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Conti, Guido

7 novembre 2007

I cieli di vetro

“I cieli di vetro”

Il primo pensiero che mi ha attraversato la mente nell’affrontare questa lettura è stato: “Ecco, dopo Carmine Abate, incontro un altro autore che scrive come una volta, semplicemente raccontando”. Quando il protagonista Ulisse Lilloni, un ragazzone di vent’anni, alto più di due metri, forte e duro come la pietra grigia delle montagne, sta pedalando sulla strada ghiaiosa dell’argine, in canottiera bianca sui pantaloni blu, diretto verso casa (la casa dei pioppi), stretto sulla sua bicicletta, mi sono ricordato le pagine de Il mulino del Po del grande Riccardo Bacchelli, così colpevolmente dimenticato. Lo stesso sapore della parola, lo stesso culto per la frase, lo stesso profumo della terra.

Si respira la vita come si svolgeva anni addietro e l’autore ci fa rivivere immediatamente quegli anni descrivendoci la nascita prodigiosa di questo bambino che sembrava non fosse mai stato bambino, che pesava sei chili e mezzo già a quel primo vagito e per venire al mondo aveva fatto soffrire alla madre Gina le pene dell’inferno. Al punto che alle sue grida di dolore nei momenti più forti del parto, la gente che le udiva dai campi e dalle case intorno si radunò nel cortile e attese con trepidazione l’evento.

Quella sera che l’abbiamo visto pedalare sull’argine, giunto alla casa degli Alfieri scorge affacciata alla finestra una ragazza mai vista prima, che lo saluta. Nei giorni seguenti fa di tutto per rivederla affacciata a quella finestra, ma le imposte restano chiuse. La sorellina Maria, che non era sorda, non parlava e basta, di sei anni, è la sola che si accorge che da qualche giorno Ulisse è mutato.

Il cielo. I cieli. Non mancano mai nelle molte descrizioni che s’incontrano: un cielo azzurro, un cielo grigio, un cielo che si specchia nelle fosse, un cielo duro, un cielo limpido di stelle, un cielo impolverato di stelle, un cielo solido scudo, un cielo terso, un cielo a scaglie, un cielo d’estate, un cielo grande, un cielo immenso, un cielo vuoto, un cielo silenzioso, un cielo dove vagano i folletti, un cielo senza fine, un cielo infinito della pianura, di fronte all’inganno delle stelle, un cielo disperato, un cielo soffocante, un cielo calmo, un cielo senza luna, un cielo che sputava sassi bianchi, con rabbia, un cielo che era una piaga asciutta e nera di sangue, un cielo che va in frantumi, un cielo solleticato dalle fiamme, un cielo bianco, un cielo infranto. Sta sopra il capo di Ulisse, sopra quello del cane Ettore, dei quattro fratelli detti gli evangelisti per via dei loro nomi: Matteo, Marco, Luca e Giovanni, sopra Maria, sopra la madre Gina, sopra lo zio Pietro, raccontatore di favole; sopra le altre case sparse nella campagna, sopra l’argine ghiaioso che il protagonista percorre così tante volte per andare e tornare dal mulino dove lavora. Il cielo, i cieli, che nessuno vede ma che sono sopra di noi, con i loro umori, con le loro diversità, come persone vive. E poi i cieli di vetro. Perché? Anche il vetro o i vetri compaiono spesso, e sono quasi sempre accompagnati da espressioni di dolore: quel dolore si sciolse in una malinconia oscura cui non riusciva a dare un nome e che gli lasciò nel sangue una manciata di vetri. E: sentiva schegge di vetro nel sangue. E: si portava dentro come una scheggia di vetro nella carne. Ancora: un urlo improvviso del vento squarciò quel silenzio di vetro (sono le avvisaglie dell’arrivo di una terribile e devastante tromba d’aria, che seminerà lutti e rovine). E: quei sogni gli lasciavano il vetro nel sangue. E: si sentiva la bocca piena di vetri e sabbia. Ancora: quel silenzio era venato di strani pensieri, scricchiolii di un vetro che sta per rompersi. Dunque: i cieli di vetro come cieli del dolore.

Si sente bussare alla porta, una sera, mentre sono tutti in casa e i fratellini, tranne Maria, stanno giocando con Ulisse, il fratello gigante. La madre va ad aprire e appare sull’uscio Caterina: è la ragazza che Ulisse vide affacciata alla finestra. È in vacanza dagli zii. È molto bella, studia a Milano, all’università. È venuta perché gli zii hanno bisogno che Ulisse faccia per loro una commissione. Consegna il foglietto a Ulisse, che fa una prima gaffe, delle molte che lo attendono. Alto e grosso com’è, mette il foglietto alla rovescia, provocando una spontanea e divertita risata della ragazza, che le appare ancora più bella. Maria, che osserva tutto, è irritata nel vedere questo goffo comportamento del fratello dinanzi a quella sconosciuta.

È il momento, questo, in cui la storia prende avvio. Ci sono già ben definiti tre caratteri che, s’intuisce, avranno di che spartirsi lungo il tragitto: quello della bionda Caterina, civettuola, allegra e bella; quello di Ulisse, tutto muscoli ma dal cuore vulnerabile, e quello della piccola Maria, la più attenta e vigilatrice dei sentimenti del fratello. Conosceremo anche un altro personaggio importante, amico di Ulisse: Ernesto.

La presenza di Caterina lo istupidiva come vino forte nel sangue, questo, invece sarà il filo conduttore.

Guido Conti ha al suo attivo molti racconti ed un romanzo prima di questo: Sotto la terra il cielo (ancora il cielo, notate). È uno dei talenti scoperti da Vittorio Tondelli; è ispirato da sentimenti forti e dal desiderio di mettere la natura a contatto con il lettore, di trapassargli i suoi odori e il suo colore. Siamo nel mezzo di un’estate torrida: Il sole calcinava ogni cosa. Continuamente, la sera, si sentono le voci insistenti e ossessive, come la calura del giorno, delle rane e dei grilli. Pare di ascoltarle anche a noi.

Tuttavia, lo stile non accompagna sempre con la stessa efficacia la felice immagine suggerita dall’ispirazione. Un esempio: poi bevve d’un fiato quel vino ghiacciato come l’acqua del pozzo. Sembra che abbia ancora bisogno di un’asciuttezza maggiore, di una migliore amalgama tra la scena o i sentimenti che si vogliono rappresentare e le parole, al fine di non indebolire il risultato. Quel ghiacciato fa cacofonia con fiato e poteva essere sostituito con gelido. Qualche riga più sotto, si può trovare un altro esempio: in tutta la sua freschezza, lasciandogli la bocca asciutta. Le parole producono qui una musicalità fastidiosa, e sarebbe bastato anticipare semplicemente l’aggettivo asciutta per correggerla: in tutta la sua freschezza, lasciandogli asciutta la bocca. E ancora: Aveva le gote rosse e la fronte sudata, i capelli grigi raccolti dietro la nuca. L’aveva sempre vista così, non era mai cambiata. Sentite? Sembra una poesia. O ancora: come il toro che trotta nell’arena con la spada infilzata nella schiena. E di frasi simili, ce ne sono altre. Ammetto, tuttavia, che queste sono pignolerie.

Caterina, dunque. Questa sconosciuta dalle mani lunghe e secche entra prepotentemente nella sua vita e gli fa paura perché capiva che lei era la sua felicità e il suo destino. È la macerazione di una sconfitta, questo amore, e Ulisse fa di tutto per non esserne preso; al suo primo appuntamento nel fienile, quando lei arriva, lui è già là, ma resta nascosto: chiamarla voleva dire non tornare più indietro. Non resiste, infatti, e Caterina, sedutasi accanto a lui: Rideva di quel ragazzo gigante, istupidito dalla sua presenza.

Questo amore irruento ma trattenuto, passionale e vigile a un tempo ha un osservatore silenzioso: è la piccola Maria, che è muta per un mistero che porta in sé, ma sente tutto. È lei la sola che si accorge dei cambiamenti e delle tribolazioni che sta soffrendo il fratellone: La piccola Maria guardava il fratello che metteva paura. Si pensa subito ad una simbiosi col fratello, ad una condivisione della sua sofferenza, svelate da quei suoi occhi che non si stancano mai di osservarlo. E il mistero del suo mutismo invade anche noi, che non riusciamo più a proseguire la lettura senza pensare a lei.

La bellezza di Caterina faceva male, lasciava nella carne il veleno e la paura. È di questo che si accorge Maria.

Da qualche tempo abbiamo fatto conoscenza con un amico di Ulisse, Ernesto, ma solo ora l’autore ci fa entrare nella sua famiglia e conosciamo Paride, il padre, e la madre Adalgisa, magra rispetto alla madre di Ulisse, e scopriamo così che Ernesto non è come i suoi fratelli più grandi, neri come tori per il lavoro nei campi. Lui è gracile, non sapeva nemmeno bestemmiare, e non è mai riuscito a rendersi utile come i fratelli. Perciò si limita ad accudire le galline e i conigli. È considerato da tutti un po’ matto, va in giro di notte sempre scalzo, anche d’inverno quando il ghiaccio gli riga i piedi e li fa sanguinare; legge i suoi libri con un coniglio tra le braccia. I genitori portano nel cuore la loro pena per quel figlio che non sapevano chi fosse veramente, cosa pensasse. L’Adalgisa deve anche vestirlo, gli mette la camicia pulita, poi si chinò e gli mise le scarpe. Da solo non lo avrebbe mai fatto, e così lo faceva lei che era sua madre. Due madri, Gina e Adalgisa, che hanno in comune un dolore che le appena, e che piangono in segreto quando nessuno le vede. E due compagni di viaggio di Ulisse, che a modo loro non lo abbandonano mai: la sorellina Maria, muta, e Ernesto, l’amico, che lo dicevano matto o deficiente (è invece assai sensibile e capace di grandi sentimenti e destinato a crescere nella storia). Ed è proprio, nel corso di una passeggiata serale in bicicletta diretti a Parma per divertirsi un po’ che Ernesto a bruciapelo gli rivolge questa domanda: Ti piace Caterina? Lui nasconderà la verità, perché sentiva che doveva difendere la sua Caterina dalle violenze del mondo e proteggere il suo desiderio e il suo amore da tutto. Ernesto, allora, continuerà a parlare e svelerà all’amico una verità terribile, che darà l’avvio al suo tormento, di una devastante potenza, come se una spada abbattutasi sul suo capo lo avesse tagliato in due.

Si cominceranno ad avvertire nell’aria i primi segni di un mutamento destinato a crescere e a farsi tragedia.

Il romanzo ha struttura lineare e assai semplice, si concentra su pochi personaggi, e sui principali scava più a fondo per esplorare e scoprire il senso di un tormento apparentemente generato dalla carne, dal desiderio, ma che ha la sua sede nell’anima incerta e inquieta. Tutto si svolge nella campagna alla periferia di Parma, resa molto bene nella calura e nel tremore di un’estate torrida, con la passione e lo sguardo di chi tenacemente l’ama. Anche l’episodio tragico della tromba d’aria mista a grandine che scoppia improvvisa e che distrugge ogni cosa della pianura, seminando dolore e morte, è descritto con pagine assai memorabili, che mi hanno ricordato quelle magnifiche del Bacchelli quando, nel suo capolavoro, descrive la piena del Po e la sua terribile devastazione.

Può essere, però, che la storia si gonfi di situazioni e di sentimenti che si vanno qua e là ripetendo. Ma un bel libro, comunque, un’avvincente lettura.


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Bart