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Dandolo, Milli

2 maggio 2019

La fuggitiva

La fuggitiva, 1939

S’inizia con un matrimonio che non si celebra. Come in “Via dalla pazza folla” di Thomas Hardy. La mattina fissata per le nozze, Delfina Cardio va in chiesa e poco dopo la raggiunge, accompagnato dalla madre, Mario, il promesso sposo. C’è stato un equivoco e Mario dubita che Delfina abbia trascorso la notte presso il pittore Dàscali, e perciò dice al prete: “Non c’è più matrimonio.”. Ma questa accostamento è solo una coincidenza; tutto diverso è lo stile, qui romantico e qua e là decadente.  Affiora una reminiscenza anche di Charles Dickens, quando Delfina trova e consola un ragazzo, Massimo, tiranneggiato dalla governante Tilde e dalla istitutrice inglese Mary e perciò fuggito di casa, alla quale lo riconduce facendo conoscenza con il padre, l’architetto Antonio Ravaldo, un uomo “che non sorrideva mai.”. Sarà l’inizio di una nuova storia che sin dal suo avvio incuriosisce il lettore, il quale si domanda se questo rude signore potrebbe mai innamorarsi della sfortunata domestica: “eppure c’era qualche cosa in lui che la attraeva, senza però piacerle: qualche cosa di inquietante, quasi pauroso.”. Come non ricordare il romanzo di Charlotte Brontë: “Jane Eyre”?

I vari personaggi roteano ora intorno alla figura di Delfina, compreso quello di Corrado De Larchis, il giovane e allegro socio di Antonio, architetto pure lui, e Delfina deve far fronte ai vari sentimenti che essi le suscitano. Ritorna anche il vecchio fidanzato Mario per chiederle perdono e che ritornasse da lui. Ma cresce soprattutto la figura di Antonio Ravaldo, la cui durezza di carattere prende a cedere di fronte all’onestà e alla purezza di Delfina: “Voglio sentirvi parlare, voglio ricordarmi le vostre parole. Non ho mai desiderato guardare dentro all’anima d’una donna”. Nella scrittura si avverte la carezza continua di una mano femminile che raccoglie il sentimento e lo plasma sui personaggi, come nel caso – è solo un esempio – del corteggiamento di Antonio nei confronti di Delfina. La Dandolo ne allunga i tempi per scioglierli in dolcezza e in un’attesa di felicità: “Lei avrebbe aspettato, con la casa vuota intorno a sé: perché sentiva davvero, in questo momento, che nella casa c’era solo la presenza calda e vibrante di quell’uomo.”. Tutto a posto, dunque? Ma no. In un romanzo dalla vena romantica non può correre tutto liscio. Le complicazioni e i misteri sono pronti ad aggredire la storia. Così una lettera ed un incontro inaspettato sconvolgono le aspettative e creano nuovi interrogativi: Delfina “Si sentiva stringere a poco a poco in una rete di vicende, di sentimenti, di interessi che ignorava, che non capiva.”. Come Antonio, anche un altro personaggio, Corrado, fidanzato della innocente e ricca Alberta, è attratto a poco a poco da Delfina, la quale: “Aveva, senza accorgersene, un fascino pericoloso: egli cominciava a capire che era la seduzione delle cose profonde, delle creature che conoscono la vita, eppure non l’hanno vissuta, creature palpitanti fra le memorie di ciò che non hanno avuto del tutto, e il desiderio di ciò che forse non potranno mai avere.”. Schermaglie e fiorettature arricchiscono ora uno stile che rare volte si è lasciato dominare dal sentimento, tenuto spesso sotto controllo grazie ad una grammatica essenziale.

Delfina è assediata, dunque, dall’affetto di tre uomini, Antonio, Corrado e Mario: l’autrice indaga le inquietudini del suo cuore e della sua mente, lasciando emergere un tormento che aggrinzisce e consuma. Massimo, il ragazzo che abbiamo incontrato all’inizio, affezionato a Delfina, e che si trova in mezzo all’intrecciarsi dei sentimenti, è una specie di raccordo grazie al quale la storia si mantiene unita e non si smarrisce.

Antonio, di ritorno da uno dei suoi viaggi, finalmente le si è dichiarato: “Ora egli non segue più col dito le linee delle labbra, vi posa le sue labbra che sembrano fatte solamente e veramente per quel tacito riposo.”. Ricordate la lettera? Essa ha fatto conoscere a Delfina un segreto che riguarda la vita di Antonio, così che il suo abbandono al corteggiamento di lui apre nel lettore il dubbio di doversi trovare presto davanti ad una situazione che richiamerà alla mente il cupo romanticismo di Thomas Hardy. E infatti continueremo a trovarne traccia, così come troveremo traccia dell’opera “Jane Eyre” di Charlotte Brontë.

Ci sono dei momenti in cui il romanzo diventa vita per giustappunto essere narrata, per quanto ciò sia possibile: una specie, ovvero, di ossessione nella quale la scrittura viene coinvolta come strumento di analisi insufficiente, però, a coglierne tutta la profondità. È un’abilità dell’autrice: “La vita è diversa dai romanzi, quel che succede nella vita è molto più grave, e sarebbe così difficile raccontarlo! Lei conosceva una famosa scrittrice di romanzi, veniva alla «Cultura», si chiamava Marta Duranti; forse le avrebbe raccontato tutto questo, un giorno, e Marta avrebbe detto che certe cose succedono solamente nella vita, e che i romanzi sono scialbi e convenzionali.”.

L’autrice è capace anche di maliose descrizioni come, ad esempio, la camminata nella neve dell’alto e magro Giacomo Renier (fugace ma importante personaggio), che si può leggere nel secondo capitolo della seconda parte. Sono pagine scritte con una leggerezza invidiabile, come può accadere in una fiaba, e riscattano alcuni momenti in eccesso che abbiamo incontrato soprattutto nei rapporti sentimentali tra i protagonisti. È proprio quest’uomo anziano, suo nonno, che Delfina va a trovare, dopo che ha lasciato la casa di Antonio per rifugiarsi nei pressi di Padova. La Dandolo ama l’intreccio dei sentimenti. Mentre la trama è abbastanza piana, e in qualche caso prevedibile, quando si tratta di affrontare i sentimenti dei personaggi, sembra che voglia contorcerli, fino a trasformarli in un martirio dell’anima. Nessun sentimento è dato per sicuro, ricamato com’è di incertezze, resistenze, ripensamenti. È questo un  altro aspetto particolare delle qualità narrative dell’autrice che emerge anche nei momenti di più mieloso romanticismo.

Per Delfina si potrebbe dire che ricerchi disperatamente l’infelicità; al contrario del ragazzo Massimo, il quale desidera che la giovane ritorni da lui per dargli quella serenità che non trova con altri, nemmeno col padre. In talune descrizioni che riguardano i comportamenti di Massimo, si possono intuire reminiscenze di Edmondo De Amicis e di Salvator Gotta.

Infatti, l’amore contorto e dolente che si respira in questo lavoro fa un tutt’uno con l’infelicità. Vive in simbiosi con essa, e mai l’uno prevale sull’altra, anche quando la conclusione della storia può farcelo credere.


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Bart