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CINEMA: I MAESTRI: Julien Duvivier. Pepé che uomo

30 novembre 2014

di Carpendras (Manlio Cancogni)
[da “La fiera letteraria”, numero 45, giovedì, 9 novembre 1967]

La prima volta che vidi un film di Julien Duvivier era il venerdì santo del 1935. Allora usava che in quella ricorrenza non si proiettassero che film di contenuto re­ligioso o edificante. Ero abituato ad andare ogni gior­no al cinema. Così scelsi « Golgota ».

Fui molto colpito dall’aspetto e dai modi di Ponzio Pilato. Aveva una faccia larga dai lineamenti comuni, quasi volgari; un corpo robusto ma sciolto. Niente che ricordasse l’attore, il « personaggio ». Era Jean Gabin. Allora non aveva ancora trent’anni.

Duvivier e Gabin li rividi insieme l’anno dopo, nella « Bandera » il film tratto dall’omonimo romanza di Pier­re Mac Orlan, un mediocrissimo libro. Era la storia di un assassino che si rifugia nella legione straniera. Fug- ge da Parigi, commesso il delitto, attraversa la Spagna e raggiunge il Marocco.

Anche questa volta rimasi colpito dalla veritĂ ’ che emanava dalla faccia, dagli abiti, dai gesti e dalle pa­role di Gabin. Non potrei dire se fosse merito suo o del regista. Certo è che piĂą tardi, in mano ad altri « metteurs en scene » (salvo forse nella « Grande Illusion » di Renoir) Gabin non sarebbe stato altrettanto bravo. Nella « Bandera », come giĂ  in « Golgota », non era un attore, nel senso teatrale (si era lontani dal rea­lismo postbellico) che si dava ancora a questa parola. Era un uomo vero, preso dalla vita, che sembrava igno­rasse l’arte della recitazione.

Oggi io non sto a chiedermi se Duvivier fosse un grande regista, e Gabin un grande attore, e se i loro film fossero delle opere d’arte. Che importanza ha? Non me lo chiedevo nemmeno allora. Correvo a vederli per­ché mi davano qualcosa che nel nostro cinema e anche in quello americano avrei cercato inutilmente: il senso della realtà. Guardavo affascinato Gillieth (l’assassino della « Bandera ») in piedi dietro la finestra di un’equi­voca pensione di Barcellona, mentre fumava lentamen­te osservando giù in strada, attraverso le stecche della persiana, e mi dicevo: ecco la vita.

Per la prima volta un assassino era il protagonista di un film. Intendo dire un vero assassino, senza giu­stificazioni morali (ho ucciso per salvare una povera orfana) o complicazioni ideologiche (ho ucciso per la patria o la rivoluzione). E questo fatto ne raddoppiava il fascino: era la vita che mi parlava attraverso la fac­cia un po’ gonfia di Gabin, la sua barba di tre giorni, la sua mano omicida dalle unghie sporche. E non par­liamo delle donne che l’avvicinavano. Ragazze di vita, (grazie a Dio) non Le dame e le fanciulle del nostro insopportabile mondo « dabbene ».

Ed eccolo, Gillieth, sbarcare in Africa, non nella Legion di tanfi film melodrammatici, ma nel « Tercio spa­gnolo », formazione priva di storia per gli spettatori ci­nematografici, piuttosto scalcinata anche nelle divise: una camicia aperta sul collo, brache di tela, un paio di « espadrilles » puzzolenti ai piedi. Niente altro. Nem­meno il ricordo di quei bei cheppì a bussolotto col coprinuca bianco che avvolgeva il collo e, « sbadata­mente », parte del viso dei romantici personaggi di Ouida.

Nell’episodio finale c’era un fortino (un parapetto rotondo di sassi murati a secco con un tetto di bando­ne) in cui ..trovava rifugio una ventina d’uomini asse­diati nel deserto. I beduini ribelli non si vedevano. Si udiva, qua e là, qualche sparo. Una sparatoria più fitta con un colpo che attraversava la testa di Gabin concludeva quello strano episodio di guerra coloniale, strano ma tanto più vero dei « quadrati » dei « legionaires » fra le dune con le bandiere al vento e gli squilli di tromba.

Ricordo che quando « La Bandera » venne proietta­ta in prima a Roma, mi pare al Barberini, c’era fra il pubblico un gruppetto di ospiti di riguardo: dei legionari spagnoli in carne e ossa, compagni di quelli che in quel tempo stavano compiendo le loro prodezze in Spagna, a Badajoz e a Talavera de la Reina. Indossavano divise nuove, stivali lucidi; a vederli, si capiva che si- sentiva­no addosso gli occhi del pubblico femminile. Erano, al cospetto dei veri legionari di Duvivier, dei manichini, degli attori convenzionali da film.

Oggi che Duvivier è morto, sento, fra gli elogi d’uso in simili circostanze, ch’era solo un uomo di mestiere, un eclettico che passava con indifferenza da un soggetto all’altro. Quanto a dire che non era un artista. Può dar­si. Non sono un critico cinematografico e devo credere sulla parola ai cineasti: a loro evidentemente non dice più nulla. Non posso sapere che cosa dicesse al pubbli­co francese degli anni fra il ’30 e il ’40. Ma come di­menticare ciò che diceva a noi italiani di venti anni, giovanotti che, in mancanza di meglio, scoprivamo la vi­ta, la realtà, nelle sembianze di un legionario assassi­no come Gillieth o di un souteneur da bassifondi come Pepé le Moko?


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart