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CINEMA: LETTERATURA: I MAESTRI: Bondarciuk. Tolstoi tutto Tolstoi

21 marzo 2015

di Guido Piovene
[da “La fiera letteraria”, numero 3, giovedì, 18 gennaio 1968]

La prima parte della traduzione ci­nematografica di Guerra e pace di Tolstoi, quella eseguita in Russia, ap­pare oggi sui nostri schermi col tito­lo Natascia. Il titolo non è felice. Na­tascia è solo uno dei grandi personag­gi di Guerra e pace, e non concentra su se stessa tutta quell’immensa .vi­cenda. I primi due tempi del film, più contratti in Natascia, erano intitolati L’anno 1805 e Natascia Rostova. Se­gue il resto della vicenda, non ancora dato da noi, e che sarà chiamato L’in­cendio di Mosca. Mi dicono che a Pa­rigi si proiettava l’opera tutta insie­me, in dodici ore, compresi gli inter­valli del té e del pranzo. Perciò sup­pongo che nella versione italiana sia­no stati fatti dei tagli.

Comunque, un fatto è certo. Questa è la prima volta in cui si porta un grande romanzo nel cinema riuscendo a conservarne lo spirito e il potere di commozione. Non ho mai visto, in questo genere, niente che possa stargli a pari. Non parlo dei liberi rifacimen­ti, in cui un romanzo dà lo spunto al regista, che ne parte per farne un’in­venzione sua. Parlo di una traduzio­ne fedele, nella quale il regista si po­ne a servizio di uno che è maggiore di lui, accettando in partenza di es­sergli subordinato. Nemmeno questo è facile. Occorre amore e umiltà, co­se rare.

L’effetto è ottenuto anzitutto con l’accumulazione attenta dei particola­ri esatti. Non ha nulla a che fare con la pedanteria, perché in alcuni casi, per esempio questo, è l’unico mez­zo possibile per toccare lo scopo. Leg­go la réclame sui giornali. Parla di centinaia di migliaia di comparse, di quasi 11.000 scenografie, di cinque an­ni di preparazione, di trenta miliar­di di spese. Non stento a crederci, e non credo possibile arrivare allo stes­so effetto in maniera diversa. Ciò che importa è che questa profusione di cure intenda veramente ricreare l’am­biente e il movimento dell’opera ori­ginale, magari con minuzie che una per una passano inosservate, e non a una pomposa scenografia decorativa. E direi che in Natascia, con tanto di­spendio, pochissimo è decorativo, ma quasi tutto funzionale. Il criterio è lo stesso di quello usato in Russia per la conservazione delle case dei grandi scrittori, per esempio dello stesso Tol­stoi, a Mosca e in campagna. Ogni og­getto, anche di poco conto, dalle sto­viglie agli abiti, suo o dei suoi fami­liari, è mantenuto intatto e al posto dov’era. Conservati con lo stesso zelo sono anche i piccoli oggetti che non si vedono, come quelli che restano na­scosti nei cassetti. In una casa di Tol­stoi, un cassetto solo contiene duemi­la oggetti (tutti catalogati), tra cui un bottone rotto e un ago con una guglia­ta di filo. Il risultato è la presenza fisica di Tolstoi. Si ha la sensazione che entri da un momento all’altro.

La traduzione russa di Guerra e pace per il cinema si serve anche di questa tecnica. Non dirò che non vi siano difetti. Ma non è difettosa la rap­presentazione dell’aristocrazia, tra cui il romanzo in gran parte si svolge, e che è stata accusata di una certa rozzezza. A me sembra molto preci­sa. L’aristocrazia russa non era quella inglese, francese, o austriaca; conser­vava una parte rozza, del resto pia­cevole, anche sotto vesti fastose; que­sto è chiaro dalle descrizioni che si leggono nei romanzi, e risulta ancora oggi, dalle case che ne rimangono, dai mobili che le decorano, anche se era­no imitati dall’Occidente. Una punta di grossolanità si nota qualche volta perfino negli arredi dei palazzi impe­riali. L’aristocrazia russa somigliava, per molti lati, a quella di provincia dei nostri paesi; e io ricordo che la nobiltà veneta di provincia era piena di personaggi vivi che sembravano la incarnazione di personaggi immagina­ri di Tolstoi, di Dostoevskij o di Go- gol. Il film rende l’aristocrazia russa, maggiore e minore, com’era: fastosa e festaiola, ma con i suoi modi un po’ rudi, con i suoi corpi un po’ massicci, i suoi grossi appetiti, il fondo contadi­no e il contorno patriarcale.

Nemmeno imputerò al regista, di fronte a un romanzo con tanti perso­naggi, ne ha lasciato qualcuno in om­bra : cito il fratello di Natascia, Nico­la Rostov. Si potrebbe dire, se mai, che l’aristocrazia, come appare nel film, è, quasi tutta d’animo troppo eletto; ma questa « positività » pro­grammatica caratterizza i personag­gi di tutti i film sovietici, e stride molto meno coi personaggi del pas­sato, che quando si vuole applicarla a quelli del tempo presente. Si immagi­ni quale acredine critica e dissolven­te, a costo di prevaricare sullo stesso Tolstoi, avrebbe usato un cineasta di sinistra dell’Occidente rappresentan­do questi nobili, come avrebbe fruga­to nelle pieghe del libro per estrarne particolari indicanti la loro vacuità, vanità, stoltezza; qui invece sono uo­mini integri, dei quali si mette in va­lore soprattutto la solidarietà col po­polo a cui appartengono nei momenti difficili, e la generosa risposta ch’essi finiscono per dare, ognuno con diver­se motivazioni interiori, alla chiamata del Paese aggredito. Vi sono le cana­glie (la bella E lena, il suo amante e suo fratello che seduce Natascia): ma il cinema sovietico, come è noto, rifug­ge dal troppo nero, non affonda mai il bisturi nella canaglieria, e non vuole che abbia una parte troppo cospicua. Così, mentre brillano i buoni, gli animi elevati e caldi, i farabutti restano sco­loriti, superficiali e secondari. Chi co­noscesse male l’Unione Sovietica po­trebbe restare stupito di un ritratto co­sì affettuoso, e quasi senza macchie nei personaggi che più contano, dell’ari­stocrazia russa, sia pure di un seco­lo e mezzo fa. Niente miseria, niente sfruttamento apparente, ma contadi­ni che sorridono guardando le toilet- tes e i balli dei padroni. Conoscendo la Russia zarista solamente da questo film, si sarebbe portati a dire: che bei tempi.

Uno dei grandi pregi del film è la veritĂ  fisiognomica. E’ un argomento al quale ho giĂ  accennato un’altra vol­ta. Non si può fare Guerra e pace con faccie lunghe americane. Qui tut­ti i personaggi sono veramente russi, e dal loro aspetto traluce il carattere nazionale. Inoltre l’aspetto esteriore, per quanto siano altolocati, li avvicina all’uomo comune, suggerisce che sono fatti della stessa pasta. Pietro Bezuchov, che è lo stesso regista, Serghei Bondarciuk, riesce in una rara im­presa: è come lo immaginavamo leg­gendo, o come io lo immaginavo. Con forza emerge il carattere di Andrea Bolkonski. Il suo aspetto rende cre­dibile anche visivamente come, inna­morata di un uomo così teso ed auste­ro nel suo orgoglio e in un’alta ambi­zione di gloria, Natascia si lasci se­durre da un mascalzone di maniere piĂą spiccie. Di Natascia, dirò tra poco.

Questi principali caratteri sono re­si nel film al di là della superficie. E non importa se una voce di fondo dice i loro pensieri, le loro riflessioni sull’esistenza: in Tolstoi queste rifles­sioni sono essenziali e parte integra­le delle persone. Pietro ed Andrea non sarebbero ciò che sono senza quello che pensano, senza le loro filo­sofie contrastanti. Alcuni episodi so­no stupendi; il trapasso del conte Bezuchov intorno al quale i pope parati come a Pasqua cantano le preghiere del trapasso mentre vive ancora, il ballo alla corte imperiale, la caccia al lupo, tutto quello che si svolge nella campagna. Splendide primave­re, splendidi geli, e splendidi chiari di luna; la natura è vivente.

La battaglia di Austerlitz, sebbene un po’ confusa nel suo svolgimento, è benissimo rappresentata come cele­brazione del valore russo, e in rappor­to con Andrea, il quale caduto e mo­rente vi ha la rivelazione della vani­tà delle cose e della grandezza del cielo. Ottimo accorgimento è stato, a mio parere, quello di mantenere lon­tano e sfumato il personaggio impos­sibile di Napoleone, la cui faccia cono­sciamo troppo, Napoleone stona sem­pre nei film, qualunque sia l’attore che lo rappresenta.

La diligenza, quasi la venerazione con cui è accostato il testo, ottengono un effetto che va molto al di là della semplice illustrazione. Naturalmente siamo su un terreno diverso dei film che costituiscono un’invenzione nuo­va. Non guardiamo Natascia pensan­do a Blow-up o a Marat-Sade. Ma un film che riesce a trasmettere l’ondata emotiva di un grande libro non può essere detto soltanto illustrativo; le semplici illustrazioni non trasmettono nulla, anzi distraggono, appiattiscono e falsano. Bondarciuk, il regista, si è immedesimato in Tolstoi. Si veda Na­tascia (Ludmila Saveieva); il meno che possiamo dire sono due parole: è lei. Era così, sicuramente, col suo fer­vore, con la sua esaltazione che la tie­ne costantemente un tono più su del normale, questo che è forse il più ca­ro e simpatico dei personaggi femmi­nili di tutta la letteratura. La prova che l’ondata magnetica di Guerra e pace giunge fino a noi dallo schermo, è che a momenti ci commuove. Il me­rito principale è certamente di Tol­stoi, ma insomma il regista è riusci­to a non interferire, a fare di se stes­so un tramite che ne diffonde il calo­re geniale.

Forse anche scopriamo qualche co­sa di nuovo. Guerra e pace è un ro­manzo a cui ci si avvicina più di una volta nella vita, ma in genere la prima, più completa e attenta lettura, si è fatta in gioventù. Forse allora ci si è accorti meno che uno dei suoi maggiori incanti è l’appello della gio­vinezza, che vi circola dentro: quel fresco bisogno di gloria che non asso­miglia alla secca competizione adulta per il successo, e che scatta ad ogni occasione, anche in un ballo o in una partita di caccia; quei momenti d’esta­si fervida in cui la bellezza del mon­do diventa quasi insopportabile e tut­to il mondo consanguineo. Cose che l’Occidente, o almeno l’arte occidenta­le hanno dimenticato; e da qui resta­no, e rimangono vere.

In fondo è desiderio di giovinezza la commozione che comunica un film come Natascia; e la comunica Tolstoi, capace come nessun altro scrittore di propagare questo genere di palpitazio­ni. Per una volta tanto, ha trovato un regista abbastanza bravo e modesto per lasciarci arrivare, in parte, la sua grande voce.


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