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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

7 gennaio 2012

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Immaturi – Il viaggio

Immaturi – Il viaggio
Paolo Genovese, 2012
Fotografia Fabrizio Lucci
Ambra Angiolini, Luca Bizzarri, Barbora Bobulova, Raoul Bova, Anita Caprioli, Paolo Kessisoglu, Ricky Memphis, Luisa Ranieri, Maurizio Mattioli, Giovanna Ralli, Lucia Ocone, Alessandro Tiberi, Francesca Valtorta, Lavinia Longhi, Aurora Cossio, Rocío Muñoz.

Ormai sono quarantenni. Nel 2010, per un pasticcio burocratico, avevano dovuto rifare, a distanza di 20 anni, gli esami di terza liceo e ora si sono decisi a realizzare il “viaggio della maturità”. I compagni di scuola sembrano voler restare in contatto per tutta la vita, ci pensa Paolo Genovese a tenerli d’occhio e a raccontarceli, con discreto brio e sufficiente disinvoltura, non senza qualche accento di riflessione. il regista è anche autore della sceneggiatura, stesa con equilibrio umoristico e con accorto dosaggio di scene “esteticamente” piacevoli e di fasi psicologicamente implicative, ma il film dice soprattutto che l’evasione programmata e in un certo modo anche forzata non è la cura giusta per le sofferenze di una vita che, oggi, si va facendo oltre misura difficile da gestire, proprio per la generazione in oggetto. Tra l’altro, il viaggio dei protagonisti ha per meta l’isola di Paros, in un paese come la Grecia che in questo periodo non è facile identificare come luogo ideale di parentesi spensierate. E’ fatale che Piero (Bizzarri) e Virgilio (Kessisoglu), Lorenzo e Luisa (Memphis e Bobulova) e Giorgio e Marta (Bova e Ranieri) si portino dietro il carico dei rispettivi problemi di vita quotidiana – li possiamo intuire pur nella giusta leggerezza con cui vengono accennati, c’è perfino il tumore al seno di Eleonora (Caprioli) – e non riescano del tutto a liberarsene nei pochi giorni di libertà circoscritta. Guarda caso, il più disponibile a nuove aperture, improvvise e “regalate”, sembra essere Luigi (Mattioli), il papà di Lorenzo, il quale nasconde a stento sotto l’icastico spirito romanesco il segno di una responsabilità precedente. Ma al di là delle efficaci caratterizzazioni, tutti i personaggi vivono una propria accettabile verosimiglianza non solo referenziale. Il più preciso indizio, in questo senso, è dato dalla figura di Francesca (Angiolini). Più degli altri è lei a sentire il disagio della forzatura rituale. Gli altri lo avvertono e in parte lo risolvono aggrappandosi alle finzioni usuali del dettato sociale, Francesca invece denuncia in proprio il disturbo della solitudine e della separazione dal suo Ivano (Tiberi) che non ha voluto portare con sé credendo di rispettare così un’implicita regola di gruppo. Ed è appunto su di lei che si addensa una crisi di sistema, rappresentativa – a ben vedere – dell’inadeguata riposta attuale a possibili istanze di rinnovamento. Al gruppo degli immaturi, inclusa la “dispari” Francesca, non resta che rientrare in sé, chiudendo il viaggio.

J. Edgar

J. Edgar
Clint Eastwood, 2011
Fotografia Tom Stern
Leonardo DiCaprio, Naomi Watts, Armie Hammer, Josh Lucas, Judi Dench, Ed Westwick, Lea Thompson, Josh Hamilton, Geoff Pierson, Cheryl Lawson, Kaitlyn Dever, Gunner Wright, David Cooper, Jack Donner, Dylan Burns, Jack Axelrod, Jessica Hecht, Josh Stamberg, Christian Clemenson, Michael Rady, Ken Howard, Scot Carlisle, Jeffrey Donovan, Emily Alyn Lind, Christopher Shyer.

Non è certo un invito a rassegnarsi. Ma si vive sotto controllo, la democrazia non è un’idea astratta, il problema sono i suoi limiti. Da un regista come Eastwood ci si attende maturità. Lontano dagli slogan, come per altri aspetti dell’America, delle sue radici profonde e dei sentimenti tradizionali, l’autore di Mystic River, Million Dollar Baby, Flags of Our Fathers, Lettere da Iwo Jima, Gran Torino, Hereafter affronta senza mezzi termini ma con l’equilibrio che la materia richiede il tema spinoso del ruolo del Federal Bureau of Investigation nella vita della nazione. Il punto di vista è dello stesso J. Edgar Hoover (Leonardo DiCaprio), l’uomo che negli anni Trenta, nel pieno della grande depressione, impose all’Ufficio investigativo federale la propria impronta autoritaria, partendo dall’intento di proteggere gli Stati Uniti dai “comunisti radicali”, dal terrorismo e dalla criminalità organizzata. Edgar racconta la sua lunga carriera di capo dell’Fbi e avverte: gli storici, per lo più, «scrivono in prospettiva presente, dimenticando il contesto». Si parte dagli attentati bolschevichi del 1919 – con un Edgar ventenne -, si passa per la caccia al rapitore e uccisore del figlio di Lindberg, per la cattura dei gangster John Dillinger e George Kelly, per l’uccisione di John Fitzgerald Kennedy e di Martin Luther King; e si arriva a Richard Nixon, l’ultimo presidente che ebbe a che fare con J. Edgar e che tentò invano di mettere le mani sul suo archivio segreto, conservato da sempre dalla fedele segretaria (Naomi Watts) e da lei distrutto il 2 maggio 1972, un minuto dopo la notizia della morte del capo. Personaggio complesso e discusso a tutti i livelli, Hoover schedò gli americani e indagò specialmente sulle loro idee politiche e sui loro costumi sessuali, usando tutti i mezzi che il potere gli concesse e, com’è dato credere, andando perfino oltre. «Ci fu un tempo in cui – sottolinea egli stesso con parole che sfiorano la paranoia – un americano medio temeva per la sua sopravvivenza». Ma il punto di vista è anche di Eastwood e viene specialmente fuori nelle fasi che dal versante “pubblico” volgono il film verso l’intimità del personaggio. Difficile intaccare la corazza caratteriale di Edgar, uomo dalle rigidità e dalle difese psicologiche ai limiti della patologia. Il regista sceglie di usare la chiave del rapporto con la madre. Judi Dench è perfetta nel ruolo di Anne Marie Hoover, quando la sua parte sale verso il primo piano e il dominio materno appare in tutta la sua evidenza si chiarisce anche il problema dell’omosessualità di Edgar, rimasto latente fin dagli inizi (e storicamente mai provato). Eastwood sceglie di rappresentare con l’evoluzione drammatica del sentimento per l’amico Clyde Tolson (Armie Hammer) la progressiva decomposizione dell’ “uomo più potente d’America”. Mentre di momento in momento l’importanza istituzionale del ruolo si attenua, salta agli occhi una verità “altra”, sgradevole soprattutto allo stesso Edgar. Disperato anche per la morte della madre, il capo dell’Fbi si accartoccia su se stesso e si dissolve. Le sequenze relative a questa fine sono lunghe e “penose”, trasmettono una capacità di partecipazione e insieme una lucidità di osservazione di cui solo il giusto ritmo delle inquadrature poteva dare il senso. DiCaprio, aiutato dai “miracoli” del trucco, è molto bravo a rendere l’evoluzione del personaggio nell’arco di un cinquantennio.

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart