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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

7 aprile 2012

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

I più grandi di tutti

I più grandi di tutti
Carlo Virzì, 2011
Fotografia Ferran Paredes Rubio
Claudia Pandolfi, Alessandro Roja, Marco Cocci, Corrado Fortuna, Dari Cappanera, Claudia Potenza, Frankie Hi Nrg, Francesco Villa, Niccolò Belloni, Catherine Spaak.
Torino 2011, concorso.

Il rock, simbolo di vivacità, di non conformismo, di alternativa, di novità. La storia va avanti almeno da Bill Haley (1955), ma progressivamente le radici, la musica afroamericana, il blues, il country, si sono attenuate e perse, il suono ha fatto largo alla “immagine” cioè all’apparenza e alla con-formazione. Sicché la proposta di vita, implicita nella prima “rivoluzione”, s’è trasformata in “vita di proposta”, il “suono” ha sostituito la musica, l’ideologia il feeling. Conformismi e illusioni si sono uniti in matrimonio fino a produrre anche disastri umani, non solo artistici e non solo individuali. La scia è lunghissima e arriva fino ai giorni nostri – si potrebbe andare anche oltre il rock e parlare di altra musica di consumo, Sanremo compreso, ma restiamo al film. Tra i molti possibili esempi, anche grandi nel loro genere, Carlo Virzì (L’estate del mio primo bacio 2006) ne sceglie uno minimo ma – diciamo – vicino a casa. E mette in scena la storia, più o meno vera e trasformata in commedia spiritosa, di un piccolo gruppo di provincia degli anni ’90. Nato nel 1993 a Rosignano Solvay, cittadina industriale del livornese (ah Liverpool, ah Manchester!), il gruppo “I Pluto” esaurì la sua parabola in sette anni, arrivando a produrre due album, “Paraculo” e “Sudo ma godo” e a suonare in apertura in alcuni concerti dei Litfiba. Quasi il nulla. Ma poi è venuto un nulla di più: dal circuito alternativo del rock al disadattamento quotidiano e privato in una catena esistenziale che tira in basso fino al polverizzarsi dei desideri e alla depressione. Carcasse del suono fasullo, a questo sono ridotte le esistenze degli ex componenti del gruppo quando il cinema, con Virzì, li incontra e li ripesca. Il regista si dilunga non poco in aggiustamenti situazionali e nel tratteggio introduttivo dei personaggi, il batterista Loris Vanni (Alessandro Roja) con moglie (Claudia Potenza) e figliolo (Niccolò Belloni), il cantante Maurilio “Mao” Fantini (Marco Cocci), la bassista Sabrina Cenci (Claudia Pandolfi, sempre brava) e il chitarrista Rino Falorni (Dario Kappa Cappanera). Poi s’inventa la figura chiave per interpretare il destino non solo de I Pluto ma di tutti coloro che di quel destino sono stati (e sono ancora?) portatori e responsabili: è il fan fanatico ed esclusivista, idolatra e deformatore della realtà. Si chiama Ludovico Reviglio (Corrado Fortuna), un incidente lo ha reso paraplegico e non sogna altro che di rimettere su un palco il suo gruppo rock preferito, I Pluto, che per lui sono sempre stati i più grandi di tutti. Ricco di famiglia, assecondato dalla madre consenziente (Catherine Spaak) e da un amico servizievole (Frankie Hi Nrg), Ludovico architetta un finto “ritorno” de I Pluto. Basterà per sanare il disastro di quel quartetto di sbalestrati che ancora nella crisi d’oggi mostrano disponibilità alla vita “pazza”? Qualche dubbio è legittimo, nonostante la gioia finale del bambino di Loris, al quale la finzione di Reviglio può sembrare meravigliosa verità. Suo padre suona in un concerto vero ed egli stesso sarà un batterista di successo! Ecco, non c’è da preoccuparsi?

Act of Valor

Act of Valor
Scott Waugh e Mike McCoy , 2012
Fotografia Shane Hurlbut
Effettivi della Marina Americana insieme agli attori: Roselyn Sanchez, Alex Veadov, Jason Cotle, Nestor Serrano.

Un riconoscimento al valore di uomini delle forze americane, superaddestrati, che combattono oggi nel mondo contro i nemici del loro paese. In particolare sono gli uomini Seal (Sea, Air & Land), forze speciali della Marina Usa. Le azioni che vediamo sono “interpretate” come in vere esercitazioni di guerra e ne risulta una sorta di “film d’azione verità”, realizzato senza effetti speciali, con armi e mezzi veri, secondo uno sguardo molto ravvicinato che ha costretto il direttore della fotografia a stare sul set protetto da una giacca antiproiettile. Gli stessi registi hanno potuto giovarsi della loro esperienza di ex stuntmen per apprezzare le difficoltà e i rischi dei protagonisti. Ma non solo di tecnica guerriera si tratta, Waugh e McCoy sono venuti a contatto con uomini aggressivi in battaglia e anche normali padri di famiglia, con le loro storie e con le loro vicende personali, tutti però accomunati da uno speciale senso di fratellanza, spinto fino al sacrificio della propria vita. E per i ruoli principali del film sono stati utilizzati militari veri. La squadra Seal di Act of Valor è guidata da due amici. Il tenente Rorke, il comandante, è un uomo colto, laureato, ha combattuto in Iraq. Sotto di lui opera Dave, sportivo, surfista, molto forte fisicamente. Gli altri sono il capo di seconda classe Van O, l’operatore di prima classe Ajay, il cecchino Weimy, il responsabile della comunicazione Ray, il “duro” Sonny, il ciclista di mountain bike Mikey, l’artificiere Michael, l’addestratore Duncan Smith. Non vogliono essere chiamati attori: «Abbiamo fatto – dicono – semplicemente quello che facciamo tutti i giorni». Lo sviluppo dell’azione del film è semplice e passa quasi in sottordine rispetto alla valenza documentaria ed emozionale delle riprese “dal vero”. Un agente della Cia è stato rapito dai terroristi e va liberato. I Seal sono inviati per la missione speciale. Ma le cose si complicano, non sarà un semplice “recupero” e l’azione deve spostarsi in altre zone del mondo. Gli uomini delle forse speciali dovranno fare ricorso a tutte le loro risorse tecniche e umane. Non necessario e a tratti ideologicamente rischioso il commento didascalico, quando elenca: «Onore Libertà Giustizia Famiglia», o quando ammonisce: «Il singolo ramo si può spezzare, un fascio di rami no».

Biancaneve

Mirror, Morror
Tarsem Singh, 2012
Fotografia Brandan Galvin
Julia Roberts, Lily Collins, Armie Hammer, Nathan Lane, Mare Winningham, Michael Lerner, Robert Emms, Sean Bean, Jordan Prentice, Mark Povinelli, Joe Gnoffo, Danny Woodburn, Sebastian Saraceno, Martin Klebba, Ronald Lee Clark.

C’era una volta Biancaneve disegnata a mano. Nel 1937 (in Italia nel ’38) fu il primo film d’animazione targato Walt Disney. Già allora le punte più “crudeli” della favola dei fratelli Grimm erano state tagliate o modificate – la regina non subiva la tortura mortale della danza sulle scarpe roventi, non offriva a Biancaneve la mela avvelenata bensì un pettine e una cintura e, quale prova dell’uccisione dell’odiata figliastra chiedeva al cacciatore incaricato del delitto non il fegato e i polmoni della fanciulla ma il suo cuore. Da allora il cinema non ha smesso di riprendere la tradizionale fiaba germanica, con risultati artistici per la verità mediocri e comunque non privi di svisature. Ora «è giunto il momento di cambiare il finale», avverte quest’ultima Biancaneve di Tarsem Singh (Immortals 2011), forte anche  della sua destrezza nell’uso della spada e soprattutto di un carattere molto più energico di quello delle omonime fanciulle che l’hanno preceduta. Quanto alle prestazioni nelle scene di combattimento, la soccorrono non solo gli esercizi in palestra ma le tecniche digitali che permettono di superare qualsiasi difficoltà e di tener testa perfino al Principe Alcott/Armie Hammer (Milk, The Social Network, J. Edgar) prima di abbandonarsi nelle sue braccia; e per il non facile rapporto con la Regina matrigna, le linee stesse del volto lasciano intendere che la principessina ha uno spirito tutt’altro che docile. Non riveliamo il finale, ma non sarà certo uno “zero a zero”.  Persi i mitici fondali del primo Disney dipinti con l’acquerello, tanto vale tener duro e realizzare – come dicono l’una all’altra le protagoniste – che «è importante capire quando si è stati sconfitti». Parole non tenere, con le quali la Regina/Julia Roberts prima e la principessa guerriera Biancaneve/Lily Collins (Abduction – Riprenditi la tua vita) poi si fronteggiano nei due tempi di una partita che il leggero viraggio sul colore del film non è sufficiente a rendere meno aspra. Nel finale non manca certo l’inno all’amore, ma il “vissero felici e contenti” resta come sospeso a mezz’aria. Sarà una nostra impressione, saranno quei trampoli miracolosi (elettronici) che ingigantiscono a comando la statura dei Sette Nani, buoni ma anche loro un po’ aggressivi, sarà la bellezza/bravura della Roberts, che non riesce a farci odiare fino in fondo la sua cattiveria. Saranno i tempi che sono cambiati, ma se non fosse per il rispetto del marchio Grimm, la prestanza della giovincella già pronta per tutti i provini Tv e per tutti i concorsi di nuove ragazze del mondo non l’avrebbe vinta: ci sentiremmo più attratti dal dramma della bellezza che se ne va e non lascia alla Regina il tempo di godersi il giovanotto nudo e villoso che l’affascinante matrigna s’è visto capitare a corte. Cosa volete che sia il bosco digitale con la sua bestia/drago per noi che abbiamo visto la Matrice (X) dar luogo a viaggi verticali sui muri. Un fascino che può morire è il vero dramma, è la vera novità. Pretty Woman, dove sei?

Amore liquido

Amore liquido
Marco Luca Cattaneo, 2010
Fotografia Antonio Veracini
Stefano Fregni, Sara Sartini, Pina Randi, Simonetta Solder, Martina Capannini, Pier Paolo Paganelli, Carlotta del Gratta, Matteo Menconi, Rossella Cardinale, Carlotta Bergamo, Ramona.

Parliamo del primo lungometraggio di Marco Luca Cattaneo, già bene accolto in diversi festival d’importanza internazionale, non solo per rispetto del coraggio di Distribuzione Indipendente – nuova realtà del cinema italiano volta a incentivare la crescita di spazi alternativi alle grandi multisale, distribuzione anche online on demand (ownair.it) – e non solo perché il film affronta il tema d’attualità, della pornodipendenza di molti frequentatori del web, tema di sicura rilevanza socioculturale. Siamo stati piuttosto attratti dalla dignità stilistica del lavoro di Cattaneo. Lasciamo stare la “povertà” di mezzi (15000 euro, una videocamera HD e poco altro) con cui è stato realizzato il film, estetica e budget non sono due parametri omogenei e non si garantiscono a vicenda. Amore liquido non è certo, nemmeno sul piano artistico, un punto di arrivo, ma è l’opera di un esordiente e mostra notevoli possibilità. Il racconto è riassumibile in poche parole e già questo indica una certa preferenza del piano espressivo: il quarantenne Mario (Stefano Fregni, Altro mondo 2007) vive la monotonia del suo lavoro di operatore ecologico nei turni tra la notte e l’alba, nel caldo estivo di una Bologna semideserta. Il vuoto è anche dentro di sé, il mondo affettivo di Mario è ridotto al rapporto solitario con il computer, video porno e chat. A casa, la madre malata e la badante straniera. Nei dintorni, l’edicola dei giornali, i giardini pubblici e il bar, una prostituta trans e Agatha, la barista ragazza madre (Sara Sartini, L’educazione sentimentale di Eugénie 2005). Una vita triste e compressa, con un proprio, pericoloso equilibrio. Quando Agatha lo interrompe e l’amore “liquido” dovrebbe concretizzarsi, Mario viene assalito dall’ovvia e non per questo meno drammatica crisi. Il senso del film, la sua importanza, risiede nella fisicità dell’attore, bravo a esibirla come significante, nei movimenti lenti (falsa tranquillità), nello sguardo anestetico e difensivo verso i “pericoli” di una realtà desiderata e non voluta, pericoli “normali” che la regia compone senza simbolismi, senza dettagli artificiosi ma seguendo il flusso naturale dell’azione, in sequenze il cui svolgimento sembra usuale e invece attinge la propria consumata usualità proprio nella forte probabilità del consueto, dell’informazione che ne deriva. Una “miseria” informativa superabile solo con battute – che non ci sono – adatte al dibattito, al cineforum. Ma il cineforum no! L’estetica conta spesso sulla sottrazione. Vengono in mente, non su scala verticale e non per similitudine ma per analogia, autori come Dagur Kari (Noi Albinoi), Bent Hamer (Il mondo di Horten), Aki Kaurismäki (Miracolo a Le Havre).

Piccole bugie tra amici

Les petits mouchoirs
Guillaume Canet, 2010
Fotografia Christophe Offenstein
François Cluzet, Marion Cotillard, Benoît Magimel, Gilles Lellouche, Jean Dujardin, Laurent Lafitte, Valérie Benneton, Pascale Arbillot, Joël Dupuch, Anne Marivin, Louise Monot, Hocine Mérabet, Mathieu Chedid, Maxim Nucci, Néo Broca.
Roma 2010, fc.

A dirla in poche parole, la presumibile banalità della sostanza narrativa non incoraggerebbe ad affrontare la lunga visione, 154 minuti, del terzo film (Mon idole 2002, Non dirlo a nessuno 2006) da regista dell’attore francese Guillaume Canet (L’enfer 2005, Une vie meilleure 2011). Un gruppo di amici parigini tra i 40 e i 50 partono per la solita vacanza d’estate, a Cap Ferret. Max (François Cluzet), il più ricco di loro, li ospita nella bella casa davanti al mare. Si portano dietro ciascuno i propri problemi e giorno dopo giorno le condizioni si intrecciano e si evolvono, scivolando da commedia a dramma e lasciando emergere tante “piccole bugie” che in realtà rivelano profonde crepe sentimentali e pratiche dei singoli componenti. Tra teatro e letteratura, il film scritto dallo stesso Canet rischia di restare bloccato in una struttura situazionale poco stimolante. Ma qualcosa fin dall’inizio fa pensare che forse avremo un quadro leggibile anche in funzione “storica”. Lo sguardo psicologico con cui la cinepresa racconta le giornate e i caratteri dei personaggi non è astraibile dalla stretta contemporaneità del contesto che appunto dalle prime inquadrature si definisce nettamente. Non più ragazzi ma ancora “giovani”, i protagonisti impazzano in discoteca, fanno gruppo e s’impasticcano fino allo sfinimento. Non più “bamboccioni”, hanno la loro professione e la loro famiglia già fatta o sul punto di farsi, sanno cosa sia il lavoro e sanno gestire il divertimento. Ma vedremo che non sempre tutto funziona alla perfezione. Basterà un incidente a scalfire il meccanismo. E scopriremo che i sentimenti e le idee non sono “universali” e statiche, ma si regolano sulle situazioni attuali. Qui entra la bravura degli attori, tutti al servizio di una coscienza del fare che mantiene presente l’esistenza del set mentre il film va svolgendosi  ”di ripresa in ripresa” – e ci sentiamo presenti alla lavorazione, come nella perfetta tradizione del cinema francese figlio della Nouvelle Vague. Il tempo della commedia scorre insieme alla pellicola, corpi e anime degli attori tra-scorrono l’esistenza come sapendo ch’essa è destinata a finire col film. E’ un cinema che si identifica in sé, senza pretese assolute, fedele a una delle poetiche possibili. Così non sembra lungo il giro del film, alla fine ci sembra che abbiamo appena fatto in tempo a conoscere un po’ i personaggi, i loro diversi mondi forse inconciliabili, forse non ancora nati e già irrimediabilmente vissuti. Un funerale, alla fine, paradossalmente riavvia la trottola, ma l’emozione ci resta dentro e non s’arrende al nero dei titoli.
 

Titanic 3D

Titanic 3D
James Cameron, 1997 – 2012
Fotografia Russell Carpenter
Leonardi Di Caprio, Kate Winslet, Billy Zane, Kathy Bates, Frances Fisher, Gloria Stuart, Bill Pxton, Bernard Hill, Suzy Amis, Nicolas Cascone, Victor Garber, Lewis Abernathy, Jonathan Hyde, Danny Nucci, David Warner, Eric Braeden, Charlotte Chatton.
11 Oscar 1997, tra cui film, regia, fotografia, effetti speciali.

Un secolo dall’affondamento, 15 anni dalla prima uscita, il Titanic vive ancora nel simbolo di un cinema-spettacolo grande, intenso e coinvolgente. E rivive anche nel ritorno di una tecnica capace di ricomporlo nelle Tre Dimensioni che danno corpo allo spazio-tempo dell’immaginario espandendolo verso nuove possibili traduzioni del senso. L’”inaffondabile” transatlantico britannico, il più grande e lussuoso mai visto, era salpato per il viaggio inaugurale il 10 aprile 1912 da Southampton alla volta di New York. Impattò contro un iceberg nella notte tra il 14 e il 15 e affondò dopo 2 ore e 40 minuti. Morirono 1523 persone delle 2223 (800 dell’equipaggio) che erano a bordo. Da quella “storia vera” il cinema non si è mai staccato, a partire dal film di Werner Klinger (1942) e passando per le regie di Jean Negulesco (1953), Roy Baker (1958), William Hale (1979), Antonio Chavarrías (1993), con diverse variazioni sulle vicende dei passeggeri e con un’accentuazione sul recupero del relitto, alla ricerca di un diamante rimasto al suo interno (Recuperate il Titanic, Jerry Jameson, 1980). Anche il film del canadese James Cameron – il regista di Avatar 2009 – parte dalla “caccia al tesoro”, con lo scandaglio del Titanic a 2,5 miglia di profondità nell’Atlantico. Si cerca la famosa pietra a forma di cuore, 56 carati, il Cuore dell’Oceano, già indossato – dicono – da Luigi XVI. Uno dei passeggeri, Cal Hockley, figlio di un industriale delle acciaierie di Philadelphia, lo aveva regalato alla fidanzata Rose durante il viaggio. La troupe sottomarina entra nel relitto e trova il ritratto di una giovane con quella pietra al collo. Ne nasce un documentario televisivo e la giovane, ora anziana davanti alla Tv, si riconosce in quel disegno: è lei, Rose De Witt Bukater, allora ribelle ai destini della società ricca e innamoratasi a bordo del Titanic di un giovane sbarazzino, passeggero di terza classe, disegnatore di talento in cerca di fortuna. Lottando contro sua madre (Frances Fisher), la quale vede nel matrimonio di lei l’unica soluzione all’incombente indigenza, e contro l’arrogante futuro marito Cal (Billy Zane), Rose (Kate Winslet) mostra fin dall’inizio il carattere di giovane fuori dallo “stupido cicaleccio” dei pranzi e delle feste. Nella prima scena importante a bordo del Titanic, a tavola per il pranzo con la “crema” di prima classe siede anche Bruce Ismay (Jonathan Hyde), amministratore della White Star Line, la società costruttrice del transatlantico. È stato Ismay a scegliere quel nome: «Titanic – dice – è il più grande oggetto in movimento costruito nella storia dell’uomo»; e spiega di aver voluto con quel nome dare l’idea di «grandezza pura, che significa stabilità, lusso, ma soprattutto forza». A questo punto, Rose sbotta sarcastica: «Ha mai sentito parlare del dottor Freud, signor Ismay? Le sue teorie sulle preoccupazioni del maschio riguardo alla grandezza potrebbero risultare particolarmente interessanti per lei». Rose De Witt Bukater si alza e si allontana, è già la Giulietta del Titanic, pronta a incontrare il suo Romeo del Wisconsin. Jack/Romeo Dawson (Leonardo Di Caprio) ha vinto il biglietto del viaggio giocando a poker. Va in giro per il mondo senza un dollaro in tasca e con qualche foglio bianco su cui schizzare ritratti. Tra i due giovani scocca la scintilla. Un bacio sulla prua e sembra di volare. Ma è già notte e il Titanic non rivedrà la luce. Il 3D sale prepotentemente in primo piano producendo una suspence nuova, supportata e anzi determinata dall’ultrarealismo delle aggiornate tecniche tridimensionali. Ed ecco la chiave di una nuova lettura. La speciale attrazione visiva valorizza lo “spettacolo” della catastrofe, travolgendo nell’impatto la storia sentimentale di Rose e Jack. Il tema, paradossalmente, può divenire altro. È il tema dell’affondamento e della lotta contro la sua improvvisa ineluttabilità. Vi saranno molte vittime, ma anche una possibile salvezza. Nelle ultime sequenze, sul volto di Rose ormai scampata alla tragica fine sembra di poter ritrovare quell’accenno dell’inizio a Freud. S’attenua il dolore per la perdita di Jack e resta l’energia per una “rinascita”, pur nella comprensibile nostalgia del “grande naufragio”. Grazie allo spettacolo, sì, ma fuori dall’artificio.


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1 commento

  1. Comment by www.naturalremediestested.com — 4 agosto 2013 @ 05:23

    Dieting Jokes Weight Loss Confession: Easy Exercise
    for Buttocks FatGertrude, 45 years oldI have been very
    conscious of my belly fat. Everyone who decides to lose weight are often tempted to not eat
    protein andcarbohydrates together. I believe everyone should have control over their diet, not only that,
    but what makes it profound is when one internalizes the idea and the concept.
    Maybe, you can now use your food diary is your
    water intake and exercise. One rule for weight loss
    while other comments against it.

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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart