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Desiati, Mario

28 novembre 2008

Il paese delle spose infelici
Neppure quando è  notte
Vita precaria e amore eterno 

“Il paese delle spose infelici” (2008)

Mondadori, pagg. 234

Incontro di nuovo molto volentieri Mario Desiati, dopo che nel 2003 avevo letto il suo romanzo “Neppure quando è notte” e successivamente, nel 2006, “Vita precaria e amore eterno”, vincitore del premio per l’impegno civile Paolo Volponi.
Martina Franca è la cittadina del Sud che ci accompagnerà nella storia: “città di trulli, vino bianco e belle fanciulle, dove anche le matte sono donne affascinanti.” È questo il caso di Annalisa D’Efebo, giovane originale e ammaliatrice: “Era sempre in mezzo ai maschi e agli ultimi, i pazzi e gli ammalati.”
C’è una località, in paese, che ha una fama lugubre, Monte Oro, costituito da case bianche. Lassù le spose infelici, che non vogliono sposarsi, condannate dalla famiglia a farlo con uomini sgraditi, si gettano nel baratro suicidandosi: “si buttavano per non andare incontro ai loro destini nuziali e preconfezionati.”
Desiati, attraverso il protagonista narrante Francesco Rasoschi, detto Veleno, scorre i suoi ricordi, ci presenta con dolente nostalgia i personaggi della sua adolescenza, che sono gli stessi che circondano le infanzie di tutti noi. Le monellerie, le farse, le liti, le comicità, le burle uniscono nella stessa tonalità e negli stessi colori le infanzie di tutto il mondo. Ma ogni tanto compare la luce singolare e fascinosa di Annalisa, che dà allo scorrere monotono del tempo un guizzo fantasioso, accende suggestioni, sogni e speranze. Annalisa compare ogni volta che la malinconia sembra intraprendere una strada senza via d’uscita, nel momento in cui lo smarrimento ci inoltra nel buio di una maledizione; illumina d’un tratto il percorso della solitudine e con una selvaggia ed esplosiva liberazione rende visibili, anche se solo per un istante, le nostre aspirazioni e le nostre fantasie. Annalisa ha il volto della bellezza corruttrice (“un angelo sterminatore”), patinata dal vizio della turpitudine e della follia. Il contatto con lei risuona di una vibrazione torbida e rivelatrice, che incarna le dolorose ambiguità dei sogni, le sensazioni e i sentimenti del degrado e del desiderio. Sapremo poi che tutto ciò nasce da una lontana disperazione. Al personaggio l’autore dedicherà pagine molto belle, come quella che la vede giocare sulla sabbia prima dell’incontro con due bruti.
Ogni qualvolta che Annalisa è assente o all’improvviso sparisce dai nostri occhi, l’esistenza si disperde oltre confini incontrollabili e indefiniti.
Taranto, ammorbata dai fumi tossici dell’Italsider (“mostro di ferro, paccottiglia e carbone la uccideva e la manteneva.”), la politica chiassosa e inconcludente (sono gli anni del sindaco Giancarlo Cito), ne prendono il posto e si distende, allora, sotto i nostri occhi tutta la potenza di una disgregazione che, complice la passività indotta dalla miseria, non risparmia nessuno, né i giovani, distrutti dalla droga, né gli anziani, consumati dagli altiforni e ridotti a scheletri, storditi e umiliati.
I ricordi dell’autore tracciano vite spente, desolate. Un vento di smemoratezza e di follia sembra impadronirsi di esse. La vocazione del Sud, scrive Desiati, “è decisamente tragica”. Ma a Martina Franca lo è ancora di più, con quella vecchia storia delle spose infelici che si gettano dalla rupe e con il ricordo di quella giovane vestita di bianco che si immerge nel Taras, un fiumiciattolo di quei luoghi. Restano ad incupire l’aria le loro ombre: “Ogni estate si toglieva la vita qualche studente depresso gettandosi nei pozzi artesiani, qualche vecchio contadino intristito si legava ai rami nudi di un noce, ma le mogli infelici la facevano da padrone.”; “La notte i fantasmi di queste donne giravano per le strade deserte e bianche del borgo antico.” Solo Annalisa, quando appare, è capace, con la sua enigmatica bellezza, attraverso la sua tragica generosità, di accendere un po’ di luce. Non abbandona nessuno, si carica del dolore e della tristezza altrui come una condanna e una espiazione; chi è caduto nella polvere trova in lei una reviviscenza che porta in dono un attimo di felicità: “Ero convinto, avrei spergiurato su qualunque cosa che Annalisa si portava sulle spalle le mille anime suicide di questo territorio. E oggi so che, in un certo senso, era esattamente così.”
Annalisa è comunque una risposta alla malinconia della memoria, alla sensazione di finitudine che attraversa l’esistenza: “quando tutti i tuoi luoghi trascorsi ti sembrano meglio di quello che vivi, vuol dire che ti stanno uccidendo e tu stai trapassando.” Con lei dentro, il segmento triste della memoria cessa il suo assedio mortale alla vita, la fa di nuovo risplendere, le dà l’abbrivo che spinge a lottare ancora e a credere. Con lei, scendere nel degrado e nella depravazione equivale a risorgere: “c’era la mia depravazione, la mia distruzione. Non ci avrei mai sperato, ma forse la salvazione era il tuo, il mio, il nostro dannato degrado.”; “Annalisa, era vertiginosa, in poche mosse poteva toccare le corde più abiette o quelle più sublimi.”
Ci troviamo in un luogo, dunque, dove la perdizione è insieme morale e materiale, dove vivere richiede di adagiarsi nella follia, spremere la tristezza e la solitudine con le tenaglie dell’illusione: “in un paese in cui le spose erano infelici la volontà di illudersi era più forte di qualunque cosa, dare per un breve periodo un senso ai propri sogni, alla propria vanagloria.” Fulco Mastronunzio, il regista millantatore e sbruffone, altro non è che il simbolo in carne e ossa di questa morbosa e mortale illusione.
A poco a poco, però, lo splendore e la vitalità di Annalisa si avviano a consumarsi. La ragazza che riusciva a infondere negli altri un momento di sublime felicità e di sconvolgente irragionevolezza si sta spegnendo. Come se la breve illusione che essa ha incarnato fosse stata sconfitta e uccisa. Due illusioni diverse quelle suscitate da Fulco e Annalisa. Quella del regista è l’illusione di chi imbroglia la vita, quella di lei, della sfortunata Annalisa, è l’illusione di chi la vita la ama con tutte le sue forze (i suoi “demoni”) e vi si dona e vi si sacrifica senza limiti e senza riserve. È questa illusione che, infine, viene sconfitta e muore; essa fugge e esce dalla vita per trasferirsi nel mistero: “Annalisa risorgeva la notte e accompagnava le anime delle spose infelici per le strade antiche di via Montedoro, camminava lungo le feritoie della cinta muraria, si portava appresso le bende sacre delle piccole donne infelici di San Vito che morivano accanto ai muri in bugnato della omonima chiesa storta.”
Scomparsa Annalisa, inizia la discesa all’inferno del protagonista. Le più turpi depravazioni si impossessano di lui, che annaspa nel buio di un desiderio che non potrà più essere appagato. Annalisa è il simbolo magmatico della vita, quell’incandescente effervescenza eterogenea che, se viene meno, ci smarrisce e ci brutalizza. In Annalisa peccato e innocenza si mescolano in un unicum in forza del quale noi possiamo di nuovo sentirci i figli disubbidienti e peccatori di Eva. In lei, disperazione, vendetta e morte si fondono nella magia seducente di una bellezza tragica dentro la quale naufragare e perdersi: “Annalisa era una sposa infelice. Annalisa non era la regina delle bestie, ma la regina delle spose infelici.” Com’era possibile, ora che non c’era più, raggiungere Annalisa, tornare a vivere con lei quegli attimi brevi ma intensi di dimenticanza e di felicità? Ci riuscirà non solo Francesco, pur confuso e sconvolto dalla verità su di lei (“mi furono rigurgitate addosso le viscere arroventate della verità”), ma anche il suo grande amico scavezzacollo, finito più volte in carcere, il grande amore non contraccambiato di Annalisa, Domenico Copertino, da tutti conosciuto come Zazà, ed ora divenuto un uomo dallo “sguardo nullo”, lontano, assente. Confesserà al magistrato: “Per ogni chiodo sentivo Annalisa chiamarmi da lì dentro.”
La scrittura, sempre nitida, che ha saputo disegnare una delle figure femminili più tragiche della letteratura dei nostri tempi, raggiunge spesso la densità dei grandi narratori meridionali, coloro, ossia, che ci hanno donato i forti colori e gli afrori di una terra che ancora si nutre di vita e di morte.

“Neppure quando è  notte” (2003)

PeQuod, pagg. 168

È il romanzo di esordio di questo autore pugliese, nato a Locorotondo nel 1977 e trasferitosi a Roma, dove vive. Autore di poesie, di racconti e di saggi, è redattore della rivista letteraria “Nuovi Argomenti”, oggi diretta da Enzo Siciliano. Nel 2006 è uscito il suo secondo romanzo per Mondadori: “Vita precaria e amore eterno”.
Il titolo “Neppure quando è notte” è preso da un brano dell’Ecclesiaste (o Qohélet), riportato in epigrafe.
Desiati si guarda intorno e legge nei comportamenti dei giovani, indotti dall’avvento dell’era consumistica, il successo di chi vuol ridurli a niente: “ma c’è un prezzo per questo e questo prezzo è che non ti ascolta nessuno.” È la nullificazione di una generazione di giovani, e non sarà né la prima né l’ultima.
Il romanzo va alla ricerca di una risposta che travolga questo processo per avviarne un altro di segno contrario.
Ma da dove cominciare? Tutto è dilagato così all’improvviso, è penetrato nei recessi più nascosti della società, che il lavoro di risanamento si presenta immane. L’occasione per questa riflessione e per questa indagine è offerta dall’anno del Giubileo, il 2000. “Forse sono ribelle”, dice il protagonista. Anzi: “Sono un esule perché chi si ribella finisce esule in un mondo fatto di ghetti. Questi ghetti sono subdoli, si chiamano centri sociali, rassegne musicali alternative, terze pagine, collane di poesia, mercati notturni, cantine sociali e stazioni Fs. Ergo. Tutto questo sono io il crepante Franz Maria, ultra ventenne che sta morendo.” Franz fugge dalla sua terra, la Puglia, e si trasferisce a Roma, portando nello zaino le cose più care, tra cui alcuni libri. C’è quindi un connotato autobiografico che ci fa da guida; tuttavia esso dà l’occasione a Desiati di esprimere nella scrittura anche una rabbia interiore che lo pone senza indugio contro la società (“mostro sociale”) così come si è costituita nel sopruso e nella finzione. Si intravedono gli accesi e amari accenti di una prosa che rimanda un po’ alla protesta della Beat Generation (non è un caso che venga citato “On the road” di Jack Kerouac), e la cui sete di libertà si scatena in una rappresentazione che vorrebbe fare tabula rasa dell’esistente (“prendere a calci la vita.”), con la consapevolezza, tuttavia, dell’invincibile mostro che si ha di fronte. “Mi sistemai come un cane sotto il primo capezzale di pietra.”, “una mostruosa catapecchia” abbandonata dove si sono rifugiati: “Magnaccia, tossici, clandestini, puttanoni, transessuali e ovviamente io.”, questa è la sua prima risposta. La catapecchia si trova nei pressi della stazione Tiburtina. Franz non rimpiange di essersene andato dal suo paese: “Certo non rimpiango minimamente le pistole grigie dell’Italsider con la canna rivolta verso l’alto; la nebbia nera, densa come inchiostro dove s’inzuppava l’orizzonte dietro Taranto. Una nebbia di morte, che ogni giorno uccide con il cancro una città e una terra.” Ciò che dà più fastidio a Franz sono l’ipocrisia e quel perbenismo di maniera che maschera un’ostilità preconcetta verso gli altri, nonché l’egoismo di chi ha avuto più fortuna. I pellegrini che verranno da ogni parte del mondo in occasione del Giubileo, e che scorreranno assordanti per le strade di Roma, sono un esempio di ipocrisia e di riprovevole contaminazione. Nell’occasione del Giubileo: “I senzatetto furono trattati con meno dignità dei feti abortiti, furono spazzati come rifiuti e persero tutto.” Tra i suoi compagni di vita, ridotti barboni come lui, e tossicodipendenti, sono Damiano, Oblomov, Jerry, Tarcy, Mauri, Mary, una figura tragica che si allungherà su tutto il romanzo, Nonna Speranza, della quale ad un certo punto l’autore scrive: “Non era una vecchia, non era nemmeno una signora, era una cosa.”
La prosa è piacevole, resa con molta freschezza, aderente allo spaccato di vita che ci descrive: sesso, alcool, droga, infelicità, inquietudini, rassegnazione, rabbia, assumono il valore di una corrosiva e lenta distruzione a cui reagisce solo, con una speciale capacità di rappresentazione, la scrittura. Si potrebbe dire che la prima risposta al degrado morale in cui sono costretti a vivere i personaggi, viene da questa scrittura esantematica, caratterizzata da un ribollire di sentimenti mescolati in una purulenza che dà il senso della malattia che non si può più nascondere e che infetta e si diffonde come male radicato dall’uomo nella società: “Mi faccio due ore di fila alla Caritas in mezzo a slavi scabbiosi e curdi polmonitici”. La scrittura aderisce ai personaggi, li modella, li plasma, li fornisce della nausea e della solitudine come conseguenza di un rifiuto a vivere: le vite degli amici di scuola, Berty, Leira, Daniel (“correva nudo tutte le sere che si sbronzava”), Rossy, ora ridotti ad un fardello, che vengono a trovarlo dalla Puglia, sono la punta dell’icesberg venuto a scontrarsi con una umanità inselvatichita, egoista e ipocrita. Come anche il padre di Daniel, Federico Zani, “operaio dell’Italsider, mansione gruista.” che esprime la sua protesta contro il cibo che gli viene somministrato alla mensa della fabbrica, calandosi i pantaloni e facendola in mezzo alla stanza al grido: “Questa pasta fa cagare!”, mentre gli altri operai “hanno abbassato la testa sul piatto”. O come Mary, “eroinomane”, ridotta a “una bambola di ossa.” Leggete questa descrizione, emblematica della scrittura di Desiati, di cui si è già parlato più sopra: “Non dimenticherò mai il corpo di Mary diventare una statua di ghiaccio, scosso da brividi freddi e sudore denso. Ancora la notte esala nelle mie narici il forte sapore di acido ascorbico del suo corpo, il suo profumo di gomma bruciata, la pelle ruvida e screpolata dal freddo invernale o dal sudore sporco e torrido dell’estate.” Mary è una delle figure più tragiche rappresentate nel romanzo, e delle più riuscite: “Mary era una sorta di regina della spazzatura, una fascinosa strega dell’autolesionismo, con i suoi capelli luridi e corvini, abitava nei letti e nelle auto di chi se la passava, soffiava giorno dopo giorno in un palloncino, che era il suo fisico, la sua vita, la sua tossicodipendenza, pronto a esplodere.” Franz partecipa a questa sofferenza, che patisce e vorrebbe combattere con la propria testimonianza: “non chiuderò gli occhi davanti al deserto, morirò da miserabile perché sento che questa è l’unica condizione di mia appartenenza.” La battaglia che intraprende Desiati con questo romanzo è la stessa di Pasolini (il capitolo 5 porta il titolo di un suo film: “Porcile”, del 1969, e il capitolo 8 mette insieme due suoi romanzi: “Ragazzi di vita”, 1955, e “Una vita violenta”, del 1959), con in più una società che si è ancora maggiormente imbestialita e depravata. Anche Fellini non sarà estraneo alla sua ispirazione, come vedremo. Un libro denso, dunque, la cui luce sta tutta nell’oscurità in cui l’uomo ha gettato il dolore e il desiderio di vivere. Sono gli ultimi giorni del 1999, fra poco si apre l’anno giubilare, i barboni vengono scacciati dalla stazione, è inverno, fa freddo: “Ogni giorno ne moriva uno, ora a Prati, ora a Monteverde, ora a Porta Metronia, morivano uccisi dal freddo, e i loro cuori si fermavano congelati, assiderati, nonostante l’alcol puro e i brandelli di cartone bruciati con cerini inumiditi.” Desiati, pur nella loro miseria, nello smarrimento morale in cui sono precipitati, non dimentica mai di rappresentarli come esseri umani, con gli stessi sentimenti di amore, di ansia, di preoccupazione, di gelosia, di sgomento, e qualche volta perfino di speranza. Abbiamo ricordato Mary: c’è un altro bel ritratto offertoci dalla scrittura mordente e visiva di Desiati: “Damiano aveva tutta l’aria dello sbandato, un pantalone ultra stretto, refrattario a coprirgli le caviglie, il piumino forato in più punti con abbondanti perdite di piume, e le mani con le dita annerite.” Riguardo alla freschezza dello stile (che si avvale anche di termini e espressioni gergali e giovanili, come roscia, rasta, sgamare, capasone, slumare, andare in rota, connessi in fiocca, ciospa, gabbio, pelliccia etilica, lavorare a mula, scora, e così via), leggete questo brano: “Hoda mi piantò una lacrima perché la collana fregata era il caro ricordo dei suoi nonni, e uscì una fiaba di storia sul fatto che i loro nomi erano incisi su quella collana, e un altro mucchio di cose zuccherose da farmi venire il diabete alla testa.” O anche, a proposito dell’amico Berty: “Agli occhi del pianeta si presentava tarchiato e taurino, massiccio ed esplosivo come una forma di caciocavallo, non era obeso, era solo sovrappeso e la roba che portava addosso gli andava come la pelle di un salame.” Oppure: “ci sarebbe stato il mio congedo dagli esseri verticali.” Desiati non strafà, il modo di scrivere ha, seppure al suo esordio, già la naturalezza di una consuetudine ormai sicura e affinata.
Ogni tanto l’autore inserisce parti in corsivo in cui si esprimono direttamente alcuni personaggi. Uno di questi, Chiara, ex fidanzata di Franz, fotografa il carattere di quest’ultimo, che è in perfetta sintonia con l’intento del libro: “Era pieno di sogni irrealizzabili, era pieno di odio furioso e impossibile verso la mia società, verso quello in cui vivevo, avrei dovuto rinunciare a tutto, camminare scalza e nuda, povera come l’ultima creatura della terra, umiliarmi e rendermi schiava di tutto, mi voleva nel completo asservimento del suo idealismo malato”. Che è anche il modo in cui gli altri vedono e recepiscono la personale risposta di Franz alla vita. La scelta di inserire questi monologhi in capo a vari personaggi, non solo Chiara, ma anche, ad esempio, Miriam, Damiano, Sandro, Hoda (una palestinese di Gerusalemme), Berty, viene sfruttata dall’autore per una soluzione molto interessante. Accade il fatto: questo è fermato in un’istantanea il cui successivo svolgimento viene dato da questi monologhi, che a volte fanno seguito l’uno all’altro e da parte di personaggi differenti, i quali hanno partecipato alla scena. Così che il movimento che ne risulta è sfaccettato non solo per le immagini prese da punti di osservazione diversi, ma sfaccettato anche per le sensibilità differenti dei personaggi. Questa scelta risulterà indovinata, capace di dare, ossia, briosità alla narrazione, e al lettore un interessante impegno di ricomposizione tutta interiore.
Tornando alla storia, le amicizie ritrovate del tempo della scuola, come quelle di Miriam e di Sofia, tengono il protagonista legato a quella società da cui in realtà è partita e parte tutta la miseria morale che si rivale poi sui più derelitti. Franz è invitato coi suoi vecchi amici di scuola Berty, Leira, Rossy e Daniel (“il nucleo storico”) ad una festa organizzata, lì a Roma, in casa di Miriam e di Sofia, alla quale prendono parte altri ex compagni di studi, Pelo Rosso, Medusa, Luca, Piero, e alcuni stranieri, quasi tutti figli di papà e con i segni decadenti della dolce vita felliniana, anch’essa, tuttavia, in via di estinzione: “dove l’aria della dolce vita si respira sempre meno e sempre per meno gente, dove la vita è sempre più turpe per tanti, sempre più.” Naturalmente, se questi amici possono sopportare Franz per i trascorsi scolastici insieme, non tollerano, invece, Damiano, alcolizzato e barbone, della cui presenza incolpano Franz. Per fortuna che mancano pochi minuti alla mezzanotte del 31 dicembre 1999 e devono uscire e correre a Piazza del Popolo, dove c’è una festa in grande, con qualche milione di persone che “avrebbe venduto l’anima al diavolo per divertirsi.”
Desiati lascia che il personaggio venga fuori dalla “mostruosa catapecchia” in cui si è ridotto a vivere, per disegnare una specie di cordone ombelicale tra il disfacimento dei derelitti che vivono con lui alla stazione Tiburtina e il borghesismo di una vita che ormai di normale non ha più niente. La festa in casa di Miriam e di Sofia assume, cioè, la valenza di una incipiente devastazione la cui conclusione s’identificherà con la vita randagia e dissoluta del protagonista. A più di quarant’anni dal capolavoro di Federico Fellini, “La dolce vita”, che è del 1960, assistiamo, così, con questo romanzo, ad una specie di seguito di quella straordinaria storia e ci vengono in mente proprio le ultime immagini del malinconico saluto di Marcello (Mastroianni) alla ragazzina Paola (una giovanissima Valeria Ciangottini), con il quale il film sembra preannunciare quel declino che troveremo nel disfacimento e nella dissipazione di Franz.
Finita l’orgia di Capodanno, partito per tornare in Puglia il gruppo storico dei suoi amici, Franz torna a riprendere la sua vita con i barboni. Mauri e Oblomov gli dicono che Damiano è stato trovato morto, non solo, ma addirittura morto carbonizzato, bruciato dentro un cassonetto della spazzatura, in cui l’aveva gettato Piero, il fidanzato di Miriam. Vanno all’obitorio per il riconoscimento. Con loro si reca anche Hoda, che si era messa in ghingheri per un appuntamento con Franz; ormai si è innamorata di lui e non lo molla. È il legame che unisce ancora Franz al ricordo dei festeggiamenti.
All’obitorio “c’era solo cenere nera, sembrava carta bruciata. Poi un tronco che pareva il rimasuglio infiammato di un maiale cotto due giorni nel fuoco.”
Anche Franz s’innamora di Hoda, e così decide di mettere la testa a posto, ossia si imborghesisce (“causa Hoda il mondo adesso aveva una forma diversa.”); un amico di Hoda gli offre pure un posto di lavoro “dentro un pub”: “facevo panini e dio solo sa come.” Berty, che si rifugia a Roma dopo la morte dei nonni, quando lo incontra ha l’impressione di trovarsi davanti “un padre di famiglia, andava molto imborghesito, non c’era nessuna traccia dei suoi trascorsi da mendicante. Portava dei pantaloni neri, una camicia di lino, un cappottino da far accapponare la pelle.” Ma non durerà molto, vedrete.
Tuttavia, non cessano di presentarsi nel mondo di Franz personaggi comunque puniti e umiliati, come lo stesso Berty, e come l’amico Alessandro venuto apposta dalla “terronia” per portargli una lettera di Chiara e soprattutto per confidargli che al suo paese ha messo in cinta la figlia quindicenne del prefetto e non sa come venirne a capo e teme vendette, o il compagno di lavoro Franco, tossicomane. L’autore mantiene fisso, dunque, per tutto il romanzo, lo sguardo su quella parte della società che subisce il degrado sociale, e non manca mai di farci capire che molto spesso esso è subito anche incolpevolmente, e la sola risposta che la società riesce a dare è quella rappresentata dalle Teste Glabre, squadracce di naziskin che girano per Roma e seminano violenza e paura.
Quasi sempre i capitoli si aprono con una epigrafe dedicata alla musica, quella dei Led Zeppelin in particolare. Devo dire che essa si armonizza efficacemente con il testo; vi si trasferisce con le sue note immaginarie, segnando i capitoli di quella ansietà che viene dalla speranza. Ossia, il mondo abbandonato in cui si muovono i personaggi, non è negletto e vinto una volta per tutte, ancora non si è separato dall’umanità, e ancora le appartiene.
Ricordate Mary? Franz, che ora ha come compagna Hoda, incontra i vecchi amici della Tiburtina per una specie di definitivo commiato. Tra essi è presente anche Mary, ancora più dimagrita: “si muoveva a scatti, dando ugualmente l’idea di una morta che camminava. Pareva un cadavere a cui avessero attaccati dei fili elettrici.” Franz si chiede: “Perché era stata tanto sfigata nella vita Mary, perché io mi ero innamorato di Hoda e non di lei? Forse l’avremmo fatta finita insieme, romanticamente. Su un materasso di paglia, aspettando la morte in mezzo a un lago di sangue con le nostre vene aperte, rivolte verso il bagliore solare. Mi diceva cose insensate, mi diceva che mi voleva sposare, che voleva avere bambini, che voleva costruire una casa a Fregene, a due passi dal mare, costruirla con la sabbia, con l’acqua, come i bambini e i loro castelli.” Eccolo, il collegamento con la vita, che non si stacca mai da noi, anche nei momenti più terribili, anche quando siamo vicini a morire, come Mary. Ecco la risorsa che resta intatta in noi pure nel momento più alto della umiliazione. L’autore dà attraverso questa ragazza sfortunata la misura della ricchezza dell’umano racchiuso in noi: “Ma era davvero impazzita d’amore”. Mary muore due giorni dopo, e la trovano “davanti alla mia vecchia casa, in mezzo a cocci di bottiglia e merde di cani.”; “Forse si era davvero innamorata di me, era venuta a morire lì perché voleva starmi accanto.” Sarà l’occasione per una riflessione: “Ero un perduto, mi tuffavo in tutti i buchi neri che avessi incontrato, mi facevo di erba, mi sbronzavo”; si sente solo: “l’atomo lampante di una generazione astrusa, senza capo né coda, senza punti di riferimento precisi e modelli, senza nessuno che si fosse alzato a darmi un motivo per non vivere sotto un ponte.” L’accusa è ora lanciata a chiare lettere, la disperazione genera la rabbia e l’odio, rivela non la debolezza del singolo, ma quella della società.
Il tradimento di Hoda lo induce ad abbandonarla. Ritorna alla Tiburtina, la “mia vera casa. Stazione di Tiburtina, stazione di smistamento del dolore, traffico di metadone, odore di vino e bisolfito, wisky e silicone, sudore e acido ascorbico.”
Ma il tempo della riflessione è giunto e, spietato esattore, non lo lascia più: “tutto questo fuggire, da casa, da Chiara, da Tiburtina, da Hoda, da me stesso, che era poi fuggire da scelte nette, dalla stessa esistenza.”
Saprà uscirne? “Qualche volta un ideale, un sogno, un qualunque desiderio può realizzarsi aspirando ad una persona, dandosi a lei.” È sconfiggere la solitudine, la via d’uscita, dunque, partecipare della vita altrui, offrendo la propria. Anche amare la letteratura, i suoi autori a noi più cari, può essere la soluzione, l’ancora di salvezza e la sorgente della speranza. Ma non sempre ce la facciamo. E nostre, di tutti noi, saranno le colpe: “un giorno potrebbero derubarci del nostro cervello, del nostro pensiero, potranno far sparire dai libri di letteratura Pasolini, Moravia, Montale, Parise, Fortini, Penna, Tondelli e Bellezza con qualche scusa del cazzo: tipo che sono stati comunisti magari, oppure froci ecco… Spero che quel giorno non arrivi mai, perché bisognerà resistere…”
Franz, vedrete, non ne avrà il tempo.

“”Vita precaria e amore eterno” (2006)

Mondadori, pagg. 226. Euro 15

Desiati è uno di quei giovani autori che non sprecano il loro tempo a raccontare storie di intrattenimento e ludiche, come potrebbe accadere ad un narratore che si prefigga di speculare su quel grosso pubblico facilone dei nostri giorni. Per nostra fortuna la letteratura può ancora contare, grazie anche a loro, su di un impegno assai più serio e rilevante teso a far emergere le disfunzioni e i malesseri della società in cui ci troviamo a vivere. Gli scrittori di questo tipo non sono mai indulgenti con i lettori, ai quali richiedono di esprimere un altrettanto impegno nell’accompagnare il loro lavoro. Leggerli equivale a non mentire più con noi stessi, a non fingere di non sapere, a non giustificare più la nostra indolenza, a non tirarsi indietro.
Desiati esordì nel 2003 con “Neppure quando è notte”, un romanzo che ha tracciato una volta per tutte la linea della sua vocazione. Un bel romanzo. Non per nulla oggi si ripresenta con un lavoro edito da Mondadori, che vale come una specie di riconoscimento ufficiale del suo valore.
Anche “Vita precaria e amore eterno”, come il precedente, riporta in esergo un brano della Sacra Scrittura, sempre da Qoélet: “I morti perché morti io lodo/i vivi no perché vivi.”, e in aggiunta alcuni versi di Pier Paolo Pasolini, tratti da “Versi buttati giù in fretta”.
Il romanzo comincia con un richiamo ai morti, e ha una introduzione che si rivolge direttamente al protagonista: “Sei circondato da decine di morti. I morti ti chiedono conto di tutto.” Che cosa sta accadendo? Sta accadendo che l’inferno non è più una metafora, perché si è realizzato nel presente: “sei sconvolto da un odio e una rabbia innaturale, la schiumi sull’autobus e nell’attesa dal dentista, analizzando il tuo estratto conto sempre più esiguo, tentando di entrare in un supermercato, cercando un parcheggio per ore.”; “Sei preoccupato, un po’ infelice, ma anche eccitato perché avverti di essere al centro del mondo, in procinto di un cambiamento epocale o forse soltanto di un salto verso l’abisso.” Queste due frasi racchiudono il tema centrale del romanzo.
Il protagonista è il giovane figlio di un negoziante di libri scolastici (che, una volta trasferitosi a Roma, si impiegherà come guardia giurata in un supermercato); si chiama Martino Bux, ma per tutti è Martin; vive a Castiglioni, un paese vicino alla base NATO di Sigonella, in Sicilia, distrutto dal terremoto e ricostruito: “Un paese inventato sui progetti appositi di architetti e designer di grido, esperti di arredo urbano e delle ultime tendenze dell’arte moderna.” Commisero, però, un errore: “dimenticarono la cosa più importante: una piazza vera, con alberi e panchine, capace di diventare il cuore della città.” Questa dimenticanza, e il contenuto delle due frasi precedenti, rappresentano già un deciso atto di accusa: la modernità è dispettosa e selvaggia: senza cuore.
Martin ha un suo obiettivo che ritiene pregiudiziale per affrontare la vita: “Smettere di aver paura.” Si esercita sin da ragazzo davanti alle terribilità che accadono e cerca di costruirsi una corazza. La madre, invece, è debole, non ha la sua forza; prende la strada della follia quando si trova ad assistere prima ad uno poi ad un altro dei tanti episodi violenti che punteggiano il quotidiano. Così, finiscono per abbandonare tutto e si trasferiscono a Roma: “pensavo a tutto quello che lasciavo e sentivo di non doverlo rimpiangere.”
Ma “bastava un telegiornale, un piccolo segnale dal mondo reale su quello che accadeva al resto dell’umanità ed ecco la paura.” Vanno ad abitare “al Laurentino 38”; per arrivarci attraversano “i famigerati ponti del quartiere. Sotto i ponti ci sono piccole borgate, roulotte e bidonville abitate da italiani ed extracomunitari. Quello che passa davanti ai finestrini di questo bus è un universo di rottami quasi irreale. Ci sono voragini che si aprono come bocche di tulipano, dentro alle quali cresce una piccola Roma abbandonata e tenebrosa.”; “Ogni notte qualcuno sul ponte 7 o sul ponte 11 viene accoltellato, sventrato, sparato.”; “I miei genitori devono davvero aver odiato tanto Castiglioni, Sigonella, la Sicilia, il Sud per preferire questa pattumiera di calcestruzzo e degrado.” È una Roma-mondo quella che ci tratteggia Desiati, in cui i giovani difficilmente indagano sulla realtà e si fanno piuttosto incantare e stordire dalle sue sirene: il loro mondo, quello che conoscono e in cui forse cercano l’oblio, è il mondo del gioco e del rumore, il mondo della lontananza, se non addirittura dell’alienazione. La madre del protagonista, che si rifugia nei morti, scrivendo loro lettere di dolore e di partecipazione (“Lettere a sante, regine e attrici che adesso non ci sono più.”), diventa, al pari di Roma, il simbolo di un destino tragico che potrebbe toccare a ciascuno di noi: abbandono, smarrimento, follia: “Mia madre ha lo sguardo perduto, gli occhi sono gonfi come cedri, le sue guance pendono come panna montata.” Autori giovani come Desiati, Bregola, Signorini, hanno il coraggio di svelarci ciò che di doloroso sta dietro il volto falsamente sorridente della gioventù di oggi; assumono e proclamano la voce di una intera generazione che preferisce tacere e nascondere le proprie umiliazioni. La loro denuncia rappresenta, finalmente, il recupero e l’acclamazione di un orgoglio che si era disperso.
Il tema scelto da Desiati si esprime e si dispiega a poco a poco con una scrittura sempre chiara e esemplare. Martin è il giovane quasi trentenne dei nostri giorni che tenta di vivere e ci racconta le poche gioie e le molte tristezze della vita. Attraverso di lui le anomalie e le violenze della società si trasformano in una visione dalle linee nette e semplici, comprensibili e difficilmente contestabili. Desiati si serve, ossia, di una vita normale per raccontarci l’anormale che ci circonda e ci trasforma.
Intanto a Roma, Martin ha conosciuto una ragazza che l’ha aiutato a superare un momento difficile, Antonia (Toni) Farnesi, classe 1977; ora è la sua ragazza; vanno ad abitare insieme in una strada di Roma nel quartiere di San Lorenzo, “il quartiere dove è passato il vento della guerra, il fischio delle bombe, dove la morte ha avvolto tutto nelle sue grinfie al tritolo. San Lorenzo: quel quartiere è un grogiolo di storia patria, malattia, miseria e fasto, nuove tendenze e gusto popolare, spacciatori di droga e piccoli ladruncoli contro pusher e usurai.” Presto, però, ci capitano i ricchi “dal portafoglio gonfio e la penna vuota” e San Lorenzo “si trasforma da quartiere precario di gente precaria in quartiere à la page per neoricchi e bambocci radical-chic.” Il padre di Toni, professore universitario, li aiuta a pagare l’affitto, anzi almeno per i primi cinque anni è lui a pagarlo interamente. Poi Toni parte per andare in missione in Africa (tutta questa storia, vedrete, avrà una sua diversa verità): “qui sento davvero che esiste ancora Dio”. Ogni tanto gli scrive. Ma Martin, Dio non lo sente affatto vicino, è assente, non lo vede, non lo aiuta, né lui né gli altri che vivono come sbandati. A chi può mai interessare la vita di un precario? Prima cameriere, poi impiegato in un call center, “Vieni sbattuto per tutto lo stivale. Oppure scaraventato nella multinazionale di Singapore a fare il lavavetri, la testa di legno, oppure assunto in nero dentro un complesso di sistema in cui la tua previdenza sociale sarà il suicidio.” I personaggi che si avvicinano a Martin (il senegalese Robert Morlupo, sua sorella Armida, il padrone di casa Gonzalo Pirobutirro, Marcella, Andrea Sperelli, Michele, Nancy, madre di Toni, Rosetta e gli altri; fa in parte eccezione la fidanzata Toni) sono il paradigma di una gioventù frettolosa e fuggiasca, quasi evanescente; i rapporti che si instaurano sono sempre superficiali, le amicizie si acquistano e si abbandonano senza particolari emozioni e entusiasmi. Sono ectoplasmi che galleggiano sopra la società che li ha aggrediti e ridotti tali. Si sono posti ai margini, si rifiutano di entrarvi: è il solo modo che riconoscono e accettano per sopravvivere. Sembra, ossia, che nella loro apparente indifferenza si nasconda il desiderio di riuscire a muovere i primi passi dentro un mondo alternativo e diverso, che si propongono di ricercare, pur nello sbandamento e nel delirio, all’esterno della realtà che li ha sconfitti. Vi è, insomma, la disperata voglia di una rivincita, anche dolorosa e crudele, dentro questa apparenza di disinteresse e di allontanamento. Vi si intravede una volontà sprezzante e cinica, ma anche “stordita” (si veda l’attricetta porno Perla Mazza), di creare nuove regole per rapportarsi agli altri, che cancellino quelle che li stanno consumando incollati alle pareti di un mondo che a poco a poco li soffocherà. Vi è una bella immagine che fa pensare a tutto ciò, creata dalla fantasia di Martin: “Ho in mente Toni, e penso a lei, a che cosa combina in quei posti. Penso a questi selvaggi che la inseguono e lei splendida, vestita di bianco come un fantasma, che corre dentro le loro intricate foreste, le spoglie e ugualissime savane.” Toni sarà per tutto il romanzo, contro la stessa dura realtà a cui la ragazza sembra essere andata incontro, una continua occasione di illusione e di sogno: “Toni è dappertutto, Toni è nei libri, è sulla scrivania, è dentro il pavimento, nelle pareti, dentro i cuscini, dentro la radio, l’aspirapolvere elettrico, il frullatore, lo spremiagrumi. Toni è dentro questo autobus che lento stantuffa sull’incrocio di piazza dei Cinquecento con via dell’Indipendenza, Toni è nella luce lattiginosa di questa giornata e il suo pensiero arriverà a farmi dimenticare la delusione.”; “Toni era la mia unica unità di misura umana, l’unica relazione con cui valutavo la mia percezione dell’umanità.” Sono i pochi momenti che dànno al protagonista la sensazione tanto fuggevole quanto intensa che qualcosa di buono, di armonioso e di stupendo c’è ancora nella nostra vita. Martin ricorda il giorno in cui è stato dato il primo segnale del mutamento che si stava preparando nella società. Il via alla “resa al mercato”, con conseguente “vittoria della grande economia” appartiene a “l’ex PCI Massimo D’Alema”, quando, come “capo del governo parlò dell’importanza del lavoro flessibile”; è da quel giorno che si sono modificate “alcune certezze come quella del lavoro fisso, del salario sicuro.”; “In quel discorso alla Bocconi pochi videro il mutamento della nostra civiltà e della società italiana. Molti sottovalutarono il fatto che l’elogio della generazione flessibile veniva da un uomo indicato dagli avversari politici come un comunista e un nemico della società occidentale.” Desiati tocca qui, con questo ricordo storico, un tema molto importante che riguarda il rapporto tra politica e mondo del lavoro. Desiati era troppo giovane negli anni ’70, ma non v’è dubbio che alla sua mente di attento analista è affiorato il ricordo che non si trattava della prima volta che un comunista stendeva tappeti dorati al mondo della grande industria: già ai tempi di Berlinguer, infatti, con il famigerato compromesso storico, si ebbero le avvisaglie di un peggioramento della condizione dei lavoratori, che sarebbe poi proseguito nel tempo. D’Alema non faceva altro, dunque, che seguire e rimarcare quella rotta. Spesso il protagonista sottolinea quanto la legge Biagi abbia sotterrato lo Statuto dei lavoratori. Martin dice del suo lavoro nel call-center (“cinquecentocinquanta euro lorde al mese): “Lavoriamo sottoterra, una finestrina, impercettibile al mondo intero, ci collega con il resto della città. Da lì vediamo le gambe della gente, i cani che pisciano e le ruote delle moto. È l’unico spicchio di mondo a cui ci è consentito di assistere.” I lavoratori si ritengono fortunati di avere quell’impiego, e considerano i loro superiori come “benefattori, e neanche per un attimo nelle loro zucche vuote passa il concetto di essere sfruttati.”
Desiati costruisce un parallelismo tra il mondo in cui si trova a vivere il suo protagonista e quello che una Toni idealizzata gli descrive nelle sue lettere. L’Africa dove Toni opera con la sua missione di volontari ci offre la visione di un universo quale fu nel tempo passato, prima della civilizzazione. Se la natura che circonda i popoli di quell’area del mondo ha ancora il sapore di una purezza che non si ritrova più nell’occidente progredito, l’uomo che ci vive, però, non è diverso dagli altri. Mentre Martin ci descrive nei minimi particolari la vita di un giovane immerso e smarrito nei meandri della società moderna (“Oggi tutto è un ciglio di burrone”), Toni ci racconta che l’insania e la crudeltà dell’uomo sono sue peculiari stigmate che lo accompagnano sin dalla nascita. La condizione precaria della vita, ossia, è frutto sempre di una scelta che appartiene allo stesso uomo, che opera secondo una logica che si tramanda sin dalle origini, incisa nel suo dna, secondo la quale l’umanità si divide in forti e deboli, in vincitori e vinti. All’epigrafe del capitolo intitolato “Il sindacato”, che riporta la frase di Luciano Lama: “Bisogna lasciare il passo alle nuove generazioni: anche perché se non glielo lasci se lo prendono comunque.”, Desiati fa rispondere Martin, descrivendo ancora una volta la condizione fatiscente che si trova a vivere: “mentre cresciamo in una spazzatura senza diritti, contributi e assicurazioni, ci costruiamo un futuro assicurato: la guerra civile.” Quante previsioni sbagliate, quante profezie miseramente travolte, sembra voler sottolineare l’autore: “Guerra, guerra, guerra civile. Sarà una guerra terribile, tra straccioni e dobloni. Sarà un inferno di fuoco e crudeltà.” Una nuova Rivoluzione francese: “esulteremo come gli straccioni della Rivoluzione francese davanti alle teste regali ruzzolanti per il selciato parigino.” A Roma gli ipermercati “da certe parti a Tor Bella Monica e Spinacelo hanno iniziato a essere luoghi di saccheggio. Anche a me è venuta la fregola del saccheggio.” Ed ecco il contatto con il mondo di Toni: “Saremo talmente infuriati che torneremo alla preistoria.” Toni aveva scritto, ricordando i numerosi morti nelle guerre in Africa: “Non ci sono croci e picchi, ma solo piccole dune sotto cui sono seppelliti decine di uomini, donne e bambini. Qui trovarono fosse comuni di quello che è stato uno dei più grandi massacri del secolo, gente con il cranio spappolato, tronchi umani, arti, e ossa scarnificate.” E più avanti: “Vedo che tutto rimane identico nella storia, la storia è fatta di grandi tragedie, si è sempre costretti a rivivere momenti atroci, ho paura.” Non ci si libera mai della guerra, dunque, sia essa combattuta con le armi o con le leggi dell’economia. Ancora una volta è sempre la guerra che si presenta con lo stesso volto bifronte: da una parte il ghigno dei vincitori, e dall’altra la miseria e l’umiliazione dei vinti. Martin e Toni stanno diventando e diventeranno la stessa persona. Il senegalese Robert, che vive nella stessa casa di Martin, gli parla della Guerra del Golfo e delle conseguenze che hanno toccato la sua famiglia: il padre è tornato da quella guerra “e ha messo incinta mia madre due volte: per due volte sono venuti fuori dei mostri. Capisci? Ho due fratelli senza faccia, con la testa grande quanto una mongolfiera e uno ha le mani ma non ha le braccia.”
L’autore ogni tanto torna indietro nel tempo e ci narra la vita dei suoi genitori, come si conobbero, si fidanzarono, si sposarono. Sottolinea gli attimi di gioia e di tenerezza che contraddistinsero quei rapporti tra esseri umani e al contempo ci indica proprio con quegli esempi il declino della società che ha smarrito forse del tutto quei sentimenti. Già allora le ansie e i timori prendevano gradualmente il posto dell’affetto e della tenerezza: la grande Fabbrica rossa diramava i primi licenziamenti, molti cominciavano ad emigrare, i più deboli s’incamminavano sulla via della droga, tutti aspettavano “un grande miracolo che assumeva i nomi di occupazione, pace e prosperità.” Oltre quindi alle lettere di Toni, Desiati affianca alla storia diretta del protagonista, quella di altri, tutte diverse nei luoghi e nel tempo. Nasce così una visione tridimensionale della società in cui appaiono quasi sovrapposti realtà e protagonismi differenti che hanno modo di porsi all’attenzione del lettore con una loro persuasiva invadenza.
Desiati esprime in questo romanzo molto dolore: ci sono brani di un forte lirismo che stanno per il suo grido, per la tristezza e la disperazione di una vita mancata. Un’altra bella immagine che rende con efficacia lo smarrimento dell’umanità è quella dei bambini, descritta a conclusione del capitolo “Il domani”. Si fa riferimento alla guerra in Iraq appena cominciata. Sul cielo di Roma rombano elicotteri Mangusta e aerei Canadair, che gli ricordano gli aerei di Sigonella (questo degli aerei che ingombrano minacciosi i cieli è un motivo ricorrente e importante nel romanzo, portatori del tragico, mai della gioia, come quel volo 537 delle SK Airlines che comparendo in avvio e in conclusione della storia, ne segnerà il tragico significato) e il protagonista riflette: “Purtroppo per tutti questa guerra arriva nel momento sbagliato, quando le sirene hanno iniziato a suonare, quando i tetti si sono riempiti di bambini che non vegliano più le comete e le eclissi, ma aspettano gli aerei pesanti che tornano vuoti.”
Martin ha perso la sua fisicità ed è diventato, così, il nostro dramma, la nostra coscienza.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart