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Dini, Monica

13 gennaio 2009

Leggerezze

“Leggerezze”

L’autrice, che vive a Camaiore, in Lucchesia, ha già al suo attivo un libro di racconti, “Sulle corde”, pubblicato nel 2006. Scrive sulla rivista on line Sagarana diretta dallo scrittore Julio Monteiro Martins, e questa è la sua seconda raccolta, che conferma la predisposizione per il racconto breve, essenziale, incisivo.
Il mondo che pervadono è quello intimo, racchiuso spesso nei pensieri, piuttosto che nei comportamenti. Sono i fatti minimali della vita a sollecitarli. Spesso, lì per lì non ce ne accorgiamo, ma i fatti riaffiorano con una vita propria e cominciano a stuzzicare la mente, a colmarla di desideri, di domande, di dubbi che si espandono e si avvitano dentro di noi impadronendosi delle parti vitali della nostra intimità.
I racconti scandiscono il ritmo di questa penetrazione. Il fenomeno è osservato con un occhio che nello stesso tempo è all’esterno di noi ma senza sapere come abbia fatto ce lo ritroviamo dentro di noi. Talvolta l’osservazione è condotta anche con un po’ di ironia, quasi da monello, e l’autrice si avvale per questo di una scrittura mordace e incalzante. La stessa struttura alternata, nel momento in cui segna i passaggi di una tale penetrazione, ne scandisce le vibrazioni interiori siano esse di gioia che di sofferenza con assoluto controllo. Al riguardo, uno dei racconti più rappresentativi e belli è “Quando i ragazzi vanno a letto”, in cui i tremori del sentimento sono resi con efficacia e precisione, evitando sapientemente tutte le insidie decadenti che si pongono davanti al narratore che si accinga a descrivere un rapporto in crisi tra marito e moglie.
Passano per la sua penna i travagli della vita, quelli che si cerca di nascondere agli altri, che ci tormentano, che in certi casi ci conducono diritti diritti alla follia. Come è successo a Giovanna che, continuamente picchiata dal marito, infine lo uccide (“Confidenze“).
Il libro ha il titolo “Leggerezze” (è uno dei racconti, tra i più belli), ma in realtà i fatti raccontati pesano sull’uomo come un macigno, rappresentano le turpitudini che ci assediano e rendono contrastata e terribile la vita. Poterci correggere, sembra suggerirci l’autrice, avremmo a portata di mano la felicità, questa sì lieve e incantata come una favola. È soprattutto una raccolta di solitudini, specialmente di solitudini al femminile: donne sacrificate e offese, silenziose e umili: “Sua madre le aveva raccontato che l’uomo lo fanno le mogli.”; “La vecchia signora dice che gli uomini non li fanno le mogli, li fanno le madri e se sono nati stronzi muoiono così.”
Anche Lino del racconto “Quando fai l’albero di Natale” è solo, vedovo, si rigira tra le mani le palline colorate che l’anno prima aveva deposto sull’albero sua moglie. Esce in strada, si compra una porchetta e si siede davanti al cancello del cimitero. Soffia una leggera brezza: “alzò al vento le fette profumate come per benedirle e le lasciò cadere intere in bocca insieme al moccio, che il vento strizzava fuori. La mangiò tutta. Mezzo chilo di porchetta senza pane.”
L’autrice fa della solitudine il punto focale della narrazione. Essa vibra ovunque, e crea intorno a sé, sempre, un’isola di silenzio e di dolore.
Anche quando narra della vecchiaia (“I lobi delle orecchie erano bucati, i buchi erano diventati lunghi come tagli.”), è la solitudine che si leva come un buio fantasma dal personaggio (“Qualcosa di pesante sulla schiena”): quasi il respiro della sua anima. Un ansito di morte. La stessa natura si veste di morte, tetra e rinsecchita: “l’erba si arrampica sulle viti, le canne sono piegate, come gli alberi di un relitto.” Non è un caso che l’ultimo, “Il ricamo”, sia il racconto di una morte.
La scrittura accidentata e sparagnina dell’autrice, che ben si adatta alla misura breve del racconto (un esempio significativo, e godibilissimo, pur nella tristezza del suo contenuto, si trova in “Analogie”, come pure in “Leggerezze“), finisce per segnare un percorso che, attraverso la solitudine, corre verso la morte, come lento e inevitabile orizzonte di disfacimento e di oblio: “Provo a domandargli delle viti, di sua moglie. Non mi risponde e piega il capo come chi dorme.”; “I vermi parleranno al tuo sguardo al tuo sorriso alla tua voce alla tua rabbia e poi passeranno anche da me e consumeranno il ricordo.”
Affiora allora un senso di sgomento: “Una volta ho sentito una bambina che diceva, ci pensi a una formica davanti al mare? Così mi sento io, quando penso a queste cose. Una formica davanti al mare.”
Le minute vicende quotidiane si presentano come i geni invisibili della vita: essi incidono più di quanto sembri, ed assumono l’intera propria valenza se colti da uno spirito sensibile. L’autrice ha questa capacità di indagine e di offerta a noi lettori. Anche con frasi belle come queste: “L’airone teneva le zampe nei ricami della corrente, se le guardava”; “La luce del neon ci ammala tutti.”; “Il buio ha sparito il mondo.”; “Come un rigido attaccapanni risalì le scale.”; “Maria sapeva, che per sopportare di vivere, è necessario fare piccole cose inutili.” Fate attenzione alle piccole cose, a ciò che la modernità elude troppo in fretta, ci fa capire. Sono esse che illuminano di gioia o di dolore il nostro cammino. E se non c’è la gioia, subito si presenta la solitudine e con lei la terribile e squallida morte: “lo avevano rincartato in un lenzuolo bianco e portato via come uno scarto di lavorazione.”
Il racconto “Il rimpianto” ci lascia un monito. Dice la nonna a Miriam: “Ho desiderato cose che potevo permettermi.” e “Miriam sente che le lunghe radici della consuetudine, hanno insegnato alla nonna, cosa desiderare.”
Tutta l’opera è ingemmata da una scrittura che sprizza simpatia e personalità.


Letto 1880 volte.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart