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Quattro articoli5 giugno 2012
Basta tatticismi di partito, Berlino sia solidale Quando si è ormai avanti con l’età, si tende a ragionare per ampi lassi di tempo, con uno sguardo alla storia passata, ma anche verso un futuro auspicato e desiderato. Tuttavia, qualche giorno fa non sono stato in grado di dare una risposta univoca a una domanda molto semplice: ”Quando la Germania diventerà finalmente un Paese normale?” Ho risposto che in un futuro prossimo la Germania non diventerà un Paese “normale” a causa del nostro enorme e peculiare fardello storico e della posizione centrale e soverchiante che il nostro Paese occupa a livello demografico ed economico in un continente molto piccolo, ma articolato in una compagine variegata di Stati nazionali. Ogni volta che i sovrani, gli Stati o i popoli al centro erano deboli, i vicini avanzavano dalla periferia verso il centro svigorito. Quando però le dinastie o gli Stati dell’Europa centrale erano più potenti o quando credevano di esserlo, sono stati loro ad attaccare la periferia. Mentre la conoscenza e il ricordo delle guerre medioevali sono praticamente sprofondati nella coscienza dell’opinione pubblica e di massa delle nazioni europee, la memoria del secondo conflitto mondiale e dell’occupazione tedesca svolge ancora oggi un ruolo dominante anche se latente. Per noi tedeschi è decisivo il fatto che quasi tutti i nostri vicini e quasi tutti gli ebrei sparsi nel mondo ricordano l’Olocausto e le infamie commesse nei Paesi della periferia durante l’occupazione tedesca. Forse. Non ci è sufficientemente chiaro il fatto che quasi tutti i nostri vicini, probabilmente ancora per molte generazioni, coveranno una diffidenza latente nei nostri confronti. Anche le generazioni che sono venute dopo devono fare il conto con questo fardello. La generazione di oggi non deve dimenticare che è stata la diffidenza verso un futuro sviluppo della Germania che nel 1950 ha aperto la strada all’integrazione europea. Due le ragioni che indussero Churchill nel1946 a invitare i francesi a riconciliarsi con i tedeschi per fondare gli Stati Uniti d’Europa: la creazione di una resistenza comune contro la minaccia dell’Urss e l’imbrigliamento della Germania in una più ampia unione. Con lungimiranza Churchill aveva previsto il rafforzamento della Germania. I leader europei e americani (cito George Marshall, Eisenhower, Kennedy, Churchill, Jean Monnet, Adenauer, de Gaulle, De Gasperi ed Henri Spaak) non agirono in forza di un “euro-idealismo”, ma perché conoscevano la storia. Intravvedevano la necessità di evitare una prosecuzione della lotta tra periferia e centro tedesco. Chi non ha compreso questo motivo originario dell’integrazione europea ignora una premessa imprescindibile per la soluzione dell’attuale crisi. Quanto più nel corso degli anni la Repubblica federale tedesca andava incrementando il proprio peso economico, militare e politico, tanto più l’idea di un’integrazione europea si profilava ai leader europei come una garanzia contro una presumibile inclinazione e debolezza dei tedeschi nei confronti del potere. La resistenza che Margaret Thatcher, Mitterand o Andreotti opposero nel 1989-1990 a una riunificazione nasceva dalla preoccupazione nei confronti di una Germania troppo potente. Ho ascoltato Jean Monnet quando fui chiamato a partecipare al Comitato “Pour les États Unis d’Europe” nel 1955 e ritengo che, in materia d’integrazione, il suo acume si palesò proprio nell’idea di perseguire l’intento mediante un processo graduale. Da allora, non per ragioni ideologiche, ma perché comprendo l’interesse strategico della nazione tedesca, sono un sostenitore dell’integrazione e dell’imbrigliamento della Germania. L’intesa che instaurai con Giscard d’Estaing aprì le porte a un periodo di cooperazione franco-tedesca e al rafforzamento dell’integrazione, continuati con successo da Mitterand e Kohl. Al tempo stesso, dal1950-1952 al 1991 la Comunità europea crebbe gradualmente da sei a dodici Stati. Sul terreno preparato da Jacques Delors, Mitterand e Kohl diedero vita nel1991 aMaastricht, all’Unione monetaria, concretizzatasi nel 2001. Alla base c’era la preoccupazione francese per una Germania troppo potente e per un marco tedesco troppo forte. Nel frattempo l’euro è diventato la seconda valuta nell’economia mondiale. Nelle relazioni interne come in quelle esterne la moneta unica si è rivelata la più stabile del dollaro e di quanto fosse stato il marco nei suoi ultimi dieci anni di vita. Tutto il parlare di questi tempi su una presunta “crisi dell’euro” non è altro che uno sventato ciarlare. Dal Trattato di Maastricht il mondo ha vissuto grandi cambiamenti. C’è stata la liberazione dell’Europa dell’Est e l’implosione dell’Urss, la straordinaria ascesa della Cina e degli altri “emergenti”. L’economia reale è ormai “globalizzata” e gli attori dei mercati finanziari globali si sono accaparrati un potere incontrollato. Al tempo stesso, la popolazione mondiale entro la prima metà del XXI secolo arriverà a 9 miliardi di persone e gli europei ne rappresenteranno solo il 7% mentre fino al 1950, per ben due secoli, ne costituivano più del 20%. Parimenti diminuisce la quota europea del Pil globale: entro il 205o si ridurrà al 10% dal 30% del1950. Se guardiamo dall’esterno, notiamo che da un decennio la Germania suscita un certo disagio. Sono poi emersi dubbi rilevanti sulla continuità della politica tedesca e sulla sua affidabilità. Tali dubbi nascono anche da errori commessi dai nostri politici e dall’altra parte dalla forza economica della Germania. Tuttavia non siamo sufficientemente consapevoli che la nostra economia è fortemente integrata nel mercato europeo ed è anche largamente dipendente dalla congiuntura mondiale. Andremo perciò incontro a un rallentamento della crescita delle esportazioni tedesche. Allo stesso tempo assistiamo a uno squilibrio nel nostro sviluppo a fronte di una persistente e massiccia eccedenza della bilancia commerciale e delle partite correnti. Queste eccedenze rappresentano da anni il 5% del Pil e sono pari a quelle della Cina. Non ne siamo del tutto coscienti perché non sono più espresse in marchi tedeschi, ma i politici sono però costretti a prenderne atto. Tutte le nostre eccedenze sono in realtà deficit per gli altri. I crediti che abbiamo verso gli altri sono i loro debiti. Si tratta di una incresciosa lesione dell’«equilibrio nei rapporti economici con l’estero» che un tempo abbiamo elevato a ideale di legge. Questa infrazione preoccupa i nostri partner. E le voci che negli ultimi tempi si sono sollevate, soprattutto dagli Stati Uniti, che pretendono dalla Germania l’assunzione di un ruolo di leader europeo, non fanno che aumentare il sospetto dei nostri vicini, richiamando in vita i temuti fantasmi del passato. Lo sviluppo economico e la contemporanea crisi della capacità d’azione degli organi della Ue hanno spinto la Germania ancora una volta a occupare un ruolo centrale. Insieme al presidente francese, il cancelliere Merkel ha accettato questo ruolo. Ma in diverse capitali europee cresce l’ansia nei confronti di un dominio tedesco. Questa volta non si tratta di un potere politico e militare, ma di una preponderanza economica. Se noi tedeschi ci lasciassimo tentare a pretendere una leadership europea avremo come risposta una decisa opposizione da un numero sempre crescente di Paesi limitrofi. La preoccupazione della periferia nei confronti di un centro troppo forte tornerebbe alla ribalta in tempi rapidi e le conseguenze ipotizzabili sarebbero deleterie per la Ue e implicherebbero un isolamento di Berlino. La posizione centrale che la Germania occupa dal punto di vista geopolitico, l’infausto ruolo che ha assunto nel corso della storia europea fino alla metà del XX secolo, il rendimento attuale impongono a ogni governo tedesco di acquisire la capacità di immedesimarsi negli interessi dei partner europei e di mostrarsi pronti a offrire aiuto. Del resto, lo straordinario processo di ricostruzione degli ultimi decenni non è frutto solo delle nostre forze. La ricostruzione sarebbe stata impensabile senza l’aiuto delle potenze vincitrici del blocco occidentale, senza il nostro inquadramento all’interno della Comunità europea e del Patto atlantico, senza l’apertura dell’Europa dell’Est e senza la fine della dittatura comunista. Noi tedeschi abbiamo buone ragioni per essere riconoscenti e abbiamo l’obbligo di ricambiare con dignità la solidarietà ricevuta. Sono convinto che rientri nell’interesse strategico a lungo termine della Germania non isolarsi e non farsi isolare. L’isolamento all’interno dell’occidente sarebbe pericoloso, ma nell’Unione europea o nella zona euro ancor più rischioso. Ritengo che questo vada ben oltre qualsiasi altro interesse di partito. Effettivamente la Germania è stata per lunghi decenni un contribuente netto. Ce lo potevamo permettere e lo abbiamo fatto fin dai tempi di Adenauer. E naturalmente la Grecia, il Portogallo, l’Irlanda sono stati sempre beneficiari. Di questa solidarietà l’attuale classe politica tedesca non è sufficientemente cosciente; eppure fino a oggi è stata data sempre per scontata. Come scontato, e sancito dal trattato di Lisbona, è il principio di sussidiarietà; l’Unione Europea deve farsi carico di ciò che uno Stato non è in grado di regolare e superare da solo. Adenauer ha valutato correttamente l’interesse strategico tedesco nel lungo termine, nonostante la divisione della Germania. Tutti i suoi successori, Brandt, Schmidt, Kohl e Schreider hanno proseguito la politica di integrazione. Qualsiasi tattica di politica interna o estera non ha mai messo in discussione l’interesse strategico nel lungo periodo. Per questo motivo i nostri partner hanno potuto fidarsi per decenni della continuità della politica europea perseguita dai tedeschi, indipendentemente dai cambi di governo. Questa continuità è necessaria anche in futuro. Non esiste formula sicura per far fronte all’attuate crisi di leadership della Ue. Né possiamo presentare l’ordinamento del nostro Paese come un modello, ma solo come un esempio. Tutti insieme abbiamo la responsabilità per quello che la Germania fa e non fa e per gli effetti futuri della sua condotta sull’Europa Abbiamo bisogno di una razionalità europea ma anche di un animo aperto nei confronti dei nostri partner. Su un punto importante concordo con Jürgen Habermas che di recente ha affermato: « Per la prima volta nella storia della Ue stiamo assistendo allo smantellamento della democrazia ». Ed è proprio cosi: il principio democratico non è stato accantonato solo dal Consiglio europeo e dai suoi presidenti, ma dalla Commissione e dai suoi presidenti mentre l’Europarlamento non ha saputo esercitare un ruolo decisivo. Ci troviamo di fronte allo scenario in cui alcune migliaia di speculatori finanziari americani ed europei e qualche agenzia di rating hanno preso in ostaggio i governi in Europa. Non possiamo aspettarci che Obama contrasti queste dinamiche. Lo stesso vale per il governo britannico. Nel 2008 e 2009 i governi di tutto il mondo hanno salvato le banche con le garanzie e il denaro dei contribuenti. Ma già dal 2010 questa schiera di manager finanziari super intelligenti ha ripreso a giocare al vecchio gioco dei profitti e dei bonus. Un gioco d’azzardo che va a scapito di tutti quelli che non partecipano. Se nessun altro è disposto ad agire devono scendere in campo i membri dell’Eurozona. La strada da seguire è l’articolo 20 del Trattalo di Lisbona Il quale prevede che uno o più membri della Ue « potenzino la loro collaborazione ». In ogni caso gli Stati che adottano l’euro dovrebbero mettere in atto una serie di regole per i propri mercati finanziari che abbiano ripercussioni su tutta l’Eurozona. Dalla distinzione tra le normali banche commerciali da una parte e le banche d’investimento e “banche ombra” dall’altra, al divieto di vendite allo scoperto di titoli e di commercio dei prodotti derivati se non ammessi dagli organi di vigilanza sulle borse, fino a un’efficace limitazione di giri d’affari delle agenzie di rating che si ripercuotono sull’Eurozona, attività finora non soggette a vigilanza. È certo che la lobby bancaria globalizzata ostacolerà con ogni mezzo questo tipo di provvedimenti, come ha fatto finora contro analoghe misure drastiche, permettendo che la schiera di speculatori costringesse i governi europei a stanziare nuovi “fondi salva-Stati” e a escogitare ogni mezzo per ampliarli. E’ giunto il momento di opporsi a questo sistema. Se gli europei avranno la forza e il coraggio di portare a compimento una drastica regolamentazione del mercato finanziario, potremmo pensare di diventare a medio termine una zona di stabilità. Se falliremo il peso dell’Europa continuerà a diminuire, mentre il mondo si avvierà verso il duumvirato Washington-Pechino. Per l’immediato futuro dell’Eurozona sono senza dubbio da compiere i passi fin qui annunciati, in cui rientrano i “fondi salva-Stati”, le soglie massime di indebitamento e il loro controllo, una politica economica e fiscale comune e una serie di riforme nazionali in materia di fisco, spesa pubblica, politica sociale e mercato del lavoro. Per forza di cose diventerà inevitabile anche un indebitamento comune che noi tedeschi non dobbiamo rifiutare per ragioni di egoismo nazionale. Nel contempo non dobbiamo però propagare una politica di deflazione estrema per tutta l’Europa. Jacques Delors ha ragione quando pretende che insieme al risanamento dei bilanci debbano essere introdotti e finanziati anche progetti di crescita economica. Senza crescita, senza nuovi posti di lavoro, nessuno Stato potrà risanare le proprie casse. Chi crede che l’Europa possa essere risanata solo grazie ai tagli alla spesa dovrebbe studiare le nefaste ripercussioni della politica deflazionistica perseguita da Heinrich Brüning nel 1930-1932 che provocò la depressione e una insostenibile disoccupazione, avviando di fatto il declino della prima democrazia tedesca. Una domanda senza risposta Si fatica a tener dietro al valzer di vertici e incontri, piani segreti e intese pubbliche, Il senso di affanno è testimoniato dal susseguirsi di grand plan , mirabolanti ipotesi di architetture istituzionali che rischiano di arrivare quando l’edificio sarà già bruciato al fuoco dei mercati. Così, mentre la Francia, l’Italia e perfino la Germania tardano a ratificare quel Fiscal Compact che era stato indicato come la panacea, già si immaginano a Bruxelles disegni – fatti filtrare e subito smentiti – per trasformare questa claudicante Unione di 27 Stati in una sorta di Superstato sul modello degli Usa. Eppure i termini del problema sono ormai chiari. I Paesi che hanno goduto per dieci anni di crediti con bassi tassi di interesse come se fossero la Germania, e che li hanno sperperati al contrario della Germania, non reggono più. A questo punto o saltano, e con essi salta l’euro; oppure la Germania, per salvare l’euro e se stessa, salva loro. A questo alludono tutti i tentativi di introdurre qualche forma di condivisione del debito, cioè strumenti che obblighino Berlino a garantire il debito degli altri. Però questa strada, oggi preclusa, è percorribile solo se si comprende che nemmeno alla Germania si può imporre una deroga al principio cardine della democrazia: no taxation without representation . Lo ha notato Giancarlo Perasso su lavoce.info , e ha ragione: è impossibile chiedere ai contribuenti tedeschi di essere pronti a rimborsare gli eurobond senza che essi abbiano la possibilità di scegliere chi spende quei soldi. È questo il rompicapo europeo. Finora è risultato inutile il tentativo di convincere i tedeschi con il ricatto o con l’appello alla solidarietà. Ma oggi, sotto la pressione perfino di Obama, si ha l’impressione che la Cancelliera Merkel stia lanciando segnali in questo senso: «Il mondo – ha detto ieri – vuole sapere come noi immaginiamo l’unione politica che va insieme all’unione monetaria». Parole analoghe aveva pronunciato qualche giorno fa Mario Draghi. Il punto è: tutti coloro che accusano la Germania di egoismo e miopia, compresa la nostra spendacciona classe politica, hanno ben chiaro che significa fare questo passo? Sono pronti a cedere cruciali poteri sovrani sul bilancio, sul welfare, sulle tasse? Prima o poi, a questa domanda bisognerà dare risposta. E in quel momento scopriremo che non è affatto una risposta scontata, soprattutto in Francia, da sempre vero cronografo e limite del processo di integrazione. Non c’è bisogno di ricordare che fu il «sovranista» popolo francese ad affondare in un referendum la Costituzione europea. Un tempo si diceva che l’Europa è nata per nascondere la potenza tedesca e la debolezza francese. Per continuare a vivere, deve oggi riconoscerle entrambe. Tensioni Pd sul voto anticipato Ma se la politica dell’emergenza continua a non dare risultati, non sarebbe meglio anticipare la finanziaria e andare ad elezioni in autunno? Per averlo detto, dando voce a un largo partito trasversale presente in Parlamento, il responsabile economico del Pd Stefano Fassina è stato sepolto dalle polemiche e tacitato con una nota ufficiale del portavoce di Bersani, Stefano Di Traglia. La posizione ufficiale del partito resta dunque quella del sostegno al governo fino al 2013. E tuttavia, Fassina, uno dei giovani dirigenti portati in segreteria dal segretario Pd, non ha affatto proposto di far cadere Monti in un’imboscata. Diversamente, ha cercato di aprire una discussione sull’inutilità di tenere in vita il governo tecnico guidato da Monti in condizioni di semiparalisi, come in pratica sta avvenendo dall’inizio dell’anno, e come dimostra il fatto che una riforma importante come quella del mercato del lavoro abbia impiegato più di cinque mesi per ottenere il primo sì del Senato. E solo adesso sia arrivata alla Camera, da dove probabilmente, in caso di modifiche già annunciate dai partiti di maggioranza e di opposizione, dovrà tornare a Palazzo Madama. Per inciso, ieri i due ministri interessati, la Fornero e Patroni Griffi (il secondo ha la delega per il pubblico impiego), hanno reso esplicito il dissenso che covano da tempo sulla necessità (per la Fornero) che anche i dipendenti pubblici si adeguino alla nuova disciplina dei licenziamenti e sull’impossibilità (per Patroni Griffi) che questo accada. Ma il lavoro è solo uno degli scogli su cui il governo è da tempo arenato in Parlamento. Basti pensare alle norme anticorruzione, alle intercettazioni, alla responsabilità civile dei magistrati, alle nomine nelle authorities, alla Rai. Sono solo alcuni esempi. Per non parlare del voto sul trattato internazionale del Fiscal Compact che rischia già di slittare all’autunno. Contro Fassina, le reazioni più dure sono venute dall’interno del Pd, soprattutto dalla componente veltroniana e da quella popolare, che con Gentiloni è arrivata a paragonarlo a Brunetta e Santanchè nel centrodestra. Ma al di là della controversa materia elettorale, nelle file del Pd s’intuiva un certo timore che la nuova generazione bersaniana prema per il voto anche per arrivare al dunque della formazione delle liste, da rinnovare radicalmente, per far fronte all’ondata di antipolitica. La preoccupazione di non poter godere delle deroghe che hanno consentito fino al 2008 a molti della vecchia guardia di aggirare la regola del limite di tre legislature era percepibile in alcune di quelle reazioni. A sorpresa, Fassina ha invece trovato appoggio da Sandro Bondi, il più eretico dei coordinatori del Pdl: a patto, sostiene Bondi, di anticipare il voto con un’intesa bipartisan che preluda a un governo di larghe intese anche per la prossima legislatura. Va detto: è stato certamente un errore o un’imprudenza parlare di scioglimento anticipato delle Camere alla vigilia di un vertice europeo come quello convocato a Roma da Monti, con Merkel e Hollande, e mentre a ritmo affannoso continuano i tentativi dei leader dell’Unione per cercare di arginare la crisi dell’euro, che sembra giunta al suo giro finale. Ma dire di no alle elezioni anticipate per continuare a non fare niente, tenendo il governo bloccato, è un errore altrettanto grande. Bufera su Monti e Moody’s. Palazzo Chigi nega tutto: “Non si occupava di rating” Un brutto sospetto è circolato nelle ultime ore sul web. Il presidente del Consiglio Mario Monti avrebbe fatto parte del board di Moody’s proprio quando l’agenzia di rating tirava bordate contro l’Italia e faceva affondare l’economia del Belpaese nel baratro della recessione e della crisi economica. Adesso, proprio Moody’s è indagata, insieme a Fitch e a Standard&Poors, ldalla procura di Trani per manipolazione di mercato. Palazzo Chigi si affretta a spiegare che il Professore è stato membro del “senior european advisory board” dell’agenzia “dal luglio 2005 al gennaio 2009, periodo in cui ricopriva l’incarico di presidente dell’Università Bocconi”. In Italia scoppia la bufera contro le agenzie di rating. La procura di Trani sta mettendo sotto la lente di ingrandimento le accuse, i giudizi e i tagli di rating che negli ultimi anni hanno colpito il Belpaese contribuendo ad affossarne la solidità e a minarne la tenuta. Giudizi che, molto spesso, venivano comunicati a mercati ancora aperti. Tagli di rating che agli inquirenti sono sembrati un vero e proprio strumento per colpire l’Italia. Proprio oggi la sede di New York di Standard & Poor’s è stata indagata dai pm di Trani per manipolazione del mercato. È un nuovo fascicolo-stralcio che segue la chiusura delle indagini notificata nei giorni scorsi cinque persone: l’ex presidente di S&P Deven Sharma, l’attuale responsabile per l’Europa Yann Le Pallec e i tre analisti senior del debito sovrano che firmarono i report sotto accusa Eileen Zhang, Frank Gill e Moritz Kraemer. Per quanto riguarda gli uffici italiani il pm di Trani Michele Ruggiero ha indagato l’amministratore delegato Maria Pierdicchi. Nel mirino le ore immediatamente precedenti la comunicazione ufficiale di S&P sul taglio di due gradini del rating al debito sovrano dell’Italia del 13 gennaio scorso: da A a BBB+. Sulle stesse agenzie di rating i pm di Trani stanno indagando dal 2010 dopo la denuncia congiunta di Adusbef e Federconsumatori. Il 6 maggio del 2010 un report pubblicato da Moody’s bollava l’Italia come “Paese a rischio”. Da quella denuncia l’inchiesta si è allargata a Fitch e Standard & Poor’s per i giudizi che hanno contribuito a far precipitare la situazione politica fino alle dimissioni di Silvio Berlusconi da Palazzo Chigi. D’altra parte l’ex premier ha ripetuto più volte di aver lasciato la presidenza del Consiglio per il bene del Paese. Sei mesi dopo l’attacco di Moody’s, Mario Monti diventava premier e sul web è stata ventilata da diversi blog l’ipotesi (rilanciata dal sito Dagospia) che il Professore potesse finire coinvolto nell’indagine di Trani. Palazzo Chigi ha subito spiegato che la partecipazione di Monti al board di Moody’s comportava “la partecipazione a due-tre riunioni all’anno”, dal luglio 2005 al gennaio 2009, che non avevano per oggetto, “neppure in via indiretta”, la valutazione di stati o imprese sotto il profilo del rating. Contattati in mattinata, gli uffici londinesi di Moody’s non ci hanno ancora fatto sapere il ruolo di Monti all’interno dell’agenzia: dopo averci chiesto il motivo del nostro interesse sul ruolo del Prof dentro a Moody’s, sono scomparsi nel nulla. Restiamo in attesa di una risposta ufficiale. Ad ogni modo, presa per buona la smentita di Palazzo Chgi resta comunque che dal 2005 il Professore era “international advisor “per la Goldman Sachs, una delle più potenti banche del mondo che ha contribuito a mettere in ginocchio l’economia greca. Ma questa è tutta un’altra storia. Forse. Letto 706 volte. Nessun commento »Non c'è ancora nessun commento. RSS feed dei commenti a questo articolo. TrackBack URI Lascia un commento |
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