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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

28 gennaio 2012

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Il sentiero

Na putu
Jasmila Zbanic, 2010
Fotografia Christine A. Maier
Zrinka Cvitesic, Leon Lucev, Ermin Bravo, Mitjana Karanovic, Marija Kohn, Nina Violic, Sebastian Cavazza, Jasna Ornela Bery, Izudin Bajrovic, Jasna Zalica, Luna Mijovic.
Berlino 2010, concorso.

A un quindicennio dalla guerra di Bosnia, nella Sarajevo attuale sono tutt’altro che superate le divisioni e le contrapposizioni culturali alla base di quel conflitto. Nella vita quotidiana, oggi non meno di ieri il confine tra scelte laiche e ossequio ai princìpi islamici può divenire labile in ogni momento. Quasi tutto ciò che nel comportamento non religioso può apparire normale è invece severamente proibito e segnato come “peccato” da quanti praticano la religione di Maometto: le donne col velo e separate dagli uomini, i rapporti amorosi prima del matrimonio, la stretta osservanza delle ritualità nel quadro di una vita associata che deve rispondere nei dettagli – perfino nelle forme del divertimento – ai dettami morali del Corano. Luna (Zrinka Cvitesic)  e Amar (Leon Lucev) sembrano una coppia felice, bene inseriti nel lavoro “moderno”, lei hostess in giro per il mondo, lui nella torre di controllo dell’aeroporto. Vogliono un figlio e accettano l’idea di programmare l’inseminazione artificiale. Ma il castello è di carta. Basta un bicchiere di troppo per far perdere il posto ad Amar e basta il casuale incontro con un ex commilitone perché le porte della comunità Wahhabita si aprano, nella prospettiva di un recupero “spirituale” assistito e integralista. La guerra non ha fatto molti morti soltanto, ha lasciato vuoti nei sopravvissuti. Amar colma il proprio vuoto irrigidendosi nei confronti di Luna e preferendo la moschea. Luna tenta di capire e di salvare l’amore ma al momento decisivo rifiuta di avere un figlio con quell’uomo che ormai è irreparabilmente diverso da lei. La documentarista e artista di marionette Jasmila Zbanic, nata a Sarajevo nel 1974, ha vinto l’Orso d’Oro a Berlino nel 2006 con il suo primo film, Il segreto di Esma. Anche questo Na putu (“in cammino verso una meta”) proviene dal concorso della Berlinale (2010) ed è segnato dallo sguardo doloroso e specialmente femminile verso una realtà in piena evoluzione dopo la tragedia degli anni ’90. Zbanic sceglie la via di una regia semplice e a tratti semplificata, puntando sulla tipicità di un rispecchiamento aggiornato ma non dubbioso circa la capacità del cinema di raccontare storie esemplari. La protagonista Zrinka Cvitesic si cala con convinzione nel ruolo di Luna fornendo al personaggio, senza strafare, le necessarie e ben comprensibili sfaccettature psicologiche.

The Iron Lady

The Iron Lady
Phyllida Lloyd, 2011
Fotografia Elliot Davis
Meryl Streep, Jim Broadbent, Olivia Colman, Roger Allam, Susan Brown, Nick Dunning, Nicholas Farrell, Iain Glen, Richard E. Grant, Anthony Head, Michael Maloney, Alexandra Roach, Pip Torrens, Julian Wadham, Angus Wright, Clifford Rose, MIchael Cohrane, Jeremy Clyde, Michael Simkins, Eloise Webb.

Mamma mia, qual monumento! Più che a Margaret Thatcher, a Meryl Streep, l’attrice somma (chi deve ancora dire brava?) che dà (ridà) vita alla conservatrice Lady di Ferro, prima e unica donna ad aver abitato al numero 10 di Downing Street – e per ben tre mandati, dal 4 maggio 1979 al 28 novembre 1990. Lasciando stare la storia del governo britannico, Phyllida Lloyd, già regista del successone Mamma mia! che fruttò alla Streep la candidatura al Golden Globe 2009, insiste nel puntare tutto sulla sostanza del personaggio, ne ricostruisce e ne riassetta l’intimità e ci dà un racconto per flash successivi che portano Margaret, figlia di un droghiere, fino al premierato politico negli anni, visti da oltremanica, di più profonda crisi dell’epoca contemporanea (prima dell’attualissimo rischio del sistema mondiale). E lasciando anche stare le diverse ragioni di contrasto tra le opposte rappresentanze parlamentari, opposte visioni che la Lady di Ferro riuscì per un buon periodo a convogliare in un’unica prospettiva “patriottica” facendo appello all’orgoglio della tradizione (basti pensare alla “guerra” delle Isole Falkland, 1982), il personaggio è rivissuto partendo dall’ottantenne signora che fa colazione nella casa in Chester Square, a Londra. Poi Margaret, con passo incerto e alternando momenti di smarrimento a fasi di riemergente decisionismo, si appresta a sistemare il guardaroba di Denis (Jim Broadbent), l’amato marito morto da alcuni anni. La figlia Carol (Olivia Colman) è sempre più preoccupata dagli evidenti segni dell’Alzheimer, il morbo che mescola passato e presente nella fantasia confusa della madre. Ma è proprio in quei segni che la regista trova la chiave, per così dire, della soluzione anche stilistica per il film, giocato nell’interscambio di memoria e linguaggio, sul filo di un programma interiore a cui Margaret/Meryl dà forma, nell’ostinata e progressiva attuazione di una puntualità conservativa che filtra e sistema in maniera ferrea i parametri del giudizio soggettivo verso la storia fino a tradurre gli eventi in parola e le parole in memoria. Rispetto a tale piano soggettivo, neppure i numerosi spunti referenziali con i relativi puntelli “documentari” (sedute del parlamento, disordini e proteste sociali, attentati dell’Ira ecc.) riescono a – e pare non vogliano – intaccare la stretta dialettica interna linguaggio/memoria, sistema chiuso e indispensabile alla comprensione del film. Inutile pure esercitarsi nella valutazione del “femminismo” thatcheriano, l’autorevolezza della premier derivando appunto da un recupero difficilmente attribuibile a scelte culturali esterne alla dinamica propria della persona/personaggio: una donna affermativa più che un’affermazione femminile. Un monumento che Phyllida Lloyd ha visto realizzarsi nell’arte della sua attrice preferita. Il film esce in Italia a ridosso dell’assegnazione degli Oscar 2012 e Meryl Streep figura giustamente nelle Nomination.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart