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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

18 febbraio 2012

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Jack e Jill

Jack and Jill
Dennis Dugan, 2011
Fotografia Dean Cundey
Adam Sandler, Al Pacino, Katie Holmes, Elodie Tougne, Rohan Chand, Eugenio Derbez, David Spade, Nick Swardson, Allen Covert, Geoff Pierson, Valerie Mahaffey, Gary Valentine.

Due gemelli un solo attore. Adam Sandler nella doppia parte di Jack e della sorella Jill, non troppo amata. Il Giorno del Ringraziamento si trasforma ogni anno in un inferno per Jack Sadelstein, pubblicitario sulla cresta dell’onda. La sofferenza al limite della sopportazione arriva sotto forma della gemella Jill, la cui completa estraneità antropologica (così sembra) suggerirebbe un seminario scientifico sulla diversità dei gemelli. Basta osservare le prime sequenze del sopraggiungere di Jill nella casa di Jack: è una brusca e drastica interruzione della normale felicitas di una famigliola americana, maritino giovane e affettuoso, mogliettina dolce (Katie Holmes) e graziosa prole. Sandler/Jack sfoggia il solito repertorio di finte ingenuità rispecchianti la normale vita quotidiana e, supportato da adeguato montaggio, si applica nell’ovvio sdoppiamento in Sandler/Jill, fornendo il quadro completo di un duo delle meraviglie paradossale e in-divertente. Peccato che lo spettatore sia chiamato all’esercizio di una supplenza di senso al limite delle possibilità, data la palese differenza nella resa linguistica tra spirito amaricano e sua traduzione italiana. La lingua è traducibile ma il senso delle battute e delle situazioni comportamentali resta sulla carta (Sceneggiatura di Steve Koren e Adam Sandler). Il rimedio è Al Pacino, tuffato in un turbine di surrealismo umoristico che ne esalta le conosciutissime doti di primattore oltre. Pacino fa un se stesso ormai fuori di sé. Vede in Jill una comunanza infantile per via dell’origine comune nel Bronx e se ne innamora. Immedesimato com’è nella parte del Don Chisciotte che sta interpretando a teatro, vede nella gemella di Jack una Dulcinea assolutamente attraente. Imbarazzo di Jill, ovvio. Ma interesse estremo di Jack per via della necessità di convincere Pacino ad accettare la parte di testimonial in una campagna che appunto Sadelstein sta curando. Esilarante la prestazione del Corleone/Don Chisciotte, inzuppato di se stesso al punto di non accorgersi che Jack ha sostituito la gemella per presentarsi a lui nella speranza di averlo sul set pubblicitario.

War Horse

War Horse
Steven Spielberg, 2011
Fotografia Janusz Kaminski
Jeremy Irvine, Peter Mullan, Emily Watson, Benedict Cumberbatch, Tom Hiddleston, David Thewlis, Toby Kebbell, David Kross, Geoff Bell, Robert Emms, Rainer Bock, Patrick Kennedy, Pip Torrens, Nicholas Bro, Celine Buckens, James Currie, Leonard Carow, Irfan Hussein.

Uomini e cavalli, la terra, la guerra, il coraggio, la fedeltà. Spielberg non si maschera, racconta favole e a volte  le sue favole colpiscono un target universale, come accade alle grandi favole di tutti i tempi. Altri, volendo fare discorsi importanti e complessi, li caricano di un’impronta fiabesca, o più in generale mitologica, raffreddandoli in un indirizzo sostanzialmente intellettuale. La storia per ragazzi (tratta dal romanzo di Michael Morpurgo) dell’”amicizia” incrollabile tra il giovane Albert (Jeremy Irvine) e il puledro Joey nasce nel quadro realistico della campagna inglese (la contea del Devon, in Cornovaglia) mentre sta per scoppiare la prima guerra mondiale e attraversa poi gli scenari del conflitto, restando ancorata a una “verità” semplice, vissuta nei campi e nelle trincee, tra filo spinato e cannoni, feriti, bombe a mano e umanità immersa nel fango. E una popolazione di un milione di cavalli (soltanto 62 mila sopravvissuti), al fronte insieme alle truppe inglesi. Albert, figlio dei contadini Ted (Peter Mullan) e Rosie (Emily Watson), s’innamora subito di Joey, il puledro da caccia che il padre ha comprato alla fiera. Affronteranno insieme le prime esperienze di vita adattandosi al duro lavoro dei campi. Dovranno poi separarsi per la guerra, ciascuno impegnato nel drammatico dovere patrio senza mai perdere la speranza di tornare a rivedersi. Spielberg evita il rischio della retorica mantenendo il difficile equilibrio tra fantasia del racconto e misura dello sguardo nella distanza dalla visione epica. Il soldato Ryan e E.T. cavalcano insieme sognando casa in un cinema classico, senza arditezze tecnologiche, fino al finale rossastro di un viacolvento non meno “irragionevole” che irrintracciabile, oggi.

Paradiso amaro

The Descendants
Alexander Payne, 2011
Fotografia Phedon Papamichael
George Clooney, Judy Greer, Shailene Woodley, Matthew Lillard, Beau Bridges, Robert Forster, Mary Birdsong, Amara Miller, Matt Corboy, Milt Kogan, Patti Hastie, Scott Michael Morgan, Cecilia Kennedy, Linda Rose Herman, Barbara L. Southern, Melissa Kim, Matt Esecson, Rob Huebel.

Paradiso ingannatore. Da lontano, dalla storia degli antenati è arrivato il dono di una terra meravigliosa, di colline verdi e di mare azzurro, di spiagge bianche e di fiori, di squali che accompagnano le tue gite in barca, di feste che rallegrano le tue sere in vacanza. Un dono che ti rende felice, una vita beata alle Hawaii. Ma non è il paradiso dolce che ti puoi immaginare. L’avvocato Matt King (George Clooney) ha sangue hawaiano e ha quasi dimenticato l’origine della sua fortuna, vive a Honolulu e lavora a gestire la terra di famiglia che ha trasformato in oasi turistica, ha una famiglia – moglie e due figlie – di cui spesso si dimentica. E un sasso all’improvviso gli piomba sulla testa, lo vediamo nella prima sequenza: una donna sorridente e felice scivola sulle onde trainata da un motore. Stop. Il coma non la lascerà più. Quella moglie priva di conoscenza sveglia Matt dalla sua distrazione di marito e di genitore, si apre un tunnel dal quale uscirà solo dopo aver superato dure prove psicologiche e di relazione. Deve anzitutto ri-conoscere le sue bambine. Scottie (Amara Miller) ha 10 anni e un carattere che la fa sembrare più matura rispetto alla sua età, Alexandra (Shailene Woodley) ha pure lei una personalità evoluta, tendente alla piena autonomia, soprattutto dal padre. A 17 anni la ragazza porta già con sé il segreto che ha reso negli ultimi tempi difficile il rapporto tra i propri genitori e, di fronte alla drammatica situazione della madre Elizabeth (Patti Hastie) in fin di vita, sente di dover confessare a Matt una verità per lui sconvolgente: sua moglie lo tradiva. Ci si perdonino i dettagli del racconto, che potrebbero sembrare inutili, ma proprio l’”incidente” ha una valenza strutturale, determinante non solo per la trama in sé bensì per il modo in cui il regista la svolge. Alexander Payne è autore di film “leggeri” e complessi (A proposito di Schmidt, Sideways – In viaggio con Jack) il cui contenuto non è troppo semplificabile senza il rischio di una grave perdita di senso. Il fatto che qui Clooney sia bravissimo, lavorando per sottrazione, ad armonizzare la componente umoristica/ironica con la base drammatica della vicenda non deve ridurre il film a commediola dalle piccole stravaganze semivacanziere, dove una pseudoantropologia esotica “ospiterebbe” con benevolenza il paradossale dramma di un padre (bello e simpatico) alle prese con i dislivelli generazionali. O cose di questo genere, come può sembrare dal trailer, incredibilmente distante dallo spirito, dallo stile, dal contenuto di questo Paradiso amaro, il cui titolo originale, del resto, indica in modo inequivocabile la chiave di lettura primaria del film (tratto dal romanzo della scrittrice hawaiana Kaui Hart Hemmings). La discendenza di Matt King dalla Principessa Margaret Ke’alohilani innamoratasi del suo banchiere straniero Edward King colloca la “sorpresa” del tradimento di Elizabeth e del segreto rivelato dalla figlia Alexandra in una prospettiva non riducibile a quadruccio comico. E infatti Clooney è chiamato a comprendere in sé, nella sua espressione, nei suoi “tempi”, nei suoi comportamenti anche minimi, il contrasto interno dell’incomprensione famigliare con il portato storico di un tradimento che va in qualche modo risarcito e riscattato anche obbiettivamente. Ed è così che nel dolore intimo e “inesprimibile” specie per lo stato di incomunicabilità con Elizabeth s’innesta il disagio verso la comunità parentale degli altri discendenti. Una folla di cugini attende la decisione di Matt circa la vendita della proprietà, già prospettata da tempo e ora, però, resasi problematica per via che l’acquirente dovrebbe essere nientemeno che l’amante di Elizabeth. Non riveliamo il finale, ma certo sono intanto degne della finezza di Payne le scene della ricerca dell’uomo e, in parallelo, del progressivo avvicinamento di Matt e delle due figlie al “corpo” della donna in coma, la quale può ormai soltanto “ascoltare” le estreme confessioni. Intimità e quadro storico si fondono in un equilibrio di sapienza cinematografica.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart