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Quattro articoli29 maggio 2012
Lettera di Angelino Alfano al “Corriere della Sera” Caro direttore, Istituzioni deboli hanno prodotto, nella Prima come nella Seconda Repubblica, una politica intrappolata nell’instabilità e ricattata dai poteri di veto. L’azione della maggioranza, di qualsiasi maggioranza che abbia vinto le elezioni, è stata paralizzata e impotente. Ora, è in discussione al Senato una riforma che, se approvata, oltre a costituire una premessa per il successivo cambiamento della legge elettorale, sarebbe comunque la più grande riforma costituzionale dacché la Carta del ’48 esiste. Il testo, al quale il Pdl ha lealmente collaborato, sarà votato in commissione entro questa settimana e la prossima approderà in Aula. Nel frattempo, sull’iter sono intervenute le elezioni amministrative e con esse una consapevolezza ancor più forte del rischio di uno sfarinamento del tessuto politico, di una frammentazione partitica, di un ulteriore rischio di blocco delle nostre istituzioni. A quel punto il Pd, unilateralmente, ha introdotto nel dibattito l’ipotesi di una legge elettorale a doppio turno sul modello francese. La proposta, fino ad allora, non era mai stata avanzata al tavolo tecnico; nonostante ciò, a noi è parso doveroso esaminarla per concludere, dopo un’attenta riflessione, che essa da sola non è in grado di garantire un esecutivo stabile e una maggioranza scongiurando il rischio della frammentazione. Basta proiettare su scala nazionale i risultati delle Amministrative per rendersene conto. Se si guarda all’esempio francese, si comprende come solo l’abbinamento al doppio turno dell’elezione diretta del presidente della Repubblica garantisca un esito certamente bipolare e insieme la certezza di non produrre, in nessun caso, il blocco delle istituzioni. Da qui l’appello a tutti i nostri interlocutori politici: troviamo il coraggio per uno scatto di reni a esclusivo vantaggio dell’Italia. Cogliamo tre coincidenze favorevoli come la fine del settennato di un eccellente presidente, il termine della legislatura e l’imminenza di un dibattito costituente in Parlamento per varare insieme semipresidenzialismo e nuova legge elettorale. Le proposte ci sono, i tempi anche. Se fossimo d’accordo e approvassimo, in prima lettura, la riforma al Senato e alla Camera entro i primi di agosto, potremo giungere entro ottobre al varo definitivo. Resterebbero tre mesi per mettere a punto la legge elettorale e le norme attuative di dettaglio. Con una disposizione transitoria (come è sempre accaduto per i più significativi interventi sulla Costituzione) si potrebbero svolgere le prime elezioni presidenziali dirette della Repubblica italiana entro marzo e le successive elezioni politiche nel mese di aprile. Il nuovo presidente, infine, potrebbe insediarsi alla scadenza naturale del settennato. Si può ovviamente dissentire nel merito, ma non accusarci di aver messo in campo un diversivo e, ancor meno, ci si può nascondere dietro la tempistica. La situazione dell’Europa è grave e l’Italia deve essere forte: proprio queste contingenze storiche impongono il coraggio delle riforme ardite. Ricordiamo che la Quinta Repubblica nacque in Francia in un tempo più breve di quello a nostra disposizione. Noi non ci tireremo indietro, approveremo la riforma che è in commissione al Senato e prima del suo arrivo in Aula, senza smentire il testo concordato, presenteremo gli emendamenti per introdurre il semipresidenzialismo e le norme transitorie. Ci auguriamo che nel frattempo, e ancor prima che il Parlamento sia chiamato a pronunciarsi, il dibattito che abbiamo promosso possa generare una fattiva collaborazione per raggiungere questo obiettivo tanto ambizioso quanto utile al futuro dell’Italia. Angelino Alfano Riforme, ora Alfano rilancia: “Presidenzialismo in cambio del conflitto di interessi” Angelino Alfano non ha raccolto provocazioni. Per tutto il giorno, mentre dentro al Pdl si moltiplicavano le risse, il segretario ha parlato di Imu e agenda di governo. Per contro, la richiesta è di creare una cabina di regia con una ventina di volti nuovi, e di inserire nel programma elettorale del 2013 le proposte che il neonato movimento da qui in poi farà raccogliendo la voce del web, a partire da quella di inserire in Costituzione il tetto del 40% della pressione fiscale. La decisione di osare l’attacco ai big è stata presa ieri mattina nel quartier generale dei formattatori, nel palazzo romano di via in Lucina già sede dei Club della Libertà . Ma, tanto per cominciare, il Pdl sosterrà il «pacchetto Squinzi», e cioè la richiesta del presidente di Confindustria di «ridurre la spesa pubblica e far ripartire l’impresa». E rilancerà il test dell’Imu solo per il 2012, «trasformandola in una tantum, quantomeno per la prima casa, per il 2013». Su questo, «sui contenuti e non su sigle o alchimie», il Pdl valuterà le alleanze. I giochi restano aperti. Se l’europa è una colonia tedesca Sul Corriere della sera l’ ex-ministro degli esteri tedeÂsco Joschka Fischer dichiara: «Per due volte, nel XX secolo, la Germaniacon mezzi militari ha distrutto se stessa e l’ordine europeo. Poi ha convinto l’OccidenÂte di averne tratto le giuste lezioni: solo abbracciando pienamente l’integrazione d’Europa, abbia acquistato il consenso alla nostra riunificazione. Sarebbe una tragiÂca ironia se la Germaniaunita, con mezzi pacifici e le migliori intenzioni, causasse la distruzione dell’ordine europeo una terza volta. Eppure il rischio è proprio queÂsto». Su queste colonne il 14 febbraio, concludevo un mio pezzo con queste parole: «Non sono per nulla ispirato da sentimenti anti- tedeschi: ammiro le grandi qualità di quel popolo e so benissimo che un’Europa senzala GerÂmania non è nemmeno concepibile. Tuttavia, l’attuale governo tedesco sembra voler dare l’impressione che, ancora una volta,la Germaniavoglia mettere le grandi qualità del suo popolo al servizio dei suoi difetti. Come se avessero avviato la terza guerra mondiale, non con le armi ma con la finanza, e avessero intenzione di far preÂcipitare l’intera Europa in un baratro. Se, a differenza delle altre due, la vincessero, l’intero mondo sprofondeÂrebbe in una crisi che farebbe impallidirela Grande DeÂpressione del ’29, relegandola a un ruolo di trascurabile incidente». Fischer non può essere nemmeno sospettato di esseÂre anti-tedesco, lui ed io abbiamo opinioni politiche molto diverse, eppure a me sembra che le nostre concluÂsioni siano pressoché uguali. Varrà la pena di riprendeÂre l’argomento che è oggi più attuale che mai. I fautori dell’unificazione del vecchio continente erano convinti che fosse auspicabile il trasferimento della sovranità naÂzionale a favore di un organismo sovranazionale euroÂpeo, eletto democraticamente e quindi responsabile della sua condotta agli elettori, che si occupasse di poÂchi obiettivi di interesse generale per l’Europa, che fosseÂro più efficacemente perseguibili a livello europeo che a livello nazionale. Tali obiettivi avrebbero dovuto essere tassativamente elencati in una Costituzione, lasciando tutto il resto alla responsabilità degli Stati membri, degli enti locali e delle persone. Che avessero questo in mente risulta evidente sol che si rifletta che il primo vero tentativo di Europa sovranaÂzionale fula CED, comunità europea di difesa, Non c’è dubbio, infatti, che se si provvedesse alla difesa comunea livello europeo, si eviterebbero gli sprechi e le duplicaÂzioni che sono inevitabili quando a decidere sono i sinÂgoli Stati nazionali. L’UE spende in difesa la metà di quanto spendono gli USA, ma ne ricava circa il 10% in termini di effettive capacità militari. Del resto, se in USA la difesa fosse affidata aì cinquanta Stati, è assai dubbio che sarebbero divenuti la più grande potenza militare al mondo. L’altro obiettivo ben presente ai pionieri delÂl’europeismo era la politica estera, che è una o non è. Se l’Europa avesse un’unica politica estera, decisa da un organo sovranazionale, non c’è dubbio che la sua preÂsenza a livello mondiale sarebbe molto più autorevole. Tuttavia, aldilà di patetici e costosi conati di cosmesi politica, l’Europa della difesa non esiste né esiste quella della politica estera. La ministra degli esteri d’Europa avrà magari un generoso budget e molte ambasciate, ma non ha una politica estera, che continua ad essere saldamente nel potere degli Stati. Lo stesso vale per la difesa: anche in questo caso di europeo c’è solo fumo, l’arrosto rimane agli Stati. Si comprende perché non esista un organo sovranazionale europeo ma soltanto costose scimmiottature di governo, parlamento e ordiÂne giudiziario. Queste istituzioni non corrispondono alÂle loro contropartite nazionali, spesso non sono basate sul consenso popolare e si arrogano compiti che non hanno nulla di europeo. La tesi di Fischer è, pertanto, ovvia: le deleghe di sovranità che sono richieste da GerÂmania assieme ad altri Paesi non hanno giustificazione a livello europeo, sarebbero rinunce fatte a favore di uno o più Paesi, rappresentando l’implicita, supina acÂcettazione di essere da questi colonizzati. Fuori dai denÂti, malissimo ha fatto il governo italiano ad accettare il fiscal compact, che rappresenta la rinunzia alla nostra sovranità a favore della Germania. «Il più tedesco degli economisti italiani» (come si è definito il nostro preÂmier) , accettando quell’umiliante diktat ha, di fatto, adÂdossato all’Italia il ruolo di colonia tedesca. La mia consiÂderazione per Fischer è molto aumentata, dopo l’interviÂsta, quella per Monti continua a diminuire. È falso che i corvi aiutino Ratzinger La caccia al corvo vaticano solÂletica gli istinti. E purtroppo quando gli istinti si mettono in moto la riflessione si ferma. InÂvece, sarebbe il caso di pensare un po’ a mente fredda. Non è in discussione la figura morale di Benedetto XVI: la sua seÂrenità , la sua parola lucida e ferma, il suo stesso sorriso anche quando sembra triste, e non lo è, sono la miÂgliore assicurazione in proposito. Anche lui è una roccia, per fede, convinzioni, cultura, temperamenÂto. Piuttosto è in discussione il senÂso storico, meglio direi escatologico, del suo pontificato. Perché lo Spirito (non un conclave, che è altra cosa, lo Spirito) lo ha voluto lì? Quale ruoÂlo gli ha assegnato? Che cosa gli chiede, anche con sacrificio della sua persona? LA CITTÀ DI DIO Una risposta potrebbe essere: lo Spirito di Dio chiede a Benedetto XVI di eliminare il marcio dalla Chiesa. Non può essere questa la riÂchiesta. E non perché il marcio debÂba essere tollerato, ma perché non può essere eliminato neppure dalla Chiesa. È affermato dalla Scrittura. L’aveva detto e predetto Gesù. L’aveva teorizzato al meglio della dottrina cristiana Sant’Agostino. L’umanità è una massa dannata: ovunque si trovi, comunque agisca, essa è affetta dall’orgoglio, dalla suÂperbia, che è l’inizio di tutti i pecÂcati. Il desiderio della gloria, la braÂma del potere, la libido dominandi, è la natura dell’uomo, quella dopola Caduta. Equesta natura è comuÂne a tutti, anche ai membri della Chiesa, perché fino a che è pellegriÂna e esule e prigioniera in questo mondo,la Città di Dio è composta dell’umanità della città terrena. Per questo la vera Chiesa, quella dei veri credenti che saranno salvati, è imÂperscrutabile, esattamente come lo sono le intenzioni dell’animo umano anche quando crede di compieÂre il bene, senza altro fine. Ci sono alcuni, diceva Agostino, che «la CitÂtà di Dio accoglie in sé, finché è esuÂle in questo mondo, perché uniti nella partecipazione ai sacramenti, ma che non saranno con lei nell’eterna eredità dei santi». E viceÂversa, a riprova del mistero della Grazia: «Fra gli stessi avversari della Città di Dio si nascondono dei futuÂri suoi cittadini». Dunque, il marcio c’è finché c’è l’uomo. Eliminare il primo significa eliminare il seconÂdo, o trasformarlo in un angelo o in un santo, ciò che si può ma mai in questo mondo. Questa trasformaÂzione, che è il senso del cristianesiÂmo, è còmpito di Dio e di ogni uoÂmo con il soccorso di Dio, non di un Papa. Ancor meno lo Spirito di Dio può aver chiesto a Benedetto XVI di governarela Curia. Losi sente dire spesso: è suo doveÂre, deve scacciare gli infedeli dal tempio, deÂve prendere decisioni. E gli viene rimproveraÂto spesso: si fida troppo dei propri collaboratori, non prende decisioni drastiche, non interviene, non allontana, non cambia, non si accorge delle insidie. Ma non è così. Certamente un servitore infedele deve essere rimosso, un colÂlaboratore inadatto può essere cambiato, il capo di un ufficio avviÂcendato. Ma può lo Spirito di Dio aver chiesto a Benedetto XVI di fare qualcosa che assomiglia a presiedeÂre un consiglio dei ministri per troÂvare la migliore organizzazione dell’istituzione vaticana? Questo è un còmpito riduttivo, perché è un còmpito temporale. Un Papa non è il governatore della Curia, è la paroÂla di Cristo. È un apostolo, non un politico. Un testimone della verità , non un amministratore. Che altro allora? Lo Spirito di Dio ha scelto Benedetto XVI in un moÂmento buio dell’umanità , in partiÂcolare in Occidente. Lo ha scelto mentre nel mondo intero e sopratÂtutto qui in quello che un tempo era il continente cristiano, l’umanità si sta perdendo, la civiltà consumanÂdo, la verità affievolendo. Lo ha inÂdicato perché risvegliasse le nostre coscienze mentre sono smarrite e inquiete (inquietum cor nostrum). Gli ha chiesto di esserela Voceche parla mentre le nostre parole tacÂciono. Lo ha chiamato perché indiÂchila Viache è aperta, mentre le nostre strade si chiudono. Non può averlo scelto per altro. Non può avergli domandato altro. Perché qualunÂque altra cosa sarebÂbe minore, inadatta a dare un senso al noÂstro turbamento, e una speranza alla nostra miseria. Sarebbe un altro peccato di orgoglio giudicare lo Spirito di Dio. Ma è difficiÂle negare che questo còmpito di salÂvezza Benedetto XVI lo sta svolgenÂdo come lo Spirito gli chiede. Quante ironie e cattiverie sul suo conto! Il Papa timido, il Papa riservato, il PaÂpa studioso, il Papa scrittore. EppuÂre questo uomo timido è penetrato in tante coscienze; questa persona riservata ha toccato tante anime; questo studioso rigoroso ha colpito tante menti; e questo scrittore ha trovato tanti lettori, anche quelli che avrebbero dovuto essere i più lontani, i meno interessati, i più diÂstratti. E se i suoi argomenti sono riÂsultati difficili ad alcuni, il suo mesÂsaggio è risultato chiaro e gradito ai più. Lo Spirito di Dio lo ricompensa perché, tramite lui, intende ricomÂpensare tutti noi. Purché non siamo sordi e ciechi, e vogliamo essere riÂcompensati. I nostri tempi sono difficili. L’Europa — non l’Unione europea: l’EuÂropa — rischia il crollo come lo subì una costruzione di gran lunga più seria e possente, l’Impero romano. La cultura occidentale avida di diritÂti perde il senso dei doveri e della fonte da cui essi derivano. Uomini di Stato in Europa e in America moÂstrano di non capire la posta in gioÂco o di voler barare al gioco. E quando una civiltà assomma una difficile crisi materiale ad uno spaÂventoso inaridimento morale e spiÂrituale, può essere tentata di uscirne in tutti i modi, anche quelli tragici che noi esorcizziamo quando, comÂpunti, recitiamo, ad ogni occorrenÂza di celebrazione retorica, il «mai più!». Lo so ciò che si replica: che siamo vaccinati, che stavolta non precipiteremo nel buio. No, non siamo mai salvi, restiamo sempre massa dannata. Questo è ciò che lo Spirito di Dio ha chiesto a BenedetÂto XVI: che la dannazione abbia una speranza e il nostro buio ateo abbia almeno una luce. E questo è ciò che lui sta facendo bene, a beneficio noÂstro. Quanti, all’inizio, irridevano a lui? Quanti adesso si sono ammutoÂliti? VIPERE OPACHE I corvi voleranno ancora. Le vipeÂre strisceranno ancora. Non si fa il bene di Benedetto XVI soltanto abÂbattendo (o fingendo di voler abÂbattere) gli uni e scovando le altre. Si fa il bene di tutti noi se riflettereÂmo sul còmpito che lo Spirito gli ha assegnato. Forse è proprio questo ciò che corvi e vipere, da quelle opache sotto le foglie a quelle brilÂlanti sopra i rami, realmente voglioÂno. Vogliono che la sua voce parli d’altro, che il suo pensiero sia occuÂpato in altro, che la sua attenzione sia concentrata su altro. Che si diÂstragga, che non parli, che non ci riÂchiami. Pensano a sé, i corvi e le viÂpere, e non riflettono che così un giorno può accadere che a vincere sia una fazione di curia contro un’altra fazione di curia, ma a perÂdere sarebbe la nostra speranza.
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