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Dessì, Giuseppe

7 novembre 2007

San Silvano
Michele Boschino
Introduzione alla vita di Giacomo Scarbo
La scelta
Paese d’ombre

“”San Silvano”

Ilisso, pagg. 168. Euro 11

È con questo primo romanzo che lo scrittore si pose all’attenzione dei più importanti critici, tra i quali Gianfranco Contini, che lo definì il “Proust sardo”.

Chi sa perché l’attaccamento che il protagonista, che narra in prima persona, dimostra per la sorella Elisa, mi ha ricordato quello del Pascoli nei confronti delle proprie sorelle, e in particolare quello verso Ida, che andò sposa contro la volontà del fratello, piuttosto che quello nei riguardi di Mariù, che invece restò per tutta la vita accanto a lui. Elisa è infelicemente sposata con Vincenzo e ciò, se pure con una timida riservatezza, traspare dalle lettere che scrive ai fratelli. In virtù di quella considerazione in cui sono tenuti i rapporti familiari nel Sud, essi si sentono in obbligo di aiutarla a dividersi dal marito, in modo da poter riunirsi e vivere tutti insieme in una casa di Firenze “in cui speravamo di trovare, grazie alla presenza di Elisa, quel raccoglimento e quella intimità di cui tanto aveva bisogno la nostra vita.”

San Silvano è il luogo della memoria e degli affetti che si sono annidati dentro l’animo del protagonista. Solo qui egli trova “il riposo dei mesi estivi, che mi rifaceva le forze per il lungo periodo che mi toccava poi passare in città. San Silvano era la patria dove io, come gli animali selvatici nel bosco e gli uccelli nell’aria, mi ritrovavo naturalmente a mio agio, e la lontananza dai suoi boschi era sempre stata per me una grande fatica.”

Il romanzo è del 1939 e, a me toscano, ricorda per lo stile gravido di sensibilità e di intimità, quello del mio concittadino lucchese Guglielmo Petroni nel suo stupendo capolavoro: “Il mondo è una prigione”, del 1948, ma anche Carlo Levi di “Cristo si è fermato a Eboli”, del 1945. E il viaggio in treno, quel viaggio della memoria che riporta a San Silvano il protagonista, richiama alla mente “Conversazione in Sicilia” di Elio Vittorini, che è del 1937.

Sono già gli Scarbo, gli Uras e i Fulgheri quelli che appaiono qui per la prima volta, i quali daranno vita e sostanza a tutta la produzione maggiore dell’autore sardo. L’odore della terra li accompagnerà sempre, delineato già agli esordi con parole e sentimenti di fine penetrazione: “in realtà la terra continuava a possedere loro in maniera più profonda e completa, come possedeva i contadini che la raspavano con le zappe e gli aratri, continuava a dare a tutti loro un unico aspetto, una stessa faccia, gli stessi pensieri, li avvolgeva col mutamento delle sue stagioni; essi continuavano ad essere i figli e i servi della terra anche quando apparentemente se ne allontanavano e maneggiavano, non senza signorile dignità, un bastone dal manico d’argento.”

Questo viaggio della memoria fa da premessa, dunque, a tutta la successiva produzione di Dessì, la quale non avrà più la profonda tenerezza di queste immagini, quasi che l’autore le avesse volute consegnare una volta per tutte con il suo primo romanzo. Dopo, infatti, il suo stile avrà un’asciuttezza che deriverà proprio dall’aver già riversato nella scrittura il sentimento più nascosto, fecondo ed intimo della sua ispirazione. Non potremo mai prescindere, perciò, riflettendo sulle opere successive, da quanto avremo letto in questa testimonianza d’esordio, in cui la realtà si trasforma, attraverso l’immaginazione, in una fantasia morbida e tenera dello spirito, nella leggerezza e nei colori di un eden nel quale ci sentiamo immersi e sospesi ad un tempo, beati di una voluttà creatrice, seducente e sconfinata: “avevo scoperto entro la cerchia immobile di quei monti, entro gli stessi confini della casa e del giardino, un altro paesaggio o meglio un altro mondo vario, ricco, che il mio desiderio di novità non poteva esaurire.”

Chi racconta, Pino (“Pinocchio”), nel suo modo di sentire e di ripercorrere la memoria, è assai più vicino a Marco Fulgheri de “La scelta” (fate attenzione all’affetto del suo ricordo per nonno Angelo Uras: “il vecchio Uras è lì, appoggiato a un ulivo, col suo sorriso furbo, con le brache bianche e la casacca nera, piccolo come una mano.”) piuttosto che a Giacomo, ad esempio, di cui confessa: “Giacomo Scarbo era il modello a cui tutti tendevamo; e ci pareva che nessuno potesse capire e apprezzare Giacomo meglio di Elisa. Era così naturale che Elisa diventasse la sua compagna!”; tanto che Pino e Marco si identificano presto nella stessa persona nel momento in cui Pino ricorda “il nonno Uras” e che “la sua prima moglie era morta da un anno lasciandogli mia madre ancora in fasce”). La madre, che qui si chiama Angela Uras, si chiamerà ne “La scelta” Maria Cristina, come la matrigna, che qui ha il nome di Evelina Scarbo, ne “La scelta” sarà Margherita Scarbo. Come Margherita, anche Evelina aveva “una particolare predilezione per me”. Non è un caso, perciò, che Dessì concluda la sua esperienza di narratore con questa significativa congiunzione, attraverso la persona del protagonista, alla sua prima opera.

Il monte Arcuentu con le sue due cime appuntite che formano una sella, come pure il monte Or, la valle di Lugheria, la valle del Narti con il suo “aspetto primordiale”, la cava di Leri, lo stagno di Olaspri, l’oliveto di Balanotti che ha ulivi “che fanno pensare, coi loro tronchi enormi, a pachidermi accosciati”, Acquapiana, sono luoghi reali che hanno assunto la forma e la sostanza di una materia soffusa nell’aria come il polline di un fiore. La loro presenza e il loro etereo profumo avvolgeranno sempre le atmosfere in cui respireranno i personaggi di Dessì. Egli sta ricostruendo in “San Silvano” la sua realtà, amata e tramandata dal ricordo, ossia il miglior palcoscenico possibile per la rappresentazione della sua intimità, i cui vari atti verranno messi in scena a poco a poco fino a comporre la parola fine con “La scelta”.

“San Silvano” è un breve ma intenso e notevole romanzo per la qualità della scrittura, dunque, e la soffusa, e tuttavia penetrante, tenerezza del sentimento. La Sardegna non avrà più da Dessì un canto così elevato, una poesia così sorgiva e feconda.

Quasi sicuramente è proprio questa prima e notevole esperienza della memoria che darà allo scrittore la sollecitazione e l’ispirazione necessarie a continuare e ad approfondire. Credo che non ci sarebbe stato “Paese d’ombre” senza “San Silvano”. “Ed eccomi ancora in casa del nonno, piccino”, scrive Pino in “San Silvano” e piccino è Marco, ricordato appena nelle ultime righe con le quali si conclude “Paese d’ombre”. È, dunque, in questo primo romanzo che noi ritroviamo lo stesso io narrante coi ricordi di quei suoi primi anni, che mancano in “Paese d’ombre”. Molte delle vicende e delle emozioni che incontreremo in Dessì hanno, perciò, la loro radice nel sentimento e nella poesia di “San Silvano”, i quali sono incastonati e impreziositi alla perfezione da una scrittura che nasce e si forma da essi stessi in una rara e felicissima simbiosi. La tristezza che accompagna tutta l’opera di questo autore nasce qui, nella poesia di “San Silvano”.

Avete presente un volto dietro il quale, come in trasparenza, appare il paesaggio che vi sta dietro, coi suoi colori, le sue case, le sue campagne, i suoi monti, le sue ondulazioni, il suo cielo?

San Silvano, e tutto ciò che esso significa nel movimento dell’anima, sorgono, si formano, si muovono, s’irradiano e ci avvolgono dietro il volto della sorella Elisa. Esso si delinea lentamente sin dalle prime righe e i contorni vanno sempre più definendosi fino a che la sua immagine si completa con il compimento del romanzo, quasi che Dessì, nello scrivere le parole, tratteggiasse anche simultaneamente le linee di un disegno. La tristezza di San Silvano è la tristezza di Elisa. Il cammino che si percorre in questo libro è il ricordo di Elisa.

“”Michele Boschino”

Ilisso, pagg. 240. Euro 11

Era l’estate del 1942 quando apparve “Michele Boschino”. Faceva seguito al primo romanzo di Dessì: “San Silvano”, uscito nel 1939, che aveva suscitato l’ammirazione di Gianfranco Contini, il quale aveva scritto per il suo autore il saggio: “Inaugurazione di uno scrittore”. Dessì non mancherà di confermare il suo valore nelle opere successive, e soprattutto in “Paese d’ombre”, che è il suo capolavoro. Purtroppo, un po’ ci si è dimenticati di lui.

L’attaccamento alla terra è il motivo con il quale si apre quest’opera scritta da Dessì quando aveva appena 33 anni. Il padre Giuseppe è in lite coi fratelli Salvatore e Benedetto per una eredità pervenutagli da uno zio, un’eredità modesta, costituita da “un vecchio giogo di buoi”, che, venduto, aveva dato modo di raggranellare un piccola somma con la quale Giuseppe aveva acquistato “alcuni ettari di terra a Spinàlva”. L’invidia dei fratelli, anziché attenuarsi con gli anni, andò crescendo, fino a che, tornati a litigare, Giuseppe, avendo ferito Benedetto con un colpo di vanga, dovrà scontare tre anni di carcere. Saranno anni difficili per Michele e sua madre Maddalena, costretti a vendere “la bella vigna del Faraone”, portata in dote dalla donna. Michele ha quindici anni e già lavora la terra come un uomo. È la vita dura e grama di una civiltà contadina che non regala niente a nessuno, ed è pronta ad inasprire e a far sanguinare il dolore dei più deboli. A vent’anni Michele, che non ha fatto altro che lavorare la campagna, s’innamora di una ragazza troppo bella per lui, Angela, figlia di uno dei pastori più ricchi di Sigalesa, il loro paese. Giuseppe pensa subito che il figlio non sia così smaliziato da potersi permettere una giovane che ha sempre gli occhi addosso degli uomini, e non vede di buon occhio il matrimonio che Angela richiede con insistenza, affinché la sorella Carmela possa, infine, fidanzarsi anche lei. L’usanza, infatti, vuole che la figlia minore possa fidanzarsi solo dopo il matrimonio della maggiore. Giuseppe non crede a questa ragione, perché ne sospetta un’altra ben più grave, e così verrà a sapere da Raimondo Manchìa, “un vecchietto che incontrava ogni giorno sulla strada di Spinàlva”, che Angela ha un amante, Antonio Taras, con il quale si vede spesso di notte.

È uno stile asciutto, questo di Dessì, ancora vicino, sul principio, al racconto piuttosto che al romanzo, che trae la lezione dalle novelle del Verga e di Pirandello, per poi dispiegarsi in una vena narrativa più rigogliosa e feconda. Non è difficile ricollegarsi a Federigo Tozzi, se sostituiamo la campagna senese a quella sarda.

L’atmosfera tragica della vita agra della campagna subito si allarga a quella interiore, che dall’asprezza della terra trae alimento (dirà di Giuseppe: “la sete ardeva in ogni sua fibra, egli era terra secca distesa e arida.”) La fatica, la solitudine, “la beatitudine del silenzio”, “il desiderio di silenzio”, irretiscono la mente, la sollecitano a pensieri rivolti più alla tetraggine che all’allegria.

Dessì lascia sfocarsi la figura di Angela (lo farà anche per talune azioni annunciate, che poi svaniscono senza che si realizzino o se ne sappia il compimento), come se il destino, piuttosto che Giuseppe e Michele, ne avesse deciso la sorte e tenesse la donna in una zona d’ombra, al riparo dalle luci della ribalta, che possono, perciò, illuminarsi per tutti, ma anche mai più per qualcuno. Ci dice solo che, dopo la rivelazione del padre, i due si sono lasciati, e ci indica qualche traccia, attraverso i pensieri di Maddalena: “Aveva sposato un vedovo con tre figli, s’era fatta più bianca e grassa, perché essendo il marito falegname, non andava più in campagna, e forse non gliene importava niente che Michele non l’avesse sposata.” E Michele? Michele s’è chiuso nel silenzio; tra i poderi che può lavorare, sceglie quello di Monte Ulìa, più solitario e difficile. Maddalena capisce perché “voleva starsene sempre lontano dalla gente. E sentì pietà per lui. Era come un vedovo, come un vecchio che non dovesse aspettarsi più nulla dalla vita.” È la Sardegna, questa, ma soprattutto è il sud aspro, ruvido, spietato, che si rivela ancora una volta, con i suoi sortilegi e le sue superstizioni, le sue paure, nell’episodio della foresta di Cantòria, allorché un possidente viene assalito dai briganti che vogliono derubarlo. I briganti altri non sono che pastori e artigiani del luogo, che di notte compiono grassazioni e obbligano gli altri all’omertà. Uno di loro, ferito, viene sgozzato perché non parli. Michele vi assiste con l’amico Cosimo e viene minacciato di mantenere il silenzio. Di nuovo il silenzio, dunque, che ha molte facce e domina la vita di quei luoghi. Michele è intrappolato da questo obbligo del silenzio. A poco a poco, sente indebolire la propria personalità e le proprie certezze per via del silenzio, che rischia di renderlo complice di quell’episodio. Ha molta difficoltà a liberarsene. Dessì fa sentire, così, nel bene e nel male, tutto il peso del silenzio, e in particolare di quel silenzio che si trasforma in omertà.

Michele deve ancora maturare molto, attraversa una lunga fase formativa che ha nel padre l’unico punto di riferimento sicuro. Le sue incertezze, i suoi dubbi, i suoi interrogativi non trovano ancora in lui le risposte necessarie; ha bisogno della saggezza del padre. La sua solitudine è il risultato di un’angoscia che lo comprime e ne rende lenta la crescita.

Intanto, viene a sapere che un altro brigante che ha partecipato al tentativo di rapina, suo cugino Giovanni Boschino, figlio di Benedetto, è stato trovato ucciso “con due palle nella schiena”. Dunque, qualcuno sta facendo tabula rasa dei testimoni scomodi e pericolosi. La sua ansia, la sua paura crescono, e tutto ciò accade proprio ora che suo padre è morto e non può dargli l’aiuto anelato.

La sua natura si conferma tremebonda e ancora priva di carattere: “lui stesso avrebbe voluto essere un servo, come i boari che fischiavano accanto a lui, non possedere nulla, obbedire a qualcuno come prima aveva obbedito a suo padre.”

Ciò che non riesce ad avere dalle relazioni umane, lo riceve dalla terra, che risponde con generosità alla sua dedizione. I suoi raccolti destano invidia, ma Michele è diverso dal padre che, pur nella sua mansuetudine, era attaccato alla roba; Michele la tratta con amore e con indifferenza insieme; c’è qualcosa d’altro che si muove in lui e non gli dà quiete. Pensa spesso ad Angela, a com’era e a come sarebbe stata con lui. È diventato solitario da quando non ha potuto più sposarla. Con lei vicino, si sentiva in pace con tutto, lieto e forse anche felice.

Dessì scava nel suo animo per valorizzare e mettere a nudo la forza del sentimento e, in questo caso, la forza dell’amore. È come una sorgente di energia nuova e di speranza, il sentimento, capace di rigenerare e dare senso e valore alla vita, a tal punto che quando si spegne provoca dolore e silenzio. Ciò che era accaduto a Stefano Masala nel racconto “La sposa in città”, scritto nel 1937, allorché scopre il tradimento di Raimonda. In Michele, chi ridesta il sentimento non è più, tuttavia, una ragazza bella come Angela, ma Severina, la sorella della moglie del cantoniere, che veniva da Mamusa, un paese vicino. Era piuttosto bruttina: “Aveva il naso sottile e la gota delicatamente incavata sotto lo zigomo. Ma gli occhi sì ch’erano belli.”; “erano occhi di pianura, non di montagna.”

Lo stesso segreto della foresta di Cantòria, quando s’era trovato tra i briganti che avevano assalito il massaro Antonio Màsala, si trasforma e diviene sentimento il quale, se attesta ancora tutta la sua debolezza di uomo non ancora sicuro di sé, suscita, tuttavia, quel “piacere intenso” che lo fa sentire padrone di “quel segreto, di nutrirlo dentro di sé.”

Dessì ha una descrizione – peraltro resa con rara felicità espressiva – che ritengo riassuntiva della poetica contenuta in questo robusto e davvero fecondissimo romanzo, ed è quella che riguarda Maddalena nel mentre è intenta, insieme con il figlio Michele, alla scelta delle fave per la semina. Apre il capitolo XI. C’è una lucerna che nell’ombra proietta sul muro “la mano della vecchia”. Quella sua mano svelta sembra “una gallina che becca rapida in un mucchietto di grano”. Quando ha scelto, fa passare le fave nell’altra mano e il movimento ricorda la gallina che “ogni tanto alza la testa e stira il collo per inghiottire”. Sono immagini che trasformano la vita nella metafora del silenzio e della solitudine, e l’unico rumore che si ode è quello “che facevano le fave cadendo nel sacco aperto.” Si ha la sensazione che quel rumore sia lo scorrere lento di una clessidra che deve misurare non il tempo della nostra esistenza, ma l’eternità dello spirito che vi è racchiuso, e soprattutto il suo dolore. La sofferenza e la rassegnazione di una civiltà contadina che è sopravvissuta alla violenza dei secoli sono comprese in quelle ombre che, attraverso il loro movimento nutrito di silenzio e di solitudine, le rammemorano come eventi e condizioni non immaginifici, bensì reali.

Il sentimento è pronto a sgorgare da un’ombra, dunque, da un pertugio, ma nessuno riesce mai a conoscerne la fonte, né Michele (“ma lui non era triste: era contento, anche se non sapeva comunicarla a lei, la sua gioia. Perché era contento, non lo sapeva neppure lui.”) né Severina (“Meno d’ogni altro avrebbe saputo dire da che cosa nasceva questa gioia, che viveva, come la sua angoscia, nelle cose che la circondavano.”) Badate, il sentimento nasce, si fa sentire, ma resta oscuro, finanche “incomunicabile”, essendovi sempre mescolati tristezza e gioia, angoscia e serenità, quasi che la pienezza della condizione dello spirito, tanto nel bene che nel male, non fosse mai raggiungibile. Tante piccole azioni contornano la nascita del sentimento; piccole sorgenti che trapuntano, ricamano per dar luogo ad una nascita che ancora resta indefinita, e noi avvertiamo che tutte queste piccole azioni non vivono ed esistono che per questo, in attesa di generare, cioè, insieme col sentimento, un’azione più grande, più importante, di cui il lettore percepisce la presenza, anche se, come il sentimento che la genererà, ancora resta incerta e indescrivibile.

Toccherà all’io narrante, all’uso della prima persona, ossia, in cui si trasformerà il protagonista della seconda parte del romanzo, ad aprire la strada ad una definizione della storia, che al momento è un affresco dalle linee forti e ben delineate che rendono l’intimo di una Sardegna che si prepara ad una gestazione tanto attesa e miracolosa.

Da questo grembo sorgeranno, infatti, il desiderio, la memoria, il ricordo, la nostalgia, il confronto, il contrasto tra il prima e il dopo, tra l’antico e il moderno, tra una fissità che discende dai millenni ed un brusio che affastella, distrae, confonde.

Dessì sta lavorando come un pittore che dalla realtà consolidata e da tutti conosciuta, trae l’incomprensione e il mistero di una scelta astratta di segni, di linee e di colori che già vi erano contenuti, e che nessuno fino ad allora era riuscito a scorgere, e li estrae e raccoglie a comporre un’alternanza che denudi dinanzi a tutti un’altra verità, benché intessuta delle stesse ragioni, scaturita dagli stessi segni, dalle stesse linee, dagli stessi colori.
Quella civiltà contadina ora ha qualcuno che se n’è uscito e la osserva dal di fuori. Prova ad essere estraneo. Prova a vivere una diversità che lui stesso avverte complessa e forse impossibile, giacché impossibile è riuscire a far dare frutti differenti ad una stessa pianta. La casa di Ultra, richiamata alla memoria da Filippo nel suo letto di convalescente, altro non ripete che le lucentezze e le ombre della Sardegna che abbiamo conosciuto nella prima parte, affinché si riaffermino in tutto il loro antico valore. Si avverte, dunque, che sta qui l’esplosione muta e singolare del sentimento che attendevamo, e la grande azione che ne scaturisce è il ritorno, ossia la riscoperta, la conferma, la definitività. L’alternanza, la diversità, perciò, non possono che essere una continuazione e una conferma. È un’operazione strana e complessa questa tentata da Dessì, che non ha niente in comune con un altro passaggio tra terza e prima persona che troviamo nella sua ultima opera, pubblicata postuma, “La scelta”. In “Michele Boschino” si avverte, più che un’esigenza stilistica, il tentativo di creare una germinazione tra la prima e la seconda parte, le quali, nel differenziarsi, mostrano, infine, le stesse comuni radici. Non è un caso che la vecchia domestica Linda, che lo serve nella casa di città, affetta da sordità sin da ragazza, e cugina di Michele: “Non ha mai sentito tromba d’automobile, o scampanellare di tram, o fischio di treno. Quando le sirene dei piroscafi alzano il loro grido che sale nel cielo come una vertiginosa tromba marina, lei forse continua a sentire lo sgocciolio di una gronda della sua casa, le raffiche della pioggia sul tetto, l’abbaiare di un cane in una notte serena, un grillo, qualche piccolo rumore d’allora”. La vecchia, coi suoi racconti, l’aiuta a ricostruire una Sardegna che ha conosciuto allorché si recava a Ultra: “solo quando lei parlava potevo illudermi di farlo rivivere, questo paese.” Eccola qui, finalmente, la nascita, eccolo sorgere il sentimento che produce la grande azione: “Quando Linda entrava a rattizzare il fuoco nel caminetto e io fingevo di dormire, certo non sospettava che il suo paese era nei miei occhi chiusi più vivo forse di quanto non fosse mai stato per lei stessa.” Avvertiamo che le azioni rimaste sospese, gli anni di Michele (che ritroviamo ora a Ultra, ridotto in miseria, vecchio e solo, dove vive da dodici anni covando “dell’odio che lo tormenta”, per i soprusi patiti, “sotto un’apparenza così pacifica”) e quelli di Severina (“morta poco dopo le nozze”, senza dargli figli), spariti nel nulla, in realtà sono entrati nel più vasto spazio della memoria, scioltisi in essa e tramutatisi in un tutt’uno con lo spirito di Filippo.

Che altro sono, infatti, i ricordi di Michele, sollecitati da Filippo, se non un trasferimento dall’uno all’altro di una memoria fattasi spirituale e universale? È attraverso questo contatto che il libro s’impossessa ed impone una unità che salda tra loro non due generazioni soltanto ma un modo di sentire, di essere e di vivere che non vuol morire e cerca di trasfondere il suo desiderio di eternità “fuori del tempo, in un fantastico e inalterabile presente.”

Non importano gli anni che sono trascorsi da quando lasciammo Michele nella prima parte del romanzo, sposo di Severina, ma importa assai di più e specialmente che egli sia ancora vivo ed abbia la possibilità di raccontare, di consegnare se stesso e il suo mondo agli altri: “solo Boschino restava sempre lo stesso. Il vecchio costume d’orbace e di lino gli si logorava addosso, cadeva in brandelli, veniva sostituito con abiti smessi del Capitano, ma lui non cambiava mai. Le cose si muovevano intorno a lui, invecchiavano, crescevano, e lui solo era fermo. La decrepitezza non lo toccava.” Dirà Filippo: “Tutti i suoi gesti io potevo immaginarli, sentirli nel mio corpo immobile.”

Che la storia di Boschino si stia consegnando agli altri, sia pure avvolta nell’alone del mistero impenetrabile che sempre avvolge la conoscenza di una vita (“il mistero qui è tutto in Boschino”), non vi possono più essere dubbi allorché sarà Maria Monti a narrarla (una delle figlie del Capitano e di Amelia, la donna che Filippo amava più della madre Bianca), attraverso uno scambio epistolare con Filippo. Noi in parte già la conosciamo, ma il fatto che anche Maria ne sia venuta a conoscenza direttamente da Boschino segna il passaggio ad una palingenesi ed a uno spossessamento di sé, ad una specie di purificazione (“liberatosi del suo tormento, si riconcilierà con quel vecchio mondo perduto e riacquistato, si riconcilierà con se stesso”) che è quanto occorre per farlo entrare nel flusso costante che alimenta la continuità della vita.

La vita, infatti, se si spegne in Michele, prosegue negli altri, e Maria, nel suo spiegarsi a Filippo in quelle lettere che parlano di tutto fino ad inoltrarsi in uno spazio nuovo oltre il romanzo, rappresenta (forse più di Filippo, nel quale il richiamo al mondo di Michele si è rapidamente insinuato, assimilandosi, ed egli lo ricorda alla fine come proprio: “Sono io stesso Michele Boschino”) il tentativo di un nuovo che spasima per una diversità alla quale anela, e che ancora una volta non può fare a meno del passato.

Quando Michele muore e “Tutti lo avevano già dimenticato, e anch’io”, la sua vita non si è fermata, ma si è trasferita e dispersa nella quieta, immortale fecondità della memoria.

“”Introduzione alla vita di Giacomo Scarbo”

Mondadori, 1973, pagg. 138

Parleremo di due romanzi: questo a cui seguirà “La scelta”, rimasto incompiuto, che stanno rispettivamente prima e dopo i suoi maggiori: “Il disertore” (1961) e soprattutto “Paese d’ombre”, che è del 1972 ed è considerato il suo capolavoro.

“Introduzione alla vita di Giacomo Scarbo” uscì la prima volta a Venezia nel 1959, per i tipi di Sodalizio del libro, ed ebbe una riedizione con Mondadori nel 1973.

Poiché di Dessì non si possono dimenticare la scrittura solida e incisiva di “Paese d’ombre” e la straordinaria corsa sul calesse di Don Francesco Fulgheri che apre quel romanzo, esse, per chi, come me, ha già letto il suo capolavoro, ci accompagneranno per un raffronto inevitabile. Si deve dire, tuttavia, e subito, che limpidezza ed incisività non mancano nemmeno in questa storia anteriore di ben tredici anni a quella di Angelo Uras.

Ci troviamo di fronte a tre solitudini, quella del ragazzino Giacomo, di suo padre, e della giovane matrigna Alina, di poco più grande di Giacomo (tra lei e il marito correvano vent’anni), già così piena di timori e di trepidazioni che “sembrava una piccola vecchia impaurita.” Dessì disegna il percorso di un avvicinamento, tutto giocato sugli impulsi, i palpiti, le confusioni, i tremori che accompagnano sempre quelle anime che percepiscono le loro affinità e complementarietà sin dal momento in cui, da lontananze innaturali, scoprono le reciproche esistenze.

La Sardegna immobile e aspra (“Tutto immobile, greve di umidità, ma sul punto di liberarsene e di nuovo fremere e palpitare.”) fa subito da scenario, soprattutto il paese di Olaspri, immerso “in quelle montagne che parevano immense a causa della solitudine, dell’isolamento e del silenzio da cui erano circondate”. La casa di Olaspri, la “Casa dei Noci, “era a metà casa di caccia, a metà masseria, quattro stanze in tutto, due sopra e due sotto, ricavata da una casetta che i carbonai toscani avevano costruito al tempo della distruzione dei boschi di Parte d’Ispi.” Il padre, Massimo Scarbo, conte di Ordèna, i cui antenati “erano venuti alcune generazioni prima” dalla “provincia francese”, “antenati di Normandia, gentiluomini e corsari, che avevano fatto la tratta dei negri per pagare i debiti”, e il figlio Giacomo dormono al piano di sopra nello stesso grande letto (Alina rimane nella casa di Ordena, “che lei ama”) sopra la cui testata sta il ritratto della madre di Giacomo, Joséphine de la Haye, belga di Malines, morta di etisia quando lui aveva tre anni, ritratto, dipinto dallo zio Roberto, che lo attrae “convinto che, con l’andare del tempo, avrebbe finito per sapere anche lui ciò che essa pensava.” La ricerca nella memoria della figura della madre (“avrebbe finito per ricordarsi di sua madre”) è un altro dei motivi significanti che interferiscono nel cammino di avvicinamento tra il ragazzo, il padre e la giovane Alina. Dalla botola che divide il piano di sopra da quello di sotto, prima dell’alba, “filtrava il chiarore rossastro e palpitante della candela che Porfirio aveva acceso e spostava ogni tanto. Si udiva la voce di suo padre. E dal cortile veniva il cicaleccio delle ragazze insonnolite che si radunavano davanti alla porta per avere le pastiglie di chinino. Questi rumori trascorrevano come portati via dallo scrosciare continuo del fiume.”

Sono già qui delineati, dunque, i tratti più importanti che definiranno gli ambiti in cui la storia si muoverà.

La solitudine e i motivi di una crescita, che coinvolge tutti i protagonisti, non solo Giacomo, fasciano a poco a poco e irretiscono perfino il padre Massimo, che nel ricordo della moglie scomparsa prematuramente avverte una specie di isolamento ed intorpidimento della propria vita, segnata ormai da una colpa irremovibile, quella di aver lasciato per tanto tempo il figlio Giacomo solo, affidato alle cure di altri, della zia Maria, sua sorella, ad esempio: “È orfano, pensa.”; “orfano come se gli fosse mancato anche il padre.” Sente che il figlio ha avuto ed ha una sua crescita “autonoma”, nella quale si è inserito, con i segni di un’angoscia perpetua, il distacco per tutto quel tempo da lui, dal padre che lo ha lasciato solo.

Il padre è alla ricerca, così, del tempo perduto, di una via che gli consenta di ricollocare la crescita del figlio accanto a sé, di congiungersi ad essa, per riprendere anche la propria crescita; una maturazione tardiva che gli permetta, comunque, una ribellione alla resa e all’isolamento in cui è andato ad incunearsi: “suo padre parlava così liberamente solo da poco tempo, e sempre quando era solo con lui.”

Non v’è dubbio che questo parlare liberamente, in realtà non è a caso, bensì frutto di una riflessione sulla vita, che sta per allacciare padre e figlio in una maturazione che finalmente li legherà e unirà consapevolmente. Dentro un tale percorso agnitivo, balugina la figura di Alina, dapprima quasi respinta da Giacomo, che stenta a sostituirla alla madre, o anche solo ad accostarla a lei, ma intuiamo già che essa fa parte dello stesso processo formativo e ciò che ci attende come lettori è il compimento di una sottile tessitura di sentimenti, dentro i quali la solitudine si cancella e svanisce per sempre.

La stessa zia Maria si accorge che qualcosa sta cambiando nel fratello, come nell’ambiente stesso nella quale anche lei era cresciuta. Viene a Ordena per chiedere di poter continuare ad educare Giacomo, ora che dovrà frequentare in città il ginnasio, ma intuisce che questa volta non sarà facile come un tempo ottenerne dal fratello la tutela: “Era stranamente ringiovanito, in quei pochi mesi, a dispetto dei capelli grigi, aveva di nuovo il viso magro e giovane, il simpatico viso che lei amava.” Ma il suo timore, in realtà, non discende dal mutamento del fratello, ma dalla giovane Alina. Già al momento che è entrata in casa Scarbo, allorché in cima alla scalinata, dopo Massimo, appare lei “leggera, con la vita sottile, il collo sottile, la grande massa di capelli, e scese, reggendosi con una mano la gonna, senza fretta, la scalinata, e fece con le mani aperte, senza scostarle dal corpo, un gesto di saluto impacciato, sorridendo timidamente.”, ecco che Maria è pur essa turbata: “Chi sa cosa mai pensa di me questa ragazza.” Si sta formando, dunque, una unione tra i tre: padre, matrigna e Giacomo, appena percepita, ma già tale da riversare i suoi riflessi sugli altri. La zia nutre dei timori nei riguardi dell’educazione di Giacomo affidata nelle mani del fratello. Oppone la sua casa, la “Casa della Magnolia”, a quella di lui, soprattutto la “Casa dei Noci”, poiché è qui, più che nella casa di Ordena, che avvengono gli sviluppi materiali e psicologici più significativi. Non è facile sconfiggere la solitudine quando ci è stata compagna per molto tempo. Alina è quella che la teme di più, ed è questo timore che la tiene prigioniera, combattuta da ciò che l’attende là fuori, se decide di combatterla: innanzitutto il confronto con la prima moglie di Massimo, di cui sa che nella “Casa dei Noci” è conservato un ritratto ancora caro al marito, come pure a Giacomo. L’unione tra i tre deve percorrere, quindi, molta strada irta di difficoltà. L’isolamento di Alina provoca la tristezza di Massimo, e Giacomo “sentiva la tristezza del padre, e ne soffriva, ora, solidale con lui contro Alina.” Quando Alina decide di recarsi anche lei, finalmente, a Olaspri, nella “Casa dei Noci”, il dialogo con il figliastro, quasi coetaneo, riprende e “Giacomo raccontava ad Alina tutto ciò che sapeva intorno a Olaspri.” La “Casa dei Noci”, dunque, diventa un luogo dell’anima, in cui le affinità che aleggiano tra i protagonisti si liberano dei vincoli e degli intrecci che le avevano incrostate e a poco a poco si sciolgono. C’è bisogno di una natura silenziosa e primordiale per un tale risultato e “La Casa dei Noci, in quelle ore del pomeriggio sembrava sperduta nel cuore di una regione deserta.” Una smemoratezza ed uno smarrimento percorrono entrambi in quel silenzio della natura e della memoria e Giacomo “insieme con lei aspetta che quell’ora di solitudine estrema raggiunga il suo culmine.” Ogni cosa, ogni nome, ogni ricordo devono allontanarsi, diventare neutri, se non addirittura nemici, per dare spazio ad un silenzio ed a una consapevolezza nuovi. Non tutto è semplice, non tutto è conseguente. Si tratta di procedere a piccoli e lenti passi: “Il mondo notturno, preistorico e inconoscibile, premeva dal di dentro delle cose, sul punto di uscirne a riempire la valle. Le cose non erano altro che punti, nello spazio. Tra cosa e cosa si stabilivano incommensurabili distanze. E anche dentro di lui si aprivano spazi, si propagavano distanze”. E ancora: “Erano lontani e irraggiungibili, suo padre e Alina. Uno accanto all’altra, sullo sfondo della finestra, vivevano, separati da lui, in un aldilà immemorabile.” È qui, in questo aldilà immemorabile, che si prepara l’incontro, che si sta forgiando una comunicabilità, una lenta, difficile vittoria contro la solitudine e il dolore, e infatti a Giacomo: “Improvvisamente gli parve di esser cresciuto.”

Dessì si muove in mezzo ad una natura aspra, deserta, silenziosa, appena scalfita da un sommesso bruire, che se è ancora la sua Sardegna, diventa anche, però e soprattutto, un luogo indefinito e indefinibile, dove si custodiscono e si sviluppano gli embrioni di una nascita, anzi di una delle innumerevoli nascite che legano tra loro i tanti momenti della nostra esistenza.

Lo scavo psicologico di Dessì non coinvolge il singolo, ma l’insieme. I mutamenti sono collettivi, e si intrecciano e si amalgamo tra loro come fasciati da un destino che misura le sue forze nelle dimensioni di tempo e di spazio non legate soltanto alla nostra vita.

Ciò che Dessì descrive in modo così lineare e semplice è in realtà una complessa cosmogonia, che ci proietta nel grande e fascinoso mistero della Creazione, e ci fa sentire da esso posseduti e smarriti: “tutti punti sospesi nello spazio, come stelle, gruppi d stelle, alcune forse spente da chi sa quanto tempo, ma la cui luce era ancora in viaggio negli spazii, e altre ancora vivide fonti lontanissime, di luce, costellazioni, sistemi; e intorno a queste altri punti, altre stelle, altri uomini e donne; e distanze incommensurabili e serene erano tra un punto e l’altro.”

Allorché Giacomo apprende con meraviglia dall’amico Piero che una donna può avere figli anche se non è sposata, di nuovo scatta il meccanismo del contatto, e “Continuamente si presentava alla sua mente l’idea di suo padre che baciava Alina, e l’idea era anche un’immagine e diventava ossessionante.”

Non solo c’è resistenza al contatto con gli altri due da parte di Giacomo, ma anche Alina continua ad esser ossessionata dai ricordi della prima moglie di Massimo: “Cercava di capire, voleva un posto nella vita di Massimo. Quale era?” E Massimo, pure lui come la giovane moglie e il figlio, brancolava ancora nel buio, imprigionato nel ricordo di Joséphine, e il mondo continuava a non avere “più senso, e nulla più gli importava.” Gli alti e bassi, ossia, dei sentimenti che stanno per definirsi. Toccherà al destino, come spesso accade, di mettere ordine all’incertezza e di imprimere definitivamente il mutamento, e accadrà quando il pesante carico di legname di un carro si rovescerà su Giacomo, sommergendolo. Si teme la morte, e sarà invece la resurrezione. Il contatto tra i tre è, infatti, avvenuto. Tramite il dolore.

“”La scelta”

Mondadori, 1978, pagg. 180

Questo romanzo incompiuto viene dopo “Paese d’ombre” e chiude l’esperienza narrativa di Dessì che, vinto da un male incurabile, si spegnerà nel 1977. L’opera uscirà postuma nel 1978.

La scrittura è assai più matura e sicura che in “Introduzione alla vita di Giacomo Scarbo” e paga il suo tributo a “Paese d’ombre”, in cui il risultato conseguito è già di assoluto rilievo, e sarebbe stato interessante poter vedere completato questo ultimo lavoro, ove la scrittura nonché l’ordito dominano sulla storia e attraggono come un’opera d’arte da contemplare a sé. In questo romanzo le presenze di Angelo Uras e della moglie Margherita Fulgheri, ossia i nonni dell’io narrante, incombono con il peso della loro vicenda umana. Qui, Angelo Uras, colpito da qualche anno da trombosi, vecchio e malato, morirà, e noi sappiamo da “Paese d’ombre” che, vicino a morire, alla figlia che gli chiede come sta, risponde con quella straordinaria frase: “Sto bene. Non è niente; sto morendo.” Riguardo a Margherita, si deve precisare che chi racconta, Marco, è figlio di Maria Cristina, a sua volta figlia di Valentina Manno, morta nel partorirla, prima moglie di Angelo Uras, e quindi Margherita, “La dura, aristocratica Margherita Fulgheri”, con gli anni “diventata un mucchietto di ossa leggere”, è nonna acquistata (nonché zia, essendo sorella del padre Francesco), che gli vorrà bene come al “nipote prediletto”; “quel ragazzo che tutti consideravano uno scavezzacollo, un buono a nulla, lei lo amava.” E anche Marco “le voleva molto bene.”

Siamo nel corso della Prima guerra mondiale; il protagonista, Marco, sta ricordando, sul filo di una memoria che si è lasciata segnare da un velo di tristezza causata dalla guerra, che avrebbe dovuto essere breve e invece “durava ormai da anni. La mia infanzia stava passando, quasi senza che io me ne accorgessi”.

Alla guerra addossa molte colpe, la più importante delle quali è l’assenza del padre Francesco, eroico combattente sul Carso (tornerà “con qualche cicatrice sulla pelle bianca”. Pluridecorato, raggiungerà il grado di generale di Brigata), che da un momento all’altro “poteva diventare definitiva, irreversibile.”, e alla quale si doveva attribuire la causa del precoce invecchiamento della madre Maria Cristina “con i capelli quasi grigi” e “col suo viso avvizzito.” Come si è già detto, Maria Cristina è la figlia del primo matrimonio di Angelo Uras con Valentina Manno, narrato in “Paese d’ombre” e Francesco è il conte Francesco Fulgheri, figlio del conte e medico di Norbio Don Tommaso Fulgheri, fratello, più giovane di venti anni, di quel Don Francesco che apre, insieme con il piccolo Angelo Uras, con quella corsa sul calesse trainato dal cavallo Zurito, “Paese d’ombre”.

Con un salto repentino, nel libro secondo, ci si trova già a guerra finita, il padre è tornato e acquista una grande proprietà che era appartenuta ad uno zio senatore, il professor Antioco Loru, e che era finita nelle mani di un toscano della maremma, Renato Granieri, che l’aveva vinta al gioco delle carte.

Dessì continua una storia che abbiamo già cominciato a conoscere nei romanzi precedenti e noi ci muoviamo in mezzo a nomi e a parentele che abbiamo incontrati nel corso di questa saga: Scarbo, Uras, Fulgheri, Loru, Granieri, soprattutto.

Per inserirsi facilmente nel romanzo, occorre aver letto, dunque, quelli che lo precedono; tuttavia il lettore novizio di Dessì non tarderà a ricostruire i legami che intercorrono tra i vari personaggi, e soprattutto non potrà fare a meno di apprezzare il ritmo della narrazione, che non prende mai la corsa, ma procede con una puntigliosa e dinamica tessitura che fa sembrare lenti perfino i grandi salti di tempo. Nel titolo “Il professore di liceo” contenuto in Appendice e dedicato alla memoria di Delio Cantimori, egli dichiara il suo tributo alla “prosa del Guicciardini”.

Non v’è dubbio che l’alternarsi di parti narrate in prima persona a parti narrate in terza, può creare qualche difficoltà al lettore che affronti per la prima volta i personaggi di Dessì, tuttavia anche questa “scelta” stilistica contribuisce a tonificare il romanzo e a dargli qualche suggestione in più. Peraltro, essa non è nuova e Dessì, a proposito del suo secondo romanzo “Michele Boschino” del 1942, che viene dopo “San Silvano” del 1939, scrive: “l’esigenza di raccontare in terza persona si fece sentire, al punto che il romanzo è nettamente diviso in due parti: una scritta in prima persona e l’altra in terza.”

Alcune ripetizioni, per esempio quella che descrive la serva Vincenza, o l’episodio dell’avvocato senza scrupoli, Aztena, che si è impossessato “proditoriamente”, “quarant’anni prima”, di una parte della proprietà Loru, poi Fulgheri, più che essere il segno di un lavoro incompiuto, rendono evidente, soprattutto, e fanno pensare, almeno per queste prime due parti, a differenti modi di affrontare e porsi dinanzi alla storia, e a stesure diverse e distinte, anche se, nel momento della ricongiunzione, il risultato artistico e il fascino della scrittura s’innalzano ad un altissimo livello.

Più omogenea alla seconda parte è la terza, sebbene siano narrate l’ultima in prima e l’altra in terza persona. Qui ritroviamo Giacomo Scarbo, più grande di Marco, che lo considera “suo amico”, più che cugino, e con il quale spesso si confida: “Con Giacomo, Marco aveva molte affinità e stavano bene insieme.” Marco è un po’ innamorato della matrigna di Giacomo, Alina (“uno di quegli amori pazzeschi che, a volte, riempiono il cuore degli adolescenti.), la giovane che il padre, conte Massimo, ha sposato in seconde nozze, dopo la morte della prima moglie, la belga Joséphine de la Haye, madre di Giacomo. Essi altro non sono che i personaggi principali, insieme con la contessa Maria Scarbo (dal “grande naso” e la sembianza “volterriana”), zia ed educatrice di Giacomo, del romanzo del 1959 “Introduzione alla vita di Giacomo Scarbo”, talché si può dire che “La scelta”, sebbene posteriore, è anche un punto di congiunzione rilevante tra quel lontano romanzo e “Paese d’ombre”, e segni nettamente il percorso di maturazione e accrescimento compiuto da Dessì. “La scelta”, pur essendo opera incompiuta, fa già intravedere una intraprendenza stilistica che manca nell’importante romanzo del 1959, e rispetto a “Paese d’ombre” mantiene e consolida la perfezione del linguaggio e della struttura.

“La scelta” apre, inoltre, alcune finestre su “Introduzione alla vita di Giacomo Scarbo” e va così anche a illuminarlo e completarlo. Sappiamo, infatti, che Giacomo discute con Marco di religione e di filosofia e spesso lo fa proprio nella casa di Olaspri, dove è conservato quel ritratto di Joséphine, sua madre, che incuteva un po’ di timore ad Alina, e Alina, contrariamente a quanto accadeva in principio, ora si trattiene più di frequente in quella casa e spesso è presente alle discussioni dei due giovani, quasi suoi coetanei: “se ne stava seduta vicino a loro a cucire sugli scalini della porta nella casetta padronale di Olaspri.” E proprio sull’innamoramento di Giacomo per Alina, “bruna, con un viso pallido di asiatica, gli zigomi un poco alti e gli occhi grigi ombreggiati da lunghe ciglia”, il romanzo si interrompe, lasciando alla nostra immaginazione “la scelta” di proseguire secondo il nostro estro di lettori il seguito di una storia (“scegliere”, dunque) che non avrebbe potuto che continuare ad essere ricca e avvincente.

L’appendice del libro contiene alcuni titoli che ci riportano, in qualche caso ampliandoli o modificandoli (si veda la citazione ancora una volta della biblioteca murata), a temi e a personaggi (Emilio Lussu e Delio Cantimori) che abbiamo trovato nel romanzo e Marco, nel mentre dichiara di non essersi staccato mai nel corso della sua vita dalla lettura, consigliatagli dal padre, dell'”Orlando Furioso”, ora si presenta a noi, “vecchio e infermo qual sono”.

Scriverà Dessì in una lettera a Anna Dolfi del 2 marzo 1976, che troviamo riprodotta nel ricco commento che appare al termine del romanzo (dal quale abbiamo attinto alcune utili notizie) di questa puntuale ed attenta esegeta dello scrittore: “il romanzo che scrivo è molto difficile, e io mi sento vecchio e stanco.” Ciò per dire che non solo Giacomo Scarbo può essere considerato l’alter ego di Dessì, (“Giacomo è quello che io avrei voluto essere e non sono stato, una specie di mio ideale alter ego”, lettera alla Dolfi del 19 novembre 1973), ma anche il Marco de “La scelta”, il quale, come il cugino più grande di lui di qualche anno, è afflitto, come scrive la Dolfi, da una “disperata solitudine”.

Basti ricordare questo particolare, che unisce significativamente e indissolubilmente tra loro “Introduzione alla vita di Giacomo Scarbo”, “Paese d’ombre” e “La scelta”. “Paese d’ombre” si chiude con Marco che, al capezzale del nonno, “allungò la sua mano e sfiorò quella del nonno con una carezza. La mano era calda, era viva.” Un episodio analogo s’incontra in “Introduzione alla vita di Giacomo Scarbo” allorché Giacomo, finito sotto il carro carico di legname che gli si è rovesciato addosso, è dato da tutti per morto. Siamo alla chiusura del romanzo ed Alina, la giovane matrigna, è la sola che si accorge che invece è ancora vivo: “Sollevandolo con tutte e due le mani, sentì il cuore battere.”, e poco più avanti: “Nell’adagiarlo sul canapè, in sala da pranzo, gli passò una mano lungo il dorso. […] Lo ricoprì, lo chiamò per nome, a bassa voce. Era vivo. Era salvo. Lei sola lo sapeva. Inginocchiata accanto al piccolo corpo inerte aveva la sensazione della propria felice solitudine.” Ne “La scelta”, tutto ciò raggiunge il suo compendio e noi ci accorgiamo che Giacomo, Marco, ma anche Alina, anche Angelo Uras, non esprimono altro che l’orgoglio, l’insoddisfazione, la solitudine, il dolore di un solo ed unico vero protagonista, lo stesso Dessì, al quale Delio Cantimori dedicò queste brevi e, oggi che l’autore ha davvero ultimato la sua opera, significative ed illuminanti parole: “A Dessì, come augurio di vita libera e forte, se pur tormentata e dolorosa.”

“”Paese d’ombre”

Il romanzo narra dello sfruttamento dei poveri e delle loro disavventure quando si provano a ribellarsi. La storia di Angelo Uras è simile alle molte narrate nella letteratura di tutto il mondo, ma ciò che fa di questo libro un capolavoro, è lo stile glabro, essenziale, impresso alla narrazione, una di quelle che non vorremmo mai che finisse. Il romanzo provoca dispiacere, malinconia, quando si arriva all’ultima riga, poiché vorremmo che l’autore avesse ancora da raccontarci, presi come siamo dal suo modo affascinante di scrivere. Tale sensazione ho provato nel novembre del 1993, e mi ricordo il sapore che la sua lettura dava a quelle mie giornate autunnali. Il libro si apre con la corsa del calesse, il suo rovesciamento nella polvere, resi con una vibrazione ed un ritmo coinvolgenti. Vediamo il cavallo Zurito ormai fuori del controllo del suo padrone, Don Francesco, che si affanna a dominarlo, vediamo la caduta di Angelo, ancora bambino, disteso “sulla polvere soffice e calda, in mezzo alla strada”. L’autore fa uso di parole desuete, come: trepestìo, stronfiare, scarrucolavano, sgrigliolarono, ed altre ancora. Pure qui, come in altri autori, gli uomini politici sono considerati “gretti e ottusi”; oppure: “I politici, legati agli interessi del governo, predicavano la rassegnazione”. Tra i carbonai, che occupavano i monti della Sardegna, molti provenivano dalla Toscana. Ecco cosa ci dice di loro Dessì, parlando di un incendio nei boschi: “I toscani, che stavano per essere circondati dalle fiamme, erano i più alacri, riconoscibili dal modo di vestire, dal piglio aggressivo con cui si lanciavano nelle fiamme come per un corpo a corpo, e più ancora per le bestemmie che mozzavano il fiato.”


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Bart