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CINEMA: Il Selvaggio

14 febbraio 2012

di Filippo Sacchi
[da “al cinema col lapis”, Mondadori, 1958]

Nostro flagello nazionale è, si sa, il culto dello scappamento. Il povero Montacchini, attore fotografo e parmigiano spirito bizzarro, aveva tra le cento storielle e monologhi con cui teneva allegre le brigate tra Taro ed Enza, quello del cavallo della marchesa. Esce la gentildonna in landò e Montacchini descriveva i sentimenti del generoso animale il quale bello, agghindato, lustro di biada, il collo eretto trotta per la città, conscio di così nobile carico, e per esprimere la sua soddisfazione e la sua nerezza, emette di tanto in tanto ritmicamente quei rumori che, nel girone dei barattieri, il Malacoda dantesco emette per dileggio. Cosa volete, io non so mai trattenermi dal pensare al cavallo della marchesa ogni volta che, su moto o fuoriserie, qualcuno di questi assi dello scappamento forza apposta, proprio dove c’è più gente, per far udire la poten­za delle sue parti deretane. Temo purtroppo che questo deplore­vole vizio abbia ricevuto, col Selvaggio, un notevole incentivo. Mi­gliaia di scuteristi si sentiranno diventati Marlon Brando quando riusciranno a passare a tutto gas davanti alle fanciulle di Chivasso, di Firenzuola o di Poggibonsi. Mancava proprio adesso che si mettesse ad andare in motocicletta anche lui!

Il Selvaggio non è un film qualunque perché, al contrario di Emmer, abborda un problema. È un problema sociale serio che non è solamente americano, anche se vi appare con l’ingrandi­mento che prendono tutte le cose laggiù. Due anni fa produsse una impressione enorme in America la notizia dell’arresto, in una base della California, di trenta giovani aviatori perché si era sco­perto che erano affiliati a una società terrorista segreta, i cosiddetti Pachuchos. Questi Pachuchos che si sono propagati (sembra) in tutto il territorio dell’Unione, con simboli riti e speciali tatuaggi di riconoscimento, sono una specie di setta di giovinastri che, spo­radicamente o in banda, si danno a imprese di disordine e di violenza, con atti che possono andare dalla carnevalata goliardica al vero e proprio reato. Talvolta queste squadre, che hanno proprie insegne e nomi sonanti, vengono a conflitto tra di loro, e appiccano regolari battaglie. I Pachuchos sono i più numerosi, ma ci sono altre società minori sparse un po’ dappertutto.

È evidentemente a questo fenomeno, allarmante se ancora alcu­ni mesi dopo l’autorevole New York Times vi dedicava un edi­toriale, e d’altronde connesso al più vasto problema della delin­quenza giovanile, che Benedek pensava girando il suo Selvaggio dov’è raccontata appunto l’incursione che una di queste squadre di satanassi in motocicletta fa in una pacifica cittadina fuori mano, occupandola letteralmente e terrorizzando gli abitanti, sinché que­sti, spinti all’esasperazione da tanta prepotenza, si ribellano e quasi lincerebbero il capoccia se la soave fanciulla che, con la solita in­giustizia, la provvidenza tiene sempre in serbo al cinema per i ga­glioffi, non si mettesse in moto in tempo per redimerlo.

Il personaggio di Johnny vuoi essere ed è uno studio abbastanza coraggioso e obiettivo dello stato d’animo che è alla base di quella sciagurata epidemia. È essenzialmente un complesso anarchico e antisociale, alimentato da una condizione di profonda ignoranza e inciviltà, che diventa per reazione senso iroso di indipendenza ( « io non mi lascio dire da nessuno quello che devo fare »), ri­volta contro la legge, sadico guappismo.

Prodotti di una introversione sociale, essi sono incapaci di sen­tire una forma di comunione umana che non sia il clan: perciò si uniscono in ganghe segrete, istintivamente adottando i macabri emblemi della stregoneria, come questi che sulle nere casacche di cuoio compongono segni allusivi a teschi e tibie incrociate. Non avendo nulla in testa, questi soldati di ventura da due soldi non sanno nemmeno cosa vogliono. Dice a un certo momento Marlon Brando, che sarebbe un potente carattere se non gli avessero dato due ridicole basette da corista della Carmen: « Si va, si va, l’im­portante è scappare, andare ogni tanto a tutto gas ». E così par­tono, eccitati dal rombo, trascinati dalla corsa, scatenati dalla stessa intima e rabbiosa coscienza dei loro limiti e della loro impotenza, e poi succede quel che succede: sbornie, stupide provocazioni, de­vastazioni, violenze, assalti a edifici pubblici, insomma banditismo collettivo.

Così in America, dove le cose si fanno in grande stile. Da noi dove andiamo più alla buona tutto finisce a Vermezzo.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart