Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
I miei libriRivista d'arte Parliamone

TUTTI I MIEI LIBRI SU AMAZON qui

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui
Download VIVERE CON L'ACUFENE.

CINEMA: I film visti da Franco Pecori

10 dicembre 2011

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

The Artist

The Artist
Michel Hazanavicius, 2011
Fotografia Guillaume Schiffman
Jean Dujardin, Bérénice Bejo, John Goodman, James Cromwell, Penelope Ann Miller, Missi Pyle, Beth Grant, Stuart Pankin, Bitsie Tulloch, Calvin Dean.
Cannes 2011, concorso: Jean Dujardin at.

Notevole esercizio di stile. Ma se c’è un modo inutile di vedere questo film “muto” del terzo millennio è di seguire la traccia delle citazioni “colte” che ci ricordano una storia del cinema nel passaggio dal muto al sonoro. Ciascuno se le ripassi da sé, seguendo e magari trapassando il lavoro del regista. Giustamente si può notare, sin dalla prima lettura del contenuto, che può trattarsi ancora di un film sul cinema: George Valentin (Dujardin), divo degli anni ’20, non regge all’impatto del sonoro, s’intestardisce a credere nel proprio successo senza suono né parola e arriva sull’orlo del suicidio, rischiando di perdere anche l’amore per Peppy Miller (Bejo), giovane e intraprendente attrice spuntata dal nulla, la quale però si tuffa con entusiasmo nel nuovo cinema. Inutile resistere all’avvento dei nuovi mezzi, si direbbe in sintesi, tuttavia massimo rispetto per l’arte del passato dalla quale possiamo sempre apprendere le cose essenziali: soprattutto la distanza che passa, da sempre e ancora oggi per forza di linguaggio, tra messa in scena e riprese, tra scelta dei materiali e loro combinazione in funzione del senso (che non è la somma dei significati). Da questo punto di vista, l’essenza del cinema non è cambiata, sono mutate le condizioni della realizzazione e ci si può divertire a ripercorrere, ri-praticandole, le tecniche di un secolo fa; e a verificarne così la nuova adeguatezza (o rinnovata inadeguatezza) verso il nostro mutato immaginario. Hazanavicius (Mes amis 1999, OSS 117, Le Caire nid d’espions 2005, OSS 117, Rio ne répond plus 2008, non visti in Italia) mostra di volersi attenere alla lettera dell’esperimento: fotografia in bianco/nero, immagini “mute”, schermo quadrato, didascalie sintetiche ed espressive, racconto semplice e coinvolgente di una storia d’amore sempre sull’orlo di realizzarsi e contrastata da impedimenti contestuali. Mentre traspare l’intenzione di trasmettere la forte nostagia per un modo di raccontare le passioni senza complicanze né travasi di genere – fu questa forse una delle ragioni principali della presa irresistibile di alcuni modelli figurali (Garbo, Valentino ecc.) sullo spettatore, arreso al trasferimento implicito dal mito schermico al comportamento personale nella vita quotidiana – resta in sospeso la domanda sul passaggio muto-sonoro, se possa/debba considerarsi oggi esemplare per un discorso sul valore evolutivo del linguaggio cinematografico, considerato nella sua complessità non più degradabile, neanche per convenzione analitica. Vedere un film così, oggi, è cosa molto diversa – ci si perdoni l’ovvietà – dall’approccio “diretto” a materiali storici, come per esempio Aurora di Murnau. Infatti usiamo le virgolette, qui come per il “muto” dell’inizio: in entrambi i casi non è bene fingere una naturalezza dello sguardo, o meglio della visione, come se il tempo si fosse fermato o si debba a un certo punto fermare. In positivo, la provocazione artistica di Hazanavicius potrebbe significare: ricominciamo a fare cinema! La prossima volta magari con un film “diretto” (ma sarebbe l’ennesimo) sul cinema “polp”. La novità della novità della novità della novità…

Mosse vincenti

Win Win
Thomas McCarthy, 2011
Fotografia Oliver Bokelberg
Paul Giamatti, Amy Ryan, Bobby Cannavale, Jeffrey Tambor, Burt Young, Melanie Lynskey, Alex Shaffer, Margo Martindale, David Thompson, Mike Diliello, Sharon Wilkins, Nina Arianda, Marcia Haufrecht, Clare Foley, Penelope Kindred, Tim Ransom.

Le mosse vincenti sono quelle della lotta, lo sport che Mike (Giamatti) praticava da giovane; e sono anche le mosse che servono a superare i momenti difficili della vita. Mike ora è avvocato in un centro di provincia, si occupa principalmente delle persone anziane che hanno bisogno di assistenza. Soddisfazioni economiche scarse, specie con la famiglia da mantenere, la moglie Jackie (Ryan) e due bambine. Deludente anche l’attività sportiva, una palestra di lottatori giovani che Mike vorrebbe portare a livello nazionale ma con scarsissime speranze. Il grigio andamento viene interrotto da un caso che sembra presentarsi proprio al momento giusto. L’anziano Leo Poplar (Young) è entrato in una fase di demenza senile che non gli permette di vivere più da solo. La figlia Cindy (Lynskey), è introvabile (verremo a sapere che “si sta disintossicando”) e Mike riesce a farsi dare dal tribunale l’affidamento di Leo promettendo che, da tutore, utilizzerà l’assegno mensile di 1500 dollari per mantenerlo dove vuole stare, nella sua propria casa, ma poi lo porta in un ricovero per anziani facendogli credere che così ha voluto il giudice.  A questo punto entra nel quadro Kyle (Shaffer), figlio di  Cindy e nipote di Leo. Fuggito dalla madre e dal college, è andato in cerca del nonno. Mike e Jackie, lei riluttante all’inizio ma poi sempre più materna vedendo che il ragazzo è bene accolto dalle bambine, non possono che ospitarlo. Per chi ha visto il film precedente di McCarthy (L’ospite inatteso, 2008) non sarà difficile viaggiare sul filo dell’analogia. Il tema del “recupero” di Kyle dal disagio in cui è sprofondato a causa della situazione familiare sale in primo piano, pur restando basilare il dato di partenza, cioè l’ambiguità psicologica e morale magistralmente espressa dal grande Giamatti. Ma è proprio la configurazione sfumata e complessa del personaggio di Mike che incoraggia Kyle ad ancorarsi alla nuova “famiglia”, ripescando nel profondo le proprie qualità di giovane disponibile al confronto con le difficoltà individuali. Kyle è forte anche fisicamente. Guarda caso, è bravo nella lotta, pratica sportiva che ha interrotto e di cui riavverte la voglia affacciandosi nella palestra di Mike. La lotta sarebbe un simbolo fin troppo banale se non fosse usato dal regista con una discrezione del tutto omogenea al contesto narrativo, tanto da risultare il linguaggio appropriato alla situazione dei personaggi. Sarà attraverso un ultimo scontro, stavolta fuori dalla pedana e non più tra contendenti alla pari – ma alla pari in un altro senso – che i conflitti dei protagonisti troveranno nuova armonia. Nel finale, dopo che Cindy avrà tentato invano di riagganciare il padre e il figlio, vedremo l’avvocato Mike dietro il bancone di un bar servire da bere. Lasciamo allo spettatore le deduzioni più compromettenti. Di certo McCarthy ci ha regalato un altro piccolo capolavoro di provocatoria discrezione, documentando la possibile drammaticità della vita normale oggi.

 


Letto 1849 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart