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De Vita, Martino

5 aprile 2010

L’uomo del congresso

“L’uomo del congresso”, 2003

L’autore ha già esordito nel 1989 con il romanzo “Il Bimbo Nero”, che fu presentato a Firenze da Daniela Marcheschi, docente universitaria e critico letterario di fama non solo nazionale.

Un tenda tirata, dietro la quale c’è il tutto sognato, da centellinare e scoprire a poco a poco, rappresentato da una ragazza nuda che poi si sdoppia in una gemella, è un po’ la sintesi di un’ispirazione a più facce, da cui sprigiona una molteplicità di visioni.

L’uomo, un professore di Estetica (l’uomo del congresso del titolo), ne è il motore, tutto agisce tramite il voltaggio della sua molteplicità.
La sua solitudine nasce da questa specie di onnipotenza tuttavia vulnerabile.

Il tema si sviluppa organicamente attraverso piccoli quadri di vita che, apparentemente reali, si immergono nell’anima e si rarefanno. Nell’operazione si denudano di una corporeità estranea ed escono fuori dallo spazio e dal tempo.

Solitudine e nudità diventano, così, i transfert per una ricerca che va oltre lo stesso uomo per immergersi nell’universale.

De Vita (che fuma il sigaro come il suo protagonista senza nome) attinge alla visionarietà per interpretare l’esistenza. Le mamme, i bambini che giocano, i pesci rossi, le panchine, il parco, la stessa ragazza e la sua gemella sono particelle, atomi che ancora non riescono ad aggregarsi: “Le sinuose gambe di quella donna sono distese ma non appartengono a nessuno. Le mamme, nel frattempo, lo invitano fra loro affinché possa togliere il dito di bocca a quel bambino.
Il professore non riesce ad addormentarsi. Si alza dal letto e legge la relazione e pensa che l’Estetica si sarebbe potuta rivolgere, volendo, alla Metafisica.”

Sono presenti suggestioni tratte da opere come “Professor Unrat” di Heinrich Mann e “La finestra sul cortile” di Alfred Hitchcock, ma De Vita le bypassa con l’ampio spettro di una decodificazione tutta psicologica, nella quale eros e trauma esistenziale si amalgamo in una specie di forza dissacratoria, dell’impossibile come dell’irraggiungibile: “Le baby-sitter non mettevano più calze ma certe gambe erano pur sempre da ammirare. Esistevano anche gambe tozze, lunghe e troppo magre.
Poi c’era da osservare il corpo, i fianchi, il seno, l’andatura, il volo dei passerotti e delle passerotte, le nonne che sferruzzavano, i bambini che giocavano a palla, i cani che le inseguivano…”

L’uomo, che riesce a concludere la relazione per il prossimo Congresso, sa che è della sola forma che ha raggiunto la conoscenza; il contenuto, la sostanza dell’esistenza, sono ben lontani, invece, dall’essere acquisiti. Anzi, la insicurezza dell’uomo è estrema. Ma è proprio questa insicurezza a dargli l’eccitante e misterioso gusto per la vita.

Una storia ben costruita, originale nella sua struttura affidata ad una cronologia che ci guida per poco più di un anno e mezzo lungo un paesaggio che, ristretto a poche scene, appare come il corridoio segreto attraverso il quale si discendono nell’oscurità i gradini dell’anima.


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2 Comments

  1. Comment by daniela toschi — 8 aprile 2010 @ 22:41

    L’ho letto questo libro, lo trovo importante nel contenuto e strutturato bene e in modo originale. E’ uno di quelli che tengo per eventualmente rileggerlo. Mi piace anche la recensione. 😉

  2. Comment by Bartolomeo Di Monaco — 8 aprile 2010 @ 23:58

    Grazie, Daniela. (L’emoticon funziona se si lascia uno spazio dopo il termine del testo. Ho provveduto io)

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