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Duranti, Francesca

7 novembre 2007

L’ultimo viaggio della Canaria

“L’ultimo viaggio della Canaria”

Marsilio, pagg. 288. Euro 14

Chissà perché, quando penso alla Duranti, subito mi affiora alla mente uno dei suoi personaggi più riusciti, Valentina Barbieri, la protagonista di “Effetti personali”, uscito per Rizzoli nel 1988.

Le deve assomigliare molto. Scrittrice dalla penna arguta, lascia trapelare, un po’ come accade in Giuseppe Pontiggia, la sua vena di intellettuale che deve fare i conti con una espressività che a malapena riesce a contenere il ricco connubio tra sentimento e pensiero che la caratterizza. Da qualche tempo trascorre buona parte dell’anno fuori dall’Italia, a New York soprattutto, sollecitata dalla sua curiosità di ricercatrice e di studiosa.

“L’ultimo viaggio della Canaria”, uscito nel 2003 da Marsilio, ha vinto il Premio Rapallo-Carige 2004, arricchendo, così, la già prestigiosa collezione di premi letterari vinti da questa autrice che, nata a Genova, capitò in Lucchesia quando era ancora una bambina.

Giuseppe Bianchi è il presidente e maggiore azionista di una Compagnia di navigazione che porta il suo nome, composta di “una flotta di piccoli velieri da passeggeri e da carico destinati al traffico nel Mediterraneo.” Ha vari figli, tra cui Raffaella, la maggiore, e Egisto, Saverio e Eleonora, ancora piccoli. Ha lasciato, per intanto, che della Compagnia si interessino i figli dei suoi fratelli defunti, in attesa che i suoi diventino grandi. Battistina, sua moglie, è stata educata rigidamente ad essere una moglie fedele, priva di fantasie, sottoposta al sacrificio di sé per soddisfare gli obblighi coniugali. Giuseppe ha però un’amante, che frequenta due volte la settimana, in grado di riservargli quelle attenzioni amorose di cui si sente privato nei rapporti con la sposa, la quale, di poca salute, morirà tre anni dopo la nascita di Eleonora. Viene alla mente “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa, dove i rapporti tra il principe Fabrizio Salina e sua moglie, Stella, sono dello stesso tipo e mostrano una consuetudine ed una educazione della donna che non trovano differenze di latitudine, almeno in Italia. Anche il principe Salina, come Giuseppe Bianchi, mantiene un’amante in grado di esaudire i suoi capricci.

Tra le sue navi, ce n’è una che è l’orgoglio della Compagnia, la Canaria, affidata al comandante Costa, “il miglior capitano di lungo corso della Liguria, e quindi del mondo.” Carica di merci, fa scalo a Londra, Canada, fino a raggiungere New York e New Orleans, e qualche volta l’Argentina e l’Uraguay.

La piccola Eleonora cresce affascinata dal mare, dai suoi misteri, e dalle leggende. La sua fantasia trova nella Balia Umilina (“figlia di Zelfa, la strega di Roncopianigi, ai suoi tempi una celebrità dell’Appennino.”) e nel pittore Maralli, che le insegna a dipingere, stimoli ed arricchimenti che ben si inseriscono nella sua natura di giovane che, quando sollevava lo sguardo sugli altri, “sembrava conoscesse di loro più cose di quanto sapessero essi stessi.” A diciassette anni, quando fa la sua prima uscita di casa da sola, non è bella, è piccola di statura, “ma bastava a Eleonora un fiore, un nastro, o anche solo il modo di camminare, di raccogliere la gonna con una mano quando saliva sulla carrozza, per apparire spavalda, diversa.” L’autrice ha segnato qui, in questa rapida descrizione, i presupposti che incideranno sulla crescita del personaggio. La struttura si apre sin dal principio a vari percorsi nei quali incontriamo i diversi personaggi che saranno destinati a incontrarsi. Sebastiano Garrone è un giovane molto bello. Suo padre, che ha una azienda di Coloniali, lo considera un perdigiorno, uno scansafatiche. A sedici anni era scappato di casa per correre dietro a Garibaldi, ed era rimasto perfino ferito. Ora, per caso, passa proprio davanti a via Rivoli, dove vive la famiglia Bianchi, e vede uscire Eleonora. Ne è attratto e decide di aspettarne il ritorno, appoggiato al parapetto che dà la vista sul porto. Quando Eleonora, uscita per andare a comperare i colori per la sua pittura, fa ritorno, nel porto sta rientrando anche la bella ammiraglia della Compagnia, la Canaria. Tutti accorrono a vederla, e lo sguardo di Sebastiano s’incontra con quello di Eleonora, che pensa: “Io non so chi sei, ma tu sai dove abito io. Cercami. Trovami.” Mi pare di poter dire che il ritratto di Eleonora è già tutto qui, rimarcando, ancora una volta, la capacità di questa autrice di entrare sottilmente all’interno dei personaggi femminili.

Ma a guardare la Canaria che rientra nel porto di Genova, c’è pure un altro personaggio importante, Attilio Bagnara, intelligente, dinamico, ben avviato nel commercio dei legnami, che incontreremo di nuovo assai presto. Intorno a Eleonora si muove anche il cognato di Raffaella, il farmacista Giorgio Rebora, che vorrebbe sposarla. La Duranti continua ad aprire i suoi percorsi, e il romanzo, appena agli inizi, è gia ricco di personaggi che il lettore non tralascia di osservare, spostando sguardo e fantasia ora qua ora là nella loro direzione. Sa già che il loro destino è quello di incontrarsi, e tra le righe, nelle fisionomie, nei gesti, nelle parole, cerca i segni che ne anticipino e rivelino il momento. È uno dei primi risultati della struttura che l’autrice sta disegnando per la sua storia. Genova con il suo porto e i suoi traffici commerciali, intanto, assume via via colori e rilievi da protagonista. La grande famiglia Bianchi, come “I Buddenbrook” di Thomas Mann o gli Essenbeck de “La caduta degli Dei” di Luchino Visconti, coagula intorno a sé tutti gli umori, i fermenti, i dinamismi, della grande città industriale, in cui le vite dei singoli sono strettamente legate e sottomesse alle leggi del grande capitale. Raffaella sta intessendo una tela per far sposare Eleonora al cognato farmacista Giorgio, fratello di suo marito Luigi Rebora, notaio. Ci si muove nelle sfere dell’alta borghesia, che è una caratteristica costante di questa autrice, che ha sempre amato ambienti raffinati, da cui, peraltro, proviene, descritti non solo con proprietà, ma anche con una qualche vocazione al piacere, se non al compiacimento. Non è la sola, ovviamente. Mi vengono in mente la Austen e la Wharton. Sbrigativa nella descrizione dei paesaggi (“Il mare era una lastra immobile, un usignolo cantava tra i cespugli.” E anche: “La notte era calda, la finestra era spalancata. Il cielo era limpidissimo, pieno di stelle.”; “Le aiuole al centro del piazzale Principe erano gonfie di aster blu in piena fioritura, gli uccelli sugli alberi erano in amore per la seconda volta e cantavano le loro canzoni nuziali.”), è alla tessitura psicologica dei personaggi che dedica la sua attenzione e per la quale mostra una speciale attitudine, come accadde con Valentina Barbieri. Per Eleonora è previsto qualcosa in più: un destino annunciato: “C’era qualcosa di esageratamente franco, in quello sguardo. Mancava di quella timidezza, di quel riserbo che si addiceva a una giovane sposa.” È la sua Balia, Umilina, a liberare Eleonora dalle rigide consuetudini familiari e da un’educazione estremamente puritana: “Se la Balia non fosse stata con lei, la famiglia sarebbe riuscita a chiuderla, senza che lei neppure se ne accorgesse, nella stessa rigida corazza di austerità che avvolgeva le sorelle?” È diversa dalle sorelle, ma anche dalle altre ragazze dell’alta borghesia genovese. Raffaella, in un colloquio con Eleonora, le dice, a riguardo degli uomini e del matrimonio: “Il fatto è che l’inizio della vita matrimoniale è umiliante, persino… ridicolo… doloroso… ti sembra che tutti i sogni anneghino in una realtà inaccettabile.” Ma, innamorata di Sebastiano, è lui che Eleonora decide di sposare, anziché il cognato proposto dalla sorella, e, alla vigilia delle nozze, marca ancora di più la propria differenza mostrandosi poco interessata a tutti quegli impegni mondani legati alla “scelta del corredo, le visite alla sarta e alla modista”, ai regali che stavano arrivando, ai dettagli della cerimonia, alla “scelta delle musiche, dei fiori. Eleonora sembrava poco interessata a tutto questo.” Delega la sorella a sbrigare tali incombenze. Come Raffaella, anche suo marito Luigi Rebora, notaio, è molto attivo in casa Bianchi. È il primo a far osservare a Giuseppe Bianchi che ormai è tempo di rinnovare la flotta di velieri sostituendoli con le navi a vapore, che un ingegnere navale inglese prospetta come le più valide e, alla fine dei conti, più economiche e di sicuro avvenire. Propone perciò di provvedersi dei capitali necessari al rinnovamento graduale della flotta, vendendo la Canaria, veliero ambito da un “gruppo svizzero” che vorrebbe farne un “ristorante galleggiante”, disposto a pagarla profumatamente. Risponde Bianchi: “Ho rinunciato al mare: non chiedetemi di rinunciare anche al mio orgoglio.”

Il romanzo è condotto sul filo e con il ritmo di una ricostruzione, anche fantastica, della storia di una famiglia, che poi è quella appartenente all’autrice. Lei stessa lo premette nelle poche righe dedicate ai “figli, sorella, cugini, nipoti, zii”.

Quando vengono a poco a poco delineate le figure dei giovani studenti Francesco Rossi e Giovanni Semeria coi quali Eleonora, nelle sue vacanze a Bordighera, prima da nubile, poi da sposata, trascorre molte ore della sua giornata, e soprattutto quando Giovanni farà la sua scelta di farsi prete e diverrà un seminarista, corre alla mente il bel romanzo di Corrado Alvaro: “L’età breve” che ha due personaggi simili: Luigi e l’amico seminarista Rocco. A differenza della scrittura di Alvaro, così densa di implicazioni, quella della Duranti è asciutta, decisa, il cui livello di lettura è uno solo e trasparente: quello enunciato nella dedica, anche se taluni personaggi si arricchiscono della sensibilità dell’autrice particolarmente rivolta alle figure femminili, come quella di Eleonora. La quale, allorché la Canaria, su cui Sebastiano è imbarcato come secondo ufficiale, viene data per dispersa e l’equipaggio considerato perito in mare, risponde ai familiari, impegnati a consolarla: “Io so che Sebastiano è vivo e sta cercando di tornare da me, e nessuno mi vuole dare retta.” In questo triste frangente, Eleonora, che ha già una figlia, Iride, è in attesa del secondo figlio, “appesantita dalla gravidanza”. È uno dei passaggi che segnano la discriminante di Eleonora rispetto al mondo in cui è vissuta fino a quel momento: “Genova non aveva niente a che vedere col gruppetto di creature radunate in quella soffitta. La vera Genova era diversa.” La soffitta è quella del pittore Maralli, dove Eleonora si reca per dipingere, insieme con la Balia e la piccola Iride. Poco più sotto, si legge: “Sebastiano era vivo e sarebbe tornato: lei lo sapeva, ma Genova non l’avrebbe seguita nella sua certezza.” Inizia così la sua sfida: “Decise che se doveva essere la sua fiducia nel ritorno di Sebastiano la sola cosa a mantenerlo in vita, lei avrebbe dovuto sapersi trasformare in una testimone attendibile.” Il personaggio, che prima poteva apparire un po’ stravagante e capriccioso, ora mostra la sua natura forte e tenace, al punto che affida alla sua volontà tutta l’energia necessaria a mantenere in vita un uomo che tutti credono morto. E anche “aveva capito che per farlo tornare c’erano cose che da quel momento avrebbe dovuto tenere per sé.” Nel frattempo, Giuseppe Bianchi è morto, in casa dell’amante; ed è stato fatto trasferire in tutta fretta nel suo palazzo per evitare uno scandalo. Eleonora, ancora in attesa del secondo figlio, ha ventitré anni. Quando si discute sull’eredità del padre e sui cambiamenti da apportare alla società, risponde con determinazione ai congiunti che solo al ritorno di Sebastiano si sarebbero potute prendere delle decisioni. È un momento difficile per la Compagnia. Di lì a poco, la sua attività comincia a restringersi, ad immiserire, così che al piano terra gli uffici vengono affittati ad Attilio Bagnara, l’astutissimo e giovane imprenditore che già abbiamo conosciuto, convinto che “La maggior prova di intelligenza consiste nel saper passare per sciocchi.” La scomparsa di Sebastiano, il tramonto della Bianchi Navigazione sembrano incidere a poco a poco sul carattere di Eleonora, che questa volta accetta di dare alla secondogenita, Ezzelina, quel nome appartenente alla zia, che aveva rifiutato, perché bizzarro, per la primogenita. Il giovane Francesco, che è diventato avvocato e si è dato alla politica, allorché la incontra di nuovo a Bordighera, a Villa Paradiso, la trova invecchiata e senza più il mordace e allegro spirito degli anni precedenti, allorché l’aveva conosciuta, e ne scrive al cugino Giovanni, a sua volta fattosi sacerdote impegnato nel ministero apostolico, e spesso comandato per volere di Papa Leone XIII. È Giovanni, quando si reca a farle visita con Francesco, che ne trae la convinzione che dentro la donna così compunta e formale si nasconda la Eleonora di sempre: “Forse si è camuffata a quel modo perché ha bisogno della solidarietà della famiglia, della città… Come se il miracolo del ritorno di Sebastiano dipendesse da loro.” La stessa autrice ce lo confermerà più avanti: “Quando si ritirava in camera sua, sia pure con qualche anno di più, tornava a essere la stessa donna di sempre, quella che Francesco e Giovanni tanto rimpiangevano.” Un’altra prova, dunque, della volontà forte di Eleonora di tenere in vita Sebastiano. La speranza non è nascosta soltanto nel suo cuore, infatti, ma si è materializzata nella tenacia e nel sacrificio di sé. Mentre intorno alla sua persona tutto continua a muoversi nell’effervescenza e nello scintillio di una vita raffinata che si dispiega, la sua ostinata e possente immobilità si impone al centro della narrazione, quale testimonianza di una lotta che si combatte oltre la ragione, ma anche oltre la follia. È il motivo forte, quasi allucinante e morboso, tuttavia audace e splendido, che l’autrice mette in campo, sottilmente lavorando nelle maglie di una tessitura non facile. Attilio Bagnara ha sposato Maria Gualino, ha avuto un figlio morto a cinque mesi; e la seconda volta che Maria è rimasta in cinta ha abortito. Teme ora di non avere eredi. Francesco Rossi, intanto, pur essendo molto più anziano, ha messo gli occhi sulla figlia di Eleonora, Iride, che ora ha diciassette anni. La ragazza è assai bella, dai capelli biondi e dagli occhi azzurri. Francesco, invece, affermato nel suo lavoro (dirà Eleonora a Iride: “Guadagna molto con la sua professione, anche se non disdegna le cause meno redditizie.”), è piccolo di statura, e ha “una grossa testa che i capelli tagliati cortissimi facevano apparire ancora più quadrata, il torace a botte.” Mentre si stanno muovendo molte cose intorno a Eleonora, ella, che sembra apparentemente parteciparvi, resta chiusa nella sua battaglia, cieca alla realtà e proiettata nell’illusione del sogno, alimentata da una speranza tenace quanto assurda. Iride si sposa con Francesco, dopo un fidanzamento brevissimo. Eleonora è riuscita a convincere la bella figlia parlandole del declino in atto della loro famiglia e mettendole davanti, come alternativa, la incoraggiante prospettiva di vivere con un marito, sì brutto, ma ricco abbastanza e destinato perfino ad una brillante carriera politica. Sbrigativa perfino con la figlia, dunque, giacché ancora proiettata e prigioniera del suo sogno: “Chissà se a Sebastiano piacerà Francesco.”, convinta che “Per rendersi credibili occorreva affrontare certi sacrifici.”, e che “Bisognava tener duro per tutta l’attesa, non importava quanto sarebbe stata lunga.”

Iride concepirà e darà alla luce un maschio, Paolo, nato a Bordighera il 15 settembre 1900. Si tratta di colui che diventerà l’Onorevole Professor Paolo Rossi che, succeduto al Prof. Francesco Paolo Bonifacio, sarà eletto Presidente della Corte Costituzionale il 18 dicembre 1975, carica che manterrà fino al 9 maggio 1978. A lui succederà un Lucchese, nato a Seravezza il 7 agosto 1911, l’Onorevole Avvocato Leonetto Amadei. Qui il romanzo, come poi vedremo, prende a incamminarsi verso la mia terra di Lucchesia, giacché Paolo Rossi venne a vivere in un grazioso paesino collinare alle porte della città: Gattaiola, dove ancora fa bella mostra di sé la villa che viene chiamata con il suo nome: “Villa Rossi”, circondata da un parco immenso, chiuso da un’alta e sterminata recinzione in pietra. Paolo Rossi è sepolto nel piccolo cimitero di quel paese e la sua tomba, molto umile, in cui giace anche la moglie con il nome di Giugi, si trova a destra, accostata al muro, appena varcato il cancello. Non era difficile incontrarlo che passeggiava per quei luoghi quieti e magnifici, coi suoi capelli bianchi e l’alta e bella figura. Rispondeva a tutti con un sorriso. La villa oggi è abitata dall’autrice nei mesi in cui, tornando dagli Stati Uniti, viene a soggiornare a Lucca.

In parallelo con la storia della famiglia Bianchi, ormai corre l’altra storia che sarà destinata a confluirvi, quella dell’intraprendente Attilio Bagnara, il cui commercio va a gonfie vele. Ha lasciato gli uffici situati al piano terra del palazzo Bianchi e ha comprato “uno dei più appariscenti” palazzi di Genova, situato nel cuore della città. Sposato con Maria Gualino, ricordiamo che non ha figli. Quando da Maria nascerà finalmente una bambina, Giuseppina, soprannominata Giugi, ecco che, attraverso Giugi e Paolo, i due percorsi disegnati dall’autrice si avviano a incontrarsi. Della nascita di una bambina, anziché di un maschio, Attilio si è dispiaciuto, ma decide di non farle mancare niente. Il fratello di Maria, Riccardo, dopo aver imparato il mestiere da Attilio, ha lasciato l’azienda per fondarne una propria in concorrenza con il cognato. Anche Attilio conosce, dunque, le difficoltà di mandare avanti un’impresa di grandi dimensioni. Tuttavia, la sua mente non trova requie, e pensa che l’avvenire di Genova, e lo sviluppo del suo porto, siano legati alla costruzione di una rete ferroviaria che possa consentire un rapido smistamento delle merci per tutta l’Europa. Così, è sempre di più avvinto dall’idea di mettere su una fabbrica di vagoni ferroviari. Quando Giuseppina, crescendo, si rivela una consigliera accorta e indispensabile, Attilio prova per lei una vera e propria infatuazione, che continuerà anche quando gli nascerà un figlio maschio, dal nome bizzarro: Ermillo.

Le passioni politiche del tempo (la fatica dei socialisti per guadagnare un loro spazio), il clima della guerra imminente (la Prima guerra mondiale) fanno da cornice alle vicende di questa grande famiglia, che ora, nei suoi vari rami, ha riacquistato il prestigio d’un tempo. Francesco e Paolo Rossi vivranno da protagonisti quei giorni. La Duranti spende alcune pagine nel riassumere i conflitti e le opposte ragioni della guerra portate nella discussione dai partiti e dai movimenti. Dopo la disfatta di Caporetto, il disordine e l’anarchia che si diffondono dappertutto in Italia non fanno presagire niente di buono. Siamo vicini all’avvento del fascismo. Mussolini ha fondato i Fasci di combattimento e bande di facinorosi vanno in giro per l’Italia a compiere misfatti. Cadono molti governi in pochi mesi. L’Italia precipita sempre di più nel caos. Mussolini ne approfitta e riceve dall’incerto re l’incarico di formare un nuovo governo. Inizia la dittatura. La storia dei Rossi s’intreccia con le dolorose dinamiche del tempo. Paolo “Era stato picchiato per la prima volta dai fascisti quando ancora non aveva compiuto vent’anni.” Il fratello Vincenzo, chiamato Enzo, “ebbe il battesimo delle botte fasciste tre anni dopo il fratello, pochi giorni prima della Marcia su Roma. Aveva diciassette anni.” La figura di Paolo diventa sempre più centrale nella trama del romanzo. Figlio della bella Iride, nel corso della sua vita prenderà l’abitudine di addormentarsi immaginando di armare una nave più piccola della Canaria, così cara alla nonna, ma in tutto somigliante.

Come era stata Eleonora nei suoi anni giovanili (ora, invece, “parlava solo di denaro, l’unico argomento che la interessasse.”), così nella storia parallela, in cui i tragici eventi che stanno accadendo appaiono meno percepiti, Giugi è la ragazza inquieta e desiderosa del nuovo. Le piace la vita brillante e la frequentazione degli artisti, e siccome lo zio Riccardo, ormai ricchissimo, ha sposato una donna, Cesarina Gurgo Salice, che era “un’ammirata pittrice e una danzatrice”, e amava la vita mondana, Giugi prende a frequentarli assiduamente. Le relazioni sociali tra grandi famiglie pare attrarne l’interesse, e gli eventi che stanno segnando i Rossi sembrano estranei a Giugi. Lo studio di Francesco e la sua abitazione sono presi d’assalto dai fascisti che gettano in strada mobili e ogni altra cosa che trovano (“Il pianoforte a coda atterrò con un immenso fracasso.”) e li bruciano in un falò il cui “fumo stagnò in via Roma e in tutta la zona, ammorbandola per molti giorni”. Enzo e Paolo riescono a fuggire attraverso i tetti. È proprio in conseguenza di questa azione fascista che si verifica il primo contatto tra i personaggi delle due storie. Francesco, infatti, ha deciso che Paolo debba mettere su uno studio per conto suo. Essi conserveranno una doppia copia delle pratiche professionali, così da poterle salvaguardare in caso di un nuovo assalto dei fascisti. Non è facile, tuttavia, mettere su uno studio. Nessuno è disposto ad offrire a Paolo un locale da prendere in affitto, essendo ormai nota la sua avversione al fascismo e prevedibili le noie che ne conseguirebbero, finché Paolo non riceve la telefonata di Attilio Bagnara. S’incontrano. Attilio mette subito bene in chiaro che lui non ha nulla a che spartire con le idee socialiste di Paolo; anzi, è un liberale che ha contrastato l’elezione in Parlamento del padre; tuttavia considera che “Mussolini è pericoloso. Si caccerà e ci caccerà in chissà quali guai.” Sono locali ampi e lussuosi, quelli che offre, e premette che glieli affitterà ad un prezzo ragionevole, più che ragionevole. Paolo non crede a questa generosità e sospetta qualche trappola. Rifiuta e i due “Si salutarono quasi affettuosamente e non si rividero più.” Non è facile raccontare una storia così complessa come questa, in continuo, quasi perpetuo, movimento. I percorsi intrapresi appaiono evidenti, la struttura non ha segreti: è trasparente; la storia d’Italia di quegli anni è conosciuta, eppure avvertiamo un non so che, un qualcosa che non è poi così semplice da spiegare, e allora intuiamo che la Duranti vuole imprimere sulla pelle dei suoi personaggi, più che il fervore e il dinamismo di una grande famiglia dell’alta borghesia collocata in una Genova in continuo sviluppo, i segni della Storia che, anche quando sembra marcare i grandi avvenimenti, non distoglie mai la sua attenzione sui singoli uomini. Paolo è, forse, più di Eleonora, più di Giugi, che è comunque quella che più gli si avvicina, più dell’avventuroso Riccardo, che sarà colpito nei suoi interessi finanziari dalla rivoluzione bolscevica, ma saprà riprendersi (“La lotta è la mia vita, l’incertezza m’inebria.”, scriverà dal confino di Lipari alla sorella Maria), più di Attilio, colui che raccoglie su di sé l’evidenza di un tale destino. Le donne, in ogni caso, sia nei momenti della loro più felice effervescenza, sia in quelli del silenzio, restano le protagoniste più forti, senza le quali, gli uomini, così sicuri e potenti negli affari, si sentirebbero perduti. La sensazione che si ricava è anche quella di un passaggio rapido della vita; i personaggi, soprattutto quelli più importanti, come Giuseppe, Attilio, fondatori per i rispettivi rami delle due dinastie, scompaiono improvvisamente, senza che nulla lo faccia presagire. L’autrice annota che il tale e il tal altro sono morti, come se essi, così cospicui da vivi, nel momento della morte fossero tornati ad essere quel granellino sparso nell’universo, che sono sempre stati. Ossia, la vita, l’esistenza, sono qualcosa di diverso, di misterioso, di ineffabile, e di più grande, dissociate dalla materialità.

Paolo e Giugi non si conoscono ancora. Paolo ha accompagnato la madre Iride alla stazione per raggiungere il marito Francesco che si trova a Bordighera. Partito il treno, vede una ragazza che attira la sua attenzione; lui, donnaiolo incallito a cui non mancano le corteggiatrici essendo un bel giovanotto, avverte dentro di sé che quella ragazza ha qualcosa che la fa differente dalle altre. Tornato a casa, telefona ad un’amica, Ninina, una Martignoni, “della fabbrica di munizioni e armi” e viene a conoscere il nome di lei: è Giugi, gli dice, la figlia di Attilio Bagnara: “Lui è morto e lei ha ereditato un mucchio di soldi.” Paolo, se lo ricorda Attilio Bagnara, eccome; ricorda l’episodio dei locali che voleva offrirgli in affitto ad un prezzo ragionevole e ricorda anche il proprio rifiuto. Vi scorge un segno premonitore, e non è un caso che la prima sera che restano soli, lui le dica: “Lei, signorina, mi ricorda la Canaria, quando entrava in porto a vele spiegate.”

Rammentate Battistina, la moglie di Giuseppe Bianchi, educata all’austero rapporto coniugale, senza trasporto e senza passione? Tutto ciò lo ritroviamo ora in Giugi, come se i rami delle due dinastie a questo punto mostrassero l’ineluttabilità di un incontro predestinato. Sposatasi con Paolo, infatti, scopre che “la dinamica stessa del congiungimento carnale, la morfologia degli organi, disegnavano uno scenario che non le si adattava. Sentiva acutamente che nella parte assegnatale dalla natura c’era qualcosa di sottomesso, di umiliante che il suo carattere rifiutava.” La Duranti, non solo in questa occasione, ma qua e là sparse nella storia della sua famiglia, ci mette di fronte a considerazioni delusorie dei rapporti sessuali, rimarcando una condizione di frustrazione in cui viene a trovarsi la donna rispetto all’uomo. Non è la prima volta, e appare una costante di questa autrice che non si fa mai attendere, quando se ne offre l’occasione.

Dal matrimonio, Giugi si aspetta, non tanto l’amore del marito, bensì, soprattutto, un figlio, un maschio, che, essendo lei la primogenita di Attilio Bagnara, fosse il numero uno della casata, colui che avrebbe rinverdito le gesta del nonno, ma anche del prozio Riccardo Gualino, “uno dei più geniali finanzieri del mondo.” Solo a questo fine decide di “passare attraverso l’orrore bestiale della gravidanza e del parto.” Nasce una bambina, invece: Francesca, che altri non è che la nostra autrice: “Gli occhi erano azzurri, anche se non di quella impareggiabile sfumatura che era stata di Sebastiano Garrone, come fece notare la bisnonna Eleonora.” Il rapporto di Giugi con la figlia è distaccato, severo. È stata delusa dalla sua nascita. Quando la nonna Iride viene a trovarla e la coccola, lei prova “fastidio di fronte a tanto melodramma.” Francesca comincia a parlare già a sette mesi e la sua prima parola è in tedesco, la lingua della puericultrice, M.lle Adine Guex, svizzera di Berna: “Allein”, che significa “da sola”, “segno di una natura presuntuosa, ribelle.” In quegli anni in cui nasce Francesca, si riserva molta attenzione alle cose che accadono in Germania, dopo l’avvento di Hitler. Mussolini, seguendone l’esempio, fa approvare le leggi razziali e si prepara ad un’alleanza con la forte nazione tedesca. La Duranti annota, nel ribadire l’antifascismo di Paolo Rossi, che “Parte del sottobosco semiclandestino della sinistra italiana, massimalista e non, aveva una certa simpatia per ciò che stava succedendo in Germania. Per ammirazione verso la cultura tedesca; per il nome – nazionalsocialismo – che quella dittatura si era dato; per la sua stretta amicizia e collaborazione con l’Unione sovietica.” Se si considera che la destra era tutta schierata per un’alleanza con Hitler, si può desumere che non erano pochi quelli che si erano fatti abbagliare dalle chiacchiere e vedevano nella Germania qualcosa di nuovo in grado di portare una ventata riformatrice in Europa. Aggiunge anche: “si sapeva che l’esercito tedesco, a dispetto del trattato di Versailles, si armava e si addestrava in Unione Sovietica.” Quando la Germania invade l’Austria e, con l’aiuto dei Russi, anche la Polonia, Paolo e Giugi cominciano a pensare al modo di mettere al sicuro la famiglia. Guardano la cartina dell’Italia e, dopo aver scartato varie città, Giugi suggerisce Lucca. Paolo ne è soddisfatto. Si recano ogni fine settimana nella città toscana e visitano varie agenzie immobiliari alla ricerca di una casa provvista di terre da coltivare. È Giusi a decidere l’acquisto, e Paolo viene a saperlo a cose fatte. Si tratta di ben altro da ciò che avevano programmato: “Un’immensa villa cinquecentesca con le pareti interne affrescate e un parco enorme, in una frazione a quattro chilometri dalla città, chiamata Gattaiola. Oltre alla villa c’erano altre due case più piccole dentro al parco e relativamente poca terra, divisa in tre poderi, ciascuno con la sua casa colonica.” La villa era appartenuta ad un’antica famiglia lucchese, i Burlamacchi, di cui il più famoso fu Francesco, morto decapitato per le sue idee riformatrici. Nel libro di Manlio Fulvio, intitolato: “Lucca, le sue corti, le sue strade, le sue piazze”, (Società Tipografica Barbieri, Noccioli & C. – Empoli, 1968), riguardo alla morte del Burlamacchi, troviamo scritto: “condotto a Milano e consegnato a Ferrante Gonzaga, il Burlamacchi fu decapitato il 14 febbraio 1548 per ordine dello stesso Gonzaga, il quale eseguì, così, una decisione dell’imperatore”, che era Carlo V. Il documento che riferisce del processo al Gonfaloniere di Lucca è riportato nel “Sommario della storia di Lucca” di Girolamo Tommasi (Maria Pacini Fazzi – Editore, 1969) e si trova custodito nell’Archivio di Stato della città toscana. Anche nel documento si fa il nome di Ferrante Gonzaga, quale Governatore di Milano. Annoto quanto sopra, poiché si scopre una curiosa coincidenza che è quella di ritrovare un Ferrante Gonzaga quattro secoli dopo, ed è colui che s’innamora e fa la corte a Giuseppina Bagnara, prima che la ragazza conosca Paolo. Pensate, se Ferrante Gonzaga avesse sposato Giugi, forse i due sarebbero andati a vivere nella villa lucchese, e Ferrante avrebbe passeggiato per quelle stanze, ove abitò colui che il suo antenato fece decapitare.

Il trasferimento a Lucca avviene in modo precipitoso, allorché si apprende la notizia che Hitler ha mosso guerra pure alla Francia. Di lì a poco lo farà anche Mussolini. La Duranti ha permeato la storia, soprattutto di questo ramo della famiglia discendente da Giuseppe Bianchi, con i grandi avvenimenti che sconvolgono non solo l‘Italia, ma L’Europa e il mondo. Attraverso il matrimonio di Paolo e Giugi, questi avvenimenti confluiranno nella storia con una penetrazione ancora più drammatica. I pericoli della guerra, infatti (Genova ha già subito un primo bombardamento), suggeriscono a Giugi (i cui genitori sono morti da tempo) di far scendere a Lucca anche la nonna di Paolo, Eleonora, e i suoi genitori Francesco e Iride che, sebbene restii, accettano. I due percorsi intrapresi dalla Duranti hanno due momenti di congiunzione, dunque, il primo rappresentato dal matrimonio di Paolo con Giugi, il secondo dal mutamento del centro di gravità, spostatosi dalla nevrotica città industriale alla quiete di un piccolo centro tagliato fuori, isolato, da tutti i traffici che contano. È un cambiamento radicale, che coglie Francesca e la sorella Marina nei loro primi anni; è una realtà diversa che compare improvvisamente innanzi ai loro occhi, in cui la bellezza, l’ordine e la quiete della natura sovrastano i rumori e il caos che le avevano circondate fino ad allora. I racconti sulla Canaria giungono anche qui, narrati alle due bambine da Eleonora, che riesce ad addolcire in questa nuova situazione il suo carattere, che era divenuto grigio e severo in tutti quegli anni così dolorosi per lei. Insieme con Lucca, Eleonora torna al centro del romanzo. Il silenzio che l’ha preceduta, dopo che ne era stata la indiscussa protagonista in principio, in realtà illumina, dietro di lei, il dramma interiore che ha vissuto: una specie di propagazione all’esterno del suo sentire, al punto che gli accadimenti che nel frattempo si sono succeduti, ivi inclusa la guerra, apparentemente estranei al suo cuore, vi si inseriscono ora in una stretta simbiosi. Nei ricordi, che si fanno sempre più pressanti, il passato ritorna. Siamo alla fine del romanzo, e proprio in queste ultime pagine esso proclama il suo significato ed assume il suo speciale rilievo. Dirà Eleonora alla piccola Francesca: “Stai un momento ferma e sentimi bene, signorina: tu un giorno dovrai dire ‘la Canaria è tornata’. Correrai a dirmelo quando vedrai arrivare il tuo bisnonno Sebastiano. Lo riconoscerai per come è bello. E ti dico un’altra cosa: facci attenzione, vedrai che zoppica leggermente, per la vecchia ferita che si buscò combattendo con Garibaldi. Capito? Non potrai sbagliare. Mi fido di te. Dovrai gridarlo forte, che sentano tutti. ‘La Canaria è tornata.’ Prometti?” Non c’è dubbio che la Duranti sa tenere a bada il sentimento in una accorta miscellanea con la ragione, dentro la quale esso sa ben nascondersi, appiattirsi, ma non annullarsi. Nella sua scrittura, non solo qui, ha l’algidità di Battistina e di Giugi, la razionalità di Paolo, eppure in questa intensa frase di Eleonora c’è tutto il contenuto del libro, ossia la consegna di una eredità morale e spirituale, di una forza estrema, di una garanzia, di una tenacia imperiture dei sentimenti, che Eleonora trasferisce alla discendenza, a Francesca per prima, ma anche a Giugi, alla quale farà dono di “un collier di perle e brillanti, molto bello” appartenuto alla madre Battistina: “Giugi era l’intrepido comandante della Canaria che riempiva la cambusa preparandosi a navigare tra i flutti minacciosi della guerra.” Non è un caso che nell’anniversario dei suoi ottant’anni, a Gattaiola, a festeggiarla non ci siano soltanto i familiari, ma anche i “rifugiati, sfollati e clandestini che vivevano nella proprietà.” A Gattaiola Eleonora avverte che, rispetto a Genova, ha ora un pubblico di ascoltatori “disposto a credere nel ritorno di Sebastiano – o a far finta di crederci -” Sembra ringiovanire: “Raccoglieva i fiori nei prati, giocava con le bambine, suonava la chitarra e cantava Princesita e Malagueña. Iride pensava che a sua madre stesse dando di volta il cervello, ma Francesco, che l’aveva conosciuta prima del naufragio della Canaria, la ritrovava con emozione.” Con il ritorno del sorriso di Eleonora, arriva anche la fine della guerra. Le ultime pagine sono dedicate all’ingresso a Lucca degli Alleati e all’impegno partigiano e politico di Paolo, che lo porterà a sedersi in Parlamento sin dalla sua costituzione. Quando Eleonora morirà, vinta dall’emozione poiché aveva scambiato al telefono la voce di Paolo per quella del suo Sebastiano, Francesca, appresa la notizia a Gattaiola, sussurrerà dapprima, poi griderà: “La Canaria è tornata.” Il testimone è passato di mano. Morta Giugi, toccherà a Francesca, dunque, conservare quella tenacia del sogno, quella ostinazione della speranza, che furono il tesoro nascosto, e ogni giorno più prezioso, di Eleonora. Giugi Rossi Bagnara, che il padre Attilio aveva un giorno definito “un delfino d’alto mare”, nata il 30 marzo 1904, morirà il 21 febbraio 1978; Paolo Rossi sette anni dopo, il 24 maggio 1985.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart