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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

14 gennaio 2012

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Non avere paura del buio

Don’t Be Afraid of the Dark
Troy Nixey, 2010
Fotografia Oliver Stapleton
Katie Holmes, Guy Pearce, Bailee Madison, Alan Dale, Jack Thompson, Julia Blake, Edwina Ritchard, Gary McDonald, Emelia Burns, Eliza Taylor-Cotter.

Il mondo diviso in due. Il consueto mondo dove viviamo normalmente  e un mondo altro, misterioso e malefico, che ci minaccia e vuole impadronirsi di noi. C’è un luogo destinato in particolare a funzionare da teatro per il succedersi di avvenimenti lungo la catena proveniente da un tempo che ci precede. Il disegnatore di fumetti horror Troy Nixey, già apprezzato a Toronto per il cortometraggio Latchkey’s Lament (2007), ha pensato di utilizzare un’antica casa vittoriana nel Rhode Island. Semiabbandonata e da ristrutturare, la dimora dovrà essere l’orgoglio dell’architetto Alex Hirst (Pearce) e della sua nuova compagna Kim (Holmes), arredatrice di interni. I lavori procedono bene e si è quasi al giorno dell’inaugurazione, quando Alex vede arrivare la piccola Sally (Madison), sua figlia, della quale la madre ormai separata vuole liberarsi. La bambina non sembra affatto entusiasta del proprio trasferimento, suo padre è molto preso dal progetto della grande casa e pare che il rapporto con Kim non sarà tanto facilmente avviabile. Ma ancor prima, Nixey ha montato, proprio in testa al film, una strana sequenza con l’aria di volerci fornire una chiave di lettura. Nel suo vecchio e polveroso studio di illustratore naturalista, il famoso Emerson Blackwood, muore in circostanze orribilmente drammatiche.  Capiremo poi il nesso. Fatto sta che Sally viene attratta dalla presenza di strane voci che man mano si materializzeranno in minuscoli Homuncoli brutti e aggressivi. La bambina non viene creduta e anzi si pensa di affidarla alle cure di uno psicologo. E invece Sally ha ragione di denunciare al padre e a Kim i fenomeni che la turbano. Sceneggiato da Guillermo del Toro insieme a Matthew Robbins (Sugarland Express 1974, Il drago del lago di fuoco 1981), il film fa crescere bene la suspence, grazie anche alla bravura degli attori, specialmente della piccola protagonista, ma si arrende all’ovvio e al già visto quando le strane presenze prendono forma, lasciando cadere la dimensione “interiore” della paura. Sicché il mondo torna a essere uno senza che ve ne sia stato un chiaro motivo.

L’industriale

L’industriale
Giuliano Montaldo, 2011
Fotografia Arnaldo Catinari
Pierfrancesco Favino, Carolina Crescentini, Eduard Gabia, Elena di Cioccio, Elisabetta Piccolomini, Andrea Tidona, Mauro Pirovano, Gianni Bissaca, Roberto Alpi, Francesco Scianna
Roma 2011, fc.

La crisi c’è e si sente. Dal punto di vista di un industriale come Nicola Ranieri (Pierfrancesco Favino), il momentaccio implica anche una profonda questione familiare. Ha ereditato dal padre, un emigrato pugliese a Torino durante il boom degli anni ’60, la fabbrica che stava già per chiudere, ha scelto la via del rinnovamento progettando un nuovo pannello solare che però deve ancora essere messo in produzione, non vuole accettare di appoggiarsi ai soldi della moglie Laura (Carolina Crescentini) e meno che mai a quelli della suocera (Elisabetta Piccolomini). La banca gli chiude la porta, le finanziarie non scommettono sul futuro. Ma Nicola è orgoglioso e non vuole mollare. Agli operai chiede che facciano la loro scelta, non vuole licenziarli ma non può pagare gli stipendi. E Laura sembra allontanarsi da lui, tentata dal garagista romeno (Eduard Gabia). Giuliano Montaldo, dopo I demoni di San Pietroburgo(2007), mostra di voler proseguire nella fusione sociale/politica/soggettiva, con una storia che mentre fotografa l’attualità ne cerca riferimenti anche individuali. Dopo un avvio “espositivo”, svolto con lucidità dialettica ed estetica – basterebbe già la scena della sauna insieme all’amico Barbera (Andrea Tidona) per sapere come stanno le cose in Italia – e con la magistrale fotografia “agghiacciata” di Arnaldo Catinari – il colore quasi bianco&nero che blocca la città in un livore non certo ottimista – il film lascia salire in primo piano il lato personale della vicenda di Nicola. Colpito dalle difficoltà della fabbrica, entra in confusione per il comportamento della moglie e cade nella trappola psicologica del marito geloso, fino a portare il racconto tutto su di sé, sul binario di una suspence un po’ forzata e obbiettivamente meno interessante. Disperato e solo – non può più fidarsi del suo collaboratore e amico Ferrero (Francesco Scianna), spedito in Germania a trattare per una joint venture -, l’industriale crederà di risolvere con una “capriola” all’italiana la trattativa con i tedeschi e nasconderà a se stesso la soluzione ben più misera della propria gelosia. Siamo nel thriller di casa nostra. Lo conferma anche la musica di Andrea Morricone. Sfumata l’immagine realistica della Torino risuonante di richiami cadenzati “Lavoro-Lavoro”, con le vie occupate dai lavoratori senza più risorse (scenografia è di Francesco Frigeri), tutta la nostra attenzione è convogliata su Nicola, la cui furbata sembra aver funzionato. Ma la festa per celebrare il successo contrasta col “segreto” che l’uomo ora si porta dentro. Il giovane garagista è sparito e non sarebbe nemmeno necessaria un’ultima sequenza per sapere come.

Shame

Shame
Steve McQueen, 2011
Fotografia Sean Bobbitt
Michael Fassbender, Carey Mulligan, James Badge Dale, Nicole Beharie, Hannah Ware, Alex Manette, Mari-Ange Ramirez, Rachel Ferrar, Eric T. Miller.
Venezia 2011, Michael Fassbender at.

Travisamento. Vero che un cinema impegnato non può che appartenere al suo tempo, tuttavia un autore ha il privilegio della scelta dei materiali che il suo tempo gli mette sotto il naso. E nella scelta è compresa la combinazione dello stile, della forma speciale che quella certa pésca assume una volta che l’approccio si concretizzi in discorso estetico. Con la stessa sostanza del contenuto si possono fare film diversi. Vero che da Shame traspare l’intento di McQueen (omonimo dell’attore) di impegnarsi nella rappresentazione aggiornata dell’alienazione istantanea di cui soffre un numero crescente di individui ormai “virtuali”. Le virgolette stanno per un “per così dire” che definisce la dimensione della Rete, del Web. E riconosciamo al regista (al secondo film dopo Hunger, caméra d’or a Cannes nel 2008) la difficoltà di mantenersi fuori dalla materia mentre tenta di puntare su di essa con una convincente partecipazione. La materia era ostica, c’era in agguato l’aura pubblicitaria, o se si vuole il codice repertoriale dei comportamenti “viziosi” suggeriti dal panorama aggressivo dei display sempre aperti sul mondo fittizio della comunicazione recintata. C’era il paradosso che nega l’individualità proprio mentre isola il singolo in un rapporto “faccia a faccia” (stesse virgolette di cui sopra). Ma il regista è rimasto invischiato in tale materia e ci ha restituito una sorta di neoromanticismo metropolitano di cui, stando al film, dovremmo noi stessi “vergognarci”. Dovremmo sentirci coinvolti nella “vergogna” del sexy Brandon (bravo Fassbender, il quale però a tratti rischia l’immedesimazione nel tipo manichino hard), dato che la sua sofferenza, proveniente dalla compulsione erotica (l’ufficio ad alta specializzazione, l’uso pervertito del computer, la casa di esemplare efficienza lussuosa, il libero esercizio della solitudine anche sensoriale, la casualità voluta degli incontri di sesso disegnati da un immaginario selfservice per quanto banalmente stereotipo), appare incurabile e ci chiama a un soccorso morale sia pur disperato. In sostanza, sarebbe il tema di una solitudine oggi, ma è la tipizzazione mascherata da oggettività introspettiva a metterci in guardia verso il travisamento. Le prime sequenze del film ci hanno fatto illudere di trovarci in un’Alphaville (Godard) del terzo millennio, vago accostamento dovuto a una certa astrazione del disincanto, essenzialità rivelatasi poi “di scuola”. Qui una nouvelle vague godardiana non arriva perché manca la Natasha/Karina che faccia risvegliare il senso umanitario nell’agente Lemmy Caution/Constantine. C’è invece la sorella Sissy (Mulligan) che, per quanto tagliuzzata nelle braccia, alla fin fine non offre al fratello Brandon che una tradizionale mozione d’affetto familiare. Dice proprio: «Siamo una famiglia» e ci rassicura del tutto sul ravvedimento del consanguineo.

La talpa

Tinker, Tailor, Soldier, Spy
Tomas Alfredson, 2011
Fotografia Hoyte Van Hoytema
Gary Oldman, Kathy Burke, Benedict Cumberbatch, David Dencik, Golin Firth, Stephen Graham, Tom Hardy, Ciarán Hinds, John Hurt, Toby Jones, Svetlana Khodchenkova, Simon McBurney, Mark Strong, Erskine Wylie, Philip Martin Brown, Denis Khoroshko, Oleg Dzhabrailov, Laura Carmichael, Roger Lloyd-Pack, Tomasz Kowalski, Peter McNeil O’Connor, Christian Mckay, Tom Stuart, Arthur Nightingale, Amanda Fairbank-Hynes, William Haddock, Linda Marlowe, Katrina Vasilieva, Sarah-Jane Robinson, Konstantin Khabenskiy, Jamie Thomas King, Philip Hill-Pearson, John Le Carré.
Venezia 2011, concorso.

Una storia intricata. A raccontarla non ci proviamo nemmeno, potranno ben capire i conoscitori di John le Carré (pseudonimo di David John Moore Cornwell), l’autore britannico di grandi classici dello spionaggio quali La spia che venne dal freddo (da cui il film di Martin Ritt, 1965), Chiamata per il morto (film di Sidney Lumet, 1966),  e appunto La Talpa, già trasferita sullo schermo con una serie Tv di grande successo, interpretata da Alec Guinness nei panni del protagonista George Smiley. Ha la sua piena dignità anche la scelta di un interprete come Gary Oldman. Lo Smiley di Oldman, glaciale, ha i connotati della spia “perfetta”. Quasi immobile, non insegue e non provoca sparatorie, non lotta e quasi non guarda, eppure osserva e freddamente indaga. Non riusciamo a capire cosa stia pensando e dove voglia andare a parare, non si fida degli altri e sa che gli altri non si fidano di lui. Persone e cose che gli girano intorno formano una rete sottile di allusioni che appartiene alla paranoia tipica del momento storico in cui è ambientata la vicenda, il 1973, quando ancora la “guerra fredda” aveva tutt’altro che esaurito i motivi dei mille sospetti incrociati, non solo tra gli stati coinvolti ma tra le singole pedine di una partita a scacchi infinita. In particolare, la tipica struttura del “c’è uno tra noi” riguarda qui gli uomini dell’Intelligence inglese. Cornwell ha fatto veramente parte di un settore dei servizi segreti, il “Circus”, e ha potuto utilizzare per i suoi racconti l’esperienza diretta. E la formazione culturale, di studioso oxfordiano della letteratura tedesca, gli ha permesso di configurare il suo più famoso personaggio sotto una cifra anche estetica non superficiale. Lo svedese Alfredson (Lasciami entrare, 2008, film dove “il normale e il mostruoso si toccano”) traduce con adeguata dignità formale l’intrigo in sequenza cinematografica, scegliendo uno stile antiemozionale, geometrico eppure attraente. Il senso di un sospetto che si respira, di un contrasto “costitutivo” e insanabile tra fedeltà/amicizia e tradimento si trasferisce in maniera impalpabile dalla trama in giallo anche esistenziale, senza alcuna accentuazione espressionistica e senza didascalie ideologiche. Persino oltre il bellissimo Le vite degli altri (Florian Henckel von Donnersmarck, 2006). Col passare dei minuti, lo spunto del “c’è una talpa (russa) nel gruppo del Circus” lascia luogo a un’intensa per quanto “fredda” rappresentazione della difficoltà dei singoli a rimanere se stessi, a non sminuire la propria umanità pur non escludendo il rischio continuo del tranello spionistico. È una specie di miracolo di equilibrio, giocato sul rispetto di aspirazioni che si misurano con le condizioni materiali di una vita/indagine sul filo dell’inganno/onestà. Ambiguità senza confusione, dinamismo interno nella più estenuante tensione cadenzata in un lungo passaggio slow, come in attesa che il mondo si apra a nuove esperienze.

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart