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Deledda, Grazia

7 novembre 2007

Elias Portolu  

“Elias Portolu”

 Newton & Compton, I grandi romanzi, Euro 5,63.

Dieci anni prima della sua morte, avvenuta nel 1936, Grazia Deledda ricevette il Premio Nobel per la letteratura. In gara con lei, era un’altra grande scrittrice, Edith Wharton, la cui memoria sta resistendo forse più a lungo. Ma la Deledda ha per noi un significato che va ben al di là delle sue qualità letterarie, essendo la prima scrittrice che diede vasta eco alle tradizioni, alle passioni, alle miserie, alle ingiustizie della sua terra, la Sardegna. Avremo poi altri scrittori bravissimi che seguirono il suo esempio, quali Giuseppe Dessì e Salvatore Satta (di Nuoro anche lui), per fare solo qualche nome, e non tardò molto che la letteratura sarda ebbe un fiorire rigoglioso, trovando nella Deledda, inconsapevolmente o meno, le radici e gli impulsi di una vocazione che ancora oggi perdura. Verga s’imponeva all’attenzione del mondo con le sue opere riguardanti la Sicilia e, sul versante di un tardo romanticismo, egualmente faceva per la Sardegna Grazia Deledda.

“Elias Portolu” apparve nel 1903, dopo che era uscito a puntate nella “Nuova Antologia” dall’agosto all’ottobre del 1900, ed è il primo dei suoi romanzi più celebrati. “Cenere” esce l’anno seguente; “Canne al vento” nel 1913, “Marianna Sirca” nel 1915 e “La madre” nel 1920.

Elias, “alto e snello, col volto bianchissimo, delicato”, fa ritorno dal carcere e viene accolto a braccia aperte non solo dalla famiglia, ma anche dai vicini. Il padre non fa altro che dire ai suoi ospiti: “Ora che è tornato Elias, saremo come quattro leoni; non ci toccherà neppure una mosca.” È la Sardegna della povera gente, dei pastori che conducono una vita aspra, fatta di sofferenza e di sacrificio, quella che tratteggia l’autrice, che ambienta la storia a Nuoro, la sua città natale. La scrittura è rapida, senza artifici, diretta, e si avvale dell’uso frequente del dialogo.

L’ambiente in cui si muovono i personaggi li sovrasta a tal punto che soltanto da esso ricevono la vita. Quando uno di essi, sia Elias, sia il padre Berte, “la vecchia volpe”, sia la madre Annedda, il fratello Pietro, e così via tutti gli altri, prendono la scena, non possono essere disgiunti da ciò che gli sta intorno, che non è solo il paesaggio solitario e aspro, fisico ed immanente, bensì il pesante fardello del tempo che ha modellato nei millenni la loro razza.

È nella brughiera dove si trova la chiesa di San Francesco, sopra le montagne di Lula, che Elias vede per la prima volta Maria Maddalena, la fidanzata del fratello Pietro. Si guardano, la ragazza non stacca gli occhi da lui. Elias prova un tormento mai prima conosciuto. È la fidanzata di mio fratello, si ripete, non devo guardarla. Ecco, lì in quell’asperità della natura, durante quella festa che si tramanda da secoli, ha principio la disperazione del protagonista, che è la disperazione che ha sempre accompagnato la sua gente. La disperazione, la tragedia, la sofferenza, il dolore, la miseria sono mescolate nell’aria che respirano e basta un niente a destarle e a farle precipitare in noi, con tutta la forza di un destino immane e inesorabile.

La Deledda ci fa respirare tutto questo nel suo stile conciso, senza incertezze e frantumazioni, che va diritto allo scopo, non lesinandoci, tuttavia, rare e preziose suggestioni. Nell’oscurità della sera, nella promiscuità delle ombre, nei bagliori di quei fuochi accesi, ci sovvengono, infatti, certe immagini che abbiamo incontrato ne “I cosacchi” del grande Tolstoj, che è del 1863.

Elias Portolu ha il destino segnato: uscito di prigione, incontra Maddalena, la promessa sposa del fratello, e se ne innamora. Nasce da questo momento la sua disperazione. Giacché, sposando Pietro, Maddalena veniva a vivere a casa sua, egli decide di andarsene. Come? Facendosi prete. Nessuno crede al suo annuncio, solo la madre “zia Annedda”, ci spera: “era quella la sua via, la via del Signore, perché se egli restava nel mondo era un giovine perduto. Zia Annedda pensava così, perché conosceva il suo figliolo.”

Ma come si fa a resistere ad una passione? Ancor più se tutto intorno a noi, la natura con i suoi silenzi, la vita aspra e grama, non fanno altro che dar risalto, ingigantire il sentimento?

Maddalena, “natura appassionata e debole”, non solo si è accorta del sentimento che pervade Elias, ma sente dentro di sé che quell’uomo non le è indifferente, e già pensa che il suo matrimonio con Pietro sarà per lei come una morte. Confida a Elias, mentre il destino ha voluto che fosse abbracciata a lui, in groppa allo stesso cavallo, di ritorno dalla festa di San Francesco, che si sentirà “Morta… alla vita… all’amore, voglio dire.”

Il giorno della tosatura delle pecore, quando Elias vede scendere dal carro Maddalena, “agile e svelta”, si propone: “Bisogna che io non mi trovi solo con lei, altrimenti sono un uomo perduto.”

Due dichiarazioni, queste, che dànno l’immagine della tragedia incombente, annunciata e suscitata dalla passione. Infatti: “Maddalena però seguiva ostinatamente Elias, come attirata da un magico filo, e ogni volta che egli sollevava gli occhi incontrava quelli di lei, che pareva volessero affascinarlo.”

Elias non vuol dare un dispiacere al fratello, che ama. Si consiglia con il gigantesco Martinu Monne, uomo considerato violento ma anche saggio (“vecchio cinghiale”, “sapientone”), il quale gli suggerisce la sola cosa possibile, di parlare cioè al fratello e dirgli la verità. Elias non ha la forza di farlo, ci prova, prova a dire la verità anche a sua madre, ma inutilmente. Giunto quel momento, gli manca il coraggio.

L’autrice non lascia mai di disseminare lungo il percorso tormentato della vita di Elias, i segni di una natura che, quando si manifesta quieta (ma quasi sempre “una quiete paurosa”), nella luce e nella solitudine della sua vastità, accompagna a contrasto, rendendola più spietata, la lotta interiore del protagonista: “Il ruscello lì accanto mormorava tra i giunchi; una brezza piacevole serpeggiava tra i sambuchi e le alte erbe destandovi lunghi fruscii. Vaghi rumori, sfumati, vicini, lontani, animavano la tanca, sotto la cerula luminosità del puro mattino.” Ma anche: “Il vento leggero che stormiva nei boschi, lontano, gli sembrava una voce confusa, ora dolce, ora paurosa. Che diceva? che diceva il vento? Che mormorava la selva? Egli avrebbe voluto sentir distinta quella voce, e si angosciava, s’inteneriva, s’irritava, non riuscendovi.” E di nuovo: “La luna gli batteva sul volto, sugli occhi, dandogli un incantesimo di sogno. Intanto, sulla linea dei boschi, sui lontani orizzonti, il cielo svaniva in uno splendore di perla: le greggie pascolavano ancora, in lontananza, spandendo nella solitudine notturna il melanconico tintinnio delle loro campanelle. Mai Elias si era sentito triste come in quella notte.” La natura è intorno, ma anche dentro i personaggi: “Elias aveva in volto il colore di quel cielo lividognolo, e gli occhi cerchiati, verdi, freddi e tristi come l’acqua dei rigagnoli.”

Allorché si decide a lasciare “la tanca”, il pascolo, e corre a casa sua per dire la verità, è assalito dal delirio, dalla febbre, cade lungo la strada e quando rinviene si trova disteso nel suo letto e apprende dalla madre che poco prima, alle 10, il matrimonio tra il fratello Pietro e Maddalena è stato celebrato. Tutto è finito, dunque, ed Elias spera di poter trovare finalmente sollievo al suo tormento, ma la presenza nella sua casa di Maddalena (“anch’essa mi guarda, ed io ho paura.”) gli procura continui deliri, e rinnova perciò il suo proposito di abbandonare la famiglia per farsi prete.

Indugia, ma la sua anima è stravolta da cupi pensieri e l’autrice osserva: “l’anima del pastore si proponeva i terribili quesiti degli uomini raffinati, ma non riusciva a darsi spiegazione.”

Ha assistito ad una lite tra Maddalena e suo marito, quasi sempre ubriaco, giacché la loro unione non è felice. Ha preso le parti di Maddalena ed è mancato poco che i due fratelli venissero alle mani.

Elias sente il bisogno di far del male a qualcuno, la rabbia, la ribellione si stanno impadronendo di lui.

Deledda fa scivolare nella dolcezza l’incontro amoroso che finalmente avviene tra i due. Approfittando, una sera, dell’assenza del fratello che, essendo carnevale, è uscito per far baldoria con gli amici, egli è assalito dai brividi e dal furore amoroso. Così decide di bussare alla camera di Maddalena: “Egli entrò e chiuse l’uscio: ed ella, che avrebbe potuto gridare e salvarsi, tacque e non si mosse.”

Come l’amore per Maddalena, così il tradimento commesso nei confronti del fratello non gli dànno pace: “Il dolore e la passione non lo abbandonavano un solo istante”. Elias viene sempre di più somigliando ai personaggi tormentati che già abbiamo conosciuto nella letteratura. Ad esempio: Raskol’nikov di “Delitto e castigo” di Dostoevskij, che è del 1867; e il sacerdote Dimmesdale de “La lettera scarlatta” di Hawthorne, che è del 1850. Ancora di più va assomigliano al capolavoro dello scrittore americano nel momento in cui Maddalena gli dà un figlio che ella porta in chiesa “coperto dalla mantiglia di scarlatto orlata di seta azzurra”, e Elias vede tutto ciò dalla sua posizione di seminarista avviato a diventare sacerdote. Anche nella scrittura, coincisa in entrambi, v’è più d’una somiglianza.

Gli dirà Martinu Monne: “Tu porti in faccia il segno del peccato mortale.”; non solo, ma tutto congiura perché gli si spalanchino innanzi le porte del peccato. Infatti, prima ancora che egli prenda i voti, Pietro muore. Che fare? Andare avanti e diventare sacerdote o rinunciare per amore di Maddalena?: “la lotta era cominciata e ben terribile.” In queste pagine è ora Stendhal a fare capolino.

Anche stavolta Elias non ha la forza di liberarsi dell’abito che indossa per dedicarsi a Maddalena e a suo figlio, come già aveva fatto allorché Martinu Monne gli aveva consigliato di dire la verità al fratello prima che questi sposasse Maddalena e non ne aveva avuto il coraggio. Sarebbe uno scandalo, le dice, se io lasciassi di prendere i voti.

Jacu Farre, un ricco possidente, fa la corte a Maddalena, ma lei vuole sposare Elias, insiste presso di lui ricordandogli che egli è il padre del bambino, il piccolo Berte. E poi, si è dimenticato del loro amore? Non pensa alle sue sofferenze di donna ancora innamorata? “Ma ella non lo tentò oltre” ci fa sapere l’autrice, ed Elias diventa sacerdote. “Non troverò mai pace; sono dannato.”, pensa quando si accorge che la gelosia rode in lui così forte da non dargli requie. Jacu Farre ormai ha infatti chiesto la mano di Maddalena. Frequenta la casa e si comporta come fosse lui il padrone. Tratta il bambino come cosa sua. Quando il bimbo si ammala gravemente è il Farre che veglia su di lui, non lasciando mai il suo lettino, e impedendo così ad Elias di stare un po’ solo con il figlio. Elias, “Prete Elias”, non riesce a sopportare tutto ciò: “Veniva col desiderio di chinarsi sul bimbo, di baciarlo, di curarlo colle sue mani, di dirgli parole affettuose: gli pareva che la forza del suo amore sarebbe bastata per guarirlo; e invece veniva, e bastava appena che vedesse il Farre per sentirsi paralizzato; non osava neppure posar la mano sulla fronte del piccolo moribondo, mentre entro di sé urlava di dolore e di rabbia.” È la sua punizione, la sua condanna. Deledda disegna un personaggio di grande, complessa e irriducibile tragicità, così profonda ed estesa da opprimere ed esacerbare la nostra coscienza. Non c’è niente che egli abbia fatto saggiamente, sempre vinto dai sensi e dalla sua vitalità malata. Il padre lo ha sempre considerato un bambino, invece che un uomo.

Il Dio del castigo sarà il solo ad aver pena e misericordia di lui.


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