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Due articoli26 giugno 2012
Giornalisti o corazzieri? Più che ai tanti messaggi di apprezzamento per gli articoli del Fatto sugli interventi debiti e indebiti del Quirinale nell’indagine sulla trattativa Stato-mafia, risponderò alle critiche di altri nostri lettori. Essi, in sostanza, esprimono il timore che per una “tempesta in un bicchier d’acqua” (Giglioli), per “vaghe illazioni’’ (Piovani e Leghissa) o anche per una giusta “ricerca della verità” (Peschiera), si possa indebolire la figura del Capo dello Stato “in un momento drammatico” della vita democratica del nostro Paese. Si tratta della stessa obiezione che illustri commentatori hanno sviluppato con estremo vigore di fronte alle polemiche politiche divampate sulle telefonate del Colle. Valga per tutti l’acuto grido di allarme di Eugenio Scalfari su Repubblica del 21 giugno scorso: “Si tenta di indebolire il Quirinale, non per queste ragioni pretestuose, ma per creare una situazione di marasma al vertice delle istituzioni dalla quale deriverebbe inevitabilmente la caduta del governo Monti”. I nostri lettori non arrivano a immaginare tali “oscure manovre”, ma il loro disagio è palpabile. Ma come – rimproverano – Napolitano è stato l’unico baluardo allo strapotere di Berlusconi, quello che lo ha mandato a casa su due piedi e ora ve la prendete con lui mentre la destra “cerca di riguadagnare terreno” e l’Italia rischia la bancarotta? Potremmo rispondere che il grido “Annibaie è alle porte” (anche quando non lo è) è sempre stato qui da noi l’alibi più efficace per nascondere piccole e grandi nafandezze. E che, in nome dell’emergenza continua, nel nostro amato Pae se si fanno e si disfano governi e, all’occorrenza, si tratta anche con Cosa Nostra. Questa volta, comunque, l’emergenza riguarda gran parte dell’Europa. Dove, tuttavia, non risulta che a causa della crisi dell’euro le istituzioni siano diventate improvvisamente intoccabili. Dentro la voragine bancaria, per esempio, la Spagna è andata tranquillamente a elezioni e l’amato re Juan Carlos, mazzolato dai giornali per gli allegri e costosi safari, ha dovuto chiedere scusa al popolo. In Islanda, il premier della bancarotta è finito giustamente in un’aula di tribunale. In Germania, il capo dello Stato è andato a casa per un piccolo prestito agevolato alla moglie. E perfino la catastrofica Grecia ha cambiato tre Parlamenti in pochi mesi senza per questo arrivare alla guerra civile. Come si dice: è la democrazia, bellezza! Solo in Italia i politici furbacchioni, ogni volta che vengono presi in castagna, si mettono a strillare “fermi tutti che la casa brucia! ” e magari l’incendio l’hanno appiccato loro. Non è il caso di Napolitano, ma del coro che lo circonda ogniqualvolta viene messo in discussione lo status quo, il potere costituito (da loro). E quindi, per quanto ci riguarda, non può esserci emergenza che tenga di fronte al nostro lavoro che consiste nel dare le notizie. Continueremo a pubblicarle sul Fatto senza domandarci a chi giovano e a chi no. Cari lettori, lo sapete, siamo giornalisti, non corazzieri ad honorem. Globalisti sì ma non troppo Non ieri ma diciannove anni fa (nel 1993) scrivevo che la globalizzazione economica – non quella finanziaria, che è cosa diversa – mi pareva un errore per questa semplice ragione (in condensatissima sintesi): che a parità di tecnologia i Paesi a basso costo di lavoro avrebbero messo in disoccupazione i Paesi benestanti, perché la manifattura si sarebbe dovuta trasferire nei Paesi poveri e così, ripeto, i lavoratori dei Paesi benestanti sarebbero restati senza lavoro. Ho fatto questo rilievo in parecchie altre occasioni, ma sempre parlando a dei sordi. Eppure l’argomento era semplice e ovvio. Oggi la abnorme disoccupazione dell’Occidente e il trasferimento della manodopera nei Paesi nei quali costa anche dieci volte meno è sotto gli occhi di tutti. Ma gli economisti non l’avevano previsto e ora fanno finta di nulla. La loro ricetta per l’Occidente è di diventare sempre più inventivo e all’avanguardia. Ma è un alibi che non tiene. Anche loro, come tutti, sanno che da gran tempo il Giappone e successivamente anche Cina e India sono tecnologicamente bravi quanto noi. Resta il fatto che ormai la frittata è fatta. In questa frittata gli italiani sono tra i peggio messi. Noi siamo chiaramente in recessione. Per uscirne e risalire la china la parola d’ordine è: investire-crescere, investire-crescere. Tante grazie; ma i soldi dove sono? Lo Stato è stracarico di debiti e non ha in cassa nemmeno i soldi per pagare i suoi fornitori in tempi ragionevoli. Se si prescinde dalla caccia agli evasori fiscali (sacrosanta ma che acchiappa soprattutto pesci piccoli, perché i grandi evasori sono tranquillamente parcheggiati nei paradisi fiscali) il presidente Monti deve anche lui ricorrere a nuove tasse, più salate che mai. Ma oramai stiamo spremendo sangue da una rapa. Ammettiamo che la rapa sopravviva. Anche così il circolo è perverso: riattiviamo produzioni che per sopravvivere si dovranno, quantomeno in parte, delocalizzare. Così torniamo al punto di prima con sempre più giovani senza lavoro. Tornare alla lira, tornare alla dracma? Sarebbe, temo, una ulteriore follia. Mentre nessuno ha pensato a una unione doganale dell’eurozona. Nessun dazio, nessuna dogana, all’interno di eurolandia. Ma, occorrendo, dazi e protezioni per salvare, in Europa, quel che non ci possiamo permettere di perdere. Vale ricordare che il primo Paese industriale è stato l’Inghilterra. E tutti gli altri hanno protetto la creazione del proprio sistema industriale. Allora nessuno disse che questa protezione era una cosa orrenda. Era necessaria e fu benefica. Mi chiedo: come mai nessuno (o quasi) propone una unione doganale europea? Sarà sicuramente una costruzione complicata. Ma come non averla quando Stati Uniti e Inghilterra sono a oggi liberissimi di proteggere se stessi, occorrendo, alzando barriere protettive, o anche svalutando, senza chiedere permessi a nessuno, la propria moneta? È così per tutto il mondo che conta (economicamente). Deve essere proibito solo a noi europei? Perché? Ho già concesso che la nostra protezione doganale sarà una costruzione difficile. Ma cominciamo almeno a pensarci. Letto 230 volte. Nessun commento »Non c'è ancora nessun commento. RSS feed dei commenti a questo articolo. TrackBack URI Lascia un commento |
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