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CINEMA: MUSICA: I MAESTRI: Fred Astaire e Ginger Rogers. Com’era bella l’America

1 novembre 2014

di Carpendras (Manlio Cancogni)
[da “La Fiera Letteraria”, numero 34, giovedì 24 agosto 1967]

E’ un peccato: dopo tre apparizioni in tre films di tren­t’anni fa, ripresi dalla TV, Fred Astaire e Ginger Rogers ci hanno già abbandonato. Avremmo voluto vederli danzare ancora, almeno per tutta l’estate. Fred Astaire oggi è vicino alla settantina. E’ proprietario e direttore di numerose scuo­le di ballo. E’ ricchissimo. Ha ballato per quasi mezzo secolo con uno stile inconfondibile, che fu soltanto suo, e che da solo è sufficiente a rievocare un’epoca. Ricordate quando lo vedemmo la prima volta? Fu una sorpresa; infatti quel film, « My dancing lady », tradotto pacchianamente in « La danza di Venere », si raccomandava al pubblico per altri interpreti: Joan Crawford e Clark Gable, la più famosa coppia d’amanti degli anni trenta. Fred Astaire era solo una comparsa. A un certo punto apparve a fianco della Crawford. Un giovane magro come non ne esistevano altri. Sembrava di legno, dalla testa liscia, senza un capello fuori posto, dalle gambe straordinariamente lunghe. Ballarono per pochi minuti. Fu­rono sufficienti per dare a un film mediocre un posto nella storia del cinema. La Crawford cessò di ballare, almeno in film; Fred Astaire continuò per almeno altri vent’anni. Fra il ’30 e il ’40 fu certamente il ballerino più popolare del mondo. Eppure erano gli anni di Serge Lifar. Che cosa atti­rava in lui, perché milioni di giovani europei si sforzavano di imitarlo, battendo i piedi, tacchi e punta, sul pavimento? S’era scelto una compagna adatta, molto brava anch’essa e graziosa. Ma c’erano, nel cinema, donne molto più belle di Ginger Rogers, e attrici molto più famose. No, il segreto era solo in quel « tip tap » che a un certo punto, mentre ta­ceva l’orchestra, recitava un a solo che sospendeva ogni altro pensiero. Dopo, tutti emettevano un gran sospiro e si guardavano ridendo. Lui intanto aveva ripreso a vorticare sulla pista, tirato a lucido, nel fascio dei riflettori. A distanza di trent’anni si capiscono meglio le ragioni del suo fascino. Più di qualsiasi altro attore di Hollywood Fred Astaire ci suggeriva l’immagine di un mondo nuovo, libero, leggero, fresco e felice. Qualunque cosa accadesse in Europa, l’im­maginazione della gioventù andava verso l’America. I ditta­tori, nella loro stupidaggine, proibivano libri e films (come ad esempio « All’ovest niente di nuovo ») che ritenevano pe­ricolosi, sovvertitori. Non avevano alcuna paura di Fred Astaire; lo lasciavano passare. E lui, ballando agilmente, con leggerezza e ironia esercitava su milioni di spettatori una opera di « persuasione occulta » (così si direbbe oggi) più efficace di qualsiasi discorso di propaganda. Com’era bella l’America degli anni trenta. Dopo la terribile crisi aveva riacquistato interamente la fiducia in se stessa, nella sua forza e nel suo avvenire. Sociologi, filosofi, e romanzieri, po­tevano denunciarne i difetti, i vizi, gli errori. Tali denunce non arrivavano a scalfire l’ingenua fiducia con la quale si guardava a essa. No, l’America di quegli anni non era un problema. Era la fantasia, era la giovinezza era la speranza. Si, anche le sue ingenuità ci affascinavano. Perché arrivando nella nostra tetra, stravolta Europa avevano un senso. Lo si capisce meglio oggi. Gli scherzi, i gags, le battute che pun­teggiavano i tre films ripresi nelle scorse settimane dalla TV, allora ci facevano ridere. Oggi ci commuovono. Che diamine! Mentre di là, di là dall’Oceano, giovanotti e ragazze si divertivano con tanta innocenza, di qua imperversavano formule sinistre, lugubri riti, bandiere di colore diverso, ma ugualmente strappate. Tutto questo, direte, per un saltel­lante e sia pur nitido suono di tip tap? Sì anche un ballo può dirci tante cose. Forse che il minuetto non è sufficiente a rievocare le grazie del settecento? E il valzer, l’Europa uscita dal Congresso di Vienna? Probabilmente i program­matori della TV non pensavano che tre filmetti musicali avessero tanto potere. Li ringraziamo lo stesso. E speriamo che in avvenire scelgano ancora così distrattamente.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart