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CINEMA: I MAESTRI: Lassù qualcuno mi ama

22 ottobre 2016

di Filippo Sacchi
[da “Al cinema col lapis”, Mondadori, 1958]

Chi leggendo quel titolo Lassù qualcuno mi ama andasse a ve­dere il film aspettando di trovarci il suon dell’arpe angeliche, si ingannerebbe perché c’è soltanto suon di pugni. Il film infatti è ricavato dal libro dello stesso titolo, dato per essere l’autobiografia romanzata del pugilatore Rocky Graziano, campione del mondo dei pesi medi nel ’46. Nato da poverissima famiglia di italiani e cresciuto nel sordido bulicame umano di East Side, Rocky Gra­ziano fu negli anni giovanili teppista, rapinatore e gangster, più volte arrestato e processato, sinché, venuta la mobilitazione, passò dal libro nero della polizia a quello dell’esercito dal quale uscì espulso per ammutinamento e diserzione, e passato al carcere mi­litare. È proprio là che un caporale istruttore di boxe lo indirizza per la prima volta verso quella che sarà la sua futura carriera di campione, cercando di istillare in quella grezza crapa questo con­cetto, che invece di sprecare le energie della sua belluina e sel­vaggia natura in azioni e gesti inconsiderati dai quali non ricava che guai, dovrebbe imparare a utilizzarle, ossia, come dice nel suo pratico linguaggio commerciale, “mettere al suo servizio l’odio”, incanalandolo sul ring. Così ne farà fonte per sé di popolarità e di ricchezza; anzi ancor più, mezzo di propedeutica elevazione, per­ché come spiega “il pugilato può liberarti dal tuo odio”.

Ecco spuntare il significato adombrato nel titolo. Lassù qual­cuno mi ama. si distingue dagli altri film pugilistici in questo, che la boxe è presentata come fattivo strumento di redenzione spiri­tuale. “Con questa frase pronunciata dal protagonista” dice infatti candidamente il volantino pubblicitario “si vuole alludere a Dio.” È vero che Dio si serve anche dell’amore, mettendo sul cammino di Rocky una brava e gentile ragazza, Norma, che riesce ad am-mansire quella specie di nuovo Marlone, e a farsene un tenero e sollecito maritino.

Però guardiamo come le cose stanno: all’atto pratico è solamente alla fine, quando nel bestiale e sanguinoso incontro col suo avversario Tony Zale (incontro qui riprodotto con una veemenza cosi insistita e parossistica che non mi pare nemmeno più sportivamen­te attendibile), Rocky conquista il titolo, che la sua redenzione è definitiva. Badate, per un momento egli è stato in forse di rinun­ciarvi. Ricattato da una combriccola di parassiti del ring, i quali minacciano di rivelare ai giornali che egli non è Rocky Graziano ma Rocky Barbella, espulso per indegnità dall’esercito, se non ac­consente di truccare un certo match, rifiuta, e quando lo scandalo esplode tanto si accora che pensa di lasciare la carriera e da Chicago scappa a New York.

Ma il Qualcuno che l’ama vigila di lassù per la salute della sua anima: “Va’” gli ispira segretamente “torna a Chicago, torna sul ring, spacca la mascella a quel cane di Tony Zale, e sii redento”. Così infatti avviene. A parte che non è chiaro quali effetti la rot­tura della mascella avrà eventualmente per cui non è detto che, acquistata l’anima di Rocky Graziano, Domeneddio perda quella di Tony Zale, a me pare che questa teologia cinematografica per cui si continua sistematicamente a propagare la singolare concezio­ne di un Essere Supremo occupatissimo a procurare a gangsters, banditi e altri giovanotti maneschi, le ragazze e i morti ammazzati necessari per la loro salvezza, sia una pessima educazione religiosa. Ma io sono un incallito giansenista. Non mi rassegnerò mai a queste forme di religiosità da stregoni di tribù.

Perciò più umilmente mi limiterò a porre il senso umano del film nei due personaggi femminili. Uno è la madre di Rocky. Da giovane, divenuta sposa di papà Barbella che iniziava la sua car­riera di pugilatore, per l’orrore che il sangue e la violenza ispi­ravano al suo animo di donna sensibile e mite, essa aveva persuaso il marito ad abbandonare il ring, donde erano venuti il graduale abbrutimento di papà Barbella, e con esso tutte le disgrazie e il tracollo della famiglia. Quando vede che il medesimo stato d’ani­mo sta riformandosi nella nuora, Norma, mamma Barbella la scon­giura a non ripetere il suo errore, a comprimere stoicamente le sue reazioni per non paralizzare la carriera del marito, e infatti la pic­cina si padroneggia e assiste Rocky sino alla vittoria. Quasi a sot­tolineare nella coincidenza fisionomica la coincidenza dei due destini, l’attrice che impersona mamma Barbella, fu scelta in modo che Anna Maria Pierangeli (che, storpiandole il genere, gli americani hanno disinvoltamente ribattezzato Pier Angeli) ripeta in giovane lo stesso tipo fisico: viso pallido e longilineo, grandi occhi scuri e intensi, fattezze fini e malinconiche. Se Robert Wise lo ha fatto calcolatamente, è stata un’idea cinematograficamente molto fine. Il film è piuttosto importante dal punto di vista spettacolare, non soltanto per la perfetta aderenza degli interpreti e specialmen­te di Paul Newman, ma più ancora per la vivezza, varietà e ani­mazione con cui è colto lo sfondo della piccola Italia di East Side. C’è solo una cosa che non mi va giù. Tra tanti pugni che volano da tutte le parti, non c’è nemmeno uno che vada a finire sulla sar­donica e levigata mutria di cammeo di Whitey Bimstein, il ga­glioffo che organizza il ricatto contro Rocky Graziano. Non ditemi che anche questo è calcolato e fa parte della dottrina della Grazia secondo i teologi di Hollywood.

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart