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D’Annunzio, Gabriele

14 settembre 2009

Solus ad solam
Il compagno dagli occhi senza cigli

“Solus ad solam”, Sansoni, 1939.

È un’opera poco conosciuta e postuma (l’autore era morto un anno prima, il 1 marzo 1938), che narra la tragica storia d’amore, iniziata nel 1906, tra l’autore e una donna sposata, la contessa Giuseppina Giorgi Mancini, chiamata Giusini (“o Giusini dolce”), che comparirà ne “Le faville del maglio, tomo I, Treves, pagg. 636-653, con il nome di Amaranta. A lei dedicherà “La Nave” e a lei parteciperà le nuove opere composte sotto l’influenza del suo amore. Dopo vari indugi la sua amata, infatti, cederà al suo ostinato e assiduo corteggiamento in un giorno che D’Annunzio non dimenticherà mai più, e menzionerà continuamente nelle lettere all’amata: l’11 febbraio 1907, quando si trovavano nella villa La Capponcina, sita sul colle di Settignano in Firenze (“l’Eremo sul colle di Settignano”), che il poeta aveva preso in affitto al tempo del suo amore per Eleonora Duse, finito nel 1904: “Ti ricordi della sera di febbraio? Era un lunedì, come oggi: era il giorno della luna nuova, l’undicesimo del mese. Eravamo stati nel ‘piccolo giardino’. E, finalmente, dopo tanto diniego, dopo tanta lotta, io t’avevo presa su i cuscini verdi; ma tu, nel tuo sbigottimento parevi inconscia.” L’opera destinata a ricordare questa sua passione e da cui è stato tratto il brano è, appunto, “Solus ad solam”, composta dall’8 settembre al 5 ottobre del 1908, quando la interruppe poiché “l’amarezza mi soffocò”. Essa fu portata a conoscenza della Giusini dallo stesso D’Annunzio in una lettera dell’11 novembre 1911, e a lei il poeta consegnò l’autografo a Roma il 26 maggio 1915, prima di partire per la guerra. Sarà Giusini ad autorizzarne, dopo la morte dell’autore, la pubblicazione.
La scrittura che vi s’incontra paga il pedaggio al tempo, lacrimosa, edulcorata; tuttavia, come fa notare la prefatrice, rappresenta una delle rare occasioni in cui si possano incontrare e riconoscere i sentimenti dell’autore. Egli è talmente affranto per la sua amata, che non li nasconde e non li domina, come avviene altrove.
D’Annunzio ha poco più di trent’anni (era nato il 12 marzo 1863), sa che l’amore della donna è conteso dalla sua condizione di moglie attesa nella sua casa. Spesso gli dichiara che deve tornare dal marito; teme di trovare, se la sera è troppo tardi, la porta sbarrata. A nulla vale la richiesta incalzante di lui di restare a vivere nella sua casa: “Chi ha mai posseduto una creatura umana come tu la possedevi? Non v’era un atomo che non ti appartenesse, in tutto il mio essere.
Per solo dieci minuti, Gabri (così è chiamato dalla Giusini), arriva tardi ad un appuntamento (è la sera del 7 settembre 1908: “la sera della follia”) e viene a sapere che la donna è stata condotta via da due uomini che indossavano una divisa. Che cosa può essere mai accaduto? Si mette alla sua ricerca, facendosi aiutare da un amico, Francesco. Niente: “Dov’eri? Dov’eri?
Il diario ha la forza di un romanzo; i suoi ritmi coinvolgono il lettore. Dei due sconosciuti si viene a sapere che in realtà non erano affatto agenti di questura. E allora? Li ha mandati il marito, il conte Lorenzo Mancini? Si ha subito la sensazione di un rapporto d’amore tenebroso e contrastato. Lei è una debole amante; in una lettera del 31 agosto 1908 D’Annunzio le scrive: “non ho avuto se non una sola pena: quella di sentirti sempre esitante” (la parola esitante è addirittura sottolineata); lui, al contrario, non riesce a tenere a freno la sua passione. Nella stessa lettera del 31 agosto scrive: “stamani ho guardato più volte il mio revolver con un senso di liberazione.” E ancora: “Ricordati che dinanzi all’altare del Crocifisso di San Francesco, noi ci siamo sposati.” Si riferisce al loro viaggio a Perugia (“Perugia, coronata di lune elettriche, splendeva sul colle”) e pure qui le parole noi ci siamo sposati sono sottolineate.
Quella sera del 7 settembre, lei in mezzo alla strada, ancora incerta se recarsi all’appuntamento o tornare a casa, quei due sconosciuti l’hanno costretta a salire in carrozza e ricondotta al suo palazzo di via Benci, in Firenze. L’episodio ottenebra la mente della donna. D’Annunzio è informato del suo triste stato dal dottor Nesti, il medico di famiglia della poveretta. Non sa cosa fare per aiutarla. Scrive perfino al padre di lei, giunto a Firenze non appena venuto a sapere del fatto tragico.
Siamo negli anni in cui l’amore extraconiugale si doveva consumare nel buio, nel segreto delle alcove. Venuto alla luce, non v’era scampo per l’adultera e la società la metteva al bando.
L’opera mette drammaticamente in risalto questo aspetto doloroso del tempo, e il travaglio di coloro che ne erano coinvolti.
La donna poteva arrivare, come accade alla Giusini, a rasentare la follia.  Una moderna lapidazione, un’agonia che durava tutta la vita. Oggi appare una vicenda davvero lontana, un reperto storico dei costumi: “l’amore non fu tanto grande da liberarla dei pregiudizi mondani”, scrive un’amica del poeta, Maria Votruba.
D’Annunzio si adopera perché la Giusini non venga rinchiusa in manicomio. Il medico Eugenio Tanzi lo rassicura che “riacquisterà la ragione, guarirà in tempo non lungo.” Apprende che l’amata nel suo delirio lo considera un “nemico mortale” (“non soltanto l’amore è morto ma s’è mutato in odio”), ha bruciato le sue lettere d’amore (“Così potessimo bruciare chi le scrisse”, inveisce una domestica della donna); il poeta fa di tutto per poterla vedere, ma il padre si oppone tenacemente.
Allorché dalla casa maritale viene trasferita nella casa del padre, in via Cherubini, non lontana dalla abitazione di D’Annunzio, questi più di una volta deposita sul davanzale di una finestra dei mazzi di ciclamini, che non giungono mai a destinazione. Non riesce a nascondere che, se ella l’avesse seguito, “di ritorno da Perugia”, alla Versiliana, dove era ospite del conte Digerini Nuti “Ora saremmo felici, disdegnando tutto il resto: saremmo felici in una chiara villa sul Tirreno, coi nostri cavalli, coi nostri cani, con tutte le cose che amiamo, congiunti per sempre.
Quando sente nostalgia della Versilia scrive: “Profumo della Versilia, fatto di pini, d’acque incanalate, di ginepri, di cuora, di alghe, qual profondità tu davi al mio respiro! Lunghe giornate di lavoro in cui non avevo se non una sola angoscia ma divina: l’angoscia della sovrabbondanza, l’ansia di scegliere fra troppe ricchezze! Ebbrezza del cervello, ebbrezza delle ossa e dei muscoli! Galoppi furibondi su la sabbia elastica ove erano le tracce delicate dell’onda ritratta, delicate come le righe dentro le fauci dei miei levrieri!” Troveremo altro spazio per la Versiliana in una delle lettere, quella pubblicata con la data 5 luglio 1906.
D’Annunzio ama andare a cavallo e portare con sé i suoi cani. Anche nell’Eremo di Settignano: “Rimonto a cavallo dopo circa tre mesi. Monto il buon Malatesta, il fedele, il sicuro. […] Cavalco per le colline. Il respiro dell’autunno è nell’aria. La malinconia fumiga dalla terra bruna. Le piccole olive verdi mi sfiorano il viso, mentre passo lungo i poderi murati.
È il D’annunzio migliore, libero dall’impeto e dallo strazio dei sentimenti. Il diario esprime il suo valore nei  momenti in cui il poeta si libera del suo smarrimento e si guarda intorno. I luoghi in cui è stato con l’amata, Firenze in modo speciale, ne sono esaltati: “Cade l’ombra azzurra su la conca dell’Arno. Firenze è sotto un cumulo di cenere sfavillante. Cominciano a suonare le campane dell’Ave.
Fa eccezione il ricordo di un’amica malata di un tumore ovarico, la marchesa di Rudinì, evocato sotto la data del 27 settembre 1908. La prosa è contenuta, il sentimento vi scorre lenito forse dal tempo trascorso: “Qui in questa casa, or è quasi quattro anni, vissi per mesi e mesi al capezzale di un’amica malata del più feroce male che possa devastare il grembo di una donna.
Il libro si chiude con la pubblicazione di alcune lettere che D’Annunzio scrisse alla Giusini. Sono lettere da cui si scorge il fiorire a poco a poco di un rapporto più intimo. Il marito è nominato semplicemente con una L. Ci sono anche lettere indirizzate al dottor Nesti, medico curante della famiglia della contessa. Queste sono in sintonia con la disperazione del diario, e sono datate a partire da quel 7 settembre 1908 allorché la donna fu raccolta in strada dai due sconosciuti.
Giusini recupererà la salute mentale nel 1911. A quel punto si riavvia una corrispondenza tra i due. Alcune lettere di D’Annunzio sono riportate a partire dalla data del 10 novembre 1911. A poco a poco esse si accendono della vecchia passione, rievocando i giorni del loro amore: “E che darei stasera per averti qui, per cenare con te su quel divano come sul divano di lassù, quando le tue ginocchia erano coperte di rose sfogliate.”; “Tu sei stata veramente l’ultima mia febbre. Ora bisogna ch’io mi prepari a morire.” E ancora: “Ma tu sai che nella notte di Bùccari pensai a te; e a te penso molto spesso, con malinconia, con rimpianto, e talvolta perfino con speranza.” Nelle lettere si fa cenno al diario (“giornale”), ossia a quello che diventerà poi “Solus ad solam”; “i quattro piccoli volumi che nessuno ha mai violato.” Continuerà a scriverle fino a pochi giorni prima di morire. Quel che è certo, è che fu un grande amore. Una testimonianza genuina di sofferenza e di disperazione.
D’Annunzio volle immortalare la sua amata nel personaggio di Isabella Inghirami del “Forse che sì, forse che no”, l’ultimo romanzo che D’Annunzio scrisse, del 1910.

“Il compagno dagli occhi senza cigli”, Treves, 1928.

Il romanzo, che è del 1928, porta questa dedica: “A Eleonora Duse/ che del suo genio e del suo amore/ in tutta la sua vita di esilii/ fece a se stessa alterne/ una luce di lampada/ una luce di rogo. L’idillio amoroso con la Duse era terminato nel 1904; qualche anno prima, il 1900, il poeta si era ispirato a lei nel romanzo “Il fuoco”.
Devo ringraziare il prof. Giorgio Bárberi Squarotti che mi consigliò di prendere in mano questo romanzo, che considera tra i più belli di D’Annunzio.
Sin dalle prime pagine si respira un’aria insolita, infatti, prudente, compassata, rivolta all’indagine e alla riflessione. Le parole sono sapientemente misurate, le frasi trasmettono le emozioni con la serenità di una scrittura consapevole della sua forza. La vasta cultura dell’autore vi è diligentemente distillata, tale da far corpo con la narrazione: “L’anima in me è alta, sollevata da una specie di delirio stellare.
Egli attende la visita di un lontano compagno di scuola, Dario (così lo ricorda: “pallore quasi diafano, labbra arcuate, occhi grigi senza cigli, scarsi sopraccigli, mento robusto, gote scarne, capelli fini e lisci, sopra un’alta fronte solcata di vene cerulee”), che ha vissuto in Inghilterra per molti anni ed ora ritorna in Italia perché gravemente malato di tisi. Fu il “compagno diletto”. Teme però quella visita che sicuramente lo condurrà a rievocare gli anni dell’adolescenza: “Crepuscolo dell’adolescenza, pieno di musiche soffocate e di pensieri impigliati nelle vene inestricabili, come parlerò io di te?
E infatti, il solo saperlo in arrivo, suscita in lui i primi ricordi e i primi bilanci: “La sorte ha voluto che io provassi la dolcezza dell’amicizia assai prima che quella dell’amore. Perciò m’è rimasto per tutta la vita questo rammarico insieme con quest’attesa. Di poi non ho mai conosciuto un sentimento più fresco e più franco di quello che mi riempiva il cuore quando, al rullo serale del tamburo indicante la fine delle tre lunghe ore di studio, mi levavo dalla mia tavola mentre Dario si levava dalla sua e andavamo l’uno incontro all’altro, fra il brutale clamore dei compagni, con un sorriso silenzioso, guardandoci negli occhi un poco abbagliati e stanchi dal lume della lucerna che troppo spesso faceva moccolaia.
È, dunque, la storia di un’amicizia, così come “Solus ad solam” sarà la storia di un grande amore: “non ho mai dimenticato quel momento della nostra amicizia; che ora, nella memoria, mi splende d’una inesplicabile bellezza.
Come toscano sono stato felicissimo di rinvenire nel romanzo parole che ho incontrato nella mia fanciullezza, come ad esempio: palanche, che sta per soldi; oppure bazza che sta per mento, o doventano che sta per diventano, per fare solo qualche esempio. La scrittura conserva, forse grazie proprio a queste parole vulgate, una freschezza cosparsa di profumi. Va annotato qualcosa di più: certe parole antiche, cadute in disuso (sentiere, vanita, addarsene, ninfolo, bastardigia, dormentorio, increscimento, carnovale, perlagione, capellatura, nudrita, candellieri, obiurgazioni, barbugliare, bisantina, orliquia, capegli, covertata, Inghilesi, affloscita, rimprocci, colmigno, oriuolo, bevero, ammansarono, perdimenti, e così via) cadono nel romanzo come gocce d’oro, tanta è la naturalezza con le quali l’autore sa collocarle nella scrittura. È una delle qualità rilevanti dell’opera. Raro trovarle così sapientemente usate e disposte presso i contemporanei. I suoi studi liceali a Prato (“scolare della Cicogna”), in terra di Toscana, devono aver contribuito quasi certamente a maturare una tale sapienza: “la provvidenza di mio padre mi vietava la barbara terra d’Abruzzi finché non mi fossi intoscanito incorruttibilmente.” Del resto, uno dei suoi libri più amati e che custodiva gelosamente era la rarissima Grammatica del Padre Salvadore Corticelli: “Regole ed Osservazioni della Lingua toscana, ridotte a metodo per uso del seminario di Bologna”, del 1745.
Tornando alla natura del romanzo, o meglio: ai segreti ed intimi motivi della sua ispirazione, occorre annotare che, circa le apprensioni che D’Annunzio prova alla vigilia dell’incontro con l’amico malato, egli scrive: “E fu la prima volta che mi si rivelò in confuso quel terrore della lesione improvvisa, che in certe epoche della mia vita m’ha poi così crudelmente incalzato.” Anch’egli soffrirà, infatti, nel 1916 la perdita di un occhio a causa di un atterraggio di fortuna. Aveva trascurato la ferita e questa si era infine infettata. Una tale straordinaria sensibilità e la stessa malinconia dei sentimenti che preludono all’accoglienza dell’amico, credo debbano qualcosa anche a questa dolorosa esperienza. Entrambi sono mutati; dopo vent’anni s’incontrano non più giovani, e nemmeno più integri, segnati dalla sventura: “vorrei enumerare le lesioni del tempo, esagerarle, apparirgli come un uomo esausto su cui sia sospesa la minaccia, ridiventargli compagno anche nella miseria e nella passione.” Ecco, dunque, che le gioie del passato, i ricordi dell’adolescenza, allorché era tutto un fiorire di speranze e di sogni, si ergono nel tentativo di proteggere quel poco di resistenza che rimane: “Or dietro quella tanta parte di noi sembrano andare due giovinetti a braccio, simili ai due che un giorno camminavano lungo le gore brune della campagna pratese.
Allorché Dario giunge, e lo ha fatto accomodare su un divano “presso la finestra”, nota: “Il volto è pur sempre quello, ma riscolpito dalla disperazione in una materia più trasparente.” Più avanti scriverà: “Gli occhi di Dario si velano d’una lacrima che sùbito sgorga, non avendo la palpebra cigli a trattenerla.  Attraverso Dario e attraverso i ricordi evocati insieme con lui, D’Annunzio sta percorrendo in realtà i sentieri più nascosti della sua anima: “Non esiste la vita che fu, non esiste la vita che i polsi misurano; ma qualcosa intorno a noi vige, che nessuno mai espresse, che nessuno esprimerà mai.” Sono riflessioni tormentate, a volte sembrano scontrarsi con altre, come questa, rispetto alla precedente: “Soltanto il passato e il futuro esistono; e il presente non è se non un levame per cui l’uno e l’altro fermentano. E v’ha un pianto d’uomo, ove si stempra più dolore che non ve ne infonda il piangente.” Dario è uno specchio (“un tremendo specchio dalla larva di un’amicizia estinta”) nel quale cerca di ritrovare e di riconoscere la propria intimità sofferente: “Gli occhi tuttavia non hanno cigli, come quelli del Bonaparte, ma sembrano pieni d’una inquietudine continua e di non so che spavento fisso.”; “Non sapevo più leggere nelle apparenze; e avevo un  inquieto bisogno di leggere dentro di me, nel più profondo di me. Qualcosa di grave m’era avvenuto nel più profondo, qualcosa che mi valeva come la rivelazione della mia natura vera, della mia vera sorte.
Prato, la città degli studi di D’Annunzio, ne esce esaltata dentro una cornice di rarefatte coloriture, intinte nella melanconia dell’autore: “Odo i battiti del mio cuore, odo i colpi sordi della mia ansia e del mio sgomento.” Il Carnevale (“carnovale”) e la suggestione del Duomo si mescolano in una composizione di altissima qualità: “Sul canto della piazza del Duomo, il vento era tanto rude che disperse anche la mia storia e ogni meraviglia. Salimmo al vecchio albergo del Contrucci, e ci mettemmo a una finestra per veder passare il corteo di Berlingaccio. Su la piazza ventosa l’aria era così tersa che ci pareva di poter prendere per mano un de’ putti del pergamo e condurre con lo stuolo il ballo tondo.
Il timbro dei ricordi è tale che si potrebbe dire che nel romanzo si combatta la battaglia della vita contro la morte (“l’occulto fragore della morte”), del rigoglio della speranza contro la marcescenza della fine: “Non so perché, io già sapevo che il mio destino era il più forte e che dovevo esigere dai miei prossimi la devozione cieca e l’intero dono.
Il padre è consapevole della forte personalità del figlio: “Spirito tirannico quant’altri mai, egli aveva da tempo abdicata la sua autorità sopra me, solo attento a vigilare le mie tendenze e a spiare l’ombra de’ miei sogni. Più d’una volta l’avevo veduto domare la sua natura per non contrariarmi; più d’una volta aveva udito nel suo gran corpo il fremito del sangue contenuto.”
Sarà per il Vate una figura importante della sua vita: “sino al giorno della sua morte io non cessai di sentir viva in lui la mia radice.
L’ammirazione per Napoleone è l’espressione esaltata di una tale focosa personalità. D’Annunzio era affascinato, stregato dalle sue gesta. Ne parla a lungo rammemorando episodi della sua vita. Perfino i suoi cavalli: Wagram, Tauris, L’ Intendan (“che Napoleone non montava se non per fare le sue solenni entrate di vittorioso.”), Roitelet.  Così lo ricorda in groppa a quest’ultimo: “il sauro era stato spinto dal cavaliere sopra un granata in punto di scoppiare ed era escito incolume dalla nuvola di fumo e di fiamma con in sella il dio sorridente tra il clamore dei soldati ebri.” Viene in mente Victor Hugo che ne “I miserabili” dedica pagine superbe alla battaglia di Waterloo.
Il padre acquista gli otto volumi della “Storia di Napoleone” di P. M. Laurent de l’Ardéche, e a lui pare di essere in paradiso, Ne beve con gli occhi le illustrazioni, insieme con l’amico Dario: “ricomponemmo con la nostra fantasia tutta la gesta, indugiandoci sopra gli argini dell’Adige, negli stagni della pianura veronese, fra le canne stroncate dal piombo austriaco, ove il giovine eroe dalla gota macra e dalla capellatura liscia ci appariva svelto e pieghevole come un leopardo.
È l’occasione per ricordare quando al collegio (il convitto Cicognini) giocavano alla guerra, imitando i tempi del Terrore e della ghigliottina: esaltate descrizioni (“esaltazioni eroiche”) di ragazzi che non avevano altri pensieri che quelli suscitati dallo studio, a tal punto che la storia appresa sui libri si faceva nelle loro mani cosa viva: “Ah, questo Robespierre è insaziabile!
I ricordi, infatti, si alimentano vigorosamente di tali studi. I libri diventano protagonisti non secondari della vita di D’Annunzio, radicandosi nella sua mente in maniera tale che i personaggi da essi evocati si trasformano in carne ed ossa alla stregua dei suoi compagni di collegio. Un esempio fra i tanti è il Modenese (notevole il ritratto: “un povero figliolo scialbo e di scarso ingegno, una specie di ravanello bianchiccio, niente altro che linfa stagnante. Aveva i capelli deboli e mal piantati sopra un cranio a pan di zucchero, non bruni né biondi ma d’un color di talpa; gli occhi chiarissimi come quelli degli albini, tra gli orli della congiuntiva arrossati; il naso per solito untuoso e punteggiato di nero; la bocca un poco aperta, col labbro superiore sporgente.”),  il quale s’immedesima a tal punto nel re Carlo I Stuart (fatto decapitare il 30 gennaio 1649 da Oliver Cromwell) da rasentare la follia.
Ma le rievocazioni di D’Annunzio sono numerose; non dimentica nemmeno l’infermiere Cice, dal “capo di bue”, né il bidello Carmagnino, che gliele dava vinte tutte; eppure il poeta aveva l’argento vivo addosso e non sarebbe stato male mettergli un freno: “vivevo solo pel divino piacere di rompere il divieto, facevo d’ogni mio giorno un gioco appassionato d’astuzia e d’audacia”.
Dario è lì che ascolta, parla raramente; è diventato una figura senza corpo; il suo corpo e la sua voce sono quelli di D’Annunzio: “Te ne ricordi?”, “Te ne rammenti?”, gli si rivolgerà ogni tanto il poeta.
Attenzione, però: non si faccia l’errore di considerare quest’opera un libro di ricordi; è un libro, invece, che ci insegna come ricordare. Valga per tutti la rievocazione di un nido di rondine pellegrina, che comincia con quel bel: “Pendeva dalla rocca un nido non somigliante ad alcuno di quelli che tante volte avevo osservato nelle cornici della mia casa paterna e sotto le arcate della scuderia e della cantina, costrutti con la terra cretosa delle mie rive natali.
I ricordi non sono mai fini a se stessi. Le riflessioni che li accompagnano sono chiavi che aprono scrigni celati, che il poeta viene a mano a mano scoprendo nei gesti dell’età felice. Difficile dimenticarlo allorché si descrive accovacciato sul tetto del convitto, fuggito dalla prigione in cui era stato rinchiuso per punire una sua fuga: “Risalii verso il colmigno; e mi sedetti, circondando con le braccia le ginocchia sollevate fino al mento, incurvando la schiena, piegando la nuca, quasi del mio capo facendo coperchio al serrame delle mie ossa.
Allorché il compagno se ne va, “l’anima ode lo schianto del pianto, e si torce indietro soffrendo nell’attimo e negli anni.
Si avverte una cesura, uno stacco: la partenza del caro amico, ormai vicino alla morte, è anche la fine definitiva di una parte della sua vita.

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A conclusione della pubblicazione di queste mie due letture dei romanzi di Gabriele D’Annunzio: “Solus ad solam” e “Il compagno dagli occhi senza cigli”, desidero riportare quanto mi scrisse l’illustre critico Giorgio Bárberi Squarotti, con lettera del 19 ottobre 2009, a proposito dei due romanzi: 

Quanto a d’Annunzio, io penso che sia uno degli autori fondamentali fra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento: nel mondo non ce ne sono molti altri di tale valore (Joyce, Thomas Mann, Faulkner, Hemingway, James, Proust e ben pochi ancora). “Solus ad solam” è in forma di diario la vicenda che d’Annunzio racconta nel “Forse che sì forse che no”: e il punto centrale è lo scontro tragico fra l’amore e la follia, la bellezza e la degradazione. Analogamente Dario e Gabriele rappresentano la drammatica contraddizione, che è anche complicità, fra malattia fisica e morale (Dario è malato a morte ed è un falsario, che ha falsificato la firma di Gabriele per sottrargli denaro) e dubbio, disperazione, dolore (in Gabriele).”


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Bart