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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

27 settembre 2014

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

 

Party Girl

Party Girl
Regia Marie Amachoukeli, Claire Burger, Samuel Theis, 2014
Sceneggiatura Marie Amachoukeli, Claire Burger, Samuel Theis
Fotografia Julien Poupard
Attori Angélique Litzenburger, Joseph Bour, Mario Theis, Samuel Theis, Séverine Litzenburger, Cynthia Litzenburger, Chantal Dechuet, Alyssia Litzenburger, Nathanaël Litzenburger, Meresia Litzenburger, Sébastien Roussel, Vincenza Vespa.
Premi Cannes 2014, Un certain regard: Caméra d’Or.

Tre amici provenienti dal corto e medio metraggio debuttano nel lungo con una storia letteralmente presa dalla vita. Angélique Litzenburger, brava protagonista, recita la parte di se stessa e ci invita a passare con lei il momento di svolta che si è trovata a risolvere quando, per l’età ormai matura (60 anni) e per la mancanza di clienti, ha dovuto salutare le compagne di lavoro nel cabaret alla periferia di Strasburgo. Donna dal carattere forte, capace di conservare in sé slanci appassionati e gusto del vivere, Angélique riceve proprio ora la proposta di matrimonio di uno dei frequentatori del locale. Michel (Joseph Bour), più che un cliente è divenuto un amico e la donna non è nemmeno tanto meravigliata delle sue intenzioni, tuttavia il proprio carattere generoso ed esuberante la consiglia di prendersi un momento di riflessione. La proposta è comunque l’occasione per riavvicinare a sé i figli e ritrovare la dimensione famigliare che negli anni si era andata disperdendo. Tutti sembrano contenti dell’opportunità offertasi ad Agélique e lei stessa finisce per convincersi di accettare la proposta di Michel. La bravura dei registi sta nel mantenere, raccontando “da vicino” (molta camera a mano e una buona dose di improvvisazione) la quotidianità dei personaggi e soprattutto della protagonista, lo spessore ambiguo (non è una parolaccia) del loro vissuto. Efficace in tal senso l’uso del montaggio, con tagli spesso ellittici che bloccano il flusso dell’azione e rinviano ad una discrezione contenutistica implicita. Forse un po’ troppo estesa la parte della preparazione alla cerimonia del matrimonio, quando la regia sembra lasciarsi prendere da un gusto piuttosto documentario, ma bello il finale “esistenzialista”, che recupera senza didascalie la ragione interna della passione unica di Angélique, il suo amore per la vita libera.

Posh

Posh
Regia Lone Scherfig, 2014
Sceneggiatura Laura Wade
Fotografia Sebastian Blenkov
Attori Max Irons, Sam Clafin, Douglas Booth, Holliday Grainger, Freddie Fox, Natalie Dormer, Jessica Brown Findlay, Sam Reid, Ben Schnetzer, Tom Hollander, Anastasia Hille, Olly Alexander, Jack Farthing, Matthew Beard, Josh O’Connor, Gino Picciano, Mike Facherty, Rachel Redford, Aki Omoshaybi, Teresa Churcher.

Dopo aver praticato a lungo un cinema in bilico tra lo storico metodo “dogmatico” di Lars Von Trier e una discreta umanizzazione della lezione neorealistica, la danese Lone Scherfig (Italiano per principianti 2000, An Education 2009, One Day 2011) si esercita a tradurre per lo schermo il lavoro teatrale di Laura Wade, qui autrice della sceneggiatura. Nelle università inglesi di Oxford e Cambridge persiste la tradizione di club esclusivi, circoli formati dagli studenti provenienti dagli strati più alti della società. Ciascuno di questi club vive di regole molto rigide, tendenti alla conservazione anche ideale dei privilegi relativi alla provenienza dei membri. In pratica, possono formarsi delle vere e proprie entità autonome, le quali obbediscono a logiche anche estreme, oscillanti tra formalismo arrogante e disprezzo per la realtà “esterna” – caratteristiche possibili, sostanzialmente, grazie alla solidità economica delle famiglie. E’ una specie di nobile cameratismo che si nutre, nei momenti rituali, dell’energia sfrenata ma “controllata” dei giovani rampolli dell’Inghilterra di oggi, alla stessa maniera di quanto accadeva già nel 1776, anno in cui, a Oxford, fu fondato lo storico Riot Club. Una breve e opportuna premessa “documentaria” ci viene fornita dalle scene d’epoca dell’inizio, mentre passano i titoli d’apertura. Poi si svolgono lunghe sequenze di configurazione dell’ambiente e dei personaggi attuali. Protagonisti sono i dieci giovani che vanno a comporre il club, assistiamo al tratteggio insistito e vagamente compiaciuto delle situazioni, entriamo nella vita del Riot, impariamo le regole e i condizionamenti che porteranno alla celebrazione della prima cena semestrale, come vuole la tradizione. Secondo osservanza, il locale che il gruppo ha scelto e riservato, verrà letteralmente distrutto dallo sfogo conclusivo dei commensali, i quali celebreranno con tale atto “liberatorio”, la propria scostumata supremazia sociale. Il termine “posh” (elegante, lussuoso, raffinato, aristocratico),  sta per Port Out Starboard Home, espressione che indicava il settore più adatto ai passeggeri di riguardo delle navi britanniche durante gli antichi viaggi verso l’India. Il rito si compie, i giovani si ubriacano e si sfrenano nella demolizione, senonché un elemento estraneo si oppone all’esito prestabilito della serata. Punti di tensione dialettica, con accenni al disprezzo politico per l’”invidia” da cui sarebbero mosse le istanze laburiste e via dicendo, entrano nel gioco perverso della serata, dove non è nemmeno estranea la componente differenziale non solo dei caratteri ma delle diversità, per quanto sfumate, di provenienza sociale tra i membri del circolo. Il proprietario del ristorante non ci sta a sentirsi umiliato fino in fondo dall’arroganza dei ricchi e viziati festaioli, non gli basta l’indennizzo in moneta che gli viene offerto e tenta una protesta interrompendo il vandalismo del gruppo. Il finale si fa violento e i ragazzi del Riot rischiano di vedere compromessa la propria reputazione, dovranno pagare il prezzo di un compromesso morale. Intanto, per il complicarsi della vicenda, è andato in malora il sentimento che era nato tra Alistair (Sam Claflin) e Lauren (Holliday Grainger), la giovane  conosciuta al primo contatto con il college, prima che il ragazzo fosse cooptato nel club. Importante il rifiuto di Lauren (brava l’attrice) ad accettare il comportamento non lineare di Alistair nei suoi confronti. E’ il momento di giudizio meno implicito, affidato a un ruolo femminile, verso la grave problematicità del perdurare di un sistema sociale così implicativo di forzosi esclusivismi. E’ anche, dal punto di vista della costruzione spettacolare, la chiave di accentuazione possibilista per una lettura non dirompente e più legata alle consuetudini diegetiche ricollaudabili attraverso gli schermi televisivi. Il prezzo morale che Alistair deve pagare viene bilanciato sul versante sentimentale e il peso, in un certo senso, si scarica sul cuore della ragazza, che – come si sa – è più forte e capace di resistere alle attrazioni di una società malata di pervasivo opportunismo. Nel complesso, il film della Scherfig, ben sostenuto a livello divistico da star attuali come il Sam Claflin di Hunger Games – La ragazza di fuoco, o come Max Irons (The Host) e Douglas Booth (Romeo e Giulietta), mostra forse un limite di sostanza. C’è da domandarsi fino a che punto il problema dei club universitari di Oxford meriti una tale attenzione, nel quadro più generale dell’evoluzione dei costumi e delle culture, del processo travolgente quale può presentarsi oggi all’occhio di una cinepresa critica e consapevole della futuribile importanza dei comportamenti e delle scelte anche artistiche.

Lucy

Lucy
Regia Luc Besson, 2014
Sceneggiatura Luc Besson
Fotografia Thierry Arbogast
Attori Scarlett Johansson, Morgan Freeman, Choi Min-sik, Amr Waked, Analeigh Tipton, Pilou Asbaek, Claire Tran, Yvonne Gradelet, Cédric Chevalme.

Ci vorrebbe un amico, deve aver pensato Luc Besson mentre gli veniva la voglia di realizzare quest’ultimo thriller d’azione che parte dall’immagine trasognata della scimmia femmina le cui ossa furono ritrovate nel 1974 in Etiopia.  Battezzata Lucy pensando ai Beatles (Lucy in the Sky with Diamonds),l’Australopithecus afarensis vissuta oltre 3 milioni di anni fa spinge l’immaginazione del regista a cercare il fantastico punto di contatto con il possibile esito ultimo dell’evoluzione umana. E si va verso la fantasia. Besson viaggia dalla paleontologia alla neurologia e chiede aiuto al suo amico Yves Agid, cofondatore a Parigi dell’Istituto del cervello e del midollo spinale. Nel corpo umano miliardi di cellule comunicano tra loro, ognuna invia mille segnali al secondo, nel cervello sono presenti 86 miliardi di neuroni e solo una piccola percentuale ne viene utilizzata. E’ fantascientifica la domanda sulle conseguenze di un uso quantitativamente molto più rilevante, che arrivi al 50, al 70 o perfino al 100% delle potenzialità umane? E sarebbe ancora un essere “umano” quello che, utilizzando tutta la propria potenza, fosse magari in grado di modificare sostanzialmente la materia, il tempo, i rapporti con il resto del mondo? Sulla base di considerazioni scientifiche, il film costruisce un’azione di quelle che solitamente si definiscono “mozzafiato”, affidandosi a due elementi principali: la bravura di Scarlett Johansson e l’efficacia degli effetti speciali. La trama è semplice, lo spettacolo è attraente. Non è certo la prima volta che Besson sceglie con successo l’attrice per il ruolo principale dei propri film d’azione, caratterizzati dalle qualità spiccatamente “eroiche” della protagonista . E’ successo con Anne Parillaud per Nikita (1990), con Natalie Portman per Léon (1995), con Milla Jovovich per Il quinto elemento (1997). Scarlett Johansson propone qui inizialmente la figura di una giovane donna del tutto “normale”. E’ una studentessa e vive a Taiwan. Un bel giorno, il suo ragazzo, del quale Lucy – lo stesso nome del primate più famoso della Storia – non sospetta nascoste malvagità, la spinge a consegnare una valigetta ad alcuni “affaristi” che operano agli ordini del terribile Mr. Jang (Choi Min-sik). Prigioniera della banda, la ragazza viene trasformata in “contenitore” per il trasporto di una nuova droga dal potere eccezionale. Un pacchetto le viene inserito chirurgicamente nel ventre. La vita di Lucy è in grave pericolo, gli elettroni del suo cervello potranno espandere in maniera progressivamente smisurata il loro impatto vitale. La giovane si rende conto di quel che le sta per capitare e cerca l’aiuto del professor Norman (Morgan Freeman), l’unico scienziato in grado di intuire le probabili conseguenze della vicenda. Quando il cervello di Lucy si mette in azione secondo le nuove incredibili potenzialità entrano in ballo gli effetti, la materia si trasforma, il corpo stesso della ragazza subisce un’impensabile evoluzione, il mondo intero rischia di poter essere trasformato. Ma è a questo punto che anche l’equilibrio espressivo del film rischia di restare disintegrato, vittima della predominanza degli effetti sulla drammaticità del contenuto. Suggestivo comunque il “contatto” finale delle due Lucy (la miocenica e l’attuale), con le due dita che citano il Giudizio Universale michelangiolesco. Forse una soluzione un po’ fuori misura rispetto al genere cinematografico scelto dall’autore.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart