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Consolo, Vincenzo

7 novembre 2007

L’olivo e l’olivastro
Neró metallicó
Il viaggio di Odisseo

“L’olivo e l’olivastro”

Mondadori, pagg. 154, Euro 6,20

Inizia con una fuga, dopo il terremoto, dalla nativa Gibellina, questo libro che già mostra agli inizi l’eredità di una lingua antica fatta di serrata poesia, di aridi solchi e di sassi: “pietrosa e aspra”. Dal traghetto il protagonista volge il capo all’indietro: “Messina non esiste”. Incontra smarrimento, curiosità e stupore dappertutto. Il treno su cui è salito percorre la penisola, lentamente, con frequenti fermate, giacché quel che è successo (“sacco d’orde barbare o furia di natura”) ha prodotto un mastodontico sconquasso.

Il protagonista lascia il paese, ma ad ogni immagine che gli si para davanti, egli vi legge la storia, le vicende, anche sanguinose, di un popolo antico e nobile. Lasciare l’isola è davvero possibile? Messina distrutta dal terremoto s’insinua dentro queste visioni, come se là fosse rimasto il cuore a pompare la sua vita. Non solo: a cercare, in un tentativo disperato e necessario, di preservare la Sicilia tutta dalla morte. La mente compie un pellegrinaggio al tempio della vita, che è il ricordo: “Viaggiatore solitario per un itinerario di conoscenza e amore”. Sfilano nomi, immagini, paesaggi, da cui l’isola trae il ceppo e il genio della sua immortalità. Quanto più il protagonista si allontana, tanto più la sua isola rinasce alla vita dallo squasso, dal torpore, dallo svenimento. Di fronte ad una tragedia di morte, il pensiero e l’amore vi contrastano con l’effluvio della eternità, generato dal sentimento e dalla ragione. È una rabbiosa sfida contro “l’impotenza” e “la vulnerabilità” delle cose. Che, nel momento in cui veste i panni di una fuga, di un esilio, sia esso provocato da un terremoto, dall’eruzione dell’Etna o genericamente dalla insofferenza e dalla povertà, si trasforma in lamento, in bruciante rimorso. Non basta fuggire, non basta gridare lo scempio, per sentirsi lontani.

Nella sua isola, nuotatore quasi vinto dalla furia del mare, trovò rifugio Ulisse: “trova riparo in una tana, tra un olivo e un olivastro”. V’incontra il regno dei Feaci, “che sono vicini agli dèi”, e vivrà felicemente quei giorni alla reggia di Alcinoo, “in seno ad un’alta civiltà”. Si delineano così le tristezze, le nostalgie, le ferite che sempre accompagnano un esule, un fuggiasco dal proprio paese natale. In Ulisse il protagonista identifica il proprio rimorso e la paura. Paura di ciò che di portentoso è avvenuto nell’isola; rimorso per un viaggio intrapreso come sopravvissuto di una realtà che può sfaldarsi, perdersi, divenire irreale. Così l’esilio del protagonista, “il viaggiatore”, “il reduce”, “l’Ulisse di sempre”, diventa, in verità, inconsciamente, il racconto del suo ritorno, o meglio, diventa la frusta del ricordo e della memoria che lo sferzerà per sempre, costringendolo costantemente al ritorno, non importa più se con i segni di una qualche fisicità: “Pensava ch’era stato lui per primo a rompere gli ormeggi, allontanarsi, via per tanto tempo.” e “Non sa dire quando, tanto lontano questo avvenne nel tempo.” Narrando di Ulisse, parla di sé: “Mostri generati dai rimorsi. I più tremendi sono, nella favola, nel poema, nell’isola al centro di quel mare, nelle pieghe più oscure e minacciose della sua natura, nella terribilità del suo vulcano, negli scuotimenti della sua terra, nelle insidie delle sue isole intorno.” e: “Metafora di quel che riserva la vita a chi è nato per caso nell’isola dai tre angoli”. Ma il canto di Consolo, il suo poema, musicato dalla evocata e rimpianta grecità, non finisce qui. La mente elabora quel suo incantato ritorno, incessantemente: quando descrive ciò che di bello e di antico è stato distrutto nell’isola che ha “albe di cristallo” e “sentieri di silenzi”, quando rivede i pescatori “Laceri, spossati, dormivano sulle reti, al riparo delle vele”, o i cavatori di pietra: “Erano secchi e grigi i cavatori, avevano denti corrosi dalla polvere”, quando ricorda personaggi che hanno percorso l’isola, tra i quali: Verga (cui rende un lungo, fiero e commosso omaggio: tutto da ammirare), Vittorini, Pirandello, De Roberto, Sciascia, Tomasi di Lampedusa, Lucio Piccolo, Carlo Levi, Buttitta, Goethe, Guy de Maupassant, Caravaggio, Antonello da Messina, Guttuso, egli ritorna. Esule lontano, l’amore ha disegnato nella sua mente un perenne e definitivo viaggio del ritorno, a cui ha accesso e può accostarsi con il canto felice della poesia. La prosa ispirata di Consolo ricorda in certi tratti, ancor più accentuata, quella di Mario Tobino (al quale si accosta anche per il coraggio di certe denunce sociali), prosa ardimentosa, di un ardimento che è proprio della poesia, che sgorga da profondità sconosciute, libere ed immacolate.

Passano le ombre dell’antico, del mito, della leggenda, davanti agli esili tralci (“sagome cave”) della modernità che tutto ha reso vano (“ceri giganti accesi per un dio della malvagità e del disastro”), alla maniera di ciò che videro, nella discesa agli inferi, gli occhi di Ulisse, l’esule per eccellenza. Ed è Ulisse che incessantemente accompagna il ritorno del protagonista; sempre lo intravediamo accanto ad ogni movimento, ad ogni visione, ad ogni rievocazione, ad ogni personaggio, in ogni luogo (tantissimi, tra grandi e piccoli: da Messina a Catania, Siracusa, Palermo, Trapani, da Gibellina a Acitrezza, Caltagirone, Gela, Lipari, Cefalù, Utica, Noto, Mazara) visitato e rivisitato continuamente dalla memoria e dal ricordo. E di più: tutti gli esuli siciliani diventano e saranno sempre Ulisse (“vide il viaggio d’ogni uomo, l’avventura d’ogni Ulisse”), e in questo modo il tempo antico, con le sue vestigia, coi suoi protagonisti da Eschilo a Catone, fascia il presente, lo annichilisce, e ciò facendo esalta gli afrori del passato che mai, pur in presenza di grandi trasformazioni e apocalittiche calamità, hanno abbandonato e abbandonano l’isola. La Sicilia, cioè, al di là del rancore che si può provare per il suo degrado, appare come una terra mitica nel cui impasto degenerativo prodotto via via dai secoli resta il lievito del suo nobile lignaggio, che le proviene da quei migranti greci di cui l’autore scrive: “contadini, pescatori, artigiani megaresi trasportarono sulle loro barche, qui trapiantarono, vicino ai siculi indigeni, le loro credenze, i loro costumi e linguaggi.”

Momento straordinario e alto del libro è tutta la parte dedicata a Verga, e chi, come me, considera il catanese tra i più grandi scrittori della nostra terra, insieme con Manzoni, De Roberto e Bacchelli, non può che giovarsi di un tributo così intenso ed ammirato “a quello scrittore grande, a quell’Eschilo e Leopardi della tragedia antica, del dolore, della condanna umana.”

Dirà un Verga vecchio, burbero ed insofferente, a Pirandello: “Aspetto la morte, a occhi aperti…”

“Neró metallicó”

Il melangolo, pagg. 64. Euro 5,16

Sono quattro racconti brevi, in cui l’autore, salvo che nel primo, si compiace di costruire un giuoco barocco di parole e di situazioni, sempre scintillanti. L’uso di alcuni termini dialettali della sua terra di Sicilia contribuisce a fornire un ulteriore motivo di attrazione per queste storie, capaci di trasmetterci il sapore della Grecia antica, pagana e sensuale in “Neró metallicó” (è una strana bevanda); la magia di un Natale rinnovatosi in una strana grotta di briganti, ne “Il presepio naturale” e l’incanto di un prestigiatore nel brevissimo “Il prodigio”.

Ma il libro ha tutta la forza, a mio avvio, del primo racconto: “Scilla e Cariddi”, nel quale la sicilianità trova la sua espressione più forte e compiuta, al punto che si può dire che vi sanguina la vita coi suoi umori e i suoi bagliori, attraverso una scrittura che pare uscire proprio, pensosa e sofferente, da una ferita.

“Il viaggio di Odisseo”

(coautore Mario Nicolao). Bompiani, pagg. 72. Euro 2,32

Tra i due autori si svolge una conversazione su alcuni aspetti dell’Odissea, di cui – accolte come possibili entrambe le ipotesi che possa trattarsi di un insieme di materiali di autori diversi oppure frutto del genio di un solo autore che si è rifatto a preesistenti storie legate al mito di Odisseo -, si mette in risalto la “metis”, ossia quella speciale astuzia che sa adattare l’intelligenza al caso, per cui Odisseo (che “significa l’Odiato”) passa continuamente nei suoi racconti dalla verità alla menzogna e viceversa. Atena, a cui l’eroe mente, loderà: “i discorsi bugiardi che ti sono cari fin dalla culla.” Un tale viaggio, secondo gli autori, non è ancora terminato, “dura fino ai nostri giorni e proseguirà forse finché anche noi non avremo trovato un viandante che scambi un remo per un ventilabro”, e in ciò risiedono la suggestione e la malia che ancora affascinano il lettore di questo straordinario ed enigmatico capolavoro. “Questo mito continua ad agire nei secoli, passa di mano in mano e tuttavia rimane sempre imperscrutabile.” Virgilio, Dante, Cervantes, Joyce, Broch, Melville, Vittorini e, a detta di Nicolao, lo stesso Consolo sono degli esempi di questa continuità del viaggio, e Consolo conferma che i suoi testi “L’olivo e l’olivastro” e “Lo spasimo di Palermo” sono effetto del suo viaggio dentro l’Odissea (“tutta l’Odissea, sappiamo, è una metafora della vita, del viaggio della vita), con la differenza che questa volta si tratta di un viaggio (“nostos”) che, sì, è un ritorno alla propria isola, però non più come quello di Odisseo, ossia “della colpa e dell’espiazione, della catarsi soggettiva”, giacché “Nessun viaggio penitenziale e liberatorio è ormai possibile”, bensì un viaggio che presuppone che da quell’isola, da quella Itaca, si deve ripartire, che è la lezione di Vittorini in “Conversazione in Sicilia”, in contrasto con l’immobilità espressa da Verga, De Roberto, Tomasi di Lampedusa, Brancati, Pirandello. L’intuizione che Nicolao attribuisce ai libri di Consolo è quella di aver “collegato la maledizione di Odisseo all’irruzione della tecnologia nel mondo del menos”: “menos”, ossia furore (quello di Aiace, ad esempio), in contrapposizione a “techné”, la fredda e ambigua astuzia di Ulisse, oggi rappresentata dalla moderna tecnologia “che ci può salvare o distruggere.” “L’elettronica poi ci ha fatto varcare le colonne d’Ercole […], ci ha risospinti nella caverna platonica o meglio nell’incantato palazzo di Circe, dove avvengono le mutazioni più degradanti.” Interessante il raffronto fra l’Odissea e la Bibbia, e fra il viaggio di Ulisse e quello di Mosè; nonché quest’affermazione di Nicolao: “Anche e soprattutto nel libro erriamo. Erriamo e mendichiamo, come Odisseo.”

Insomma, con un linguaggio semplice, i due autori riportano ai giorni nostri il significato di una storia tra le più antiche e affascinanti che siano mai state scritte.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart