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De Luca, Erri

7 novembre 2007

Non ora, non qui
Tre cavalli

“Non ora, non qui”

Feltrinelli, pagg. 94. Euro 5,50

La resistenza alla povertà opposta dai genitori del protagonista in modo insolito: “Non parlavamo napoletano. I genitori si difendevano dalla povertà e dall’ambiente con l’italiano”, è una sorta di estraniazione ben più complessa e devastante di un dolore fisico. Nonostante i tentativi del protagonista, che si addestra “da straniero”, si avverte subito che i suoi non sono occhi forestieri (e non lo saranno neppure quelli della madre), e che non si può sfuggire alla corposità di Napoli, se vi si è nati: “Conoscevo la febbre di sempre di quelli che non vogliono più essere poveri”, e la sua osservazione nasce dall’interno: “I bambini che ho sentito piangere da bambino, al di là del muro, per strada, avevano pianti di ferite, di colpi presi al volo, appena passavano vicino”, dai vicoli, dai sotterranei, dalle piazze accese di sole, dagli antri bui, dalle persone che si sono conosciute, come la vecchia domestica Filomena: “Vivemmo con persone amate senza saperlo, maltrattate senza accorgercene”, “partecipavo del dolore e del pericolo del mondo intorno dove cadevano colpi che nessuna bravura poteva contrastare” e soprattutto: “non ero testimone di tutto quel male e del mondo, ma responsabile.” Ci si avvale della forza dirompente e vivificatrice del ricordo, si osservano alcune foto, quella della madre, ed esse si animano subito del movimento della città, di rumori, persone, immagini e suoni vivi. De Luca è qui al suo primo romanzo, lo stile è lineare, e manca delle invenzioni stilistiche che verranno più tardi, ma non se ne sente affatto la mancanza, essendo attratti da una tessitura che ha nel passaggio dall’immobilità al movimento il suo punto di forza. Il ricordo nasce come assenza che si trasforma in vita. La foto che ritrae la madre ancora giovane, sui trent’anni (“È bello scendere in una fotografia”), mentre il protagonista ha toccato la sessantina, diventa, per questo, occasione di intensa sorgente di ricordi, segnati da un sentimento tenero e misurato, con espressioni che sono felici creazioni a sé, come queste: “Mi addestravi al mondo come facevano i sogni”, “Sono goffe le parole dell’assenza”, “Ci tocchiamo in silenzio le stanchezze”, “S’impara tardi a difendersi dalle parole”, “in ogni frase pronunciata c’è l’anima di una domanda”, “Dove c’era il suo sorriso restavano i fili”. Insisto, giacché è una caratteristica che rimarrà pure nell’altro romanzo successivo, che lessi qualche tempo fa: “Tre cavalli”, nel quale De Luca si avvia anche a sperimentare un linguaggio nuovo, tutto suo, che qui fa appena capolino qualche volta (“un po’ di sua vita”); e sta in questa capacità di sintesi espressiva straordinaria la forza più significativa dello scrittore. Dal movimento che sorge e si esprime come cosa nuova nel ricordo, il protagonista ricava anche la lezione che è solo al momento della fine che una persona, un oggetto, un pensiero, diventano nostri finalmente ed in modo definitivo, acquisendo un valore ed un senso. Solo vicini alla propria fine, si ha modo di capire il mondo che si è consumato nei nostri giorni, e l’infanzia del protagonista, quello spicchio di esistenza apparentemente chiuso, senza parole, ecco che si apre agli immensi spazi della sua memoria, e trova “le parole che non ebbe”. La vicinanza della morte è già il preludio della conoscenza. Come i petali di un fiore, quelli che furono i misteri e i segreti della vita si aprono e risplendono, e il pensiero riesce finalmente a dare loro una direzione e un significato. Il protagonista è solo ora che riesce ad illuminare la sua infanzia: “Poteva durare in eterno l’infanzia, non mi sarei stancato mai”. Questo periodo così importante della vita, resta il più delle volte sconosciuto o dimenticato, e De Luca vi insedia le stesse forti radici di una nascita: “Per me i giorni amati furono quelli dove l’impossibile rimase conservato nel cuore e non quelli che lo realizzarono.”, “Le cose contenevano congedi irreparabili ed io non li capivo subito, ma dopo, molto dopo.” Da queste memorie nasce la vita del ragazzo che non si era visto crescere, e che solo ora, da adulto (“Ho saputo tardi queste cose, le ho sapute da me), allorché ricorda gli sforzi dei genitori per cambiare casa, uscendo dal vicolo buio e riscattandosi così dalla miseria, riesce a dire: “Era la casa dell’infanzia mia quella che volevate cambiare”. A quella vita, che ha radici nascoste ma salde, si resta attaccati per sempre: “Ancora adesso distinguo poche differenze tra quel bambino e me”; sono l’energia nascosta della nostra resistenza, il termine di paragone rispetto alle ipocrisie del benessere: “Ci sono poveri per i quali il ricco non è un’aspirazione”, e sono anche la fonte del nostro smarrimento e della nostra nostalgia.

“Tre cavalli”

Universale Economica Feltrinelli, pagg. 112. Euro 6,50

Colpisce subito il modo originale di scrivere di questo autore napoletano, e siccome da lì viene anche il mio ceppo, sono contento di vedere nascere talune novità da uomini del Sud, razza di artisti che ho sempre considerata geniale e affascinante. Come nella musica leggera: Edoardo Bennato, Tullio De Piscopo, Pino Daniele, per citare i primi che mi vengono in mente, e quello straordinario cantautore, Edoardo De Crescenzo, che non ho più sentito e che sarei curioso di sapere che fine abbia fatto, tanto mi coinvolgono ancora la sua voce e i suoi testi.

Stile più che asciutto, secco, conciso, come un colpo di scalpello, quello di De Luca. Parole centellinate, scelte, precise. Scrittore di geometrie; e frequenti sono i riferimenti geometrici nelle sue rapide descrizioni: L’allineamento mi spinge a un principio di sorriso agli zigomi. La geometria delle cose intorno fa succedere coincidenze, incontri. E: una buona geometria in faccia. Ancora: In questi giorni vedo chiaro nella geometria. Oppure: la linea del naso fa un angolo stretto col piano della tavola.

Un giardiniere di circa cinquant’anni, lavora presso Mimmo, un amico d’infanzia che è diventato regista di documentari. Nell’intervallo scende a mangiare in un’osteria, dove mastica il cibo e legge libri usati: mastico e leggo, scrive. Sì, perché ha un amore morboso per le pagine già sfogliate da altre vite, che vi restano imbrigliate. I libri dovrebbero camminare per molte mani, e ovunque dovrebbero morire tranne che di noia e di proprietà privata, condannati a vita in uno scaffale.

La prima descrizione che incontriamo è già una rivelazione che siamo di fronte ad un narratore dotato di occhi speciali per guardare intorno a sé e imprimere suoni, voci, sentimenti a tutte quelle cose che a noi appaiono mute. Un albero ascolta comete, pianeti, ammassi e sciami. Sente le tempeste sul sole e le cicale addosso con la stessa premura di vegliare. Un albero è alleanza tra il vicino e il perfetto lontano. Se viene da un vivaio e deve attecchire in suolo sconosciuto, è confuso come un ragazzo di campagna al primo giorno di fabbrica. Così lo porto a spasso prima di scavargli il posto.

E più avanti: Il pane si gonfia ripetendo la forma del palmo del fornaio. Portarlo alla bocca è come stringergli la mano.

Nell’osteria incontra Laila, e nasce una relazione: Io amo da cinque minuti una donna che va con gli uomini. Ci si accorge che da questo stile glabro escono filamenti tenuissimi di poesia che paiono in simbiosi con questa particolare scrittura, grazie alla quale natura ed uomini mescolano tra loro parvenze e sentimenti.

Penso alle molte descrizioni, tutte particolari, espressione di una personalità dura, legnosa, ostinata, la cui sensibilità è come la punta di un iceberg, che travolge e conquista più con la massa indistruttibile di ciò che non si vede: e sono continui urti per destare ciò che è assopito in noi.

Penso ai giorni del sud pieni di guai, guastati dalla morte che stacca zolle di noialtri, ne infila a migliaia vivi, appena acciuffati, dentro il sacco. L’amore allora è scambio di abbracci affondati, un bisogno di nodo.

Da dove nascono queste immagini tutte speciali, se non da una profondità a noi nuova e sconosciuta, che ci fa tornare all’uomo dei millenni andati, quando la vita depositava dentro di noi le meraviglie di una purezza destinata presto a nascondersi. Dunque, un De Luca simile ad un rabdomante che con la sua bacchetta magica cerca la sorgente di quel fiume sotterraneo – i nostri giorni – che sta in noi. Zappo e mi sembra di zappare nomi.

Lo aiuteranno anche i ricordi. Soprattutto il suo amore per Dvora, una ragazza argentina conosciuta in Italia, sulle montagne. Salgono insieme sulla Tofana di Rozes e, guardandosi intorno, il protagonista non può fare a meno di rievocare i tanti morti su quelle trincee, dove giovani uomini di un secolo ancora ragazzo sognano di diventare vecchi insieme a lui.

Una caratteristica di questo scrittore è la eliminazione dell’articolo determinativo, in qualche caso: Mi ricapita amore, perciò penso al primo, mentre ripiglio treno. E: va ai fornelli a rimestare sugo. Oppure: appoggia mento ai pugni. E ancora: si fanno scaldare sangue dalle risate. E, più raramente, l’articolo indeterminativo: per spaccare breccia nel suo grembo serrato. Ma gli esempi non si contano.

Il suo soggiorno in Argentina con Dvora è funestato dagli anni della dittatura: L’Argentina strappa dal mondo una sua generazione come una pazza fa con i capelli. Ammazza i suoi ragazzi, vuole fare senza. Noi siamo gli ultimi. Si ribella al regime e insieme con i compagni gli fa la guerra, passando in mezzo a violenze e morti, che lo colpiranno molto da vicino. Lo aiutano a fuggire. Sta raccontando tutto questo a Laila. E viene facile assimilare il protagonista ad un rapsodo, a un cantastorie, che trasforma la sua vicenda personale in un canto che appartiene a tutti, nel quale hanno posto i casi di ingiustizia, di emarginazione, di solitudine, verso cui l’autore è attratto da un sentimento di condivisione: Selim l’africano, il ragazzo della nave, la donna (croata?). La stessa Laila. Le donne del mestiere hanno un repertorio e quando amano lo evitano e girano intorno a gesti risaputi senza caderci dentro, scansandoli di slancio. Inventano l’amore in mezzo alle rinunce, ai divieti di fare come.

Ci sono momenti in cui la rapsodia tipica di questo libro, e di questo autore, rende evanescente la storia, che si rarefa e si colora di inquietudine per un miraggio che non si afferra mai; poi all’improvviso frasi come quella sopra riportata ridanno figura e sostanza alle parole. Un’architettura sapiente, una costruzione che, come l’albero, sente i bordi, gli orizzonti e cerca un punto esatto per sorgere.

Questa è la frase da cui è ricavato il titolo: Un vita di uomo dura quanto quella di tre cavalli e tu hai già sotterrato il primo.

Alla fine della storia, che avrà una conclusione molto inquietante, si saprà che: Nel buio della cucina muore il mio secondo cavallo.

E il terzo? Il terzo, naturalmente, ancora vive.

Libro che stordisce, lascia un segno.


Letto 1852 volte.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart