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Covacich, Mauro

7 novembre 2007

L’amore contro

“L’amore contro”

Mondadori, pagg. 252. Euro 12,39

Una situazione tra il faceto e il drammatico mette in contatto il protagonista – che è un “espurgatore fognario” – con una prostituta, di cui subito dopo facciamo conoscenza. Si chiama Ester, ha una sorella, Angela, che fa la maga in tv facendosi chiamare Vangelja, la quale vive con un tipaccio, Adriano, che ha avuto a che fare anche con Ester (“il nostro pappa” lo chiamerà Ester). Il mondo dei maghi in tv offre occasioni di comicità sin dall’inizio, quando vengono riportati i discorsi che il mago Floriano Cagnazzo o Vangelja o Amelior (una perla quest’ultimo nel capitolo Meno trentuno) fanno ai loro telespettatori, ciascuno con il proprio stile e la propria eloquenza. Ne vengono fuori quadretti davvero esilaranti. Cito anche il capitolo Meno venticinque, con quella sintassi un po’ sbilenca di Cagnazzo, che ci darà modo di sorridere più di una volta.

I capitoli, tutti numerati a scalare, ci danno l’idea di un countdown destinato a condurci chissà dove alla fine della conta.

Intanto la storia va avanti, senza ancora un nuovo punto di contatto tra i due, con l’io narrante che ci fa sapere che cosa pensa e cosa fa (un po’ troppo affetto da onanismo, vedrete, e soprattutto carico di una colpa terribile), e le lettere che tra Padova e Udine si scambiano le due sorelle.

Tale struttura disegna, tuttavia, un percorso di avvicinamento. Ed è proprio da una lettera di Ester alla sorella, datata 20 luglio 2000, che apprendiamo che l’incontro è avvenuto, e che il protagonista si chiama Sergio, il “pachiderma con le mani grandi come ali”, come ama definirlo lei, e anche “un bestione di quasi due quintali con gli occhi puliti.”

È un incontro improvviso. Lei si vede comparire davanti al finestrino della sua mercedes, nella quale accoglie i clienti, proprio lui, impacciato e un po’ bambino. Lo fa entrare, si fa pagare, è sbrigativa con lui, e subito dopo “con lui mi sono messa a chiacchierare. E abbiamo anche riso. E poi lui mi ha detto perché faceva quel lavoro e io, senza che lui me lo abbia chiesto, gli ho detto perché facevo il mio. Di colpo ho sentito di potergli dire tutto.”

Questo è l’incontro visto dalla parte di lei. Visto dalla parte di lui, invece: “Teneva gli occhi sulle mani, che sistemavano la minigonna, il reggicalze, che passavano una salvietta profumata sui ricci castani del pube, svelte come quelle di un’infermiera. Era come se mi avesse compreso da sempre.”

Nasce l’amore, dunque, anche se non subito riconosciuto da entrambi: “Quell’energia lavorava in proprio, sorda agli sbalzi delle parole.”

Le cose che accadono tra i due le sappiamo attraverso questo percorso indiretto delle lettere tra le due sorelle e dei pensieri di lui. E in questo modo apprendiamo anche il peso che ha avuto Adriano su Ester (“Adriano mi ha fatto fare un sacco di allenamento fin da bambina”), e si definisce il quadro di squallore e di miseria morale dentro il quale si disegnano le traiettorie di più vite che si preparano forse ad una mutazione. Eh sì, il lettore deve attrezzarsi – se non lo è già – a seguire una storia tetra, malata e oscura, guidata da istinti che è davvero molto doloroso attribuire agli uomini. La scrittura sa muoversi a suo agio dentro questo intrico di perversioni, e resta sempre ben condotta e lucida. Covacich si rivela un narratore di ottimo livello, e mi meraviglia di non averne sentito parlare tanto quanto di altri, rispetto ai quali non ha nulla da invidiare. Personalmente, trovo la sua scrittura perfino superiore a quella dei suoi colleghi più rinomati. Per chi, come me, non ha pratica delle discoteche di oggi, la descrizione di una serata presso l’Hyppodrom (capitolo Meno trentatré) è stata molto convincente e rappresentativa: “Al banco arrivavano bocche impastate di rossetto, grasse come animelle. Tiravano un po’ dalla cannuccia, poi dalla sigaretta, e lasciavano nel portacenere filtri cerchiati di fucsia. Non riuscivo mai a vederle dentro un volto.”

Si fa strada anche l’attesa di un punto di contatto, che si intravede, tra il pappone Adriano e il pachiderma con le ali Sergio: non solo questo punto di contatto è già rappresentato da Ester, ma lo diverrà anche il datore di lavoro di Sergio, Bernet (Berny), un altro depravato, un pedofilo che Adriano rifornisce di film porno. Ci sono punti, il capitolo Meno trentadue soprattutto, e il capitolo Meno dodici, in cui Adriano e Sergio, per un attimo, paiono addirittura la stessa persona, tanto si somigliano. Presto li accomuna un allevamento di struzzi, dove Sergio dà una mano a Bernet, uno dei due proprietari, e Adriano cerca di diventarne socio, rilevando, con squallidi ricatti, la quota di Bernet. Anche la sorella di Ester, la maga Vangelja, vedrete che non sarà estranea alla vita di Sergio, come non è stata estranea alla vita della sorella. Ed altri incastri ancora. Dirà Sergio: “Le cose non fanno altro che quello che devono fare, ma sono intelligenti.” E più avanti: “La scienza deve fermarsi sui margini dell’intelligenza delle cose.”

Così, a poco a poco, ci accorgiamo che questa storia non ha un solo protagonista, ma tutti i personaggi lo sono o lo diventano.

Finché non s’incontra, in una lettera di Angela alla sorella, una riflessione come questa, riferita al rapporto Adriano – Ester: dura, durissima, davvero difficile da accettare: “Solo che quella violenza non era divertimento. Non era solo violenza. Mi capisci? Sai la parola che sto per usare. Vero? Sì Ester. Era anche amore. Amore suo. Per te. Contro di me. Perché l’amore non viene su sempre bene. Alle volte prende strane pieghe. Chi lo produce si spaventa. Comincia a usarlo contro.”

È questo “amore contro”, dunque, il vero protagonista: l’amore che cresce, si allarga, s’impone, anche quando il suo seme è caduto sul terreno accidentato della malasorte e della depravazione.

E, così come vuole “l’intelligenza delle cose”, sarà una rivelazione devastante, che lascerà sul campo sconforto e paura. Ma soprattutto il silenzio nauseabondo di un’anima che muore.


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