Libri, leggende, informazioni sulla cittĂ  di LuccaBenvenutoWelcome
 
I miei libriRivista d'arte Parliamone

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui
Download VIVERE CON L'ACUFENE.

CINEMA: I MAESTRI: Blow-up. Il Mondo gira in folle

5 marzo 2015

di Guido Piovene
[da “La fiera letteraria”, numero 41, giovedì, 12 ottobre 1967]

Prima di vederlo ero incerto se fosse il caso di tornare in questa rubrica su Blow-up di Michelangelo Anto­nioni, probabilmente il film di cui la critica ha parlato di più da quando è uscito l’anno scorso. Difficile dire qual­cosa che non sia già stato detto e ri­cetto. Ero impaziente di portarmi su qualche film, anche di poco conto, ma­gari di cassetta, di quelli che suggeri­scono spesso notevoli indicazioni e che la critica trascura. Ma Blow-up è tra i film di cui, dopo averli veduti, si ha voglia di parlare.

Il numero delle critiche uscite su Blow-up mi permette però di non rac­contarne la trama, accontentandomi di farvi riferimento. Per esempio: la chiave del film è nel dato iniziale; il protagonista è un fotografo. E’ l’unico protagonista, perchĂ© gli altri personaggi per quanto siano indispen­sabili, per quanto prendano rilievo, ap­paiono sussidiari, figure o illustrazio­ni dell’esperienza del fotografo-osserva­tore. Il filo dell’azione passa tutto per lui. Lo vediamo, all’inizio, fotografa­re nel suo studio: donne, anelanti, sup­plicanti di essere fotografate; anelan­ti, si potrebbe dire, di essere segnala­te al mondo grazie alla diffusione del­la loro immagine con la firma e coi trucchi di un fotografo celebre. Ma vi è giĂ  in queste scene qualcosa che porta piĂą in lĂ  del tema, sociolo­gico, e giĂ  sfruttato in libri e in film, delle ragazze smaniose di pubblicitĂ  nella corsa al successo. Si comporta­no da esaltate, ma in maniera passi­va, come attrici di sĂ© medesime, co­me se giĂ  fossero immagini la cui vi­ta apparente si svolge tutta su uno schermo, senza prima nĂ© dopo. Si può anche pensare ai racconti di fanta­scienza, in cui si vedono figure, che sembrano vere, e invece sono proie­zioni dall’etere di persone e di fatti avvenuti secoli fa; si muovono, si agi­tano, e non sono reali.

Direi che l’aspirazione reale delle donne anelanti a essere fotografate è di trasformarsi in immagini, il diven­tare solo immagini, il non essere al­tro, senza lasciare niente alle loro spalle; anzi, di trovare così la loro ve­rità; e questo fa parte di una spinta generale del mondo di Blow-up, il mondo esploso, nel quale i drammi avvengono come in una materia flui­da e anonima, senza che nessuno ne abbia coscienza.

Il protagonista del film esce con la sua macchina fotografica dallo stu­dio, va per le strade, entra in un par­co. Che cosa fa? Quello che ha fatto nello studio: fotografa. Che cosa foto­grafa? Tutto. Le persone dette anima­te, le cose dette inanimate. Obbedi­sce anche lui alla legge: guarda il mondo soltanto in quanto può essere fotografato, e lo vede soltanto nelle fotografie che l’apparecchio ne ricava. Non è una confusione tra il mondo che usavamo chiamare vero e quello delle immagini prive di realtà indi- pendente, riflesse in uno specchio o fermate nella celluloide; è qualcosa di più; è una sostituzione. Il mondo degli oggetti viene sostituito da quel­lo delle immagini; è una fuga di im­magini o, per essere più fedeli all’idea di esplosione, è una ventata d’imma­gini, oltre alle quali non c’è nulla né da una parte né dall’altra. L’ogget­to non esiste più. Esiste una pulsa­zione di immagini; l’oggetto che do­vrebbero rappresentare si è dissolto, ò non c’è stato mai. Immagini senza oggetto, sono anche prive di soggetto; quegli esseri che le guardano, sono teatro e combinazioni d’immagini; fuo­ri delle immagini nulla. Un uomo è nelle immagini che lo attraversano, interamente incluso nell’esperienza che si svolge nel suo cervello; in es­sa e con essa comincia, in essa e con essa finisce. E’, in senso stretto, un film, e ne ha lo spessore. Si è dissi­pato il soggetto che pensa, e l’ogget­to si è dileguato. Immagini e imma­gini in fuga, la vita delle immagini, e nemmeno più delle cose. Il vedere per fotografare, e la fotografia che prende il posto della cosa, sono i sim­boli di quel mondo; il fotografo è il simbolo dell’uomo-immagine, uno sguardo senza soggetto.

Non siamo più all’idea del mondo sommerso e divorato dalle cose, rap­presentata da opere d’arte recenti, e da Antonioni stesso in un altro suo film. Nemmeno la cosa c’è più. Il mon­do si è vaporizzato. Il protagonista si perde dentro la selva delle imma­gini. E tutti, intorno a lui, dappertutto dove entra, si comportano come figu­re riflesse che sciamano, senza nessun puntello, né oggettivo né soggettivo. Tutto è messo in dubbio, anche i fat­ti. Non ripeterò qui gli episodi del film. Il party dei drogati, nel quale una ragazza, a Londra, dice tranquilla­mente d’essere, e in fondo è, a Pari­gi; quello è il suo modo di viaggiare; non è meno reale, nel film, di un viaggio in treno. La gente rinchiusa in un night che somiglia a una cata­comba, scatenata improvvisamente in un delirio distruttivo una feroce cac­cia alle ombre, giovani con la fac­cia bianca, ricoperta di biacca e somi­gliante a una maschera arcaica, che girano senza posa su un autocarro urlando. Le ninfette sfrenate, l’amica del fotografo che si lascia trovare in braccio a un altro uomo e continua a fare l’amore, immagini anche que­ste, figure della vita. Il finale, ormai notissimo, in cui si gioca una partita di tennis senza racchette e senza pal­la, e il pubblico segue con gli occhi la traiettoria della palla che non esi­ste. Il mondo gira in folle, la realtà oggettiva è defunta, un atto è un at­to e non ha più significato per nessu­no. Dopo il dominio delle varie filoso­fie della realtà, si potrebbe osserva­re, nell’atmosfera culturale d’oggi, una riviviscenza dell’idealismo filosofico, non quello storicistico, che anzi è ban­dito, ma quello originario alla Berke­ley e alla Hume, che rifiutava una realtà alla materia e che finiva per distruggere lo stesso soggetto pensan­te. E’ un’atmosfera culturale che si riflette nelle arti; ma questo oggi è sentito come catastrofe, esplosione.

Tuttavia, il film non ha nulla a che fare con le diagnosi, accorate sulla ci­viltà d’oggi, compiute dal punto di vi­sta di un umanesimo ferito che soffre e che paventa il peggio. Il tema di una civiltà intenta all’immagine del­le cose e non più alle cose è, nelle de­plorazioni umanistiche, uno dei temi più frequenti. E neppure si tratta, al­meno nell’intento, di un’analisi stori­ca: la pittura d’una società, per esem­pio quella borghese, giunta al massi­mo della dissoluzione, in procinto di dare luogo a una società diversa. Qui il mondo è veramente esploso: nulla dice che vi sarà un dopo differente. La scoperta dell’irrealtà del mondo, il liquefarsi di soggetto e oggetto, per quanto sappiamo dal film, può essere definitiva; scomparse le illusioni, for­se è l’unica forma possibile di verità. E nessuno ne è fuori, tutto deflagra insieme, il mondo e i critici o gli os­servatori del mondo, i giovani masche­rati e gli umanisti spaventati.

Blow-up, così com’è, è un bel film.

Altri film di Antonioni forse erano più ricchi di una commozione laten­te; erano come accompagnati di una lamentazione patetica in sordina; que­sto film è più nitido, più rapido, più avvincente. Non ci si annoia mai; per me sono qualità che contano. Lo splendore della fotografia, la sua pre­cisione implacabile, rende concreto e solido un mondo gassoso. A mio pa­rere sbaglia la critica che trova il film tecnicamente quasi perfetto, ma fred­do. Forse non ha considerato bene la figura del protagonista. Vive, come tut­ti gli altri, nel mondo alla deriva, ne segue la legge, lo sfrutta. Non potrà uscirne mai. Ne resta fuori solo un poco, il minimo che basta per aggiun­gere a esso un leggero margine d’om­bra, un punto di perplessità e di tri­stezza. Porta quel margine d’ombra nella sua strada. E’ un forte personag­gio che non si esprime, ma che si la­scia indovinare. Mi sembra che Anto­nioni abbia in lui il suo portavoce.

Il difetto piuttosto è un altro; ed è comune in tutti, o quasi tutti, i film dove si alternano rappresentazioni simboliche ad altre di vita veduta. Raramente si ottiene tra questi due elementi un perfetto incastro. Per esempio, in Blow-up, s’inserisce una trama di genere poliziesco. Sviluppan­do e ingrandendo una fotografia, il fo­tografo scorge un uomo morto tra i cespugli di un parco. Vi ritorna di not­te, e trova il cadavere. Mentre è fuori di casa, la fotografia gli è rubata; non ha più documenti in mano; e all’alba, nel parco, il cadavere non c’è più. An­cora una volta, i confini tra realtà e ir­realtà svaniscono, la realtà è latitante. Ma qui si tratta di una irrealtà di un altro ordine. Se il mondo è tutto irreale, tutto immagini senza corpo, un velo di Maia, la sua irrealtà con­volge ogni cosa che noi vediamo, an­che quella che in apparenza è più soli­da e certa. Nel caso del cadavere, sia­mo su un altro piano. Il carattere re­lativo, dubbio, ambiguo dei testimo­ni, siano essi una persona o un appa­recchio fotografico, è una constatazio­ne d’ordine psicologico, che può con­ciliarsi benissimo col più reale e com­patto degli universi.

Enigma, anche irrisolto, e irrealtà non sono la stessa cosa. La discordan­za tra i due piani, quello generale del film, e quello dell’intrigo poliziesco che vi è inserito, si sarebbe aggravata se, com’era previsto in un primo pro­getto, l’intrigo poliziesco fosse stato portato in fondo, scoprendo l’assassi­no e i suoi motivi. Il finale sospeso e irrisolto giova. Il cadavere che c’è e non c’è, c’è nelle luci della notte, ma non più nelle luci e nel vento del­l’alba, anche se un’analisi in termini di pura logica tenderebbe a soppri­merlo, artisticamente concorre al sen­so d’irrealtà emanante da un mondo esploso e ridotto a parvenza.


Letto 1067 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart