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Alvaro, Corrado

6 novembre 2007

L’età breve 
Gente in Aspromonte 

“L’età breve”

Bompiani, pagg. 300. Euro 8,20

Quando Alvaro, nato a San Luca, un piccolo paese vicino a Reggio Calabria nel 1895 e morto per un male incurabile a Roma nel 1956, scrive questo romanzo sono trascorsi 16 anni dall’uscita di “Gente in Aspromonte”, il lungo racconto che, nel 1930, darà conferma definitiva delle sue qualità di eccellente narratore.

Rinaldo Diacono, il protagonista, un ragazzo, osserva il mondo dei grandi con una certa scontentezza e diffidenza; non vorrebbe crescere poiché le cose che vede e ascolta degli adulti gli paiono senza senso, se non addirittura ridicole: “non voleva fare quello che fanno gli uomini di cui tutto gli ripugnava, perché vedeva tutto con gli occhi da trapassati che hanno i ragazzi”. Alvaro considera la fanciullezza il periodo della vita più importante e tale che “tutto è eterno nell’infanzia, anche i vecchi, anche la morte. Nulla accade e tutto è già accaduto nell’infanzia.” La scrittura sensibile e riflessiva, in qualche modo vicina a quella di Carlo Levi (“Cristo si è fermato a Eboli” è del 1945, l’anno prima), ci introduce nelle complesse fermentazioni dell’anima negli anni in cui la sete di conoscenza e le curiosità della vita fanno di un ragazzo il più stupefacente ricettacolo di emozioni e sentimenti, i quali palpitano e si muovono in ogni direzione, trasformando la crescita e l’affinamento di sé in un denso caleidoscopio in cui a poco a poco i colori e le deformazioni assumono le linee di un percorso e di un paesaggio dai contorni sempre più precisi e definitivi.

Di modesta famiglia, Rinaldo viene mandato a studiare in un collegio di preti, vicino a Roma, che è un po’ l’esperienza autobiografica dello stesso autore. Egli tenta di resistere, ma le insistenze del padre Filippo sono tali che è costretto a partire dal suo piccolo paese, Corace, situato sulla costa calabra. Il padre cerca in lui il riscatto sociale (così come era accaduto in “Gente in Aspromonte” per Argirò, che si aspetta dal figlio Benedetto un riscatto dalle sue disgrazie economiche. “L’età breve” ha le sue premesse, infatti, e meglio ancora, le sue profonde radici in “Gente in Aspromonte”), ammonendolo che se non riuscirà a farsi valere sarà meglio “che non torni mai da queste parti. È meglio che si consideri morto.” E ancora: “Tu devi tornare addottorato, con un paio di occhiali e con una nobile presenza. E quando ti parleranno col tu, allora tu risponderai col tu.” La ferrea e prevaricatrice volontà di Filippo si scontra con il desiderio di libertà e la fantasia propri dell’età di Rinaldo, che non riesce a comprendere l’ostinazione del padre. Quando si troverà in collegio, in mezzo ai preti e ad altri compagni, egli constaterà che anche lì, come avevano fatto fino allora suo padre e sua madre Carmela, si cercherà in lui “qualcosa più grande”; “qualcuno che si trovava nascosto dietro a quella piccola apparenza.” Padre Orbain, di origine francese, suo padre spirituale che “si esprimeva in una lingua approssimativa”, inizia un dialogo con il ragazzo che a poco a poco riuscirà a scuotere la sua indifferenza per ciò che lo circonda: “Fino allora, aveva veduto le manifestazioni della vita come fatti senza scopo, modi d’essere, come l’albero è storto o diritto, come la luna vacilla nei cieli nuvolosi.”, e a far emergere la parte nascosta e sconosciuta che è in lui. La conoscenza di Dio, con il quale viene a contatto nei colloqui con padre Orbain, gli dischiude un mondo diverso dal quale sente di ricevere una purezza mai prima provata: “Egli era in pensiero per suo padre che non conosceva queste cose, viveva nell’ignoranza, e conosceva solo le immagini del suo paese che somigliano a vecchi contadini e operai. Le immagini nei luoghi dove si è più vicini a Dio sono diverse, portano chiome e barbe di nuvole”.

Ma Dio non è mai disgiunto dal ricordo e dalla presenza del demonio tentatore così come la purezza non è mai disgiunta dalla corruzione. La formazione di Rinaldo si alimenta degli opposti e dei contrasti, la sua maturazione acquista un senso ed è pienamente conseguita soltanto se prodotta dall’incertezza e dal dubbio: “A Corace non gli era mai accaduto di pensare così. A Corace tutto viveva nel sole, nell’aria, nel vento. Tutto si trasformava, ed egli non era mai stato preso dal pensiero della decadenza. Ma qui egli aveva per la prima volta l’impressione delle cose che decadono, del tempo che divora, degli elementi nemici.”

Non è un ambiente sano quello del collegio. Accanto a preti morigerati, ce ne sono altri che corteggiano alcuni ragazzi effeminati, come Luisella e Besanti, a cui sono lasciati crescere lunghi i capelli. In questa ambigua atmosfera nella quale aleggia una misoginia che si cerca di far respirare anche agli educandi inculcando loro l’idea che “le donne erano strumenti di perdizione, rovina dell’uomo, esseri impuri, «vasi di impurità»”, Rinaldo, allorché incontra sua madre, non la vede più con gli occhi di prima, bensì come un “antro di perdizione.” Nella breve vacanza trascorsa in casa di un conoscente del padre che vive a Roma, Antero Sciulzo, egli, osservando le due bambine che la frequentano, Giulia e Margherita, ne deduce che “nelle bimbe si vedeva bene che ogni loro atto era impuro, come gli avevano insegnato in collegio”. Dunque, il suo originario e innato amore per la libertà sta facendosi prigioniero di una morbosità non spontanea, che agisce sulla sua innocenza come una piccola impurità spuntata all’improvviso e destinata ad estendersi e a proliferare. Da questo momento la sua attenzione per il mondo femminile si trasforma in diffidente curiosità, intrisa di timori e di pregiudizi. Alvaro ricama un tale graduale e articolato mutamento con il filo di una scrittura di raffinata leggerezza, al punto che essa penetra nella psicologia del ragazzo rendendoci visibili e trasparenti le numerose ramificazioni nelle quali si introduce e a volte si ritrae il lento ed incerto passaggio. I rapporti tra uomini e donne sono osservati nella luce tenebrosa del peccato, come gesti ed atti impuri, generatisi dalla potenza del male. Questa visione del ragazzo, lo rende spregevole e cattivo agli occhi degli altri, mentre “egli si sentiva di un’essenza gentile, senza ombra di bestialità”, il solo capace di accostarsi agli altri con “purezza”.

Si è così innestato in lui un meccanismo perverso che, mentre lo allontana dalle donne, scatena una pulsione e un’attrazione verso di esse, nelle quali intravede una sua personale ribellione a Dio: “Egli pregava fervidamente, e non riusciva a far tacere le immagini che si svolgevano nella sua mente, e che certo erano opera del diavolo.”

Aggrovigliamento e confusione di una crescita che, condizionata e costretta dall’ambiente, cerca a fatica la sua strada e la sua luce, non potevano essere resi meglio di quanto la delicata scrittura di Alvaro sa comunicare alla nostra immaginazione e alla nostra sensibilità. In occasione di una festa di carnevale quando arrivano le famiglie dei collegiali, gli sguardi di Rinaldo sono rivolti alle numerose ragazze presenti, e leggete quale sensazione lo pervade: “La varietà e diversità delle bambine dava l’impressione di una diversità e varietà d’inganni, resa dilettevole da quei fiori, da quelle piume, e da tutto ciò che è lieve su una donna. Ammesse fra quelle mura, esse non avevano nemmeno il sospetto di rappresentare qualcosa di male, anzi, di essere tutto il male. Facevano pena, tanto più che non se ne rendevano conto, e sarebbe stato impossibile avvertirle.” Sta maturando, infatti, in Rinaldo, la convinzione, ancora precoce e incerta, di una sua purezza tale da riuscire a redimerle, “mentre invece sapevano tutto le donne fatte, le quali parevano tuttavia trionfare in quel male, trovarcisi bene e coltivarlo.” Se protagonista del romanzo è la crescita inquieta di Rinaldo, nondimeno e allo stesso livello di macerazione e turbamento lo è quella delle ragazze che gli ruotano intorno, come se Alvaro, nel rappresentarci “l’età breve” di Rinaldo, avesse inteso edificare l’intero mondo dell’adolescenza che lo accompagna e cresce con lui (la stessa cosa avverrà, quando uscito dal collegio, incontrerà Mastrangelina, una sposa di sedici anni: “È una bambina, quasi. Delle volte devono andarla a cercare che giuoca con le ragazze più piccole”, alla quale appartiene una delle più belle descrizioni, al capitolo XXI, contenute nel romanzo, quella che comincia: “Un gomito sulla spalliera della sedia, una mano in grembo […] ella mostrò le gambe ignude” eccetera eccetera. “Mastrangelina” è il titolo del romanzo che costituisce il seguito di questo, e che uscirà postumo nel 1960, come postumo uscirà l’altro che completa la trilogia: “Tutto è accaduto”, del 1961). Il segno del male li pervade tutti: le ragazze in modo particolare, destinate a quella maturità di donne adulte nelle quali si nasconde, si adagia e prolifera il male: “La donna è la radice dei mali, ma perché è così fatta, senza colpa sua, dalle origini.”; la stessa crescita di Rinaldo, tuttavia, ne subisce torbidamente l’influsso, così che la sua anima si contorce dolorosamente attorno allo sviluppo della femminilità, entrando in simbiosi con essa: “L’odore di quelle stoffe, la loro consistenza di seta e di broccato, suggerivano un mondo in cui i confini tra uomo e donna non fossero ancora definiti, come un’infanzia della società.” La realtà, quella matura, solida, costruita dallo scorrere dei secoli intorno all’uomo, infatti, è apparente, fittizia e nasconde il peccato: “dove veri uomini, vere donne e vere passioni agivano non confessate e dichiarate.”

L’età breve è, dunque, quello spazio della vita in cui tutto è ancora possibile, redimibile, non compromesso; spazio ambiguo, ermafrodito, indefinito e indefinibile, incerto, aperto a tutti i venti e a tutte le direzioni, ambito e carezzato dal peccato che vi si affaccia con i mille volti e le innumerevoli lusinghe capaci di attirare a sé le acerbe aspettative di una ambizione e di una aspirazione alla vita velate dal sottile, trasparente involucro di una nascita non ancora dispiegatasi compiutamente.

Romanzo sottile e difficile, è aiutato e illuminato da una scrittura sussurrata, quieta, che si avviluppa come edera al tronco di un’età ricca di profumi, di significati, di attese, talmente breve da stupirci per quella densità di tumulti, tutti intuiti e rapidi, inafferrabili, e che tuttavia hanno sempre lasciato, e lasciano ancora oggi, il segno nella crescita di ciascuno di noi.

L’educazione che riceve divide in due la realtà: quella costituita dalla natura, che è innocente, e quella determinata dall’uomo, che è intrisa di peccato, e Diacono (l’autore sceglie spesso di chiamare Rinaldo con l’emblematico cognome) viene ammonito di una vita al di là delle mura del collegio in cui si commette ogni sorta di peccato, anche inconsapevolmente: “Il peccato era in tutto, giacché non era identificabile.”, mentre lì dentro “quei ragazzi erano al sicuro, chiusi come un gregge, e potevano essere beati.” È la cupa atmosfera di un cattolicesimo da caccia alle streghe, che mette in guardia l’uomo da una realtà in cui egli agisce contaminato dal peccato originale, ancora potente e dominante in lui a tal punto da trascinarlo suo malgrado a contatto con il demonio piuttosto che con Dio: “Ma gli uomini facevano orrore. Era irrimediabile, era così per il fatto stesso d’essere uomini. Si nasce fiore come si nasce uomo.” Inquietudini e lacerazioni che somigliano a quelle che si respireranno qualche anno dopo, nel 1956, ne “Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman, in cui quel frate che guida la processione dei flagellanti ha più di una somiglianza con il predicatore quaresimale del romanzo, padre Corniglia (“padre Corniglia raccontava cose terribili. L’inferno era spalancato a inghiottire i peccatori.”), e nel 1982, in quell’esplorazione ammirevole dell’adolescenza che Bergman realizzerà con l’altro capolavoro: “Fanny e Alexander”. Scrive Alvaro: “Mentre l’infanzia è ricca di pensieri, di sogni, di visioni, l’adolescenza è nuda, è misera, uscita dall’indistinto, piena di sentimenti troppo forti per essa, e che essa non può sostenere”.

Tuttavia, nel momento in cui “da una finestra del cesso” scorge una “bimba” che si affaccia “alla finestra d’una cucina” dell’edificio di fronte, che egli chiamerà fittiziamente Amanda, e si mette ad osservarla mentre compie gesti consueti di donna, non può fare a meno di pensare che “lui era possessore di una capacità che non poteva offendere e che non era male.” C’è, dentro ciascuno di noi, fa capire Alvaro, un’inclinazione, una propensione nei confronti della propria sorgente interiore, che nessuno può sopprimere, anche se, diviso com’è l’uomo in due parti, accanto alla parte buona “che è l’angelo”, vi è una parte “mal conosciuta, forse inesplorata, che si apre d’improvviso come un trabocchetto, e che è capace, nel medesimo corpo, col medesimo animo, di suscitare immagini laide.” Ciò che assume importanza ora, nella crescita di Diacono, è questa sensazione, che avverte per la prima volta: “Era bello amare Amanda, perché ella non suscitava pensieri cattivi come li suscitava Luisella.” Il mondo dei grandi, sempre rifiutato da Rinaldo, è qualcosa che ciascuno di noi ha dentro di sé, come il seme contiene già l’albero che sarà. Bastano pochi segnali a fecondarlo. Amanda è il primo rilevante segnale, poi la signora Guglielmina, madre di Margherita e Giulia, che ha un amante, gli rivelerà, con il suo comportamento, le falsità e gli intrighi che regolano i rapporti tra uomo e donna e Rinaldo “Vedeva ancora l’umanità adulta come una razza di cavalli o di animali grandi, e con le necessità di un grande organismo. Ma quali fossero tali necessità non poteva arrivare a capire.” I libri che riesce ad accaparrarsi di nascosto saranno di aiuto alla sua crescita. Passato dalla camerata dei piccoli a quella dei mezzani, rivelerà a Lusignano, un collegiale che desta l’ammirazione dei compagni: “Io ho un libro dove è scritto tutto, dove accadono molte cose, e dice veramente che cosa è la vita.” La scoperta della vita è lenta, graduale e minuziosa, esaminata e rianimata di quei particolari aspetti che noi stessi abbiamo dimenticato della nostra adolescenza e che Alvaro riporta in superficie dai recessi della nostra anima, dove sono conservati come parte fondante ed incancellabile della nostra personale esistenza.

Come ogni uomo, anche il ragazzo Rinaldo, infatti, non è identico agli altri; egli, in particolare, cova in sé il germe della libertà che rifiuta ogni costrizione ed è destinato prima o poi ad esplodere; così viene espulso dal collegio e rimandato a casa. È contento, perché, al contrario di quanto cercavano di inculcargli i suoi precettori, egli fuori del collegio si trova bene e non scorge alcun segno del peccato: “Rinaldo pensava al collegio e alle sue paure, e si ritrovava senza più paura.” Che è come dire che la sua breve età deve compiere ancora i suoi innumerevoli percorsi, così densi e incalzanti in quel rapido periodo della vita. Gli dirà la madre: “Tu non potrai rimanere sempre con me e con tuo padre. Tu devi fare la tua strada. Tu devi uscire da questo paese. Tu non ci puoi rimanere.” È il tema del viaggio e della scoperta, quello che viene suggerito dalla madre, che, più tardi, ispirerà le opere maggiori del settentrionale Carlo Sgorlon. Il paese di Corace è facile al sorgere di gelosie, di invidie, di rivalità, di ostentazioni, di vendette e, proprio per questo, di falsità, apparenze e menzogne. Rinaldo impara a conoscerle dal padre Filippo che continua a perseverare in quella sua ricerca di riscatto attraverso il figlio, e lo porta in visita qua e là presso le famiglie più importanti, lodandone i meriti e vantando che la sua uscita dal collegio era dovuta al fatto che i superiori avevano potuto appurare che ormai lì dentro Rinaldo non avrebbe avuto da imparare più niente. Attraverso il figlio, il padre ricerca anche l’adulazione e l’affermazione sociale di se stesso, sollecitando negli amici il riconoscimento che se Rinaldo era così intelligente, non poteva discendere tutto ciò che dalle qualità eminenti del padre. Quando, poi, Filippo porta il figlio in visita presso la ricca famiglia del signor Oscuro “provava l’emozione di una famiglia che andava in rovina, una famiglia potente, mentre egli sentiva di salire, di consolidare la sua, e il cemento era suo figlio di cui, a furia di raccontare pretesi successi, egli si era fatta una garanzia di avvenire, un segno di nuova nobiltà.” Da quelle visite, da quelle attese e da quelle cortesie, il ragazzo “non riusciva ugualmente a spiegare perché nel corso di quei colloqui, e pronunziando quelle lodi, ognuno degli interlocutori fosse veramente commosso, al punto che in viso a qualcuno si scorgevano spuntare vere lacrime di riconoscenza per le lodi avute, o di tenerezza per le lodi attribuite.” Dunque, dopo quella del collegio, ecco manifestarsi un’altra verità, che non è mai, si badi bene, una certezza assoluta, giacché resta sempre avvolta nel sudario della sofferenza e del dubbio: “In quella stagione della vita, tutto quello che si dice è nuovo, ha un diverso significato dal reale, ha mille significati”, come ogni nostro atto, del resto, sia compiuto da ragazzi sia compiuto da grandi: “il ricordo dubbioso di avere compiuto atti puerili, di là dalla innocenza”. Alvaro ha la capacità di mostrarci, come attraverso un microscopio, la densità, il pullulante fermento, contenuti in piccoli gesti, in piccole azioni, in delicati e quasi impercettibili sentimenti: “I suoi occhi davano l’impressione che uno prova in campagna, al buio, sotto le stelle, preso da un brivido al ricordo di quello che è accaduto qua e là negli anni e negli anni; eppure tutto è sereno sotto le stelle, e un soffio di vento, un parlare lontano, un lume profondo, aprono il cuore a una vaga speranza di non si sa che pace e che gioia.”

La libertà a cui aspira il piccolo Diacono è la libertà da qualsiasi forma di costrizione, e il suo viaggio in quell’età breve è la ricerca ansiosa e disperata di una purezza primordiale, e meglio ancora, il tentativo di riuscire ad essere se stessi così come lo è la natura fuori di noi, essendo possibile ottenere una tale libertà soltanto da una simile conquista: purezza, ossia, da ogni contatto con “una vita che non lo interessava, che lo affaticava, vuota di senso e convenzionale.” Rinaldo avverte i fermenti che alimentano le sue inquietudini, le quali agiscono e scalpitano dentro di lui alla ricerca di una via d’uscita in grado di indirizzarlo verso la definizione della sua crescita, ma egli è contrario a tutto ciò, velato dal desiderio di un nulla che è quiete e purezza insieme, ed è la sola verità che può soddisfarlo: “Il sonno lo prese via, lo portò in un mondo senza sogni e senza visioni, in cui la sua vita cresceva, prosperava, s’infoltiva in un aere d’infanzia in cui respiravano le chiome degli alberi della montagna natale.” Di contro a questa aspirazione, il padre lo veste da adulto e da dotto, costringendolo a portare in capo “quel tubino che gli calava sugli occhi e gli fasciava il cervello” e ad indossare “quei fastidiosi occhiali che gli davano un malessere continuo allo stomaco” La sua crescita, dunque, lo infastidisce ed egli anela al nulla? Una crescita, in quell’età breve, è confusa, ci fa capire l’autore, intrisa di speranze e di delusioni, e così egli non dà mai una direzione sola ai pensieri del suo personaggio, che appare come il metallo fuso e gorgogliante nella fucina di un fabbro, dalla quale uscirà con una forma definita che ancora è nascosta. Certo, sulla sua ribelle inquietudine, sui suoi turbamenti, sul suo desiderio di non uscire da quel guscio molle (“gli manca lo slancio”) che è la sua infanzia, concorre non poco l’ostinazione del padre, avido di ottenere la sua rivincita sulla società, avvalendosi del figlio: “Mi hanno umiliato. Lui mi deve vendicare”. Che diventa anche l’ambizione, sul suo esempio (“Noi abbiamo portato la rivoluzione in paese.”), di altri paesani, come il bottegaio Benestare o il pastore Cardone, che mandano a studiare in seminario i loro figli, Luigino e Rocchetto, e sono felici quando essi, durante qualche vacanza, possono conversare con Rinaldo, che ha studiato a Roma, ed è tenuto proprio per questo in gran conto. Nel corso delle loro passeggiate, i loro discorsi cercano di dimostrare al proprio interlocutore la ricchezza della cultura conseguita negli studi; la gente del paese li vede passare, sa della loro istruzione, si ferma ad ascoltarli e si aggiunge al gruppo, via via sempre più numeroso: “Qualcuna delle donne che tornava dal lavoro, col suo fardello sulla testa, un fascio di legna o un sacco, si fermava per deporre il suo peso e riposare, strappava una di quelle frasi, e si metteva ad esclamare repentinamente, rimescolata dalla forza di quelle parole: «Benedetto il Signore che ha aperte le labbra al vostro figliolo e gli fa dire parole assennate!»” Miracolo, suggestione, fascino del sapere, dunque, con il loro carico di antico che ammalia e penetra nell’anima di chi ascolta: “Esse apprendevano per la prima volta fatti accaduti centinaia e migliaia di anni prima, vi trovavano un riferimento alla loro infelicità e alla loro fatica presente.” Quelle di Rinaldo, Rocco e Luigino sono tre adolescenze che Alvaro, ad un certo punto, si mette a seguire congiuntamente, nel segno di una età comune che appartiene più all’uomo, alla specie ossia, che al singolo. Così gli stessi tremori che Rinaldo prova al pensiero della donna, sia essa Antonia o Amanda (il cui vero nome è Eugenia), o Mastrangelina, coinvolgono anche il pensiero degli altri due, i cui genitori sono né più né meno simili nei loro comportamenti, nei loro pregiudizi, nelle loro aspettative, a quelli di Rinaldo. La vita che conducono in seminario, se li sta rendendo più istruiti dei compagni, in realtà lascia in loro dei segni indelebili. Lo dice a Rocco, Stumpo, un compagno più grande di loro, che dovette lasciare il seminario per certi intrighi e che ora nel mondo non riesce a ritrovarsi. Dunque, se ci si isola dalla realtà, se si cerca di chiudere gli occhi e non capire, se il mondo è per noi soltanto qualcosa di peccaminoso, ciò costituirà un limite, formerà una cicatrice che ci farà per sempre diversi. L’età breve, lo è anche nei momenti in cui dobbiamo decidere del nostro destino. Dirà Rocco alla madre, che ha udito i discorsi di Stumpo: “Noi siamo ormai segnati. Ecco che cosa accade a uscire dal gregge.” Accadrà a Rinaldo, uscito dal gregge, ciò che è accaduto a Stumpo? Già le ragazze che prima non esitavano ad andare nella sua casa, chiamate dalla madre a svolgere qualche faccenda domestica, ora se ne tengono lontane. La frequentazione del seminario da parte di Rinaldo, il contegno altezzoso che la famiglia Diacono ha assunto da che Rinaldo è tornato con una presunta istruzione superiore a quella della povera gente di Corace, fanno di quella casa un luogo da evitare per non sentirsi umiliate: “Da uguali si potevano prestare servigi, ma col sospetto di essere inferiori, no.” Corace, attraverso le passeggiate dei tre studenti, le loro conversazioni carpite dalla gente, le loro incertezze e i loro turbamenti, le attese e le delusioni, diviene un corpo compatto di umori, dentro i quali tutto si agita e fermenta. È un paese che acquista la sua fisionomia più che dall’insieme dei personaggi che vi dimorano, dai pensieri e dai sentimenti contrastanti che vi si agitano. Nel momento in cui Rinaldo avverte intorno a sé la presenza del paese, dei suoi abitanti, quella sensazione di purezza che aveva vagheggiato in seminario torna ad impadronirsi di lui. Si guarda intorno e pensa che la sua presenza potrebbe purificare ciò che di volgare e peccaminoso lo circonda, e poiché la donna, come in collegio, occupa la sua mente, è ad Antonia che va il suo pensiero. La donna, che ha avuto molti amanti, ora convive con un emigrante, Zopardo, tornato dall’America. Rinaldo vuole avvicinarla per liberarla da quella condizione di schiavitù e di oppressione. La sua giovane età lo colma di chimere e di propositi, dunque, che tuttavia sono già qualcosa di diverso rispetto al primitivo desiderio di estraniazione che gli aveva fatto detestare il mondo degli adulti. Non è solo peccaminoso il mondo, infatti, ma anche intriso di suggestioni, di intimità e di mistero: “Tutto attorno sembrava echeggiare profondamente questi misteri che si nascondevano in ogni cuore, e la terra andava avanti, girava attorno al proprio asse, si rivoltava nella luce e nella tenebra con questi innumerevoli segreti confidati e travolti senza memoria.” La realtà, perciò, è legata a doppio filo al cuore di ogni uomo e ne conserva i palpiti e i segreti per sempre. Non è un caso che ad un certo punto Rinaldo sente il bisogno di coricarsi a terra e di abbracciarla: “Buttandosi sulla terra, egli la sentì sobbalzare come un ventre, e ricordandosi che la terra si muove, egli ne sentiva i movimenti nello spazio vertiginoso. Vi si coricò sopra, sentendo salire l’esalazione della natura. Era una voluttà spaventosa, che si andava cercando la sua strada in un mondo dove le valli potevano essere godute soltanto dagli alberi grandi, potenti, forti.” Alvaro ha anche questo modo di rappresentare le conquiste di una crescita, come se essa scivolasse e si insinuasse in un folto di contrasti e contraddizioni, forzando ogni cosa con la perentorietà e la virulenza di una determinazione prestabilita e inarrestabile. Quando avvicina Antonia e le propone di incontrarsi di notte con lei, avverte sorprendentemente di essere diventato “uno come tutti gli altri, e si sentiva addosso i panni degli altri, le membra degli altri. Ora avvertiva il disgustoso sentore di mandra e di coabitazione che dominava il paese. Ora sapeva che cosa c’era nella mente di ognuno di quegli uomini. Aspettava che tutto si compisse per essere uno come tutti gli altri. La sua purezza era insopportabile, più lubrica di quello che non fosse l’impurità”. L’estraniazione ricercata da Rinaldo, la sua particolarità, si dissolvono al primo vero contatto con la realtà (individuato nell’incontro con Antonia: “Ella pareva di continuo ossessionata di quel mistero che ella provocava”, e ancora: “Egli aspettava quel momento in cui il suo piccolo corpo, di cui egli aveva a mente la fattura quasi indecisa, ancora radicata nell’infanzia, sarebbe divenuto adulto a quel contatto”), realtà a cui ciascuno di noi non può sottrarsi, pur anche detestandola. Addirittura gli pareva “di ricordare anche cose della sua esistenza prima di venire al mondo, in una essenza predestinata, che non si poteva scambiare con altre, destinata a quella vita.” Solo attraverso il contatto con qualcosa, altro da noi stessi (“era questo il mistero della vita”), infatti, è possibile raggiungere quella specie di approdo, di sazietà e di quiete cui istintivamente aneliamo: “ora egli era qualcuno nella creazione”, e poco più avanti: “quella stessa notte si sarebbe mescolato con l’Antonia, si sarebbe confuso con tutti i ragazzi e i giovani del paese.” Le lezioni di Alvaro in questo romanzo, come si vede, sono numerose e incalzanti. Egli riesce a cogliere ogni particella in movimento in quell’età breve e intensa, e che così presto dimentichiamo. Mentre Filippo, il padre, trascorre il suo tempo nel tentativo di un riscatto sociale che provoca l’invidia e la ribellione negli altri (è un tema parallelo di non poca importanza), Rinaldo combatte, in un’atmosfera rarefatta, e pur intensa e viva di emozioni e sentimenti, la sua battaglia di crescita e di conoscenza, il cui esito non è mai dato per scontato, e nella quale potrebbe anche soccombere: “avrebbe lasciato fare a quell’essere occulto che si nascondeva e agiva in lui.” È ciò che accadrà ad Antonia, in occasione della sua fine tragica, che gli aprirà definitivamente gli occhi alla vita: “si sentiva pieno di un avvenimento grande che occupava ormai tutto il suo passato, offuscava ogni altro ricordo, mobiliava il vuoto del suo animo.” Il padre, infine, dirà: “Io gli dò i soldi per vivere un mese, poi si arrangia. C’è tanta gente che gira pel mondo, e nessuno muore di fame.” È arrivato il tempo del distacco, dunque, l’uscita dal guscio molle. L’età breve è finita e inizia il viaggio. Quella notte che se ne andrà via dal paese, alla domanda di Mastrangelo, risponderà: “Vado via per il mio destino”.

“Gente in Aspromonte”

Garzanti, pagg. 186. Euro 8,50

Si apre con un intenso lirismo questo lungo racconto pubblicato nel 1930, che diede notorietà al suo autore.

La vita aspra dei pastori che passano tanta parte del loro tempo sui pascoli dell’Aspromonte è già disegnata ed evocata sin dalle prime pagine. La solitudine (“La sera girava pei monti in silenzio e ripiegava i lunghi raggi del sole. Le ombre cominciavano ad allungarsi per la pianura.) vi aleggia sovrana, punteggiata da rari momenti di colorita felicità, quando in primavera le donne salgono ai pascoli portando le loro giovani creature: “Allora, coi primi agnelli che saltano sulla terra, vagiscono sull’erba le creature dell’uomo, o si dondolano nelle culle attaccate fra ramo e ramo dove balzano ridesti i ghiri e gli scoiattoli.” In mezzo a questa dura realtà (“Attraverso i letti dei torrenti, i viandanti che tentano di raggiungere le vallate, nel silenzio reso più solitario dal ritmo della cavalcatura, sembrano abitatori di spelonche”: è l’incipit di una descrizione formidabile) ci viene raccontata la disgrazia accaduta ad Argirò, alla vigilia della festa della Madonna. Proprio quel giorno ha perduto quattro buoi, di cui aveva la custodia, precipitati in un burrone; e, scendendo, avanti l’alba, il sentiero insieme con altri pellegrini, offre a Fermo, un commerciante che ha un banco di vendita lungo il percorso, di comprare le loro carcasse.

I fratelli Mezzatesta, Filippo e Camillo, sono i signori del paese, dove i gentiluomini sono anche chiamati “calzoni lunghi” per tale distinzione rispetto ai poveri vestiti di brandelli di stoffa, e Filippo è il padrone delle bestie perdute da Argirò. Il loro palazzo adiacente alla chiesa è provvisto di ogni ben di Dio e pieno di serve, che “avevano smesso l’abito popolare”. I loro magazzini, le aie sono ricolmi: “il grano vi stava a montagne d’oro, il granoturco decorava con le sue pannocchie i soffitti, i formaggi in pile stavano sotto i rocchi colanti delle salsicce, le giare dell’olio e le botti davano sonore intonazioni nella profondità.” È in questa ricca casa padronale che si reca Argirò con suo figlio Antonello per risarcire Filippo Mezzatesta della perdita delle bestie, e l’occasione dà all’autore il destro per una descrizione delle usanze di quei tempi, in cui si coglie quella delicata sensibilità che continuerà per gran parte della produzione letteraria di Alvaro, e in particolare ne “L’età breve”, del 1946: “L’odore del pane cominciò a diffondersi mentre a mano a mano la pala infornava, e i pani stavano in quella profondità come creature vive, o come semi nell’urna d’un fiore.”

Filippo Mezzatesta, avido e ingeneroso, è descritto in modo superbo: “Alto, grosso, enorme, si puntellava con la mano alla testa di una delle due donne come su un bastone, mentre l’altra lo abbottonava e gli affibbiava la cintura di cuoio. Le sue grosse mani cosparse di peli rossicci sentivano la testa ben pettinata di Carmela coi suoi capelli neri, e la forma del cranio femminile, tondo tondo. L’altra gli aveva impresso nella schiena, nella furia di vestirlo, la forma delle sue dure mammelle. Si buttò di nuovo sul divano mentre gli calzavano le scarpe.” La sua grossezza è tale, infatti, che non può muoversi da solo, simbolo di un’accidia, di una mollezza e di una avidità non rare presso i grandi proprietari terrieri del tempo. È spietato con Argirò, che appella con lo spregiativo soprannome di “Zuccone”; non accetta nessuna scusa e gli toglie il lavoro, così che il poveretto, che si sente ormai rovinato da quella disgrazia, tenta una nuova supplica con l’altro fratello, Camillo, magrolino e malaticcio, che gli suggerisce di rivolgersi all’usuraio Ignazio Lisca. Camillo ha una figlia, Saveria, “che poteva avere la stessa età di Antonello”, e della quale è opportuno evidenziare quella parte di descrizione che poi costituirà uno dei temi principali de “L’età breve”: “malgrado la sua tenera età aveva le labbra umide e lo sguardo esperto delle donne grandi, ma innocentemente, e non era colpa sua.” Infatti, Rinaldo, il protagonista de “L’età breve” viene educato a considerare le donne quali ricettacolo, già da bambine, inconsapevolmente, del peccato. Incontreremo molta infanzia in questo racconto: il figlio di Filippo, la figlia di Camillo, la figlia di Lisca, di cui si avverte un’innocenza impura, già segnata. Ma è il piccolo Antonello, abituato a passare le sue giornate nella solitudine dei pascoli a fare, sceso al suo paese, la scoperta per lui più importante: “era il continuo chiacchiericcio dell’abitato che gli faceva sentire d’avere iniziata una vita nuova. La vita in comune gli sembrava una curiosa invenzione e un accordo fra gente che ha paura.” Ora che il padre non ha più i buoi da pascolare e con i soldi ricevuti in prestito dal Lisca si è messo a coltivare un pezzetto di terra, Antonello viene a contatto con un mondo prima sconosciuto e che osserva con la curiosità di una scoperta improvvisa e insospettata. I figli dei pastori che aveva incontrato in paese, in occasione della festa della Madonna, sono infatti ritornati in montagna e lui ha smesso l’abito di orbace, tipico dei pastori, ed ora veste come gli altri ragazzi. Conosce Titta, che ha tredici anni, tre più di lui, e si qualifica spavaldamente un ladro; Peppino, suo fratello e compagno di scorribande, e Lisabetta, “una bambina scalza, nera, con un visino piccino e patito dove due grandi occhi umidi guardavano fra le ciglia nere.” Tutti quelli che abbiamo incontrato sino a qui sono soltanto i primi ragazzi che compaiono, ai quali ne seguiranno altri, come il Sorcio o Andrea detto “il Pretino”, fratello di Saveria (come Titta e Peppino, che sono tutti figli bastardi di Camillo Mezzatesta e di Pirria, una donna sanguigna che vive in casa, “mantenuta” e “ancora mirabile”), e che bizzarramente tiene un aquilotto al guinzaglio, e così via. Titta ricorda in qualche modo la figura di Lucignolo nel capolavoro collodiano. Si presenta ad Antonello con la stessa baldanza con la quale Lucignolo si presenta a Pinocchio. Già in questo racconto, insomma, sono presenti i prodromi di un interesse dell’autore per questo periodo della vita che si andrà maturando ne “L’età breve”. Con i nuovi amici Antonello conosce non solo le prepotenze, ma anche i giuochi, ossia l’allegro e disinvolto modo di stare insieme che spesso anticipa la vita adulta, come accade quando gioca con la piccola Teresa, una bimba orfana, serva nella casa di Camillo, la quale dice alla sua bambola, che altro non è che “un sasso tondo rinvoltolato in un cencio bianco”: “«Zitta, zitta, adesso vengo a darti il latte.» Ma appena ebbe detto questo le venne da ridere, e vergognandosi delle sue parole si nascose con le mani la bocca.” Dai giochi di Teresa, detta “la Schiavina”, cui piace fingersi la moglie del compagno di turno, il Pretino viene sconvolto, allorché “gli carezzava la testa. Il ragazzo tremava. Ella lo baciò improvvisamente stringendolo fra le sue braccia magre, e rideva. Il ragazzo si mise a gridare che voleva andar via.” Qui è già tutta “L’età breve”. L’Argirò, che nel frattempo ha mutato molti mestieri, fino ad esercitare un servizio di trasporto fra il paese e il mare con la sua mula Rosa, ha avuto due figli sordomuti, Santo e Ciro, ed ora ne aspetta un altro, che la moglie gli partorisce finalmente. La vita di Antonello cambia, la sua infanzia ora è attraversata da quella del fratellino Benedetto, che cresce intelligente e concentra su di sé l’attenzione della famiglia, del padre soprattutto che ha già deciso che il bimbo riscatterà la sua famiglia. Lo farà diventare prete: “A questa gente dobbiamo fare un dispetto che se lo ricordino per tutta la vita. Poi viene Benedetto vestito da prete, e gli devono fare l’inchino.” Nasce da Argirò senza alcun dubbio la figura di Filippo, il padre di Rinaldo de “L’età breve”. Leggete come si comporta Argirò quando Benedetto viene a casa per una breve vacanza, e ricordiamoci del comportamento di Filippo nei confronti del figlio Rinaldo: “Quando Benedetto tornava a casa nei mesi d’estate, infagottato nel suo vestitino nero da prete, gli stava intorno la gente a domandargli per sperimentarlo se sapesse. Egli parlava calmo e pacato, col tono di un adulto, e diceva cose più grandi di lui. Il padre era come ubriaco e voleva che parlasse sempre, e dicesse tutto quello che sapeva. Il fatto che il figliolo si avviasse al sacerdozio, gli dava diritto a fare delle visite di dovere quando il figliolo arrivava o ripartiva. Allora egli entrava nelle case dei Mezzatesta, e diceva semplicemente: «Siamo venuti a farvi una visita. Lui è arrivato».” E ancora: “Si venne a sapere in breve che anche altri contadini e pastori pensavano di mandare i figli agli studi, se l’Argirò aveva mutato già rapidamente condizione nel concetto delle persone, come se quel figlio fosse un capitale depositato in una banca.” Il romanzo del 1946 svilupperà e approfondirà quanto è racchiuso e nascosto qui; entrerà, ossia, dentro la psiche del padre e del figlio e trasformerà il rapporto dei due tra di loro e con la realtà circostante in un denso caleidoscopio di sentimenti e di pensieri. Antonello comincia a vivere la sua giovane età in funzione dei destini di Benedetto, dunque; per decisione del padre la sua vita diventa un sacrificio da donare al fratello, il solo in grado di conseguire il riscatto sociale della famiglia. Perfino quando Antonello “fu chiamato per soldato e visse nelle città.”, il pensiero di essere utile al fratello gli occupa la mente. Intanto, Benedetto gode in casa del rispetto di tutti; i due fratelli mutoli gli cedono il loro posto appena entra in casa, o gli offrono il frutto che stanno mangiando “staccandoselo dalla bocca, col segno dei denti impresso nella dolce polpa.”

Protagonista del racconto resta, dunque, l’infanzia, vista e osservata nel momento della sua crescita, in quella parte di terra primitiva, aspra, che può offrire ai ragazzi soltanto il disperato coraggio di maturare da soli, nella lotta quotidiana contro la rassegnazione. La realtà che li circonda è intessuta dalla notte dei tempi di gerarchie, consuetudini, egoismi, superbie, invidie, che opprimono come una cappa asfissiante i desideri e le aspirazioni di molte nascite e di molte giovani vite.

Antonello, pur lieto della scelta che fa il padre del suo destino, è una vittima di questa ragnatela tessuta dai secoli. Allorché, a causa dell’invidia, Argirò subisce le angherie dei paesani e di nuovo si accumulano su di lui le disgrazie, è la vita di Antonello a farne le spese. In mancanza del sostegno del padre, infatti, è licenziato e rientra a casa dal paese dove si era stabilito. È debole e malato: “Come può campare di pane solo uno che lavora?” Rispetto al romanzo del 1946, il dramma dei sentimenti qui è più fosco e incline alla tragedia. Tutto precipita non solo per l’Argirò, ma nella stessa realtà circostante, che pare avvolta da una nemesi oscura che ad un tratto ha deciso di scatenarsi. Chi fa i torti ad Argirò, è preso anche lui nel vortice della vendetta che attraversa “quel buio di uomini” come un novello Angelo Sterminatore. Il Pretino, che non si è fatto prete per nulla, è diventato un diavolo scatenato e si rivolta, insieme coi fratelli Titta e Peppino, contro il padre Camillo, e la madre Pirria, costretta dai figli ribelli a lasciare la casa, ha pronta anche lei la sua vendetta rivelando chi sia veramente Teresa, la Schiavina, che ora vive con il Pretino come sua amante. La povera Saveria, intanto, è stata offerta in moglie, contro la sua volontà, all’usuraio Lisca, nel frattempo rimasto vedovo, in pagamento di un debito contratto dalla Pirria in segreto. Neppure il grosso e grasso Filippo Mezzatesta è risparmiato. La nemesi, infatti, ha il suono di una voce che si leva dalla montagna e annuncia sciagure per i ricchi: “Qualcuno s’ingegnava di riconoscere quella voce, ma senza riuscirvi. Qualcuno credette forse a un miracolo.” Sapremo presto di chi è quella voce: una vittima che invoca la giustizia, come farà Angelo Uras in “Paese d’ombre”, lo splendido capolavoro che un altro autore del Sud, Giuseppe Dessì, scriverà qualche anno dopo, nel 1972.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart