Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
I miei libriRivista d'arte Parliamone

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui
Download VIVERE CON L'ACUFENE.

CINEMA: I film visti da Franco Pecori

28 giugno 2014

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Instructions Not Included

No se Aceptan Devoluciones
Regia Eugenio Derbez, 2013
Sceneggiatura Guillermo Ríos, Leticia López Margalli
Fotografia Martín Boege, Andrés León Becker
Attori Eugenio Derbez, Loreto Peralta, Jessica Lindsay, Arcelia Ramirez, Alessandra Rosaldo, MonicaLozano.

Attore versatile, giusto per la commedia e anche per il genere drammatico, il messicano Eugenio Derbez esordisce da regista ottenendo un notevole successo in America con un film giocato molto sulla simpatia del protagonista. Play boy senza malizia, Valentin (Eugenio Derbez) se la diverte liberamente. Quando all’improvviso bussa alla sua porta Julie (Jessica Lindsay), una giovane donna con una bambina di un anno in braccio, egli l’accoglie con un sorriso, non pensando minimamente alle conseguenze di quella benevolenza. Julie finge di correre un momento a pagare il taxi e invece gli molla la creatura e sparisce. Il “pacco” non contiene istruzioni. Ma Valentin è un ragazzo versatile e non si spaventa di fronte alle novità. Si ricorda vagamente che quella madre un po’ pazzerella dev’essere stata una sua fidanzata e si adatta rapidamente al ruolo di padre. Maggie (Loreto Peralta) crescerà in fretta e gli farà molta compagnia. A Valentin, in fondo, non dispiace farsi “bambino”, riempie la casa di giochi e pupazzi a grandezza naturale, assecondando le fantasie della bambina. Maggie cresce in armonia, convinta che la mamma la segua da lontano e legge tutte le lettere che ne descrivono la vita, lettere che in realtà si cura di scrivere Valentin stesso affinché sua figlia non soffra per la mancanza di Julie. Chi avrebbe mai detto che un giorno Valentin si sarebbe piegato a un lavoro qualsiasi per assicurare alla figlia un’infanzia senza problemi? Accade, sì. E addirittura il nostro eroe dovrà ricordarsi della lezione di coraggio che suo padre gl’impartì quand’egli era bambino, costringendolo a tuffarsi in mare da un’alta roccia. Ora farà lo stuntman nel cinema accettando i pericoli che gli attori non sono vogliono affrontare. Maggie, ormai cresciutella, si diverte a seguire il padre sul set. Sembra proprio che la vita sia un gioco. Peccato che, di nuovo all’improvviso, riappaia Julie. La favola sembra svanire, la made rivuole la figlia, si dovrà andare in tribunale. La regia di Derbez ha il merito di non abbandonare il tono giocoso del racconto. Anche nei momenti che rischiano di condurre lo spettatore verso il dibattito sul tema “affidamento”, le scene si mantengono “leggere”, senza mai cedere all’ovvietà della tesi. Derbez parla del suo film citando La vita è bella di Roberto Benigni e Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore, due film in cui i bambini, il loro cuore, la loro fantasia, non sono semplicemente utilizzati ma prospettano un mondo-fiaba da riconsiderare.

Quel che sapeva Maisie

What Maisie Knew
Regia Scott McGehee, David Siegel, 2012
Sceneggiatura Nancy Doyne, Carroll Cartwright
Attori Julianne Moore, Steve Coogan, Alexander Skarsgård, Onata Aprile, Joanna Vanderham.

Testa sgombra dal genere “film da dibattito” sarà il modo migliore per fruire di un’opera come questa, girata in tandem dal californiano Scott McGehee e dal newyorkese David Siegel, già in parte apprezzati per I segreti del lago (2001) eParole d’amore (2005). I motivi dell’avvertenza sono almeno due. Il tema delle sofferenze dei figli, specie se piccoli, in situazioni come la separazione dei genitori non costituirebbe di per sé una condizione di chissà quali sconvolgimenti emozionali nello spettatore; e comunque, la base di partenza del contenuto, letteraria, propone il riferimento a un autore sufficientemente “determinato” nella sua epoca (Henry James, 1843-1916), da non mettere in dubbio una chiave di lettura come quella, ormai del tutto consolidata anche dall’usualità, per cui in certi casi “a rimetterci sono purtroppo sempre i figli, signora mia”. L’interesse del film, invece, sta – guarda un po’ – nel film stesso. E qui entra in gioco, soprattutto, la maturità stilistica, francamente un po’ sorprendente, raggiunta dai due registi dopo le prime prove. Secondo punto, la composizione del cast, non certo da sottovalutare. La causa di divorzio riguarda due genitori come Susanna e Beale, una cantante rock piuttosto attempata ma ancora in piena forma e trasognante nei suoi “tour” in pullman attrezzato (ah Woodstock, non finisce mai!) e un mercante d’arte tutto preso dall’insipienza estetica della “vendita” e dal richiamo affaristico che lo chiama in giro per il mondo: Julianne Moore e Steve Coogan. Beale è preda dell’ovvietà e finisce per sposare Margo, la giovane tata (Joanna Vanderham) di Maisie, piccola vittima predestinata nel giro di giostra socio-psico-antropologica progressivamente configurantesi. Susanna reagisce con un’adeguata dimostrazione di “carattere” (di cui non importerebbe nulla ad alcuno se non fosse per la presenza/destino della bambina), accoppiandosi con il barista Lincoln (Alexander Skarsgård), un ragazzone buono, più giovane di lei e anche di Beale. Fin qui saremmo nella “stupidità” del risaputo. E però ci sono gli interpreti, perfetti nella loro parte, consci e insieme spontanei, a mantenere vivo il set, a mettere a rischio – come dire – la propria esistenza di attori/persone. Così, il film si “vien facendo”, la situazione va maturandosi di inquadratura in inquadratura, in un equilibrio che ha del miracoloso, tra visione oggettiva e quasi-documentaria e sguardo soggettivo della regia che tende – attenzione: senza mai darlo a vedere – a privilegiare il punto di vista della bambina. Ecco: Onata Aprile è una Maisie davvero inimmaginabile sul piano dell’ovvietà realistica e davvero determinante nella costruzione “spontanea” del senso. E’ una sorta di duttilità per nulla fastidiosa perché nasce e si mantiene sviluppandosi in una prospettiva di verosimiglianza interna, non referenziale. La regia fa in modo che i tagli e le giunture delle sequenze siano frutto – come dire – della propria radice, ne con-segue che lo spettatore può seguire lo sviluppo della vicenda non tanto con gli occhi stessi di Maisie bensì in compagnia della bambina, letteralmente vivendo con lei. La coscienza di Maisie e la coscienza del film/cinema coincidono. La bravura della piccola attrice è strabiliante. E dopo il finale non certo sorprendente, ogni dibattito sul tema sarà riduttivo.

 

 


Letto 1029 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart