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Dianda, Marileno

29 dicembre 2018

La Focolaccia: dal ’68 al ripido

La Focolaccia: dal ’68 al ripido

Scrivere di questo autore significa scrivere di montagna. Come Walter Bonatti (un idolo per lui), Reinhold Messner, Mauro Corona, solo per fare qualche esempio di narratori contemporanei; la sua fonte di ispirazione è la montagna, alla quale ha dedicato gran parte della sua vita. È stato uno dei primi a praticare lo sci-ripido sulle Alpi Apuane e l’Appennino Tosco-Emiliano, aprendo numerosi nuovi itinerari. La sua produzione è ampia: “La rivoluzione dell’illusione”, saggio sulla psicanalisi in Herbert Marcuse, che nel 1979 si classificò tra i tre finalisti nel Concorso nazionale indetto dall’Accademia dei Lincei; “Tutti i 4000 delle Alpi”, 2004; “Monte Purgatorio – altezza mal presumibile”, 2005; “Cercatori di neve”, 2006, vincitore del Premio nazionale A.C.S.I Coni nel 2008; “Sci-estroso”, 2008; “L’occhio e il triangolo”, che è la storia di un prete ritiratosi sulla montagna, 2010; “Storie di coraggio sommerso”, 2011; “La montagna del silenzio”, 2012, che è un piccola guida sci-alpiMistica; “Il paese delle donne”, 2013; “La Focolaccia: dal ’68 al ripido”, 2014; “Vangelo austriaco”, 2017. Ai racconti e ai romanzi si aggiungono alcune pubblicazioni tecniche: “Sci-alpinismo dalla Croce Arcana al Passo di Pradarena”, 1975; “Sci-alpinismo sull’Appennino Tosco-Emiliano”, 1977; “Sci-alpinismo in Apuane e Appennino”, 1997; “Le Alpi Apuane” (insieme con il pittore E. Cavani), 2004; “Appennino: montagne della contemplazione e dell’azione” (contenuto nel volume di F. Gibellini: “Wild – Ski – Appennino”, 2017).

Come vedete, ce n’è abbastanza per conoscere e amare la montagna.

Nato a Lucca il 23 giugno 1947, laureato in pedagogia con perfezionamento in Discipline filosofiche, è stato insegnante nei Licei fino al pensionamento. Ha fatto anche l’istruttore di Sci-alpinismo del C.A.I. dal 1980 ed è stato membro del Corpo Nazionale Soccorso Alpino del C.A.I. dal 1986 al 1998. Ha fondato anche “La Focolaccia”, un’associazione di appassionati della montagna e ad essa ha dedicato il romanzo di cui ci occuperemo.

Il suo amico Paolo Pellicci, scomparso nel 1984, vi definisce l’autore, che narra in prima persona, “un utopista, un anarco-individualista o un esteta decadente.” ai tempi in cui erano studenti di pedagogia. Qualcosa di ciò, credo che sia rimasto.

Ho conosciuto, infatti, Marileno Diana e ho appreso direttamente dalla sua voce (ma ne accenna anche nel libro) che riesce a fare a meno del computer e del cellulare; pensate: alcune note di sé che mi ha consegnato le ha scritte a penna, cosa inconsueta se non addirittura giurassica. Ma non basta, pur avendo ottenuto il consenso alla pubblicazione di suoi libri presso case editrici nazionali, ha ritirato il testo ogni qualvolta l’editing richiedeva delle modifiche. Non le accetta, e dunque i libri li stampa da sé con questa scritta esplicativa: “Editing: Marileno Diana (così come per tutti gli altri miei libri)”.

Non ci si deve sorprendere se qualche grossa casa editrice si è interessata al suo lavoro. Parlare di montagna non è facile; bisogna prima averla amata tanto, infatti, e poi continuare ad amarla senza diminuirne l’intensità con il passare degli anni, e questo amore deve potersi trasferire nella scrittura. È ciò che avviene in modo naturale in questo autore, e sin dal principio ci rendiamo conto che è così.

La sua scrittura è ariosa, non si arrampica, ma si distende con il respiro ampio di chi, raggiunta la cima del monte, apre le braccia e avverte intorno a sé di essere parte dell’universo: “sentivo la vetta come qualcosa di simbolico, un luogo ideale, magico, perfetto,  dove si univano tutti i punti e tutte le linee, un centro non solo geografico ma principalmente mentale.”. È anche riflessiva, saggia, profonda: “la memoria non si forma quasi mai senza la sofferenza e senza la paura. Il blocco dei muscoli è una conseguenza dell’irrigidirsi del pensiero. La spontaneità e gli automatismi del corpo, soccombendo ai lavorii della mente, finiscono per restare prigionieri di tensioni inutili e di ansie esorbitanti.”.

La montagna ha donato a Dianda la sua scrittura. Le asperità e i percorsi quando assolati quando bui, le riflessioni, i dubbi, le paure, le gioie provate sono diventati la sua calligrafia, che ha acquisito il respiro del lento camminatore solitario che percepisce tutto della sua vetta e sa ormai di poterla raggiungere: al contrario dell’amico Paolo “ritenevo che andarsene in montagna da solo fosse una scelta pressoché inevitabile per chi non voleva simulare ipocrite amicizie e amava l’indipendenza e la libertà.”.

Per arrivare alla montagna c’è bisogno di prepararsi alla vita, saggiarne le asprezze e le contraddizioni, assimilarle per dominarle.

Dianda ha a disposizione per raggiungere un tale obiettivo un periodo storico rilevante, non solo per l’Italia: il Sessantotto, che esplose all’improvviso con una virulenza inaspettata. Esso gioca un ruolo fondamentale nella sua formazione (ha 21 anni): “pur subendo il fascino delle utopie di Sinistra, intuivo nel Comunismo qualcosa di inevitabilmente violento, di degenere e di oppressore della libertà. Mi pareva che i comunisti avessero ragione in linea di principio, ma sempre torto sul piano dei fatti.”.

Dal Sessantotto prende presto le distanze.

Ci fu il Sessantotto anche per la Chiesa, ci fa notare Dianda, ed esso cominciò dieci anni prima con l’avvento di Giovanni XXIII, che smontò la tradizione e aprì la strada a nuovi impegni e a nuovi comportamenti del tutto inattesi: “Qualcuno di quei preti-operai era su posizioni politiche talmente di Sinistra che, rispetto a loro, i militanti di Lotta Continua o di Stella Rossa potevano essere considerati sporchi revisionisti o ultra-reazionari democristiani.”.

Il romanzo è impregnato di storia, la fantasia non vi ha spazio. Il lettore è mantenuto strettamente coi piedi per terra. Così come si deve fare quando si scala una montagna. Il fascino del libro sta nel riuscire a raccogliere la storia intorno all’io narrante. Il lettore avverte di non essere in contatto solo con l’autore, ma di avere a disposizione una platea più ampia di persone e di pensieri.

La storia raccontata è stata vissuta intensamente dal protagonista, il quale è testimone coraggioso di un pervertimento che tuttora resiste e che denuncia senza veli, smascherando silenzi e ipocrisie. La società così come si è venuta modificando non piace all’autore, non vi adatta la sua esistenza, ma si ribella, come un eremita. Quando ci riesce, fugge ciò che può corromperlo. Non ha mezze misure, non cerca accomodamenti o alternative. Non grida alle folle, ma non si tiene dentro il suo magone, scrive.

Chi ha vissuto, come Dianda (e come me) questi mutamenti, ne avverte la verità e la sofferenza. È anche un libro di dolore.

Lucca, la sua città, non viene trascurata nell’analisi degli accadimenti che seguirono quel pontificato rivoluzionario e il Sessantotto. Ne rimarca il seme conservatore e quel suo cattolicesimo fatto più di fedeltà alla tradizione che di profondo convincimento. Del resto, è una città che è stata in grado di dare al mondo un discolo come Giacomo Puccini ed una santa come Gemma Galgani, e anche, come ricorda l’autore, un papa come Lucio III “della potente famiglia Allucingoli, che con la bolla ‘Ad abolendam’ del 1184 aveva dato inizio alla Santa Inquisizione, alla persecuzione dei Catari, dei Valdesi e di altri figli di Satana affinché fossero giudicati con sentenza ecclesiastica e condannati a morte per aver rifiutato il credo dell’amore e della vita.”.

Il C.A.I. (Club Alpino Italiano, poi, dal 1938, Centro Alpinistico Italiano) era “una delle poche associazioni laiche.” della città. Vi si iscrive a 17 anni, poiché ambisce a scalare le montagne più difficili della provincia: il Pizzo delle Saette, il Pizzo d’Uccello, il monte Pisanino.

All’autore, però, non piace l’ambiente che si respira nella sezione, troppo rigido e conservatore, frequentato da “fabbricatori di ostacoli”, e si mette in testa di mettere su una nuova associazione con idee e progetti più avanzati. Non è facile; a quel tempo gli appassionati di montagna si contavano sulle dita di una mano. Si aveva a che fare con un’attività pericolosa e per esercitarla occorrevano coraggio, perseveranza e tecnica.

Prima di affrontare impegni più seri, con gli amici, con Paolo soprattutto, scala le pareti della cava di Gattaiola, appena fuori delle mura di Lucca, che presentano differenti difficoltà.

Quindi si arriva alle montagne.

Ci troviamo di fronte ad una scrittura che non è un semplice e neutro trasferimento di memoria, ma vi scorrono, sotterranee, malizia e ironia (“quel po’ di autoironia di cui sono capace”), talché il lettore è attratto dai percorsi e dalle avventure ricavandone piacere e divertimento. Chi è lucchese, poi, aggiunge qualcosa in più: la rievocazione di luoghi e sensazioni conosciute.

La montagna ci diventa amica, e amici divengono gli uomini che la percorrono e l’amano.

Grazie ai suoi racconti, scopriamo che l’autore è stato protagonista di affascinanti imprese, anche fuori dall’Italia e che in lui, nella sua mente e nei suoi occhi, sono impresse immagini intime e indelebili, una ricchezza che fa dell’uomo che la possiede uno scrigno di tesori unici e irripetibili.

Quando nasce “La Focolaccia” (è lo stesso autore a dare il nome al gruppo, onorando il “Passo della Focolaccia”, posto a 1650 metri di altezza, tra Resceto e Gorfigliano, luogo meraviglioso, devastato poi da una strada marmifera) è il 28 ottobre 1971, in cui la Storia ricorda l’anniversario della marcia su Roma di mussoliniana memoria. Il gruppo è composto da persone di varie ideologie, dalla destra alla sinistra. Qualcuno fa caso alla coincidenza, come Leandro Carrara, nella cui casa si tiene la riunione fondatrice, ma poi si supera l’impasse poiché: “In quasi tutti noi, invece – più o meno vagamente – c’era la consapevolezza che questo non era davvero il migliore dei mondi possibili; e che si doveva fare qualcosa per cambiarlo, evitando di rimanere impantanati nelle sabbie mobili delle ipocrisie, delle prostituzioni morali e intellettuali, delle truffe, delle rapine e delle devastazioni che contrassegnavano i tempi moderni.”.

Non è, dunque, soltanto l’amore per la montagna, a spingere i promotori a dare vita al gruppo “fondato sull’amicizia”, ma altresì l’insoddisfazione nei confronti di una società contro natura, la quale ha preso una direzione che la condurrà presto ad una collisione distruttrice. Solo, perciò, un esempio di segno diverso, il quale si abbeveri e metta al suo centro la natura, potrebbe essere quel cuneo necessario a provocare una svolta. È un obiettivo che va ben oltre lo specifico amore per la montagna. È un obiettivo che fa uso di questo amore per “una riconsacrazione di ciò che poteva dare un senso alla vita.”.

L’amore per la montagna diventa, così, anche una metafora dietro la quale si nasconde, ma non troppo, l’amore per il genere umano.

A questo proposito l’autore fa una distinzione con la quale prende le distanze da ogni forma di conformismo e condiscendenza, manifestando ancora una volta la sua natura di accanito fustigatore dei costumi ipocriti e corrotti. Come fece Dante nei confronti dei fiorentini, non ha peli sulla lingua nell’esprimere il suo pensiero. Quando è chiamato a svolgere il servizio di leva, riflette: “Solo che non volevo diventare un ‘soldato’ dell’esercito italiano. Allora mi vergognavo – e ancora oggi mi vergogno – di essere italiano. Consideravo e considero il Tirolo la mia vera patria e, se mi fosse stato possibile, avrei voluto ottenere la cittadinanza austriaca. Amavo la cultura mitteleuropea e non intendevo prestare giuramento di fedeltà a una nazione la cui storia – almeno dopo l’unificazione – è stata segnata da ruberie e tradimenti, e dominata dallo spirito dei vigliacchi e dei voltagabbana.”.

L’amore per il Tirolo troverà modo di manifestarsi nel libro del 2017: “Vangelo Austriaco”.

Il romanzo si arricchisce continuamente. Intorno alla montagna vanno adunandosi i fantasmi della società. Sui percorsi aspri e difficili si arrampicano pure loro. Non vi è mai astrazione, mai dimenticanza. Dianda ha un’educazione cattolica; seppur critico verso la Chiesa (“don Francesco, – è solo questione di tempo ma, se non gli danno una calmata, prima o poi il papa si farà chiamare così –”) ne ha assorbito i valori e scopriremo che il libro è ricco di spiritualità, che vi appare come una tavolozza sulla quale si compone, con sfumature e colori, il disegno della storia narrata: “i nostri itinerari erano stati degli esercizi spirituali e una dura ginnastica della volontà”, troveremo scritto nel bellissimo finale. Quando rifletterà sui dolori del mondo, scriverà: “Neanche mi fossi svegliato da un sonno, mi parve che Dio fosse una macina indifferente e cieca che viene avanti inarrestabile, stritolando ogni creatura al suo passaggio, lentamente, inesorabilmente; oppure una falce gigantesca che taglia qualunque forma di vita a ogni fendente, solo per gettarla e farla spuntare da qualche altra parte e tagliarla a filo di nuovo.”.

Il romanzo, nel mentre traccia la vita della “Focolaccia”, con i suoi momenti positivi e con le sue crisi, destinate ad approfondirsi con i mutamenti della vita, incastona una grande amicizia, che è quella tra l’autore e il suo compagno di studi e poi di avventure, Paolo Pellicci. È un’amicizia che si è cementata a tal punto che le ansie e le paure dell’uno trovano la neutralizzazione nella forza dell’altro, e viceversa. Durerà molti anni, prima di essere travolta dalle ipocrisie e dalle vanità, ma subito sarà sostituita da un’altra amicizia, quella tra lui e Alessandro Costi. L’amicizia è uno dei doni di questa storia. Come pure è un dono il sogno lungamente vagheggiato di andare in Groenlandia per scalare alcune sue montagne. È un sogno che dovrà farsi strada presso gli altri, che sono scettici e fanno di tutto per rimandarlo. Lui e Paolo ne soffrono, non capiscono tale resistenza, ma non rinunciano al sogno: “La spedizione in Groenlandia – secondo Paolo – un anno o l’altro, si sarebbe realizzata. Forse non nel 1975, o nel 1976, ma prima o poi saremmo partiti.”. E l’autore: “Era una specie di chiamata da lontano e di personale filosofia sulla vita; quasi mi stessi trovando sopra un pendìo nevoso che non accenna a diminuire, e non mi riuscisse scorgere la vetta perché spostata ogni volta più in là.”. Quando, verso il finale, l’autore andrà a visitare la tomba di Paolo, nel cimitero di Sant’Anna, si domanda: “la sua anima era su una delle cime groenlandesi che non abbiamo salito, in vetta a una di quelle montagne della neve e della perfezione che splendono ancora, terse e bianchissime, destinate per sempre ai valorosi e ai liberi nella solitudine e nella luce del Nord…?”.

Il sogno, dunque, metafora della vita; la montagna metafora della vita: ogni nostra appartenenza, ogni nostra aspirazione sono segno di una comunione universale che ci trasferisce fuori del tempo e dello spazio, e ci consegna all’immortalità.

Avviene così che quando il sogno della Groenlandia si infrange, un altro subito ne prende il posto senza soluzione di continuità. Sogno con sogno, aspirazione con aspirazione. Ci sono montagne meravigliose anche in Italia, anche a due passi da casa: gli Appennini, le Apuane. Dalle loro vette si osserva e si assorbe lo splendore della vita; se ne ricavano forza, determinazione, gioia.

L’anima del romanzo è qui:  “Eravamo sognatori squattrinati e imbranati, ma ci consideravamo alpinisti.”.

L’autore anche oggi, che non è più giovane, non può fare a meno delle sue montagne. La storia che racconta ha la valenza religiosa di un messale, da cui s’irradiano bellezza e verità.

Il romanzo registra vittorie e sconfitte, ne marca gli esiti interiori; fa della vicenda della “Focolaccia” il teatro della vita.

La “Focolaccia”: un’idea, un’aspirazione, una speranza. La vita: un magma fascinoso ma ricco di insidie e di trappole. Basta l’amore a decifrarla? Ciò vale anche per la “Focolaccia”, nata, anch’essa, con l’amore. L’amore è davvero lo strumento più catartico che l’uomo ha a disposizione?

Nella piccola “Focolaccia”, un aggregato di poche persone, pullula il mondo: “Le ciarle malvagie, d’altronde, hanno la stessa dinamica delle grandi valanghe: è sufficiente un accenno sornione, paragonabile a un minuscolo blocco di ghiaccio caduto sopra un pendìo, e la loro forza diventa inarrestabile. Quel che viene chiamato convinzione generale, infatti, è l’opinione di una o due persone fatta propria da altri senza averla esaminata neppure superficialmente.”.

Troveremo pagine in cui Dio e il mondo si raffrontano: un Dio inspiegabile, contraddittorio.

Le riflessioni dell’autore si fanno sempre più intense e drammatiche (ricordano quelle del grande Dostoevskij), e “Esasperarono, invece, una tendenza a isolarmi, a rintanarmi nella montagna”. La comparazione tra ideali e realtà, tra aspirazioni e concretezza, apre un abisso, in cui Dio non basta più. Sono pagine lancinanti: “Ormai consideravo la Terra – per tanti anni creduta il centro dell’universo – solo un lazzaretto, una camera di tortura, una cella nel braccio della morte dove ogni manifestazione di vita, polvere e ombra sin dalla nascita, era pasto per le altre e dove tutti gli esseri viventi trascinavano un’esistenza più o meno lunga solo per tormentarsi e divorarsi a vicenda.”; “Allora, per trovare un po’ di serenità, iniziai ad andarmene sempre più spesso da solo in Appennino; d’inverno e in primavera con gli sci, e a piedi nelle altre stagioni.”; “Specialmente d’estate quando le giornate sono lunghe, camminavo senza fretta o mi fermavo lassù, guardandomi intorno, e sentivo che una presenza amica mi accompagnava o si sedeva vicina.”.

È questa presenza misteriosa la chiave della vita? Non Dio, dunque, che non libera l’uomo dalla sofferenza e sembra insensibile al suo dolore, ma qualcosa d’altro che s’incontra nella solitudine? La montagna è il luogo dove il silenzio e la solitudine manifestano la loro grandezza e la loro potenza. Vi ha preso dimora una qualche divinità?: “Ma, sul nostro Appennino, chi abbia un minimo di sensibilità e non sia condizionato dall’orologio e da altre catene, non ha bisogno di sostanze allucinogene per giungere a stati spirituali di ordine superiore. Basta che, come un testimone o come i grandi sapienti, si limiti a guardare. È sufficiente che si fermi e lasci alla calma dell’ora spengere la mente e i suoi inquieti fantasmi; che resti lì, senza dire nulla, al cospetto di una presenza che, quando se ne parla, rimane inesprimibile e, quando si cerca di spiegarne l’esistenza, rimane sconosciuta.”. Troveremo più avanti: “La mia ricerca di itinerari nuovi – ripensandoci, sono sicuro che le cose andavano così – non dipendeva solo da bramosie di conquista, o dalla vanagloria di essere passato per primo da qualche parte, ma soprattutto da un confuso bisogno di percorrere una via, difficoltosa e appena intravista, verso il fondo dell’anima.”.

La “Focolaccia” è lontana, si intravvede là in fondo, piccola piccola, come il Rifugio Rossi ai piedi della Pania della Croce quando si è raggiunta la cima. Ora stiamo percorrendo la montagna; Dianda ci sta portando verso vette inesplorate, dove, attraverso “i sentieri della liberazione”, l’essere umano si scioglie dalla carne e diventa puro spirito, puro universo. Dove perfino si può udire la “richiesta di perdono rivoltaci da Dio”. Le sue piste sono diventate un lungo pentagramma, su cui curve e ostacoli si sono tramutati in note musicali.

Una dimostrazione della bravura dell’autore nella descrizione delle proprie imprese la si trova, ad esempio, nella quarta parte della terza sezione, quando, insieme con Alessandro Costi ed altri due compagni, scala lo Stromboli per ridiscenderne con gli sci. Vi si avverte tutta la durezza del coraggio e della fatica. Il vulcano erutta con violenza ogni 10/20 minuti fuoco e lapilli e i quattro sciano “di lato al Filo del Fuoco”. Nessun altro lo aveva mai fatto. Questa è Stromboli: “Sul monte che la costituisce si addensa una nube di giorno e, la notte, a intervalli più o meno puntuali, si accende una luce di fuoco.”. Questa, invece, è la descrizione della Pania della Croce, vista di notte, che troviamo nella quinta parte. L’autore vi si trova insieme con altri, come soccorritore a seguito di una valanga che aveva causato quattro morti alla fine di febbraio del 1984: “Mi girai verso la vetta della Pania. Sugli altissimi pendii, incombenti nel buio e nel freddo, sembrava che lumini disegnassero una vaga scia fosforescente. O forse erano le stelle a dare nelle tenebre l’illusione di luccichii nella neve; come se lungo quelle fiancate assassine brillassero piccoli diamanti prima di essere spenti.”.

Nel corso delle loro imprese incontrano paesaggi estremi, nascosti, isolati, dove affiora una lontana presenza dell’uomo: “Vecchi insediamenti estivi di pastori si trovano lungo i fianchi meridionali della vallata, su pendii terrazzati, o in spiazzi erbosi delimitati da muriccioli di pietre. Qua e là si notano ancora piccole capanne col tetto di paglia, situate vicino a grossi alberi e macigni isolati. Da lontano, si ha l’impressione che ci siano anche degli animali, delle capre e degli asini, e anche delle persone; ma, guardando bene, qualche volta non ci sono più, quasi se ne stessero nascosti per averci visto o si fossero dileguati sparendo come ombre.”.

Qui siamo sulla vetta della Pania Secca, è sera: “Ce ne stavamo lassù, sopra i lumi dei paesi della Garfagnana, in attesa che la luna rischiarasse il pendìo della montagna lungo il quale eravamo saliti a zig-zag con gli sci e le pelli di foca.
In basso, la Valle del Serchio e le strette valli laterali erano ormai nella notte; ma – a meridione e a occidente – la piana dì Lucca e, di là dalle colline, le località costiere e l’arco del litorale brillavano con innumerevoli luci. Tremavano e luccicavano, e – facendo pensare a stelle cadute sulla terra – pareva si cercassero fra loro con un lontano bisbiglìo. Una stella sembrava si fosse fermata anche sulla cima del Pizzo delle Saette. In maniera discontinua, lampeggiava appena nell’oscurità. Dava l’impressione, a intervalli, di accendersi e di essere lì lì per spengersi; quasi che lassù, sulla punta di quella pinna di pescecane, minacciosa e nera, si trovasse qualcuno che voleva mettersi in contatto con noi mandando segnali convenuti con la lampadina elettrica.”.

Chi non conosce la montagna, è con tali descrizioni vibranti e dolcissime che impara ad amarla. Le fatiche che vi si incontrano, gli ostacoli e le paure, si sciolgono nel nitore di questa bellezza conquistata e goduta. La bellezza autentica, quella che rimane per sempre dentro di noi, non si offre spontaneamente ma la si deve cercare disposti alla pena e al sacrificio. Il romanzo ci mostra un tale cammino.

Non immaginavo di incontrare un autore di questo rilievo, che è riuscito a trasformare la sua vita e il suo amore per la montagna nella magnificenza di una rinascita e di una rivelazione.

 

 


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Bart