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CINEMA: I MAESTRI: Federico Fellini. Buon viaggio Eumolpo

30 luglio 2014

di Manlio Cancogni
[da “La fiera letteraria”, numero 35, giovedì, 29 agosto 1968]

Cancogni – PerchĂ© ha deciso di por­tare sullo schermo il Satyricon?

Fellini – Non c’è stata una scelta, ra­zionale, lucida. O almeno non me ne sono accorto. Del resto, non saprei og­gettivare, con precisione, la nascita di un’idea. Non mi riesce. Non ho l’at­trezzatura intellettuale per operazioni del genere. Invidio molto quei colleghi che hanno un’idea, ben definita, chia­ra, completa, e poi la realizzano ta­le e quale e ne sono soddisfatti. Per me, partire da un’idea giĂ  ben co­struita, sarebbe un metodo sbagliato, pericoloso, vulnerabile. A un certo punto, sono sicuro, si dissolverebbe tutto. Io fino a quando non si comin­cia a girare non so ancora con esattez­za che cosa farò. Tre giorni prima di girare Otto e mezzo…

Cancogni – Sì, ma ora vorrei sapere del Satyricon.

Fellini – Era un’idea che covavo da tempo, da molti anni, si figuri il primo accenno mi pare che risalga alla vigi­lia della guerra, al ’39. Io allora ero a Roma, nella redazione del Marc’Aure­lio.Forse un poco piĂą tardi, non ricor­do bene. Un giorno, un collega, Mar­cello Marchesi arrivò al giornale con un libretto. Era un’edizione semiclan­destina del Satyricon.C’erano delle il­lustrazioni quasi oscene. Non era quel che si dice un’edizione critica. Non era nemmeno completa. Anzi, per quel che ricordo, si trattava di una scelta, con gli episodi piĂą erotici. Marchesi avrebbe voluto cavarne una rivista per Fabrizi e la Magnani, con un’in­tenzione satirica nei confronti del fa­scismo. Lessi la riduzione, che però, al­lora, non mi fece un grande effetto; le ho detto, si trattava di un’edizione se­mi-pornografica. Ma qualcosa doveva essermi rimasto dentro, perchĂ©, dopo la guerra, trovata un’edizione del Saty­riconillustrata da Fabrizio Clerici, tradotta mi pare da Cibotto, la lessi con molta curiositĂ . Fu allora che pen­sai di cavarne un film.

Cancogni – Come mai? Che cosa ci aveva visto?

Fellini – Non so bene. Probabilmen­te il lato fantastico. Così come a volte mi viene l’idea di fare un film dall’Orlando Furioso.Senza nessuna ragione pratica, legata alla realtĂ . Le dirò che sempre, dopo avere fatto un film, mi vengono in mente di tali progetti. Ogni volta che ho finito un film mi pare che sia stato troppo condizionato dalla realtĂ  in cui si vive, d’avere sa­crificato le possibilitĂ  di fantasia, d’in­venzione che conteneva. E allora mi vengono in mente questi progetti di film puramente fantastici, al di lĂ  di ogni necessitĂ  pratica, logica, raziona­le; che siano pure visioni, sogni. In fondo la mia ambizione, sin dall’origi­ne, è sempre stata quella di restituire al cinema la fantasia.

Cancogni – Questo bisogno lei l’ha provato quando in Italia si stava af­fermando con successo proprio il con­trario, e cioè il cinema neorealista.

Fellini – Appunto. Io avevo bisogno di un testo che fosse uno stimolo perl’immaginazione.

Cancogni – E il Satyricon?

Fellini – Qui devo fare una premes­sa. Devo dire che il mio primo contat­to col cinema è stato attraverso la ro­manitĂ . Ero un bambino di pochi anni quando mio padre mi portava le pri­me volte al cinema, il Fulgor, a Rimi­ni. E io ricordo l’impressione che mi facevano quelle immagini color seppia che uscivano dal buio della sala: camicioni, pepli, elmi, imperatrici con gli occhioni bistrati, schiavi, gladiatori, Maciste, Ursus che affronta il toro su cui è legata Licia… I miei primi film parlavano di Roma, dell’impero.

Cancogni – Così per lei cinema e an­tichitĂ  erano connessi.

Fellini – Sì, ma badiamo, l’antichitĂ  come dimensione fantastica, inattuale, contrastante con gli aspetti piĂą usuali della realtĂ . Un altro ricordo. Nel col­legio dove andavo, dai salesiani, un giorno ci proiettarono delle diapositi­ve. Noi stavamo seduti nell’aula ma­gna a guardare. Passavano immagini di chiese, portali, pulpiti, celebri mo­numenti, e d’un tratto non si sa come apparve l’immagine di una ragazza mezza discinta, con un seno di fuori, una specie di servotta, con sotto una scritta, un fumetto… ti penso sempre, amore mio… o qualcosa del genere. Ci fu un momento di scompiglio, la dia­positiva fu subito ritirata, riapparvero di nuovo chiese, pulpiti… ma noi era­vamo tutti eccitati.

Cancogni – Cos’era avvenuto?

Fellini – Chi lo sa? Oggi penso che forse i bravi padri salesiani avevano comprato un pacco di quelle diapositi­ve senza guardarle, e che quella ser­votta c’era giĂ  in mezzo prima dell’ac­quisto. Ma la causa non ha importan­za. Resta lo stupore che mi dette l’ir­ruzione in una realtĂ  consueta e abba­stanza noiosa, di quell’immagine così diversa, con quel bel tettone floreale.

Cancogni – La sorpresa insomma… Ma…

Fellini – Mi viene in mente un altro episodio che può metterla sulla strada. A Roma, in quel tempo, durante la guerra, avevo cominciato a lavorare come sceneggiatore. Un giorno dovetti andare a CinecittĂ . Era la prima volta. Avevo appuntamento al bar. Entro e mi trovo in mezzo a gladiatori seduti ai tavolini fra bottiglie di birra e gazzose, mignottone in tunica che fuma­vano, facce di bruti sudaticce, camicioni, elmi, toghe, spade, tutto l’arma­mentario di una scena da basso Impe­ro. Ancora una volta cinema e roma­nitĂ  mi venivano incontro, in questa dimensione fantastica…

Cancogni – Ma il Satyricon…

Fellini – Sì parliamone. In questi venti anni l’idea di farlo m’è venuta piĂą volte, poi ero preso da un altro progetto e l’accantonavo. L’anno scor­so feci un contratto per un film, un film ancora da progettare, e dovendo, al momento della firma, indicare un ti­tolo, dissi: il Satyricon.

Cancogni – Così dunque, casualmen­te…

Fellini – Sì, ma intanto l’avevo letto e riletto. Poi l’anno scorso, trovando­mi in clinica, lo rilessi nell’ultima edi­zione, quella di Einaudi, e finalmente ne intesi tutta la genialitĂ . E anche la singolaritĂ  di certi personaggi. Eumolpo ad esempio, si ricorda?

Cancogni – Vagamente, sì, il poeta…

Fellini – Ecco a me pare un perso­naggio fondamentale. E’ un poeta ma che ha molti dubbi sulla sua missione. E’ un retore e nello stesso tempo un antiretore. E’ un ruffiano, e tuttavia quando si tratta di poesia, rivela una dignitĂ . Quando vanno al banchetto da Trimalcione, lui da principio adula l’o­spite, lo definisce un poeta; ma quando poi quell’arricchito di Trimalcione si mette a recitare versi, allora insorge. La poesia no, quella va rispettata, non si compra col denaro. Anche la sua fine è molto significativa. Scompare, poi riappare in veste di mercante, ha fatto soldi. Una specie di Rimbaud dell’epoca. E quando muore dispone per testamento che gli eredi potranno riscuotere l’ereditĂ  solo a patto di mangiare il suo corpo. E’ una scena formidabile. C’è Eumolpo disteso, e in­torno gli eredi che confabulano fra lo­ro concludendo che in fondo la cosa si può fare. Ed Eumolpo ha un ghigno ironico sulla faccia. Mi pare che l’epi­sodio illumini tutta la storia. E’ come se Eumolpo invece di dire, nutritevi del mio corpo, avesse detto, nutritevi di poesia. E pensi che significato ha un invito del genere in una societĂ  come quella…

Cancogni – Ci siamo… Dunque è il ri­ferimento con l’attualitĂ  che la inte­ressa nel Satyricon. Lei vede un’analo­gia fra la societĂ  romana al tempo di Petronio, e quella d’oggi.

Fellini – Certamente che c’è. Idue protagonisti, Encolpo e Ascilto, quei due scavezzacolli, dalla vita totalmen­te sgangherata, con i loro sogni pane­rotici, sembrano due hippies. La somi­glianza salta agli occhi. Trimalcione è l’industriale arricchito, un gran parve­nu. Di Eumolpo s’è detto. E’ un lette­rato d’oggi, cinico, dissipato, al servi­zio dei potenti con in fondo però una fede nella poesia…

Cancogni – Che forse ai letterati d’oggi manca…

Fellini – L’analogia dunque c’è. Ma non è per questo che ho scelto il Saty­ricon. Non è stata una scelta a freddo, ideologica. Tutto quello che ci si può vedere nel Satyricon, di simile a oggi, è venuto fuori a poco a poco. Certo è giusto che il film sia fatto ora. Diventa piĂą significativo. Anche ora siamo una societĂ  in frantumi, in attesa di qual­cosa. Allora questo qualcosa fu Cristo che apparve per dire parole assoluta- mente nuove, inaudite, e, consideran­do la mentalitĂ , i costumi, della gente a cui si rivolgeva, quasi incomprensi­bili, paradossali, assurde. Leggevo a questo proposito che all’epoca di Adriano, durante le feste per l’impera­tore, furono uccisi settemilacinquecento gladiatori.

Cancogni – Come mai?

Fellini – Non si sa. Probabilmente per pubblicitĂ ; in quel momento l’im­peratore aveva bisogno di un consenso popolare. Ma questo è un altro discor­so. Volevo dire che se al tempo di Adriano, la societĂ  romana si dilettava ancora di simili spettacoli, figuriamoci quanto dovesse essere preparata, circa un secolo prima, a raccogliere il mes­saggio di Cristo.

Cancogni – Veniamo al dunque.

Fellini – Anche oggi non possiamo capire i giovani in rivolta, la loro co­siddetta contestazione globale, che poi non è altro che una proposta di cam­biare il rapporto con la vita. E infatti come si risponde? Con quali argomen­ti? Con argomenti che fanno parte del vecchio mondo che loro contestano. Ma loro vogliono idee nuove, un cuore nuovo, polmoni nuovi…

Cancogni – Io ci credo pochino.

Fellini – Io invece credo alla loro purezza, alla loro verginitĂ . Ho vissu­to con loro, e in alcuni ho sentito qualcosa di veramente originale, di emozionante. Intendiamoci, io non pretendo di esprimere un giudizio lo­gico, storico su quello che sta accaden­do. Non ne avrei la capacitĂ . Sono un artista che delle cose ha una prospetti­va quasi puramente visuale, estetica. Mi baso esclusivamente sulla mia esperienza, su quello che vedo. Ho passato una notte in compagnia di un gruppo di questi giovani, una quindi­cina di ragazzi e sette ragazze. Allog­giavano in un vagone letto abbandona­to su un binario morto in una stazioncina romagnola, a Gambello. Restam­mo fino all’alba a chiacchierare, di tut­to. Fra gli altri c’era un ragazzo di To­rino, intelligentissimo. Fu una notte libera e sgangherata, zingaresca, senza bussola nĂ© timone, alla deriva, un nau­fragio splendido e affascinante.

Cancogni – La credo; lei ci farĂ  an­che un bellissimo film sopra; ma que­sto dice soltanto che quei ragazzi e i loro discorsi possono essere materia di poesia, niente altro.

Fellini – Non lo so. Ma in tutto ciò io sento qualcosa di straordinaria­mente poetico. E in fondo poi c’è una disperazione che rende la cosa ancora piĂą toccante, commovente, misteriosa.

Cancogni – Sentendone parlare in questo modo mi commuovo anch’io.
Ma è lei che mi commuove, non loro. Loro mi danno solo il desiderio di prenderli a calci nel sedere. Ad metalla!

Fellini – Lei insomma in tutta que­sta storia della gioventĂą vede solo la fase carnevalesca.

Cancogni – Certo, un colossale hap­pening, pagato dalla societĂ . Un po’ lunghetto magari. Pagato e senza ri­schi. Lei in fondo a questo carnevale vede la disperazione. Io ci vedo soprattutto dell’esibizionismo e anche un po’ di vigliaccheria. Comunque ci divertiremo. Sonocurioso di vedere i suoi hippies scatenati fra le tuniche, le toghe e i pepli della romanitĂ . Tor­niamo al Satyricon. Dove lo girerete?

Fellini – Interamente a CinecittĂ . Non ci saranno scene dal vero che ri­sulterebbero falsissime. Tutto verrĂ  ricostruito in studio. E’ un film in cui l’aspetto figurativo è fondamentale.

Cancogni – Vuol darci una ricostru­zione minuziosa di quel mondo?

Fellini – Assolutamente no. Ho letto, studiato; ma resto un ignorante. Quin­di niente di erudito, nessun aneddoto prezioso. Un film è un’altra cosa, de­ve vivere. Voglio che si senta l’aria di quel mondo sconosciuto, così diverso, e che stava per finire senza che nessu­no lo sospettasse. Ecco il punto. Quel­lo che mi affascina, in questa storia, a parte le analogie col mondo d’oggi, è la possibilitĂ  di raccontare, rappresen­tare dei personaggi con una psicolo­gia precristiana, e quindi fuori dei no­stri concetti, o modi di giudicare.

Cancogni – Lei pensa che gli uomini di quell’epoca fossero così diversi?

Fellini – Certo. Noi li immaginiamo simili perchĂ© non abbiamo altre forme di giudizio. E’ impossibile rappresen­tarsi lo sconosciuto. Ma prendiamo un caso pratico: la scelta delle facce. Nel mio film è importantissima. Noi in ge­nere quando vediamo una faccia, sia pure involontariamente la giudichiamo. Non possiamo farne a meno. C’è fra noi e la realtĂ  umana un filtro fat­to di giudizi morali, di una morale che è cristiana, cattolica, e che naturalmen­te applichiamo alle immagini. Diciamo quello è un invidioso, o un goloso, o un lussurioso, come se avessimo in te­sta un catalogo, una tipologia umana. Ebbene, io voglio dimenticare questo catalogo, dimenticarmi d’essere un cri­stiano, voglio rivedere il mondo d’allora, con gli occhi d’allora. 

Cancogni – Ma ammesso che fosse così diverso, e che non ci siano termi­ni di paragone, com’è possibile? Lei butta a mare non dico la sua ragione, ma addirittura la sua personalitĂ .

Fellini – Naturalmente viene il pani­co solo a pensarci. Sarebbe come se le dicessero: lei deve scrivere una storia senza sapere nulla di ciò che deve rac­contare.

Cancogni – Oh Dio, c’è anche chi di­ce che questa sarebbe la situazione ideale per uno scrittore. Anzi che solo in questo modo si può veramente scri­vere. L’école du regard…

Fellini – Sì, ma è finita in vacca. Ep­pure io voglio dei volti che non abbia­no nulla a che fare con me, con i miei gusti, le mie preferenze. Ma forse è meglio che le faccia vedere qualcuna di queste facce che sto scegliendo. Ec­cone una. Guardi questa donna con la frangetta.

Cancogni – Una faccia stramba, direi un uccello.

Fellini – Saprebbe giudicarla, così a prima vista? No. Le è simpatica? anti­patica?

Cancogni – Non saprei.

Fellini – Ecco un punto: noi diciamo correntemente, antipatico, simpatico.
Ma cos’è un volto simpatico? Noi s’in­tende, comunemente, un volto che esprima una certa cordialità, che sia di conforto a chi lo guarda. E invece potrebbe essere un viso grifagno, adunco. Come questo.

Cancogni – Sì, in realtĂ  non è affatto antipatico. E questa donna? Si direbbedi pietra. Che occhi sbarrati.

Fellini – Anche questo è un viso enigmatico. Cerco dei visi non moder­ni. Questa è la Cumani, la vedova di Quasimodo. Lei va sempre bene. Ha un viso impressionante.

Cancogni – Un altro po’!

Fellini – E a ogni faccia devono cor­rispondere una mimica nuova, gesti, parole diversi.

Cancogni – Ma è un manicomio.

Fellini – Immagini che noi di colpo uscissimo di qui trovandoci nel mondo di duemila anni fa. Sarebbe terrifican­te. Ci sentiremmo perduti.

Cancogni – Non è quello che lei vuo­le?

Fellini – Sì, certo. Ma che cosa fa­remmo? Supponiamo che uno c’inviti a pranzo. In che modo mangeremmo?

Cancogni – ChissĂ  poi che cosa ci da­rebbero.

Fellini – Bisognerebbe essere fatti diversamente per vivere in quel mon­do. Altrimenti impazziremmo.

Cancogni – Siamo un pezzo avanti, mi pare.

Fellini – Io col mio film voglio cala­re lo spettatore in un mondo assolutamente non visto, da lui mai immagina­to. Sì, una pazzia se vuole. E poi, ma­gari, sarĂ  la solita pappa.

 

Cancogni – La mimica, i gesti, va be­ne. Ma la psicologia. Inventarne una diversa, è una parola. Che cosa ne sa per ora?

Fellini – Niente, non so nulla. So sol­tanto che non devo essere un cristia­no. E poi speriamo che qualche musa mi assista. Mi divertirò. Diranno che ho fatto delle bizzarrie, senza capo nĂ© coda. SarĂ  un film drogato. Ma poi che ne so. Tanto piĂą un’opera è vir­tualmente vitale quanto piĂą è scono­sciuta al suo autore. Questo vale per tutti gli artisti; ma in particolare per un regista. Un regista è il capitano di una nave che salpa verso destina­zione ignota. Come Colombo. Se lo im­magina se avesse detto alla ciurma che non era sicuro di dove stava an­dando?! Eppure io mi sento proprio in questo stato. Fino a quando non co­mincio a girare non so ancora che co­sa farò.

Cancogni – Diceva che tre giorni pri­ma di girare Otto e mezzo…

Fellini – Sì, avevo cominciato a rac­contarglielo. Tre giorni prima era un venerdì. Lunedì si doveva attaccare. Ero caduto in una prostrazione totale. Non mi ricordavo nulla. Il panico. Non avrei nemmeno saputo dire per­chĂ© avessi voluto fare quel film. Sva­nito tutto. C’era stata un’ispirazione, se n’era andata. Mi misi alla macchina da scrivere e cominciai una lettera a Rizzoli il produttore, per dirgli che non potevo. Ero solo nella stanza, era sera. Entrò uno dell’équipe, Menicuc­ci, a dirmi che uno degli operai, Gasparino, un veterano, compiva i set­tant’anni. Gli amici lo festeggiavano giĂą in teatro, c’era una bottiglia di spumante. Gasparino sarebbe stato contento, mi disse Menicucci, se an­ch’io fossi stato presente. Sta bene, dissi, andiamo a festeggiare Gasparino. Scendemmo in teatro. Era tutto buio fuorchĂ© sotto la pastorale, si chiama così la luce al centro. Gaspari­no e gli altri erano lì. Arrivò lo spu­mante, brindammo, bevemmo. Qualcu­no brindò al film. Mi sentii commosso. Qualcosa riprese a muoversi dentro. Mi sembrò, brindando con quegli uo­mini, d’avere assunto un impegno. Risalii su, stracciai la lettera. Restai fino alle undici di sera a meditare, solo. Ma ero calmo; l’angoscia se n’era an­data. E di colpo l’idea: farò la storia di un regista che non ha piĂą ispirazione. Così è nato Otto e mezzo.

Cancogni – Eanche la sua fama di improvvisatore.

Fellini – E’una leggenda. Io penso che un’opera, quando è viva, abbia, a un certo punto, una sua esistenza au­tonoma. Bisogna allora che l’artista trovi il suo modo di prenderla, il lato da cui prenderla… Io immagino esse­re dietro un paravento, e che ci sia un forellino al quale applico l’occhio… Ec­co è da quel forellino ch’io devo vede­re l’opera, questa creatura, questa fan­tasia, questa nuvola… Io non sono un improvvisatore. E’una leggenda stupi­da. Io mi sento disponibile, questo sì, aperto a tutte le possibilitĂ . Devo tro­vare il mio forellino. Ci mancherebbe altro ch’io mi dovessi sentire fedele a un copione scritto sette mesi prima quando non sapevo nemmeno quali sa­rebbero stati gli attori.

Cancogni – E per il Satyricon li ha trovati?

Fellini – In parte sì, in parte no. Niente di sicuro. Sto cercando. Cosa dicevo?

Cancogni – Che il film non può esse­re soffocato da uno schema.

Fellini – Ecco. Eppure un film non è un libro, ci sono in ballo dei capitali, il lavoro altrui, non si può lasciare al caso, deve essere tutto previsto. Ma io non voglio, non voglio rendermi pri­gioniero. Per me non ci sono dubbi, al­meno su questo punto: un film si sa che cos’è, quando si fa. Io comincio a saperlo dopo tre settimane. Allora il film s’incarna, perde quota, ma nello stesso tempo diventa piĂą vivo. Si fa piĂą pesante, piĂą meschino, piĂą volga­re, ma anche piĂą simpatico, come tut­te le cose vive. Che sollievo allora! Sento che il film comincia a guidarmi, mi porta.

Cancogni – Vorrebbe essere a quel momento?

Fellini – Ne siamo ancora lontani.

Cancogni – PerchĂ©?

Fellini – PerchĂ© non posso fare ri­corso a quello che giĂ  so, alla mia per­sona. E allora di che cosa mi fido? A quali spunti rifarmi se il mondo che racconto è tutto immaginario?

Cancogni – Insomma un viaggio ver­so l’ignoto.

Fellini – Verso un’Amazzonia che non sappiamo nemmeno se ci sia.

Cancogni – E la ciurma?

Fellini – In gran parte sconosciuta anch’essa. Ma con qualche vecchio quartiermastro fedele.

Cancogni – Quando salperete?

Fellini – Echi lo sa!


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Bart