteriore senza con ciò fare passi troppo impegnativi; e anche l’occasionale “aiuto” (più tardi sarebbe divenuto un “aiutino”, ma in altri contesti, masmediatici), poteva significare che, in fondo, il mondo sarebbe andato avanti. Oggi, la fascia d’età si è ulteriormente abbassata e il disimpegno si è fatto più esplicito e programmatico: scialla, tranquillo, tutto a posto. C’è stato un Vasco di mezzo, le “disperazioni” si sono placate. Disperazioni tra virgolette, false in sostanza, e dunque rimediabili. Si tratta di vedere in che modo, tu però nun t’accollà, non essere appiccicoso come la colla, lasciami respirare. Per esempio, Luca (Scicchitano alla prima prova d’attore), protagonista quindicenne del film di Bruni (sceneggiatore al debutto nella regia), intuendo che i professori stanno tentando – visto il suo impegno nell’ultima parte dell’anno – di portare al sei almeno due delle insufficienze, limitando così a tre i “debiti”, si presenta nella sala del consiglio e chiede di essere bocciato: avrà almeno l’estate libera! Una furbata che – suggerisce il film – possiamo perdonare al ragazzo, se non vogliamo proprio accollarci anche noi. Del resto, nel film, di cose più importanti ne succedono, ma: scialla, tutto a posto. Al bravo Bentivoglio tocca la parte di Bruno, maturo e stracotto professore “pentito”, fuggito dalla scuola e ripiegato sulle lezioni private e sulla scrittura di libri “raccontatigli” da altri – Tina (Bobulova), pornostar imborghesita, vuole pubblicare la propria biografia. Eppure, quando ancora insegnava italiano negli istituti tecnici, Bruno aveva saputo parlare di Pasolini e aveva lasciato il segno. Peccato che ora un suo ex studente (Marchioni) si fa chiamare “er Poeta” e colleziona opere d’arte con i soldi dello spaccio di droga. Meno male che er Poeta riconosce il suo vecchio professore proprio mentre sta per “giustiziare” Luca, caduto in “errore” durante il pericoloso noviziato da spacciatore poco convinto. Sì poco, perché Luca è intelligente, coraggioso e sveglio, ma soprattutto è un bravo ragazzo e merita di essere “salvato”. Bruno se lo ritrova in casa e deve occuparsene da padre. Glielo affida Marina (Scommegna), la madre di cui non ricordava nemmeno più il volto e dalla quale non aveva mai saputo di aver avuto un figlio. Ma: scialla, a tutto c’è rimedio. Il tono è leggero, in nessun momento temiamo il peggio, nemmeno quando il bambino – Luca, Bruno, Tina, er Poeta, noi spettatori stessi – viene còlto a rubare la marmellata. Ma davvero siamo tutti così buoni?

Anonymous

Anonymous
Roland Emmerich, 2011
Fotografia Anna Foerster
Jamie Campbell Bower, Rhys Ifans, David Thewlis, Joely Richardson, Vanessa Redgrave, Xavier Samuel, Rafe Spall,  Edward Hogg, Sebastian Armesto,  Derek Jacobi, Mark Rylance, Tony Way, Julian Bleach, Amy Kwolek, Paula Schramm, ohn Keogh.

Non lo si prenda per un film-inchiesta. Roland Emmerich è regista solito muoversi in ambito catastrofico/fantascientifico (Indipendence Day 1996, L’alba del giorno dopo 2003, 2012 2009) e quando volge lo sguardo alla storia preferisce farlo come in 10.000 a.C. (2008). A proposito di quest’ultimo film, avevamo avuto perplessità perché l’autore ci avvertiva, con voce da “vecchio saggio” fuori campo, che «Solo il tempo può dirci ciò che è verità e ciò che è leggenda». Si trattava, più semplicemente, di non fare troppo caso al passaggio da leggenda a favola. Qui, con William Shakespeare e con la questione dell’attribuibilità delle sue opere (Shakespeare o non Shakespeare, questo è il problema), la situazione non è molto diversa. Converrà godersi lo spettacolo. Emmerich mostra una notevole passione per il teatro e il lato migliore del film sta nella rappresentazione bene immaginata del teatro dell’epoca shakespeariana (XVI-XVII sec.), sia per la costruzione scenica sia per la partecipazione molto vivace della fascia popolare degli spettatori ai contenuti e alle forme della commedia e della tragedia. Le stesse opere del Bardo dell’Avon (Shakespeare nacque a Stratford-on-Avon nel 1564), prima ancora di venire apprezzate per il loro altissimo valore poetico, fecero presa per l’attualità dei contenuti, riferibile spesso all’intreccio anche perverso della politica nell’Inghilterra di Elisabetta I, ultima dei Tudor (1533-1603). La controversia, risalente al secolo XVIII, sull’attribuzione delle opere di Shakespeare è complessa e somiglia per certi versi a quella omerica. Alla fine, ciò che conta è la poesia di cui possiamo godere oggi. E per il cinema, l’importante è che il film di Emmerich ci trasmetta l’attrazione verso una materia il cui fascino possa perfino essere rafforzato da una sottolineatura “misterica”, ma che certo non perderà il suo valore culturale per via di una costruzione spettacolare sovrimpressa secondo le leggi dell’approssimazione massmediatica. Per dirne una, più dell’irrisolta identità dell’autore di Re Lear e di Amleto conta qui la forza emotiva dell’intepretazione di Vanessa Redgrave, capace di porre e mantenere la figura di Elisabetta al centro di una vicenda profondamente sostanziata dalle pulsioni, anche le più recondite, della donna che influenzò uno dei momenti più importanti della storia moderna (si pensi alla vittoria sulla Spagna e alla colonizzazione del Nordamerica). Paradossalmente, ne resta attenuato il dubbio che il vero autore delle opere shakespeariane possa essere stato Edward de Vere, conte di Oxford (Rhys Ifans).

Il mio angolo di Paradiso

A Little Bit of Heaven
Nicole Kassell, 2011
Fotografia Russell  Carpenter
Kate Hudson, Gael Garcia Bernal, Lucy Punch, Kathy Bates, Treat Williams, Romany Malco, Rosemarie DeWitt, Whoopi Goldberg, Steven Weber, Peter Dinklage, Alan Dale, Johann Urb.

A Marley (Kate Hudson, Le quattro piume, Le divorce, Tutti pazzi per l’oro) gli uomini non mancano, però la ragazza non si decide a fermarsi con uno. E’ una persona brillante, sensibile, ma coltiva anche una conflittualità perenne con il padre (Treat Williams) e con la madre (Kathy Bates), Sembra, in sostanza, una di quelle donne che “parlano molto ma non dicono niente”. Soltanto Sarah (Lucy Punch), l’amica pazzarellona, riesce ad avere con lei un’intesa non superficiale, magari fatta quasi soltanto di ammiccamenti. Poi, improvvisamente il male, pochi mesi da vivere, forse qualche settimana. E arriva Julian, così in ritardo, così in ultimo. E’ l’uomo che la fa innamorare ed è il medico che la cura. Questo complica la faccenda, sarà un amore difficile, sul filo di un rasoio drammatico e nello stesso tempo Marley esprimerà tutta la sua voglia di vivere e, finalmente, di amare senza più la paura che finora l’aveva tenuta come sospesa a mezz’aria. Ben equilibrato tra commedia e dramma, il film si avvantaggia di un cast di prim’ordine. La regia di Nicole Kassell conferma la buona prova precedente (The Woodsman – Il segreto, 2005), soprattutto per l’attenzione al tema sottostante alla superficie del racconto, del possibile riscatto da una situazione contraria – in The Woodsman, Kevin Bacon interpretava la parte di un uomo che usciva dal carcere col marchio di pedofilo dopo aver scontato una pena di 12 anni. La Hudson è bravissima a rendere “impercettibile” il lato serio della sua vicenda intima, mantenendo l’apparente leggerezza propria del carattere della protagonista. Non era un compito facile, soprattutto quando nel finale arrivano le scene dove il patetico è in agguato.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart