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Dell’Era, Tommaso

7 novembre 2007

Un ficcanaso  

“Un ficcanaso”

Schena, 1969, pagg. 256

Nasce a Bari nel 1927 questo scrittore quasi sconosciuto, morto settant’anni dopo per un male incurabile. Il figlio, Alfredo Dell’Era, ne traccia un profilo in un articolo intitolato Un caso letterario di là da venire. Notizia su Tommaso Dell’Era, apparso sulla rivista La Vallisa, anno XXIII, n. 67/68, aprile-agosto 2004. Autore di quattro romanzi, Un ficcanaso, del 1969, rappresenta il suo esordio. Seguiranno: I cari baresi, del 1971; e Mozart, del 1991; I cavalieri di san Nicola, del 1992, tutti pubblicati dall’editore Schena, di Fasano.

Un ficcanaso racconta di un suo viaggio in giro per l’Italia, spinto dalla curiosità e dalla voglia di conoscere: “Un ficcanaso? Sì: mi piace sficcanasare in soffitta, se c’è ancora qualche vecchio dio; o in cantina, se è rimasta una bottiglia di quello buono.”

L’autore mostra subito la sua predisposizione all’osservazione e al commento arguto. La sua scrittura richiama alla mente quella di uno scrittore toscano, Renato Fucini, l’autore de Le veglie di Neri. Direi che ai toscani, sarcastici e ciarlieri, si avvicini non solo la scrittura di Dell’Era, ma anche la sua natura di divertito e attento commentatore. Come il Fucini quasi un secolo prima scese al Sud (Napoli a occhio nudo, del 1878), così Dell’Era da Bari prende a risalire lo stivale, pervaso dallo stesso desiderio: “Il controllore, abbozzato un saluto militare, mi spianò il sentiero fra un bivacco di membra e valigie.” Inizia il viaggio. La prima tappa è Assisi: “Come feci in pochi secondi a precipitarmi dalla cuccetta, risalirvi per infilarmi i calzoni, raccattare la giacca, impugnare la valigia, scavalcare senza occhiali la torpida muraglia e trovarmi sulla banchina?” Osserva ogni cosa con lo sguardo del laico che fa molta tara alle leggende e alle suggestioni, ma che non è privo di sensibilità, soprattutto quando, lontano dal clamore dei molti pellegrini, ritrova il silenzio e la pace che furono di San Francesco e di Santa Chiara: “Non è un delitto rubare una notte all’Eremo di Francesco, rubare al silenzio le voci che lui solo aveva ascoltate, i fantasmi che lui solo aveva visti. E affondare nella terra”. Partito, forse, con l’intenzione di una sfida, egli non sa sottrarsi al fascino di quei luoghi impregnati di spiritualità. Tuttavia, non risparmia i suoi strali contro le contaminazioni della modernità, e quando vede un fraticello che distribuisce a tutti una fogliolina del miracoloso, ma angusto, roseto, si domanda come sia possibile, quando “un’intera selva sarebbe stata insufficiente per appagare – come avveniva – la richiesta.” Pare proprio il Fucini che, nel mentre esalta le bellezze naturali di Napoli, non manca di annotarne le cupe e aborrite degradazioni.

A Gubbio, allorché domanda dove San Francesco incontrò il lupo, e la donna – una venditrice ambulante di latte – gli indica una strada riconoscibile per “le porte del morto”, una tale espressione ha richiamato alla mia mente un personale e lontano ricordo. Sulla facciata delle case, infatti, oltre alla porta d’ingresso principale, è ben visibile una porticina sempre chiusa, un quadratino appena. È proprio quella la porta del morto, da dove, secondo credenze e tradizioni antiche di chissà quanto tempo, facevano uscire il morto dalla casa. Dell’Era si trova davanti al dipinto della Madonna del Belvedere, di Ottaviano Nelli, e così sapidamente lo commenta: “Il solito gusto della miniatura, la solita delicatezza di tratti. Troppo facile: bastava star sull’uscio della bottega per trovar modelli; io stesso, se sapessi appena tener un pennello in mano, ritrarrei la lattivendola: e non deluderei i posteri con una crosta.” Questo pugliese di Bari ha davvero, dunque, lo spirito ribelle di un toscanaccio, difficile da accontentare e sempre deluso per una perfezione che manca agli altri e che solo lui – va da sé – possiede. Sale sulla corriera, essendo “impossibile pellegrinare passo passo questa Galilea francescana” e annota: “il trepido scatolino mi avrebbe condotto lui a sorprese d’incontri, dietro una curva o da un greppo. Il treno, aristocratico egoista, snobba le montagne: un buco, e passa; gli piace andar comodo, fumare sotto le ombrose pensiline tra folla di voci”. Dalla corriera osserva un paesaggio che è rimasto fermo nel tempo, se non fosse per “un’insegnuccia al neon” e un distributore di benzina: “Pietruzze di case giù, e la corriera vi si slanciò sfiorando il ciglio, traballando fra polvere e buche. Mi abbrancai al sedile e guardai l’autista: imberbe, teneva il volante con una sola mano, rivolto al bigliettaio, seduto accanto, in pacifica conversazione.” Giovanni Faldella è un altro nome che viene in mente, leggendo Dell’Era, e soprattutto quel suo Un viaggio a Roma senza vedere il papa, uscito prima a puntate negli anni 1874, 1875 e poi, riveduto in molte parti, in volume nel 1880. Non è un caso che anche per Faldella si faccia un accostamento al contemporaneo Fucini. L’incontro prima con San Francesco e poi, a Todi, nella chiesa di San Fortunato, posta in cima ad una scalinata, con Jacopone da Todi, scuote in qualche modo la sua coscienza laica: “Non fu facile spiattellarmi sul muso quanto mi ero sempre nascosto, e abborracciare una difesa: dovevo (e sapevo di mentire: nulla sarebbe cambiato) dovevo digerirmeli uno alla volta, e pian piano, questi due bocconi che ora m’erano rimasti nel gozzo.”

Viaggiatore infaticabile, ci fa ricordare i tanti famosi letterati che nel passato sono scesi in Italia, da Montaigne, a Goethe (che vengono ricordati), a Dumas, Heine (anche lui presente), e così via, fermando nel tempo con le loro annotazioni un’Italia destinata continuamente a mutare. Si dice che John Ruskin, eclettico e straordinario artista inglese, si portasse dietro una scala, con la quale poter salire ad osservare meglio i monumenti delle città italiane, visitate negli anni 1840 – 1845: Como, Milano, Venezia, Parma, Genova, Lucca, Firenze, Pisa, Roma, Napoli. Un tale amore per il viaggio, alla scoperta di ciò che nel mondo ha saputo compiere l’arte, lo ritroviamo intatto nel cuore di Dell’Era lungo tutto il suo percorso: “come Annibale, mangiavo quando potevo; se non proprio per terra e con un sagulo, certamente pochissimo e spesso sulle cigolanti panche in una marcia notturna di trasferimento; percorrevo infaticabili chilometri sferzato dalla pioggia, abbrustolito dal sole: primo a entrare in battaglia, l’ultimo a ritirarsi.”

Al tempo del viaggio l’autore ha superato appena i 30 anni ma, come si vede, nel sangue scorrono un ardimento e una passione millenari. Addirittura, lungo il viaggio, va da un medico per avere un farmaco che gli permetta di ridurre le ore destinate al sonno! E quel medico, “abituato a consigliar rimedi per conciliare il sonno e non per eliminarlo o ridurlo, si mostrò troppo condiscendente.” Ma il rimedio risolutivo lo trova da sé, dormendo sul fianco sinistro (“vinsi finalmente assalendo la notte sul fianco sinistro.”); in questo modo, con il cuore un po’ compresso sotto il peso del corpo trovava quel disagio sufficiente per dormire solo poche ore. Così ogni mattina si compiace di aver raggirato il sonno: “annodandomi la cravatta allo specchio, mi faccio l’occhiolino: – Anche stanotte l’abbiamo buggerato! – .” Più si va avanti, più si accresce il godimento di una scrittura che ha il suo fondamento sui classici, insaporita da un tocco garbato di toscanità, e scopriamo un autore che fa dello scrivere, oltre che un’occasione di conoscenza, un passatempo brioso al modo del suo allegro viaggio. Ora che siamo al tempo dei computer e il problema è risolto, leggete che cosa pensa a proposito della “macchina da scrivere”, mille volte detestabile, a paragone della penna: “Sento che molti usano comporre direttamente con essa. Come riescono – se mai abbiano ripensamenti – a cancellare una parola, trascriverne una nuova e su questa un’altra e un’altra ancora? Non li sgomentano quei lugubri cavalli di Frisia delle «x» attraverso cui le lettere agitano ancora i moncherini? Se dovesse capitar loro di scrivere «pietà» e il gomito calcasse casualmente il tasto delle maiuscole, quel «piet&», quell’oscena contaminazione di affari e sentimento non li sgomenterebbe?” Dunque, non un semplice libro di viaggio, ma una raccolta, pure, di argute osservazioni, di pensieri in libero passeggio immersi nella realtà di tutti i giorni. Del resto, che il personaggio sia avvolto da una gioiosa e gaudente bizzarria, basta a ricordarcelo quel risvolto di copertina in cui appare la cornice monca della fotografia dell’autore, il quale così si giustifica: “La vacuità del riquadro non è ascrivibile a una deficienza tipografica o ad una valutazione della personalità dell’autore. […] Che sia il Lettore a ricostruire il nostro aspetto. E speriamo bellissimo. O bello. O bellino. Ma se brutto, inesorabilmente brutto, un brutto simpatico almeno.” E noi un po’ l’abbiamo immaginato. Sappiano che ad un certo punto si definisce “grassottello”, e dunque perché non può somigliare al Pickwick di Dickens, solo sostituendo alla generosa ingenuità del personaggio di quel capolavoro, una più mondana sapienza?

Mi scrive il figlio Alfredo, in una lettera del 6 giugno 2005: “Su Un ficcanaso posso anche fornirle – a titolo, diciamo così, di “persona informata dei fatti” – una serie di notizie, utili per meglio comprendere l’opera e l’autore. La datazione, per cominciare. Pubblicato nel 1969, la sua stesura era però conclusa da tempo, come testimonia in tal senso l’italianista Mario Scotti. Una sua lettera, datata 23 agosto 1965 e diretta a mio padre, è infatti probante: quel giorno Scotti riceve e legge per intero il dattiloscritto di Un ficcanaso, scrivendone all’amico in serata. Abbiamo dunque certezza che, nell’estate del ’65, l’opera era compiuta anche se non definitivamente rivista (ci vorranno quattro anni di labor limae prima della pubblicazione – anni durante i quali Dell’Era scriverà, però, un libro di racconti e un romanzo epistolare, entrambi tuttora inediti). Il titolo. Un ficcanaso è il terzo, definitivo titolo dell’opera: i primi due – credo in quest’ordine – erano stati Un uomo di esperienza e Quindici giorni di congedo.

La copertina (o meglio la sovraccoperta). Mio padre aveva pensato al disegno stilizzato di un lungo naso, di profilo, che facesse da spartiacque fra alcune stelle, poste al di sopra, e un fiasco di vino, al di sotto: la rappresentazione grafica, in sostanza, di quelle tre righe che precedono l’inizio dell’opera e ne spiegano il titolo; Nunzio Schena sottopose al suo disegnatore l’idea, ma questi preferì disegnare un enorme occhio policromo, che mio padre accettò di buon grado (posso affermarlo innanzi tutto perché me lo disse, e poi perché quando la sua scelta era davvero irremovibile non c’era verso di fargli cambiare idea: i titoli delle opere in carattere tondo, ad esempio, anziché in corsivo; l’uso di forme scempie come ‘inalzare’, ‘sodisfare’, ‘susurrare’; ‘neofito’ per ‘neofita’, ed altro ancora). Sulla seconda pagina bianca del volume, compare una sorta di monogramma: due V, una rovesciata e in parte sovrapposta alla prima; domandai a mio padre cosa significasse quel simbolo, mi spiegò che era una W – l’evviva – scissa nelle sue componenti e, dunque, nel suo significato: insomma, l’auspicio di poter esultare per il successo del libro, il timore che ciò non avvenisse (il medesimo simbolo ricomparirà nei Cari baresi, ma con l’aggiunta di una nota di sfiducia: in quarta di copertina esso si sdoppierà in due V rovesciate: abbasso, il tempo delle illusioni è finito).”

Quel suo carattere disincantato, ma anche desideroso di porsi generosamente al servizio di chi legge, di partecipargli la sua gioia e la sua fresca vitalità, ha i suoi riscontri, dunque, oltre che nel testo, anche nei nascosti tratti che hanno psicologicamente preparato il suo incontro con il lettore.

A Spoleto ammira la bellezza delle giovani che “sembrano davvero sgusciate dalla tela di quel birbante di un Perugino.”, “non ho visto una vecchia; si rintaneranno per uscire solo di notte, radendo i muri, fedeli ad una legge di bellezza cui altre, quand’esse fiorivano, avevano serenamente obbedito, e queste obbediranno.” Si noti la facilità della scrittura e del disegno. Il concatenarsi di più generazioni, che ossequiano la bellezza della gioventù, è reso con la perfezione e la preziosità di un cammeo. Ci sarebbe più di un esempio da portare a riguardo, ed alcuni si possono rintracciare da sé nei brani riportati.

Vorrebbe acconciarsi meglio per far colpo su quelle giovani, che sono “il miglior esperimento del creato”. Nella foga, vede un bel giovane, “un efebo, e vorrei fermarlo, gridargli – Sei bello! -, se non temessi il vigile a un passo e quei ragazzetti che non mi risparmierebbero umbri commenti.” Dalla cittadina di Cascia, dove ha visitato la tomba di Santa Rita, che però “mi restava muta”, per tornare a Spoleto, si mescola con altri pellegrini, impolverandosi gli abiti e spettinandosi, e salendo sul loro pullman, che lo conduce al paesetto di Roccaporena, dove si trova la casa di Santa Rita. A Ravenna, quando entra in Sant’Apollinare in classe, si sta celebrando un matrimonio, echeggiano le note dell’Ave Maria di Mendelssohn; finita la cerimonia “mi intrufolo anch’io: una manata al ragazzo, un augurio alla sposina.” Ci meravigliamo che non l’abbia addirittura baciata! Dovunque si trovi, Dell’Era vuol partecipare, cittadino del mondo, gustare i sapori dei luoghi visitati, mescolarsi alla gente, sentirsi uno di loro. La sua preparazione umanistica (è laureato in Lettere Classiche) gli consente anche l’uso sapiente di verbi, espressioni, costruzioni sintattiche, vocaboli, alcuni dei quali divenuti rari, insoliti: ruglio, zinale, scolte, cricchiavano, aggreggiato, impendolare, crurifragio, triglifo, sagulo, ghirba, diana, sbrendoli, buschera, scaccino, facendo solecchio, maledissi a mia figlia, insultando alla pagina, cesarie, pallio, misoneismo, niffoli, japigia, lunula, onicofagia, concinnità, indigeti, raggricchiati, scozzonare, inuzzolita, verdumaia, sizza, teterrimo, omarino, strullo, scorzone, sgavazza. Uno di questi, molto bello, ognove, è “di suo conio”, mi scrive il figlio Alfredo. Come “di suo conio”, mi scrive ancora il figlio, è omobile (uomo+automobile). Devo dire che anche per questa spontanea offerta che fa al lettore di vocaboli intrisi di classica bellezza, e così carichi di suggestione e di sapore, il libro vale la lettura.

Camminare molto a piedi non è solo fatica, ma accade che le suole delle scarpe “avevano ceduto alle carezze noccolute dei ciottoli umbri”. Così si reca dal calzolaio e ha modo di volgere lo sguardo su quell’angusto e povero ambiente, pieno di “sbadigli di ciabatte, sandali impiccati, tacchi sbocconcellati. Una tetra spelonca, con un nastro moschicida appeso alla lampada, tempestato di vittime; e un fetore o un aroma di cuoio, secondo gli stati d’animo”. A quelle scarpe è affezionato, lo hanno sempre seguito lungo i suoi ventennali viaggi. Ora hanno perso forma e colore, ma non le cambierà mai con un paio di scarpe nuove “e le porterò con me anche nell’ultima gita. Su questo non transigo. Niente ipogeo, cimitero inglese o viennese? E va bene. Agghindato come gli pare, i pollici intrecciati col rosario? Pazienza. Ma le scarpe le voglio, le scarpe.” Con quelle, una volta riparate, visita la tomba di Dante, ma resta deluso e rivolge un rimprovero ai ravennati: “La colpa è vostra, cari ravennati, e non saltate su a dirmi che avevate tutto il diritto eccetera eccetera. Un certo Michelangelo s’era impegnato di dargli onorevole loco, e di fronte a tale proposta avreste dovuto calare le brache: i nipoti avrebbero provveduto a tenervele su con cinghie d’oro.” Proprio al modo di un’invettiva dantesca, dunque, condita, però, con una strizzatina d’occhio e un sorriso. La scrittura suscita in continuazione sensazioni piacevoli, ricca com’è di impressioni e di spunti, estrosa di avvenimenti e di sorprese. Davvero una gradita scoperta.

Quando è a Ravenna e poi a Ferrara, pare che il suo spirito voli leggero per quei luoghi, dove si sente osservatore sbarazzino di un gatto (“bambino che non vuol diventare adulto”, scriverà più avanti), del monumento a Guidarello Guidarelli (condottiero del XV secolo, il cui sarcofago che lo raffigura vestito della sua corazza si trova esposto a Ravenna nella chiesa di San Francesco), che è baciato da tutte le ragazze (“Le ragazze se lo sbaciucchiano, e chi sa se non combinano altro quando sono sole”.), sui materassi di lana, sempre più rari, sui quali “ripieghi il corpo come in un grembo materno” e “che ti danno fiducia di salutare il nuovo mattino e ritrovare nelle tiepide forme la prova della tua vita notturna.” Di ogni cosa prende nota minutamente: “cavo di tasca taccuino e biro, fedeli duumviri, e prendo appunti.” Lo stile assume talvolta il riflesso telegrafico di quegli appunti. Rimane un po’ deluso del ritratto dell’Ariosto che compare mescolato ai Santi in un dipinto dei fratelli Sebastiano e Cesare Filippi nella chiesa di San Benedetto, a Ferrara: “scialbo volto d’impiegato. Puntiglio stupido.” Pare proprio un viaggiatore d’altri tempi, in grado di trasmetterci, con il solo lucido della scrittura, emozioni e visioni rimaste nel cuore e negli occhi di un gioioso e sedotto innamorato: “mi fingo cose e avvenimenti come fossero miei, come li vivessi io.” Deve però centellinare, fare i conti con il poco denaro, essere previdente. A Bologna entra in un ristorante. Il suo primo pensiero è: “qui mi spellano vivo.” Degusta i famosi tortellini: “Quale blasonato cuoco od oscura massaia li ha plasmati la prima volta? Scoprire una ricetta val più che scoprire una stella. Dove l’ho letto? E chi l’ha detto? Un crapulone o un filosofo? Uno col naso sul piatto o uno col naso per aria? Uno che, intirizzito dagli spazi, sia tornato al tepore della zuppiera; o uno che ha capito la faccenda senza muoversi da casa? Un cinico, un deluso, o soltanto un uomo di buon senso?” Oltre alla buona cucina, si sa pure che a Bologna le donne hanno fama di essere belle e prosperose. Il Nostro ci fa un pensierino, sta leggendo il giornale e non si decide, si sente impacciato nel dover chiedere informazioni al portiere dell’albergo, dove è alloggiato: “partii da Ventimiglia – Ora mi alzo e gli parlo! – E ogni volta un’altra pagina. A Marsala stimai superfluo risalire lo stivale; mi alzai di botto investendolo di spruzzi e di parole. Si tirò indietro e mi pregò di ripetere la domanda. – Vorrei stare in compagnia stanotte, una compagnia… un po’ raffinata.”, ma, vedrete, avrà sfortuna e resterà all’asciutto; in compenso ci regala una gustosa passeggiata nella Bologna notturna, fino a quando, tornato in albergo, non dovrà vedersela con il sonno, “restituito a Morfeo” per colpa di un “inconsueto pisolino pomeridiano.” Un viaggiatore dalle molte curiosità e tentazioni, dunque, tutte quante sue adorabili dominatrici, e alle quali non pensa minimamente di sottrarsi, più discolaccio che pellegrino. A Modena ha trascorso l’infanzia e la prima adolescenza. Una vecchietta che lo ha conosciuto in quel tempo, gli dice: “Sempre il birbante di una volta…” Poco prima era stato nella Cattedrale della città, dove aveva visto la famosa secchia “di lucido legno”, che aveva scatenato la guerra tra Bologna e Modena e ispirato a Alessandro Tassoni il suo poema La secchia rapita. Tornano i ricordi: “li attendo i ricordi, voglio suscitarli, forzarli qui, dove son nati.” Gira la città alla ricerca del passato (“pellegrinaggio al tempio dell’infanzia”), ma molte cose sono cambiate, quasi nessuno si ricorda di lui.

Qualche volta l’autore non ci dice subito in quale città fa la sua sosta, ci parla di monumenti, di autori del passato, con i quali pare ci inviti ad un ripasso dei nostri studi. La città, così, si affaccia alla nostra visione attraverso le sue bellezze artistiche, più che quelle naturali. Una scelta. Vicenza ci viene incontro insieme con il Palladio: “Mi fa rabbia: una città resa famosa da un tal Andrea di Pietro, lapicida da strapazzo, che si ferma lì per caso, acciuffa un protettore, si rimpannuccia e si fa poi chiamare Palladio.”

I suoi commenti li fa ad alta voce, e la gente si volta a guardare quel curioso passante che parla da solo: “oggi parlo da solo come e quando mi pare: bella davvero se dovessi tener dietro all’opinione altrui. Mi piace sentirmi: dare una voce ai pensieri, proiettarli in una sorta di dialogo, costringerli a dichiararsi ad assumersi le proprie responsabilità: il suono li maschera, se infidi; li nobilita, se onesti; si fa dolce e aspro con essi: e forse neppur questo: il semplice gusto di sentirmi, accompagnarmi…”

A Bassano una coppia di turisti del Nord Europa lo invita ad unirsi a lei, salendo sulla moto-carrozzetta, e il Nostro li avverte: “Sentite, amico: caratteristica dei latini in generale, degli italiani in particolare e dei meridionali in assoluto, è quella di essere individualisti: e io sono meridionale fino alle midolla. Se poi la sociologia mi desse torto, resto individualista per conto mio.” Un Ruskin, dunque che, quando arriva il momento, se ne va in giro in solitaria contemplazione, sol che manca della famosa scala. Dell’Era è un viaggiatore del Novecento che ha ereditato nel dna la grande tradizione europea, più che italiana, dei viaggi culturali. Non c’è fatica, non c’è impresa che lo scoraggino. Una piccola sosta, un breve riposo sono sufficienti a restituirgli le forze, nonché a rivitalizzare il suo spirito di intrepido e sbarazzino ficcanaso.

Sale sulla moto-carrozzetta che lo condurrà a Verona, passando prima per Marostica (“mi addormentai forse: il sogno rosa di un castello, un’ossessione di mura”, scriverà più avanti, ricordandola), in un viaggio durante il quale quella insolita esperienza lo carica di stupore e di entusiasmo. Pranza all’aperto, su di un prato; gli offrono salmone affumicato, lui porge il cognac che quelli quasi si scolano per intero. Dorme sotto una tenda, che gli rievoca ricordi del tempo passato e di un giovane parente morto per un mare incurabile, come capiterà poi a lui stesso. Il suo viaggio durerà quindici giorni, ma ad un certo punto dubita che si tratti di un sogno: “Li ho vissuti davvero quei momenti? Ho incontrato i norvegesi la lattivendola il muratore? Ho rivisto davvero le vecchiette di Modena? Non è forse la solitudine della scrivania?” La vita è anche sogno, quando la si conduce avvinti dal piacere della conoscenza, e dalla certezza di trovarsi in armonia con se stessi, immersi piacevolmente nella realtà.

Il tratto di viaggio intrapreso insieme con i giovani norvegesi carica il racconto di universale umanità, mette in contatto lo spirito aperto e indomito del protagonista con una natura che si offre ora senza confini, pronta a suscitare stupore e gioia.

I due giovani norvegesi riportano, ossia, l’uomo al centro dell’universo, piegano le bellezze dell’arte e della natura alla gloria del Creato realizzatasi nel suo momento più alto attraverso l’uomo. Pare dirci l’autore: non dimentichiamo che il sentimento, l’amore, la reciproca comprensione, il gioire insieme, il sentirsi partecipe di una gioia immensa, sono possibili soltanto attraverso la nostra umanità. Il libro, nel momento in cui, messo al centro dell’universo l’uomo, unisce il sogno alla realtà, assume il suo più profondo significato. Dell’Era non è più il viaggiatore che scopre le bellezze dell’arte e della natura, bensì l’uomo che si sente felice di essere se stesso allorché scopre di essere un uomo tra altri uomini. Perfino la seduta da un medico condotto, che fa anche da dentista, non gli toglie il buon umore. “La bocca spalancata, le unghie confitte nei calzoni” se ne sta curioso ad ascoltare le invettive di quel bizzarro dottore che ce l’ha con la razza umana che “va indietro, è diventata una razza di rammolliti.” Vi si è recato in compagnia dei due nuovi amici e quando arriva il momento che il dottore prega la ragazza di tenere la testa del paziente, il Nostro scrive una delle più belle, dense e tenere frasi: “quella carezza mi dava protezione, un senso che migrava dall’infanzia.” Il tratto tra Marostica e Verona consente all’autore di ribadire una delle caratteristiche del suo stile: quella di chiudere una situazione all’improvviso, e aprirne una nuova che si tiene lontana dall’altra come separata da un vuoto nel cui mistero noi tuffiamo la nostra fantasia. Uscito dal dentista, l’autore si fa trovare nel bel mezzo di un “indiscreto uragano” che infradicia non solo lui, ma anche i due amici, e vengono soccorsi dall’ospitalità di un prete. Quando il giovane norvegese gli presta i propri pantaloni, che gli si adattano a mala pena, egli scopre di essere rimasto – dal momento che aveva fatto con loro il bagno nudo nel fiume – senza mutande! Non è anche un po’ Pickwick il nostro protagonista? Le sue espressioni spesso sono telegrafiche, sintetiche, annullano vari passaggi. Nel visitare la casa del prete, ecco come, affacciandosi alla finestra, descrive il cimitero che gli si para dinanzi: “Al davanzale, l’occhio fra le croci.” Questa qualità di saper conciliare le immagini all’interno di un testo di estrema sintesi, non compare solo qui, ma ne è colmo il libro, al punto che esso ci aiuta addirittura a dipingere nel nostro immaginario il carattere e la personalità dell’autore. Se egli fisicamente ci può ricordare Pickwick, se il suo viaggio ci ripropone quello alla rovescia di Fucini, allorché, però, agita la sua sferza che gli trasuda nello sguardo e nelle rapide, succinte parole, noi vediamo anche un po’ di Baretti. Ossia, tutto di questo autore meridionale ci porta al Nord, non solo il suo viaggio, dunque, ma anche la sua formazione, la quale, tangibilissima, attinge ai classici greci e latini, ma essi costituiscono soltanto la preziosa base affinché la sua vera natura di uomo libero, senza identità confinate, trovi la sua autentica misura, che è quella di presentarsi al lettore soltanto come uomo del suo tempo. Che cosa è mai, infatti, il suo laicismo conclamato? Che cosa vuol rappresentare la compagnia con i due giovani sconosciuti provenienti da un mondo mille miglia lontano? Che cosa significa quel suo bagno nudo nel fiume?

Quando giunge ad Arquà, non ce lo dice, ma ci mostra la “Fons Francisci Petrarcae”, e allorché entra nella casa del Poeta, non può non essere turbato dalla immagine di Laura, e così, quando la bruna norvegese gli si avvicina, lui scrive, con la stessa tenerezza che già abbiamo annotato più sopra: “Una calda presenza alle mie spalle: seppi ch’era lei, so ch’è lei ogni volta che avverto quel tepore tra la folla di uno stadio o nella solitudine di una lettura. La presi per mano e ci avviammo verso il poggiuolo sui colli.” La donna, dunque: sia essa la giovane norvegese, sia la Laura dei poeti, è colei che accompagna la vita di ogni uomo.

Finalmente è a Verona, i suoi amici se ne sono andati per conto proprio. È di nuovo solo. Verona è la città di Catullo e di Salgari, ai quali rende omaggio, ma è la città subito a stregarlo, con la sua asimmetria, con le sue bellezze che sembrano essere state abbandonate qua è là per caso: “La storia, ogni volta che s’era trovata a passare di qua, aveva dimenticato dei bagagli nella sua fretta: Arena Portici Palazzi Mura: alla rinfusa: e il caso – questo bastardo dell’armonia – aveva compiuto il capolavoro: ti stuzzicava a criticare la asimmetria, la difformità di colori e stili, e ti diceva poi: – Mettiti sotto i Portoni e guarda: ce l’avrebbe fatta lei?-” Non è il suo il resoconto di un cronista, ma lo sguardo di un osservatore addestrato dalla propria inclinazione. Nella città di Giulietta e Romeo la sua natura si sbizzarrisce creando uno dei capitoli più belli: “Il giardino. Sapevo ch’erano frottole; che la tomba non aveva accolto la vergine veronese, ma anonime spoglie o paglia per famelici musi equini o addirittura panni sporchi; che Giulietta non era esistita o, se l’amore l’aveva uccisa, la sua vicenda non era molto dissimile da quelle che rattristano una qualsiasi cronaca cittadina; che di tutto era colpevole un fantasioso poeta: lo sapevo, come certamente gran parte dei pellegrini, e insieme con loro sentivo incrinarsi qualcosa dentro. Già una stanca dolcezza nell’erba, nella rampicante che s’intrecciava da opposte colonne formando un baldacchino, nel chiostro che ci schiuse i suoi archi, nelle colombe sul salice.”

La scrittura sa essere sferzante, dunque, ma sa offrire anche la carezza di un’anima attenta e sensibile. Ha molti registri, che l’autore riesce a controllare senza mai cadere nell’eccesso, sia in una che nell’altra direzione. Ciò che lo guida resta ancora l’amore incondizionato per la nostra terra.

Non ha trovato il tempo di scrivere una sola cartolina, e mancano ormai tre giorni alla fine del viaggio. Scrive una cartolina postale, “la retrodato e l’imbuco poi alla stazione”. Sul banco di un bar-trattoria trova esposti vari biglietti di saluti e auguri preconfezionati, per i quali non c’è da far altro che mettere la firma e spedirli: “un affare per Claretta.” Claretta è un amore giovanile, e l’autore la rivede bambina e gli sovviene quella sua scrittura dai “trepidi caratteri di contadina.” Ancora un ricordo tenero, reso splendidamente: “Un affare per te, quei cartoncini: avresti risparmiato un sacco di fatica e di spropositi, ma non ricorderei dopo tanti anni, una per una, le parole della tua lettera, e quel tamo in cui avevi intuìto la fusione dell’amore con la persona amata, prima che noi inventassimo un bigotto apostrofo.”

Nutre una particolare simpatia per San Zeno; così, a Verona, si dirige verso la chiesa omonima. Il Santo gli ricorda il suo San Nicola di Bari, ma soprattutto gli piace quel sorriso “sornione”. E a proposito del sorriso, confessa:” dove ce n’è uno nel raggio delle mie finanze, vado a trovarlo: appena si bandisce un concorso per custode di un museo etrusco, inoltro documentata istanza: lo troverò un lucumone che mi raccomandi.”

Da Verona, non si dirige, come sembrava inevitabile, a Venezia, ma, salito sul treno, sceglie Pisa, la Piazza dei Miracoli. Forse ha esaurito sia il tempo sia il denaro (“gracile peculio”), e sceglie di avviarsi sulla strada del ritorno. Il treno – è circa l’una di notte – si ferma ad una “stazioncina intirizzita”. Il Nostro si guarda in giro e aspetta la partenza, che non arriva. Fintanto che, spazientito, non chiede ad un ferroviere, che risponde: “E non sapeva dello sciopero lei? Ne hanno parlato i giornali, la radio e anche la televisione.” Accidenti! Come fare? “È fortunato lei.” Fortunato?! “È solo uno sciopero a singhiozzo.”; “Si è trovato alla fine; fra tre ore potrà partire senz’altre fermate.”

Sono i disagi di un’Italia che non va per il sottile e se al nostro viaggiatore mostra le sue eterne bellezze, ad un tempo non intende sottrarlo alle secolari afflizioni. Il protagonista lo sa bene, e ne tiene e ne rende conto.

Mentre passeggia in attesa della fine dello sciopero, la mente torna a ricordare. Non è tanto la sua città che egli rammemora lungo quel viaggio di quindici giorni, bensì la famiglia, la moglie, i figli, nel loro vivere quotidiano, fatto di buona e cattiva sorte. La famiglia è vista sempre come culla da cui poter trarre la propria forza e nello stesso tempo meta ultima per un approdo sicuro: “Le comprerò una borsetta di pelle. Un anno o l’altro mi resterà solo lei […] E l’uno temere per se stesso la malattia dell’altro, finché verrà il momento; forse è meglio resti sola lei, prima; ha tanta forza quell’affarino di donna: io non ce la farei…” Non è un viaggio nel quale la famiglia può essere tenuta lontana, ma essa, ferma nella sua terra di Bari, in realtà l’accompagna sempre. Noi avvertiamo, così, che quel ricordo, lungo quel viaggio, è vicendevole, e la moglie l’ha lasciato partire solo (“viaggio sempre da solo”; “è un viaggio di piacere”) sapendo che il bello e la poesia si manifestano al meglio all’uomo solitario, che ad esse si dedichi con un amore esclusivo. Tuttavia, il suo pensiero è sempre vicino a lui. Non si scrivono lettere, non si scambiano cartoline, ma nel pensiero stanno sempre uniti. Stiamo leggendo, in questo libro, anche una splendida storia d’amore: non solo per la propria sposa, ma per i figli e, insieme, per la famiglia.

Allorché sul treno si trova di fronte ad un ragazzo “mutolo”, il suo animo si strugge: “Se il cieco e lo storpio muovono a pietà, la parola li restituisce uomini; solo il muto, abbia pure le fattezze di quel ragazzo, è respinto nella ferinità. E non c’è rimedio? So di istituti ortofonici che fanno miracoli: e potrà pagarseli il padre? Che sia solo questione di denaro l’infelicità? Sarà infelice: ora è ragazzo; e da adulto? Potrà farsi una famiglia? A quale mestiere sarà costretto? E soprattutto, come si rassegnerà agli sgorbi di pensiero che solo le mani o le smorfie potranno comunicare?” In realtà quel mutolo – è ancora la vita che gli si rappresenta qual è – non è tale, e gli ha combinato una burla, talché quando il ragazzo scende dal treno, si volta e dice a tutti: “Buon viaggio, signori. Balzò sulla banchina e la sua risata inseguì quella degli amici.” Si giunge al capitolo VI della parte seconda ed è d’obbligo fare una pausa, trattenere il campanilistico respiro, perché è scritto a caratteri maiuscoli il nome della mia città: “LUCCA”. Mi inorgoglisco e si accresce la mia simpatia per l’autore, che sa di certo che la mia città è stata nel passato meta di tanti illustri visitatori, non solo Cesare, Pompeo e Crasso, ma Riccardo, re degli Anglosassoni, morto nel 720, mentre si recava a Roma, e sepolto nella basilica di San Frediano, Martini il Sassone, Carlo V, Machiavelli, Montaigne, Heine, Ruskin, Byron, Shelley, Morgan, De Brosses, Adorno, Borchardt, Joergensen, e numerosi altri.

Mi piace pensare che il “canuto fiaccheraio” che lo raccoglie alla stazione e che lo porta in giro sulla sua “traballante carrozza” guidata da “un ronzino”, altro non sia che il famoso Quartuccio rimasto leggendario nella memoria dei Lucchesi. E di certo era proprio lui.

Così appare all’autore la mia città, “provinciale Babilonia” per i suoi “pensili giardini, fioriti sulle mura”: “Qui c’era poco da dare strattoni: ero davvero sospeso sulla città, e non si trattava di un’erta solitaria: alberi e aiuole che in aerea corona pendevano sulle case, frusciavano sulle torri: cortine che spaziavano in fioriti baluardi, baluardi che s’incolonnavano in passeggiate di castagni.”

A piedi, con il naso all’insù, gira per la città. Si trova di fronte al mosaico di San Frediano, alla Torre Guinigi, che ha in cima i lecci fronzuti, all’angelo che si erge sulla cima della chiesa di San Michele e di lassù domina la città, alla cattedrale di San Martino, con i suoi archi asimmetrici. Vi entra, lo delude il “Volto Santo”, il nero crocifisso di legno portatovi da una antica leggenda, che i cittadini considerano “il Re dei Lucchesi”, innanzi al quale, papi, re, imperatori, si sono inginocchiati, giunti in pellegrinaggio, e in nome del quale giurava nientemeno che Guglielmo il conquistatore.

In chiesa, poco più in là c’è assembramento di gente. Va e scopre il sarcofago di Ilaria del Carretto, la giovane moglie di Paolo Guinigi, che ha ammaliato e ispirato molti poeti. Ne è contagiato: “Il ritmo della veste si estenua alla cintura per rifluttuare, rigoglioso, nel seno; cecità di palpebre che si schiudono nelle corolle del cercine; tepore di riccioli sui gelidi fiocchi del guanciale: eco di carezze e di tenebre.” Opera celebre e ammirata di Jacopo della Quercia, il Nostro, uscito per andare al treno, si sente costretto a tornare per contemplarla di nuovo: “Ormai sul sagrato, devo tornare da lei. Cinque minuti.”

Finalmente è a Pisa. La notte del suo arrivo, alloggiato in una pensioncina, non riesce a prendere sonno. Entra in un night, il cui spettacolo è deludente e ne esce anzitempo. Va a spasso. Alza gli occhi al cielo: “Un visino di luna. Ha contati i suoi giorni di favole; quando vi salteranno cavallette in tuta (che non vi stiano già saltando?) resterà un vigile butterato, buono soltanto per dirigere un gelido traffico.” Non sarà così, la luna mantiene il suo fascino, anche ai tempi nostri, ma l’autore, nel momento in cui scriveva, intorno ai trentacinque anni, ha indovinato lo sbarco sulla luna, che avverrà di lì a qualche anno, nella notte tra il 20 e il 21 luglio del 1969. Bello, a Pisa, il ricordo del mare: “Ti rivedo finalmente, vecchio mare. […] Ti ho sempre amato, vecchio mio. Non sei come le montagne, che mettono soggezione; come me, scapato e musone, generoso ed egoista: bambino che non vuol diventare adulto. Non sono cambiato per fortuna: e non potrei, se ti ho sotto la finestra, se mi basta affacciarmi per una chiacchierata, se mi zufoli nella notte quando cerco stampelle per un verso.”

L’autore ha distribuito intanto, lungo il percorso, piccole tracce della sua persona fisica. Proviamo a radunarle: è grassottello (pesa un “quintaluccio”), ha un po’ di pancetta (“sgonfiai la pancetta”), “scarsi capelli”, “il naso a patata”, “le bozze luciferine”, indossa gli occhiali per correggere una “miopia”, ha la dentiera, soffre del trigemino, è un accanito fumatore (“darei l’anima per una sigaretta”; si mette perfino a raccogliere cicche). Se manca, dunque, la foto nel risvolto di copertina, Dell’Era non ha mancato di descriversi almeno come artista, e a noi poco importa sapere se nella realtà sia stato proprio così.

Laico, scettico, per niente incline alla credulità, non può tuttavia disinteressarsi di Dio: “Dio. Che paroletta semplice: tre lettere: anche nelle altre lingue non si sprecano: tutti vogliono sbrigarsi a pronunziare una parola così pericolosa. E perché sbrigarsi? Che l’immensità sia solo un tenebroso sbadiglio o un’ignota armonia; che tu ci sia o non ci sia, che cosa faremmo senza di te? a chi rivolgeremmo, sempre nuove, le antiche domande?”

Non è, questa di Dell’Era, una struggente professione di fede?

A cavalcioni “sul muretto dell’argine, le gambe penzoloni”, ascolta il “torbido borbottio dell’onda.” Vita e morte lo attraversano per un istante, ed è l’immagine di San Francesco che il laico Dell’Era sente affiorare nella sua mente, nonché il bisogno di una preghiera a cui cerca di resistere: “sarebbe bello davvero che pregassi ora che non ce n’è motivo”. Prova a scacciare il misterioso impulso, ma “Mi trovai in ginocchio, la testa sul parapetto, gli occhi gonfi; e tutte e tutte uscirono, persino la prima preghiera dell’asilo. Bella figura!”

Il suo programma prevede ora la visita di Siena. Deve correre a prendere il treno, ma nel bar dove fa la prima colazione incontra quello stesso “omarino” che, la notte, a Pisa, dal mare lo aveva accompagnato in auto in città, alla sua pensioncina. Gli propone di nuovo un passaggio. Deve andare a Volterra e Siena è sulla stessa strada. Così Dell’Era vive, dopo quella con i norvegesi, un’altra insolita esperienza. Un po’ brilli, dopo un lauto pranzo, mentre sono in auto si mettono a cantare e finiscono per intonare “alcuni canti di montagna”. Non è difficile immaginare che abbiano cantato, come succede ogni volta, anche Quel mazzolin dei fiori che, puntuale, si presenta sempre ai cantori quando si raggiunge l’acme dell’allegria, sia essa spontanea o indotta da una abbondante bevuta, come nel caso nostro. I soffioni di Larderello, che vede a distanza, paiono l’entrata dell’inferno. Così, quando era ragazzo, la madre raccontava all’autista. Passando attraverso una scorciatoia, incontrano un paese abbandonato. Dell’Era vuol scendere, andare a vedere. La vita vi si è fermata. Trova i segni di una esistenza interrotta.

Anche Volterra è su quella china? Gli appare con le sue balze di argilla corrose dalle piogge: città in bilico precario, “precipite”. Ne è commosso: “E anche lei, la vecchia Volterra, si stendeva al sole, dal ventoso giaciglio, fra due strette di mura: le prime, più discrete, raccolte ai tetti e ai campanili; in silvana solitudine le altre: ripide per i poggi, sinuose per le valli, disperse fra gli umidi orti, riaffioranti fra le macchie: e picchiettarsi di caprifoglio, ripararsi alla cresta di un castagno, trapunte dalle radici di un leccio, sdegnose al pallore degli ulivi. E uno sperone come ariete che cozzi contro il vento.” Ci sono città che si sono tramandate e perpetuate nell’immaginario collettivo grazie a descrizioni bellissime di viaggiatori e di poeti. Lungo questo libro, se ne trovano come queste di Volterra, che farebbero gola, se conosciute, alle città cui sono dedicate. Lo si ripete: Dell’Era è un viaggiatore dei nostri tempi, che ha il cuore radicato nella splendida ubertà del passato.

Quando, a Siena, si reca in un negozio per acquistare una borsetta da presentare come regalo alla consorte, sentito il prezzo (“All’udire la sentenza”), “si rintanò il portafogli nel più profondo della giacca. Faticai per condurlo sul banco.” Stiamo ammirando, con questa lettura, un bel monile, in cui ogni tanto si vedono brillare gemme rare.

Si legga anche questa, che pare scritta da un toscano: “Se, in attesa dell’unità nazionale – e del diritto di scannarsi fra Stati – pensavano a scannarsi in famiglia; se nulla e nessuno è stato capace finora di disarmare il latte delle nostre madri, benedetta allora la rivalità: che spingeva un taccagno di Pitti a costruirsi un palazzo da far crepare d’invidia i suoi compari, e questi senesi una cattedrale che ingoiasse S. Maria del Fiore, cappelletta spaurita fra zebrate ganasce.”

Ci va a Firenze, eccome, che conosce a memoria per esserci stato già innumerevoli volte, la prima vent’anni fa, quando, dunque, era ancora un ragazzo. Passeggia per le vie, ammira il campanile di Giotto, entra nel Duomo, poi è l’ora di andar via, di recarsi alla stazione per il ritorno a casa. “Perché viaggiavo?” Non ha una risposta precisa, ma sono tante quelle che potrebbe darsi. Di una cosa è, però, certo: che è “Felice del guazzabuglio di sensi che mi fanno amare questa vitaccia; questa vitaccia che, mettila come vuoi, è mia e non mollo: cicca fra miriadi di falò, ma cicca che io solo aspiro. E forse qui la ragione: girare il mondo (quella fettina di mondo) perché è la mia casa, per sentirvi il tepore che lunghi affetti hanno serbato per me sulle pareti, pareti che io lascerò un po’ più tiepide agli altri. Sì, anche ora: se mi facesse a polpetta quell’autocarro o mi crollasse addosso questa loggia, me ne andrei a pancia piena.” Anche noi ce ne andiamo a pancia piena, dopo aver letto questo ammirevole suo viaggio.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart