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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

12 gennaio 2013

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Quello che so sull’amore

Playing for Keeps
Gabriele Muccino, 2011
Fotografia Peter Menzies Jr.
Gerard Butler, Jessica Biel, Dennis Quaid, Uma Thurman, Catherine Zeta-Jones, Judy Greer, James Tupper, Noah Lomax, Abella Wyss, GRant Goodman, Grant Collins, Aidan Potter, Marlene Lerner, Iqbal Theba.

Sarà da fidarsi? La tentazione di identificare il film con la personalità del regista è forte, ma non si deve fare. Quindi parliamo dell’”immaturità” del protagonista. George Dryer (Gerard Butler –  non confondetelo con Silvio Muccino, fratello minore di Gabriele, somiglia molto ma non è), ex star del calcio scozzese, si ritrova solo come un bambino sperduto. Le folle degli stadi impazzivano per i suoi gol, ma ora che le scarpe sono appese al chiodo è difficile per lui trovare la strada giusta per entrare nella vita dei comuni mortali. Alcuni tentativi d’impresa non sono andati bene e l’ex moglie Stacie (Jessica Biel) sta per risposarsi con un altro uomo. Gli resta Lewis, il figliolo di 9 anni, appassionato di pallone come tanti altri bambini. Pulcino bagnato, George comunque ci prova, diviene l’allenatore della squadra di Lewis con grande successo sul piccolo e sui genitori dei compagnetti, specie le signore vogliose di riscatto “affettivo” (Uma Thurman, Catherine Zeta-Jones e Judy Greer formano un bouquet niente male). George riuscirà a dimostrare di saper finalmente crescere e diventare adulto? Non sarà facile, per lui, per Lewis e neanche per Stacie, la mogliettina che non ha mai smesso di amarlo. Ma, in sintesi, quando c’è la sincerità dei buoni sentimenti, tutto si può aggiustare. Il tema di fondo di Muccino è tuttora La ricerca della felicità (2007). Le sue storie semplificate fino al limite massimo del fumetto dichiarato (altra cosa è la commedia) hanno la doppia faccia del linguaggio “ingenuo” e della ricerca “realistica”: ci presentano un mondo di cui sappiamo già tutto per via di  espressioni e parole null’altro che prevedibili, ma ci chiedono anche di fare uno sforzo di immedesimazione per cercare di vivere “veramente” situazioni che, invece, sono in una palla di vetro con la neve che fiocca. Il pericolo per noi è che rischiamo di credere a quella sincerità fittizia, la quale si proietta – lo vediamo nel film – prima ancora che sulla dimensione interiore dei personaggi sul giocattolo stesso che incanta milioni di spettatori (italiani): il gioco del calcio, ormai vicino a ridursi a irrealtà televisiva. Muccino riesce anche a retrocedere il peso del tema massmediologico rispetto all’importanza del “vero amore”. George potrebbe piacere come cronista sportivo in Tv e potrebbe finalmente trovare una sistemazione, ma che volete che sia? Vale molto di più l’amore per la sua famiglia, Lewis e Stacie aspettano che il buon destino si compia. Sarà da fidarsi?

La scoperta dell’alba

La scoperta dell’alba
Susanna Nicchiarelli, 2012
Fotografia Gherardo Gossi
Margherita Buy, Susanna Nicchiarelli, Sergio Rubini, Lino Guanciale, Sara Fabiano, Anita Cappucci Scudery, Gabriele Spinelli, Renato Carpentieri, Lina Sastri.
Roma 2012, Prospettive Italia.

Com’erano belli i telefoni di una volta… Nel film di Susanna Nicchiarelli (Cosmonauta, miglior film a Venezia 2009 nella sezione Controcampo italiano), tratto dal libro di Walter Veltroni (Rizzoli), l’oggetto “vintage” è addirittura miracoloso. Caterina Astengo (Margherita Buy), figlia del Prof. Lucio Astengo e  ricercatrice universitaria, era dodicenne quando nel 1981 i brigatisti uccisero a Roma Mario Tessandori, amico del padre e docente anch’egli. Caterina e la sorella più piccola, Barbara (Nicchiarelli), si sono poi portate dentro una specie di mistero, dovuto al fatto che il genitore, dopo aver raccolto l’ultimo respiro del collega proprio nel cortile dell’Università, scomparve nel nulla senza lasciare traccia di sé. Ora improvvisamente, dal telefono della casa al mare che le due giovani stanno vendendo e sgomberando, da quel vecchio telefono con la rotellina dei numeri ecco arrivare la voce della Caterina di allora. La sente lei stessa, quando con un atto istintivo alza la cornetta e compone il numero della vecchia casa romana. Erano gli “anni di piombo”, anni di confusione drammatica in cui vicende politiche e personali potevano confondersi lasciando negli animi segni di storie a volte inconfessabili. Seguendo la propria traccia interiore, Caterina non resta insensibile al turbamento e cerca di scoprire cosa si nasconda sotto quel “miracolo” del telefono. Il film si disarticola così in un progressivo interscambio di tempi e di situazioni, da una parte seguendo il paradosso allucinatorio che attanaglia la memoria e l’immaginazione di Caterina e, dall’altra, trasformando man mano il piano “fantastico” nel minuzioso disvelamento di una realtà che si dimostra sempre più verosimile, fino al finale amaro e poco consolatorio. Con delicatezza e tratto sottile, la regista gestisce la “fusione del tempo” rispettando per quanto può le leggi interne del cinema, sfiorando anche a tratti la poesia di sentimenti profondi, non facili da tradurre in sequenze. Ma l’ostacolo che si ripresenta ogni volta quando al cinema viene richiesta l’”onnipotenza” della rappresentazione fantastica senza mediazioni a fronte della scena “reale”, si frappone anche qui, insormontabile. Purtroppo, la prestazione della Buy, benché migliore che in altre occasioni recenti, non si avvale della necessaria dinamica, lasciando senza catarsi il drammatico thriller storico/familiare. Ancor meno convince la presenza di Sergio Rubini, chiamato a una troppo scoperta funzione di alleggerimento, nel ruolo del fidanzato “buffo” della protagonista. Rimane la sensazione che Susanna Nicchiarelli abbia comunque fatto un altro passo nella sua ricerca espressiva, confermando una non comune sensibilità estetica.

Cloud Atlas – Tutto è connesso

Cloud Atlas
Andy Wachowski, Lana Wachowski, Tom Tykwer, 2011
Fotografia John Toll, Frank Griebe
Tom Hanks, Halle Berry, Jim Broadbent, Hugo Weaving, Jim Sturgess, Doona Bae, Ben Whishaw, James D’Arcy, Keith David, David Gyasi, Susan Sarandon, Hugh Grant, Götz Otto, Alistar Petrie, Martin Docherty, Korbyn Hawk Hanan, Mya-Lecia Naylor, Brody Nicholas Lee, Raevan Lee Hanan, Louis Dempsey.

L’incubo di Matrix, nato e fomali(ni)zzato sul finire del secolo scorso, non è ancora finito. I fratelli Wachowski (nel frattempo Larry è divenuto Lana), con l’intervento di un terzo – il tedesco Tom Tykwer (Lola corre 1998, The International 2008) –  si arrovellano ancora attorno a quesiti di fondo, oscillando tra le massime di antica saggezza della nonna che filava e i futuribili paesaggi tecnometallici, ormai spogliati del soprabito lungo e nero. Afflitto da un gigantismo narrativo devoto all’accumulo di storie in collegamento extratemporale – dall’Ottocento agli anni ’70 del Novecento, fino all’oggi e al dopodomani quando si ricomincerà da un ritorno al “primitivo” – il film ricorre a un degnissimo obbiettivismo mistificatorio di stampo “Vorrei-ma-non-posso Art” per intrappolare scene spettacolari in una ragnatela filosofica riemergente a intervalli regolari durante i 172 minuti della proiezione (100 milioni di dollari il budget). Il cast è di prim’ordine ed è anche la dimostrazione di come il divismo non basti a trasformare le figure in personaggi. Qui le maschere veicolano piuttosto mediocri riflessioni tendenti alla risoluzione universaleggiante di questioni che hanno segnato la storia della filosofia: «Da grembo a tomba siamo legati ad altro», «La conoscenza è uno specchio», «La nostra vita non è nostra», «Passiamo e ripassiamo sulle nostre vecchie orme». Una re-imbastitura a suo modo anche divertente (nel vortice delle immagini non c’è vuoto se non di pensiero) e anche utile, al dunque, per capire come sia impossibile veder luce fuori da una dimensione teoretica. Ci si perdoni, ma non siamo stati noi a scegliere il piano filosofico del discorso.  Possiamo anche lasciarlo e privilegiare la chiave di lettura spettacolare, ma non per questo saranno minori le difficoltà di coerenza e realismo interno (il solo valido se non si voglia restare intrappolati nell’equivoco dell’obbiettività dell’obbiettivo), dato che gli autori pre-tendono qui una coesione spazio-tempo ideale, invitandoci a un’impossibile fruizione contemporanea di storie di diverse epoche e legate veramente soltanto dal richiamo letterario/didascalico della voce-guida fuori campo. Le vicende che ci vengono proposte, legate da un filo analogico non proprio chiarissimo, non possono evitare il peso di un’esemplarità che, per la (paradossale, per via del costo in dollari) ristrettezza dello svolgimento, si mostra comunque insufficiente a coprire il tondo della totalità conseguente. Ciascun attore è impiegato in più ruoli, in un vortice di connessioni “creative” a paragone del quale il messicano Alejandro Iñárritu (Babel 2006) fa la figura dell’ingenuo. Non sembri provocatorio l’elenco: Jim Sturgess è Adam Ewing/ospite d’albergo povero/papà di Megan/Highlander/Hae-Joo Chang/Adam, cognato di Zachry; Ben Whishaw è Cabin Boy/Robert Frobisher/impiegato al negozio di dischi/Georgette/uomo della tribù; Jim Broadbent è Capitano Molyneux/Vyvyan Ayrs/Timothy Cavendish/musicista coreano/preveggente; Halle Berry è Nativa/Jocast Ayrs/Luisa Rey/ospite festa indiana/Ovid/Meronym; Hugo Weaving è Haskell Moore/Tadeusz Kesselring/Bill Smoke/Infermiera Noakes/Boardman Mephi/Vecchio Georgie. Perché continuare? il risultato è che: noi non siamo noi, anche se tutto si tiene la verità è singolare e il futuro dell’umanità, creata da Dio, è nel libero arbitrio. Insomma: «Onora il tuo consumatore». E smaschera le maschere se puoi, visto che ripeti in continuazione: «Io non sarò mai soggetto a trattamenti criminosi». Si aggirano per la scena automi anelanti alla presa di coscienza  (somigliano a coreani, chissà perché), musicisti invaghiti della loro Ispirazione, nativi vicini al Creatore, omosessuali in procinto di sdrammatizzarsi, pirati disposti a omaggiate il valore della razza nera, e Tom Hanks (se guardate bene lo riconoscete) che ci mostra la fine che possiamo fare se non stiamo attenti. Attenti, allora.

A Royal Weekend

A Royal Weekend
Roger Michell, 2012
Fotografia Lol Crawley
Bill Murray, Laura Linney, Samuel West, Olivia Colman, Elizabeth Marvel, Olivia Williams, Elizabeth Wilson, Martin McDougall, Andrew Havill, Eleanor Bron, Nancy Baldwin.

«Vendendo i biglietti per questa cena avremmo fatto soldi a palate», sussurra Roosevelt alla moglie Eleanor. La cena è ad Hyde Park sull’Hudson, è il giugno del 1939, il Presidente degli Stati Uniti, Franklin Delano Roosevelt, ospita nella propria residenza il Re e la Regina d’Inghilterra. I due regnanti non sono mai stati negli Usa e l’incontro è storico, la Gran Bretagna vuole chiedere a Roosevelt l’appoggio americano in vista della guerra contro la Germania nazista. Franklin (Bill Murray) non è così frivolo come può sembrare da quella frase sui soldi, ma la battuta segna comunque una differenza vistosa non solo tra due personaggi bensì diremmo tra due mondi. Giorgio VI (Samuel West), il “Bertie” balbuziente già interpretato da Colin Firth nel film di Tom Hooper (Il discorso del Re, 2011), porta oltreoceano con Elizabeth (Olivia Colman) il peso di una storia imperiale che ora dovrà confrontarsi con la terribile arroganza hitleriana, ma è anche a suo modo una persona semplice e resta colpito dall’affabile “sincerità” con cui si sente trattato dal capo della potenza statunitense. E Franklin, pur sofferente per la polio che lo ha reso invalido nelle gambe, non trascura l’attrazione per l’altro sesso – in particolare per Daisy (Laura Linney), la cugina di quinto grado, “vicina di casa”, che sa dargli l’intimo affetto pur restando dietro le quinte – né si nega momenti quasi giovanili di libertà “spensierata”, ma sa far valere con il Re d’Inghilterra l’autorevolezza dell’uomo di maggiore esperienza, trasmettendo fiducia e quasi allegria al “timido” discendente dei Windsor. Basterebbe la scena del colloquio dei due nello studio di Roosevelt per segnare il valore anche artistico del film del sudafricano Roger Michell (Notting Hill 1999, The Mother 2003, L’amore fatale 2004, Il buongiorno del mattino2010), attento a misurare con delicatezza l’intreccio dei rapporti tra vita “ufficiale” e consistenza umana dei personaggi. Due famiglie si confrontano nella forma “ospitale” di un weekend memorabile. Attraverso le figure, tracciate con delicata precisione, non soltanto del Presidente americano e di sua moglie (Olivia Williams) ma della madre Sara (Elizabeth Wilson) e della segretaria Missy (Elizabeth Marvel), il personaggio di Roosevelt rivela la sua qualità umana e, insieme, disvela certi tratti del Paese che rappresenta. Nel picnic che fa seguito alla cena, Bertie impara a gustare un magnifico hot-dog “Frankfurter” mentre poco più in là un gruppo di indiani d’America omaggia i presenti con canti e balli rituali. Pubblico e privato si fondono in un momento epico che Michell ha saputo trattare (la sceneggiatura è di Richard Nelson) con opportuna “leggerezza”, significativa e divertente, giocando con lo stile un discorso non poco sostanzioso. Il tutto è raccontato dal personaggio “dietro le quinte”, proprio quella Daisy Suckley la cui presenza discreta dà garanzia sentimentale alla Storia.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart