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CINEMA: I MAESTRI: François Truffaut. Non sparate sul regista

31 luglio 2014

di Redazione (Manlio Cancogni)
[da ‚ÄúLa fiera letteraria‚ÄĚ, numero 23, gioved√¨, 6 giugno 1968]

.¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† Cos√¨ siamo giunti alla impre¬≠vedibile fine del festival di Can¬≠nes. Lei, Truffaut, ha violen¬≠temente attaccato questa istitu¬≠zione al tempo in cui faceva il critico cinematografico, tanto che non fu pi√Ļ ¬ęammesso¬Ľ sul¬≠la Croisette. Poi fu premiato dallo stesso festival per ¬ę I quat¬≠trocento colpi ¬Ľ. Infine √® stato membro della giuria.

Truffaut: La sola cosa che rimpian¬≠go √® di aver fatto parte della giuria perch√© √® stata una esperienza molto triste. Quando ero giornalista avevo criticato Cannes dicendo: sono solo dei compromessi e delle manovre, √® il re¬≠gno degli intrighi politici e delle mon¬≠tature pubblicitarie. Forse per questo pi√Ļ tardi mi √® stato proposto di entra¬≠re a far parte della giuria: perch√© ve¬≠dessi quel che succede. Ho visto. E‚Äô una cosa triste. Non si tratta di onest√† o di disonest√†. Mi sono solo reso conto che si tratta di un dialogo tra sordi e che non si pu√≤ parlare di cinema con gente come Mel Ferrer o Romain Gary, per i quali il cinema non ha lo stesso significato, per i quali le parole non hanno lo stesso significato. Allora si arriva al compromesso; senza diso¬≠nest√†, si arriva al compromesso e all‚Äôi¬≠diozia, e soprattutto a dare dei premi ridicoli. E‚Äô l‚Äôidea stessa di giuria che √® in discussione. Penso che Malraux ab¬≠bia avuto ragione quando ha detto: ¬ę In seno a ogni minoranza intelligen¬≠te c‚Äô√® sempre una maggioranza di im¬≠becilli ¬Ľ.

.        Non esistono giurie accetta­bili?

Truffaut: No, non esistono giurie ac­cettabili.

.        Il Truffaut di oggi, che secon­do molti è rinsavito, pensa di aver rinnegato quello di dodici anni fa, il capo di una violenta opposizione alle strutture tradi­zionali del cinema francese?

Truffaut: No. Allora vivevo soltanto di cinema. Anche oggi. Per questo ho l‚Äôimpressione di essere rimasto lo stes¬≠so. Certo se rinnegarsi vuol dire esse¬≠re stato povero e non esserlo pi√Ļ, op¬≠pure essersi trovato da una parte del¬≠la barricata poi dall‚Äôaltra, forse lei ha ragione… Bench√© i problemi materiali non siano poi cos√¨ importanti. Quando ero povero non me ne rendevo conto; oggi che non Io sono pi√Ļ, non me ne rendo conto. Vivo per il cinema. Ho l‚Äôimpressione di essere un prodotto unicamente cinematografico. Quando mi si chiede: ¬ę Cosa ti √® successo negli ultimi dieci anni? ¬Ľ. Rispondo: ¬ę Nien¬≠te, ho fatto sette film, e basta ¬Ľ.

.        Ma il suo entusiasmo di dieci anni fa resta lo stesso?

Truffaut: Non ero entusiasta dieci anni fa e non mi sento entusiasta og¬≠gi. E‚Äô la mia vita. Non so come spie¬≠garlo altrimenti: √® la mia vita. Certo aspetto con meno impazienza i film degli altri. Esiste una purezza dell‚Äôappassionato di cinema che si √® destinati a perdere diventando cineasta. Per esempio nel 1947-48 sapevo in anticipo che Orson Welles aveva girato in ventun giorni un film che si chiamava ¬ęMacbeth¬Ľ e che lo avrebbe presentato a Venezia. Io vivevo per questo film. Quando ho saputo che l‚Äô¬ę Enrico V ¬Ľ di Olivier sarebbe stato presentato allo stesso festival io tenevo per Welles. Quando annunciarono che Welles riti¬≠rava il suo film dal festival, ho pensa¬≠to: ¬ę Che carogne, l‚Äôhanno fatto appo¬≠sta ¬Ľ. Oggi non mi appassiono pi√Ļ tan¬≠to per i film degli altri, mi √® impossi¬≠bile.

.¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† Lei pensa che il fanatismo per il cinema che caratterizzava lei e i suoi amici non possa so¬≠pravvivere alla giovent√Ļ?

Truffaut: No, perché in tutti i cine­club dove andavo c’erano sempre delle persone di una certa età, e si sentiva che essi avevano sempre amato appas­sionatamente il cinema. Alla Cinema- teca, ci sono sempre dei frequentatori che appartengono a tre generazioni.

.        Ha Ietto l’articolo di un fa­moso psicologo che diceva che gli appassionati del cinema era­no degli insoddisfatti nella loro vita privata?

Truffaut: S√¨, mi ha divertito. Questo pu√≤ valere per tutti i mezzi di evasio¬≠ne, ma forse vale ancora di pi√Ļ per il cinema, perch√© l‚Äôevasione √® pi√Ļ totale.

.¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† Ritiene dunque che il cinema sia lo strumento pi√Ļ adatto per l‚Äôevasione?

Truffaut: Sì. Questo è il motivo che mi induce a pensare che il cinema so­pravviverà anche alla televisione.

.        E perché?

Truffaut: Perché la televisione si guarda con le luci accese, si guarda in­sieme a cinque o sei persone in una stanza, non si guarda soli nell’oscurità in mezzo a una folla. Il cinema è una cosa perfetta, da questo punto di vi­sta.

.        Ma la televisione ha contri­buito molto alla diminuzione dei frequentatori dei cinema. Non è così?

Truffaut: S√¨, e ha contribuito anche alla sparizione di un certo tipo di film. Negli Stati Uniti, ad esempio, essa ha ucciso i film ¬ę di genere ¬Ľ e i piccoli film di serie B.

.        Sembra che le dispiaccia.

Truffaut: Sì, perché oggi ci accorgia­mo che sono stati i migliori film da 1925 al 1955; con gli attori sotto con­tratto per sette anni, i film girati con le stesse scene, gli sceneggiatori paga­ti un tanto all’anno. Ci si accorge oggi che questo sistema completamente in­dustrializzato, organizzato e diretto dalle grandi case produttrici, ha determinato la grandezza del cinema ameri­cano.

.        Si può spiegare meglio?

Truffaut: L‚ÄôAmerica √® un Paese che a un certo momento ha coinciso con quel sistema. Il sistema √® antipatico, a priori, siamo d‚Äôaccordo, ma ha permes¬≠so di fare dei film che erano il riflesso profondo di un Paese, di una menta¬≠lit√† collettiva e che per di pi√Ļ erano dei bei film. Oggi gli americani si sono europeizzati, ogni film √® concepito in modo diverso dagli altri; ebbene √® evi¬≠dente che questo sistema va meno be¬≠ne per loro, e i loro film sono delu¬≠denti.

.¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† Lei ha visto ¬ę La calda notte ell‚Äôispettore Tibbs ¬Ľ?

Truffaut: Ridicolo.

.        Ha avuto cinque Oscar.

Truffaut: Prima della morte di Mar­tin Luther King, ne avrebbe avuti due soli. E’ un film ridicolo perché è stato fatto da gente che non capisce niente di cinema. E’ scritto da dei furboni, gi­rato da un imbecille e recitato in mo­do vergognoso.

.        Lei era molto severo, quando faceva il critico cinematografico. Oggi, quando lei legge le criti­che degli altri sui suoi film, che effetto le fanno?

Truffaut: Credo di essere sincero quando dico che mi fanno meno effet¬≠to che ai miei colleghi. So come si fan¬≠no le critiche, so come funziona la te¬≠sta di un critico. Vi attribuisco molto meno importanza di altri registi, che se la prendono molto. In realt√† la cri¬≠tica non esprime che una parte del giudizio collettivo. Alcuni film sono accolti favorevolmente da tutti i criti¬≠ci, eppure tutti sanno che sono cattivi film. E viceversa. Ad esempio c‚Äô√® un film che ha avuto soltanto delle stron¬≠cature: ¬ę Les bonnes femmes ¬Ľ di Chabrol. Ora se lei chiede a qualunque ap¬≠passionato di cinema qual √® il miglior film di Chabrol, vi risponder√† certa¬≠mente: ¬ę Le bonnes femmes ¬Ľ. Ci sono molti livelli di giudizio.

.        Un film di Truffaut è un film intellettuale?

Truffaut: No, √® un film per tutti. Credo di fare dei film che tutti posso¬≠no vedere allo stesso modo. Nel caso del mio ultimo film, per esempio: ¬ęLa sposa in nero ¬Ľ sono sicuro che tutti vedono pi√Ļ o meno lo stesso film.

.        Come lo ha girato?

Truffaut: Non posso rispondere. La domanda √® troppo vaga o troppo am¬≠pia. Ogni film, ogni regista, √® un caso particolare…

.        Stiamo appunto parlando del caso Truffaut.

Truffaut: Va bene, prendiamo il prossimo, ¬ę Baci rubati ¬Ľ. Ho dato ven¬≠ti pagine dattiloscritte agli ¬ę Artisti Associati ¬Ľ e hanno accettato di pro¬≠durre il film.

.¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† Per ¬ę Baci rubati ¬Ľ lei ha scelto due attori dei quali si pu√≤ dire, senza cattiveria, che non sono molto conosciuti; Jean Pierre L√©aud e Claude Jade. In¬≠vece per il film successivo ¬ę La sirena del Mississippi ¬Ľ avr√† due celebrit√†, Jean Paul Belmondo e Catherine Deneuve. Qual √® il criterio che lei segue in merito?

Truffaut: Esistono solo casi parti¬≠colari. Claude Jade √® un‚Äôattrice di cui presto si parler√† molto e Jean Pierre L√©aud lo considero quasi un figlio e dopo ¬ę I quattrocento colpi ¬Ľ volevo fare un altro film con lui.

.        Lei crede che la gente sia at­tirata dai divi o dai registi?

Truffaut: Dai divi, certamente, e poi dalla storia, e infine dai titoli. In ogni caso mai dal nome del regista, se non nei casi in cui recita lui stesso, come Chaplin, Tati…

.        Non vanno a vedere Antonioni?

Truffaut: No, non vanno a cinema a vedere Antonioni. Vanno a vedere ¬ę Blow-Up ¬Ľ perch√© √® un film di cui si √® parlato molto, ma quando si proietta ¬ę Il grido ¬Ľ di Antonioni, non vanno a vederlo.

.        Ma vanno a vedere Hitchcock.

Truffaut: Sì, Hitchcock e anche Ce­cil B. De Mille, i grandi sultani del ci­nema che sono diventati dei personag­gi.

.        Lei non è un personaggio?

Truffaut: Ma no, niente affatto. Non dir√≤ che cerco di passare inosser¬≠vato…

.        Allora perché ha accettato di concedere un’intervista?

Truffaut: Perch√© da dieci anni, da quando esiste la concorrenza della te¬≠levisione, i film non bastano pi√Ļ a se stessi. Bisogna aiutarli. Io sarei con¬≠tentissimo che i film potessero andare avanti da soli, ma invece i film hanno bisogno che si parli di loro. Allora ne parlo volentieri se questo mi permette di farne degli altri. Se mi dicessero: nei trenta anni che verranno lei far√† trenta film da cento milioni che ne in¬≠casseranno centoventi, accetterei un contratto del genere.

.¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† Torna cos√¨ sull‚Äôidea del cine¬≠ma americano tra il 1925 e il 1950…

Truffaut: Sì, un cinema dove il re­gista non compare. Fa quello che deve fare, e questo è tutto.

.¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† Ma questo contraddice la concezione del cinema d’autore, per il quale lei si √® battuto e che ha difeso quando era criti¬≠co…

Truffaut: Non √® cos√¨ semplice… Io rimpiango il vecchio cinema america¬≠no, ma non bisogna credere che il ci¬≠nema europeo debba essere fatto allo stesso modo. Da questo punto di vista, credo sempre al ¬ę cinema d‚Äôautore ¬Ľ.

.¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† Ma l‚ÄôAmerica, oggi, non mira forse anch’essa, al cinema d‚Äôau¬≠tore?

Truffaut: S√¨, e cerca delle gran¬≠di sceneggiature, dei grandi argomenti che sono realizzati in modo cos√¨ pesan¬≠te che il risultato finale sono dei film invisibili. Almeno a quanto mi si dice, perch√© non vado a vederli. Per esem¬≠pio, quei film anti-razzisti cos√¨ medio¬≠cri; pu√≤ darsi che per il consumo inter¬≠no siano anche coraggiosi, non so, ma per noi…

.        Allora si potrebbe dire che quello che lei cerca di fare è un film francese d’autore che cer­chi di ritrovare quella perfezio­ne anonima dei film in serie del grande periodo americano?

Truffaut: No, tutto questo √® troppo teorico, le ho detto che non ho una teoria. Ma prendiamo ad es√®mpio ¬ę Gangster Story ¬Ľ. La cosa assurda √® che si tratta di un film fatto da giova¬≠ni americani che hanno visto dei film francesi, che li hanno imitati e che ce li rimandano. Cio√® essi imitano dei film che abbiamo fatto in Francia rife¬≠rendoci appunto al cinema americano che li ha preceduti. Quello che abbia¬≠mo fatto noi non era puro, ma quello che fanno loro √® il colmo dell‚Äôimpu¬≠rit√†.

.¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† Tutti i suoi film, o quasi, so¬≠no film d’amore. Lei crede che sia il solo argomento che inte¬≠ressi la gente?

Truffaut: No, la gente sì interessa anche ad altre cose, ma queste cose non interessano me.

.        Le piacciono i film violenti?

Truffaut: Possono anche piacermi. Possono piacermi film di tutti i generi, non ho nessun pregiudizio quando en­tro in un cinema. Mi piace un film che sia logico, cioè mi piace vedere una grande costanza, una grande fedeltà, una grande coerenza fra le intenzioni e la realizzazione. E’ questo che io chiedo a un film e anche se parla di qualche cosa che non mi interessa, co­me l’esistenza di Dio, posso ammirarlo lo stesso. Ammiro tutti i film di Ingmar Bergman. Non gli chiedo di inte­ressarsi ai miei problemi, perché trovo che sia da egoisti chiedere a un film di parlare di ciò che ci interessa e non di quello che interessa l’autore. Se si ama il cinema, si vuole entrare nel­la pelle degli altri. Ho visto molti film di guerra che mi sono piaciuti molto.

.        Ma non le piacerebbe fare un film di guerra?

Truffaut: Per ora non ci penso nep¬≠pure. I soldati sono molto demoraliz¬≠zanti da filmare, con quei caschi tutti eguali, mi annoia solo pensarci. Solo l‚Äôidea di uno che entra nell‚Äôufficio di un altro e lo saluta sbattendo i tacchi, tutte quelle cose…

.        Nessuno ha mai pensato che lei fosse militarista.

Truffaut: Non è che odi l’uniforme, non si tratta dei grandi princìpi pacifi­sti. Mi annoia, ecco.

.        Lei ha fatto il suo servizio militare?

Truffaut: E’ stato movimentato. Ho disertato. Ho fatto un terzo di grandi manovre, un terzo di ospedale, e un terzo di prigione. E poi me ne sono andato.

.        Si capisce perché lei preferi­sca le storie d’amore.

Truffaut: Le storie d‚Äôamore sono sempre diverse, non si somigliano mai. Prenda ¬ę Breve incontro ¬Ľ. Con un uomo di quarant‚Äôanni e una donna di trentacinque √® un film. Se la donna ha venticinque anni √® un altro film. Se l‚Äôuomo ha cinquant‚Äôanni, √® ancora un altro film. Quello che √® interessante nelle storie d‚Äôamore √® che tutto vai la pena di essere raccontato. Anche se si cambiano solo gli attori; la stessa sto¬≠ria giustifica un altro film. Ho fatto un film che non ha avuto il successo che mi auguravo: la ¬ę Peau douce ¬Ľ. Ma se fossi condannato a rifare tutti gli anni questo film, non mi dispiacerebbe. Una volta con un attore, una volta con un altro… C‚Äô√® una scena che non sono mai riuscito a girare, n√© in que¬≠sto film, n√© in ¬ę Sparate sul pianista ¬Ľ. Prover√≤ un‚Äôaltra volta.

.        Di che scena si tratta?

Truffaut: Nel film ¬ę Sparate sul pia¬≠nista ¬Ľ Marie Dubois chiedeva a Char¬≠les Aznavour di andare a comprargli un paio di calze. Poi si vedeva Azna¬≠vour che andava a comprare le calze, ma la scena non era riuscita. Ho dovu¬≠to tagliarla. Doveva entrare in un grande magazzino, c‚Äôerano le commes¬≠se, vedevano quest‚Äôuomo che compra¬≠va calze e questo le faceva sorridere: ecco tutto. Era una scena da niente, ma era difficile. In ogni caso non √® riu¬≠scita, Quando ho girato ¬ę La calda amante ¬Ľ mi sono detto: ¬ę Stavolta de¬≠vo riuscirci ¬Ľ. Allora Fran√ßois Dorl√©ac dice a Jean D√©sailly: ¬ę Non dimenti¬≠carti di portarmi un paio di calze ¬Ľ. Stavolta invece di girare la scena di mattina l‚Äôho girata di sera e ho ag¬≠giunto un particolare: il magazzino sta per chiudere, la commessa tira su la saracinesca e lo fa entrare lo stesso. Poi la scena era la stessa. Ho ripreso le due commesse che sorridono, Desailly seccato di dover comprare un paio di calze. E allora…

.        Allora?

Truffaut: Non è andata. Ho dovuto tagliare la scena. Ma la prossima volta ci riuscirò. E’ questione di essere in uno stato di grazia.

.¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† Ma fra i vari rapporti che esistono fra un uomo e una don¬≠na ce n‚Äô√® uno che lei non ama mostrare ed √® il rapporto eroti¬≠co. Anche con ¬ęJules e Jim¬Ľ che avrebbe potuto fornirgliene un‚Äôoccasione, lei ha fatto un film molto casto. E ne ¬ę La cal¬≠da amante ¬Ľ si ha l‚Äôimpressione che lei abbia quasi fatto uno sforzo per metterci quel tanto di erotismo che avrebbe dovuto fornire una base sensuale alla avventura vissuta dai suoi eroi.

Truffaut: Con l‚Äôerotismo si arriva sempre a un momento in cui il film non esiste pi√Ļ, in cui non si crede pi√Ļ alla storia. E come se si facessero ve¬≠dere improvvisamente i proiettori, le macchine da presa, non si crede pi√Ļ ai personaggi, si vedono solo degli attori che fanno certe cose. Questo vale an¬≠che per i baci. Non faccio vedere gen¬≠te che si bacia. Forse perch√© √® una co¬≠sa che non mi piace nei film degli al¬≠tri. Mi distrae, non seguo pi√Ļ la sto¬≠ria…

.¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† Ma in un film come ¬ę Un uo¬≠mo, una donna ¬Ľ, per esempio, tutto questo si integra molto bene…

Truffaut: ¬ę Un uomo, una donna ¬Ľ non √® un vero film. La sala di proie¬≠zione non √® mai veramente buia. E‚Äô un film che ricorda certi juke-box con dei piccoli film a colori, che si guarda¬≠no nei bar; non ci si dimentica mai della cassiera, del cameriere, dei clien¬≠ti che guardano anche loro. ¬ę Un uo¬≠mo, una donna ¬Ľ √® stato un fenomeno unico, che ha creato un processo di identificazione in tutta la Francia.

.        Come spiega questo fatto?

Truffaut: Era il primo film fatto dallo spettatore invece che dal regista. E‚Äô come quando degli amici ti invitano per farti vedere il film che hanno gira¬≠to durante le vacanze, ci si sente loro complici perch√© si riconosce il cagnoli¬≠no, la figlia del vicino, e si sta tutti in¬≠sieme e si ride tutti insieme. ¬ę Un uo¬≠mo, una donna ¬Ľ √® il primo film di quel genere. Quello che sto dicendo non √® contrario al film. Non sono con¬≠tro questa esperienza. Mi impressiona perch√© √® il primo film che mi fa pen¬≠sare che il nostro Paese √® popolato da cinquanta milioni di cineasti. Non di¬≠co che chiunque avrebbe potuto girare un film cos√¨, no, ma dico che si fonda su di un principio nuovo, il principio della complicit√†.

.        Questo si poteva fare solo con un film d’amore. Ma non è forse normale o desiderabile che l’autore di un film cerchi di te­stimoniare sui problemi del suo tempo?

Truffaut: S√¨, se ne ha la vocazione. La sola cosa cui io posso credere √® la massima di Andr√© Gide: ¬ę Dubitate di tutto ma non dubitate di voi stessi ¬Ľ. Non bisogna mai forzarsi a fare qual¬≠cosa. Non credo che bisogna sentirsi obbligati a fare qualcosa per dei moti¬≠vi esterni, oppure per essere del pro¬≠prio tempo o per dare quel che gli altri aspettano da te; anche a costo di delu¬≠dere qualcuno. Se qualcosa non mi in¬≠teressa, se non lo capisco, se credo che mi sia estraneo, non vedo perch√© do¬≠vrei farlo.

.        E l’essenza stessa dell’arte. Ma è possibile fare un film solo per sé? Lei ci riesce?

Truffaut: All’inizio s√¨, lo faccio per me, perch√© mi fa piacere. Poi mentre comincio a preparare il film, mi sforzo di renderlo comprensibile a tutti, chia¬≠ro, logico, ma deve sempre piacere a me. E quando giro il film sento che di nuovo diventa una cosa molto perso¬≠nale…

.        Qual è l’effetto che lei deside­ra produrre sugli spettatori?

Truffaut: Ho voglia di appassionarli, voglio che rimangano molto scossi. Ho molta paura di annoiarli e ancor pi√Ļ di lasciarli indifferenti… Certo, in realt√† le cose sono forse un po‚Äô diver¬≠se. So che ho un istinto malizioso che obbliga gli altri a guardare le cose che non vogliono vedere, ad accettare cer¬≠te cose che nella vita non accettereb¬≠bero… Per esempio, ecco il caso di ¬ę Jules e Jim ¬Ľ. Avrei potuto mostrare gente distesa sui letti, mostrare i tre protagonisti insieme nella stessa casa, il risultato sarebbe stato un film dedi¬≠cato ai ¬ę progressisti ¬Ľ nelle diverse capitali del mondo. Ma io invece ave¬≠vo un obiettivo molto pi√Ļ sottile, che era quello di sconvolgere la gente con una storia di ¬ę m√©nage a trois ¬Ľ. E per riuscirci dovevo servirmi di una for¬≠ma che tutti conoscevano di gi√†, quel¬≠lo del film americano sulla famiglia, con una bambina adorabile, con un at¬≠tore che invecchia accanto al fuoco, con degli alberi intorno alla casetta. In sostanza ho accumulato tutto quel¬≠lo¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† che poteva essere idillico e familia¬≠re. E il presidente della commissione di censura ¬Ľ, che non √® uno stupido, mi ha detto:¬ę Ascolti, ho vistoil suo film per la seconda volta, √® un grande fiu¬≠me tranquillo, ma √® un fiume sovversi¬≠vo ¬Ľ.

.¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† Nel suo libro su Hitchcock, lei ha ricordato la sua frase fa¬≠mosa: ¬ę Certi film sono dei pezzi di vita, i miei sono dei pezzi di torta ¬Ľ. I suoi film sono dei pez¬≠zi di cosa?

Truffaut: Non mi piacciono molto i compromessi, ma sono per la vita e per la torta. Hitchcock ha detto questa battuta contro i neo-realisti, perch√© non ammette l‚Äôidea di prendere qual¬≠cuno dalla strada per fargli rappresen¬≠tare delle situazioni banali. Hitchcock dice: ¬ę In questo caso basta aprire una finestra e far pagare il biglietto ¬Ľ e penso che abbia ragione. Ma quando Bresson dice che non vuol servirsi di attori professionisti e ne spiega il per¬≠ch√© con bellissime teorie, allora penso che abbia ragione anche lui.

.        Hitchcock e Bresson hanno ragione tutti e due?

Truffaut: Hanno ragione, ma quello che dicono vale soltanto per loro. Non sono pi√Ļ d‚Äôaccordo quando Bresson condanna Hitchcock in nome delle sue teorie e viceversa.

.¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† L‚Äôorientamento che sta pren¬≠dendo il nostro cinema fa si che le coproduzioni con gli america¬≠ni siano sempre pi√Ļ frequenti. Anche lei vi ha collaborato…

Truffaut: S√¨, ¬ę Fahrenreit 451 ¬Ľ l‚Äôho girato a Londra con gli americani e gli inglesi.

.        Non ha avuto difficoltà?

Truffaut: S√¨ perch√©… In fondo non ho uno spirito internazionale. Sono terribilmente francese: anormalmente, morbosamente francese.

.        Trova che i francesi siano superiori agli altri?

Truffaut: No, non è questo. No, non sono affatto sciovinista, o nazionalista e nemmeno, come si dice, orgoglioso di essere francese; Ma ho scoperto che ero molto legato al mio Paese, alla Francia, a Parigi. E’ una scoperta che mi ha un po’ deluso.

.        E come si manifesta tutto questo?

Truffaut: Con dei timori, delle pau¬≠re… Una volta dovevo andare a Roma, dovevo girare un episodio per Dino De Laurentiis, con la principessa Soraya, e mi sono ammalato. Avevo bevuto un succo di pomodoro ghiacciato, mi sono sentito male, e ho avuto una gran pau¬≠ra di morire a Roma, lontano dalla Francia… Insomma sono tornato in Francia il giorno dopo e non ho girato l‚Äôepisodio con Soraya. A Londra mi sentivo quasi in punizione, ho vissuto sei mesi all‚ÄôHilton senza prendere un pasto fuori della mia camera. Sei me¬≠si…

.¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† Lei dice spesso di preferire le donne agli uomini. Perch√©? A parte i motivi pi√Ļ ovvi…

Truffaut: Perché ho l’impressione di vedere la vita come le donne. Parlia­mo del senso civico, ad esempio. Su dieci donne che votano, una sola fa una scelta ragionata, le altre votano come il marito, per fargli piacere, o contro il marito, per fargli rabbia, ma il    voto in sé non è una cosa seria. Sono sicuro che le donne non si sentono im­portanti quando votano, mentre gli uomini sì. E lo stesso vale per le deco­razioni, per le medaglie. Mi piace l’i­dea che le donne non credano alle de­corazioni, non siano sociali.

.¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† Questa mancanza di parteci¬≠pazione alla vita della societ√† di cui fa parte l‚Äôha portata al rifiu¬≠to dell‚Äô¬ę impegno ¬Ľ. Per esempio non ha voluto contribuire al film collettivo ¬ę Lontano dal Vietnam ¬Ľ. Poi, quando Henry Langlois √® stato allontanato dal¬≠la direzione della Cinemateca francese, lei si √® scatenato…

Truffaut: Perch√© la Cinemateca fa parte della mia vita. Quando dico che non ho studiato, voglio dire che ho stu¬≠diato solo l√¨. Tutto quel che so, l‚Äôho appreso dai film. Tutte le idee della mia vita passano attraverso il cinema. E la storia, passata e presente, del ci¬≠nema si impara alla Cinemateca, e so¬≠lo l√¨. Io sono una di quelle persone che hanno bisogno di rivedere conti¬≠nuamente √¨ vecchi film, i film muti, i primi film sonori. Passo la vita alla Ci¬≠nemateca, quando non giro dei film. Sono venuto ad abitare in quel quar¬≠tiere perch√© c‚Äôera la Cinemateca. Per questo ho reagito violentemente nel- l‚Äô¬ę affare Langlois ¬Ľ.

.        E la Cinemateca che ha fatto di lei un appassionato di cine­ma?

Truffaut: Ma no, lo sono da un pez­zo. Facevo forca a scuola.

.        Era un bambino in preda alle immagini?

Truffaut: Ma sì, è vero, per molto tempo sono stato sensibile soltanto al­le immagini, mi lasciavo trascinare dalle immagini. Non mi interessavo al­la storia. Solo quando sono diventato critico cinematografico mi sono accor­to che c’era anche una sceneggiatura. Ma prima di allora conoscevo dei film a memoria, senza poter raccontare la storia. Potevo dire, qui c’è qualcosa di bianco, là lei corre nella notte, poi ci saranno dei fari di automobile. Ma non avrei potuto dire cosa succedeva. Solo la critica mi ha permesso di fare un passo avanti; se no non avrei mai potuto fare del cinema.

.        Solo gli occhi funzionavano?

Truffaut: Credo di s√¨, veramente. Anche per ¬ę Quarto potere ¬Ľ di Orson Welles, che √® un grande film… Lei sa che questo film in Francia non √® mai stato doppiato, √® sempre stato proiet¬≠tato in versione originale. Ebbene, non so cosa dicono i personaggi, so so¬≠lo che a un certo momento si sente un certo rumore, dei passi sul marmo, l‚Äôe¬≠co, e che pi√Ļ avanti si sentir√† il rumo¬≠re della pioggia sui vetri…

.¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† Quante volte ha visto ¬ę Quar¬≠to potere ¬Ľ?

Truffaut: Non so, ventisette volte, credo.


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Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart