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Caso Napolitano. E alla fine sotto processo ci finiscono i pm di Palermo7 agosto 2012
Giuseppe Lo Bianco e Antonella Mascali Il fascicolo è aperto, l’indagine disciplinare è avviata: la Procura generale della Cassazione ha già raccolto un sostanzioso carteggio in base al quale valuterà se mettere sotto processo disciplinare il Procuratore capo di Palermo, Francesco Messineo e il suo sostituto, Nino Di Matteo, titolare dell’inchiesta sulla trattativa Stato-Cosa Nostra (con il Procuratore aggiunto Antonio Ingroia e i pm Lia Sava e Francesco Del Bene). Secondo quanto risulta al Fatto il Procuratore generale Gianfranco Ciani ha ordinato al sostituto Pg Mario Fresa di verificare se Di Matteo abbia violato il principio della riservatezza delle indagini. E se il procuratore Messineo abbia o non abbia autorizzato il suo sostituto (sulla base della legge Mastella) a rilasciare interviste. I magistrati coinvolti non vogliono né confermare la notizia né tantomeno rilasciare dichiarazioni. Il procuratore Messineo risponde che, se la notizia fosse vera, “si tratterebbe di un fatto riservato sul quale non posso dire nulla”. Il pm Di Matteo cade dalle nuvole, ma si dice “tranquillo”. Il caso disciplinare ruota attorno a un’intervista del 22 giugno rilasciata da Di Matteo a Repubblica subito dopo che la vicenda Mancino-Quirinale finisce sui giornali. Il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari pubblica per primo alcuni spezzoni delle intercettazioni (depositate) tra l’ex ministro dell’Interno, Nicola Mancino, e Loris D’Ambrosio, consigliere giuridico del presidente Giorgio Napolitano. Il Fatto intervista D’Ambrosio, che conferma le conversazioni con Mancino. Ma è il settimanale Panorama, con un’ anticipazione alle agenzie, a rivelare che in mano alla Procura di Palermo ci sono anche conversazioni telefoniche tra l’ex ministro e Napolitano. E quando l’intervistatrice di Repubblica ne chiede conferma a Di Matteo, il pm risponde prudente: “Negli atti depositati (sono le conclusioni dell’inchiesta trattativa, ndr) non c’è traccia di conversazioni con il capo dello Stato e questo significa che non sono minimamente rilevanti”. Alla domanda in merito alla distruzione delle telefonate non depositate (non solo quelle con la voce del Presidente, ma tutte le altre), Di Matteo risponde: “Noi applicheremo la legge in vigore. Quelle che dovranno essere distrutte con l’instaurazione di un procedimento davanti al gip saranno distrutte, quelle che riguardano altri fatti da sviluppare saranno utilizzate in altri procedimenti”. Ecco, sono questi i passaggi dell’intervista che vengono vagliati con la lente di ingrandimento dalla Procura generale della Cassazione guidata da Ciani. Lo stesso che, su input del Quirinale, chiese invano un intervento del procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, sui magistrati di Palermo , su richiesta e a favore di Mancino. L’intervista di Di Matteo, secondo indiscrezioni, sarebbe uno dei motivi che hanno portato il Presidente della Repubblica a sollevare il conflitto contro la Procura di Palermo davanti alla Corte costituzionale. Sarebbe stata letta quasi come una sfida, una mancanza di rispetto istituzionale. Per le dichiarazioni di giugno a Repubblica, Di Matteo, senza essere citato per nome, aveva ricevuto una sorta di preavviso di azione disciplinare a mezzo stampa sulla prima pagina dello stesso quotidiano nell’editoriale domenicale, di Scalfari del 29 luglio. Che, a proposito della morte per infarto di D’Ambrosio, aveva scritto: “I procuratori di Palermo non possono essere tacciati d’aver fatto campagna contro D’Ambrosio. L’hanno interrogato, ma questo entrava nei loro diritti-doveri di titolari dell’azione penale. I loro uffici tuttavia hanno provvisto di munizioni alcuni dei giornali che si sono distinti in questa campagna. Dico i loro uffici. Può esser stato un addetto alla polizia giudiziaria, un cancelliere, un usciere dedito a frugar nei cassetti e nelle casseforti (in realtà si trattava di atti depositati alle parti, dunque non più segreti, ndr). Oppure uno di quei procuratori che comunque avrebbero avuto il dovere di aprire immediatamente un’inchiesta sulla fuga di notizie secretate. Ricordo che la notizia dell’intercettazione indiretta del presidente della Repubblica è stata data addirittura da uno di quei quattro procuratori (leggi Nino Di Matteo, ndr) in un’intervista al nostro giornale”. Dunque il fondatore di Repubblica accusava Di Matteo di essere venuto meno ai suoi doveri d’ufficio con un’inesistente fuga di notizie su Napolitano: eppure, nell’intervista incriminata, era la giornalista di Repubblica a domandargli delle telefonate del Colle, dopo le rivelazioni del berlusconiano Panorama. Ora il Pg della Cassazione deve decidere, in base alla documentazione acquisita, se formulare un capo di incolpazione davanti alla Sezione disciplinare del Csm, o archiviare. Un pericolo che Messineo e Di Matteo condividono con il Pg di Caltanissetta, Roberto Scarpinato. Sul tavolo del Pg della Cassazione, così come su quello della Prima commissione del Csm, è finito il discorso di Scarpinato del 19 luglio in via D’Amelio a Palermo, per i 20 anni dalla strage. In quell’occasione il magistrato, leggendo una lettera ideale a Paolo Borsellino, spiegò perché da tempo diserta le cerimonie ufficiali: per non incontrare autorità “la cui condotta di vita sembra essere la negazione dei valori di giustizia e di legalità per i quali tu ti sei fatto uccidere”. Proprio Messineo e Scarpinato hanno fatto domanda per il posto vacante di procuratore generale di Palermo. La Quinta commissione del Csm ha votato 3 a 2 per Messineo. Ma i giochi a settembre, in vista del voto definitivo del Plenum, sono destinati a riaprirsi proprio per i procedimenti sui due magistrati. Colpevoli, entrambi, di indagare su stragi e trattative. Persecuzione di Antonio Padellaro (da “il Fatto Quotidiano”, 7 agosto 2012) È bene dirlo con la massima chiarezza che le notizie sull’azione disciplinare avviata dal Pg della Cassazione contro i vertici della Procura di Palermo ci parlano ormai di una vera e propria strategia persecutoria scatenata da alcuni organi dello Stato contro altri organi dello Stato preposti alla ricerca della verità nella lotta ai poteri criminali. Che poi questa strategia finisca per scardinare e delegittimare gli uffici giudiziari siciliani è pura constatazione che nasce dall’osservazione dei fatti. Prima la campagna forsennata condotta (con l’ausilio di giornaloni e giornalacci compiacenti) contro il pm Antonio Ingroia, colpevole di avere sfidato chi tenta dall’alto di imbavagliare l’indagine sulla trattativa fra pezzi delle istituzioni e mafia a rivendicare la “ragion di Stato” e festosamente accompagnato in Guatemala dopo essere stato lasciato solo “in una stanza buia”. Poi la pratica aperta presso il Csm per il trasferimento d’ufficio di Roberto Scarpinato, Pg a Caltanissetta, reo di aver ricordato, pochi giorni fa, nel ventennale della strage di via D’Amelio, l’impegno di Paolo Borsellino per ripristinare la credibilità dello Stato minata da quanti, pur ricoprendo cariche pubbliche, conducevano (e magari ancora conducono) vite improntate a quello che egli definì “il puzzo del compromesso morale che si contrappone al fresco profumo della libertà”. Tocca ora al pur prudentissimo capo della Procura palermitana Francesco Messineo e al sostituto Nino Di Matteo assaggiare la frusta del sinedrio degli scribi e dei farisei, posti a guardia di una inesistente sacralità del Quirinale e del suo inquilino. Sembra infatti che a Di Matteo venga rimproverata l’intervista a Repubblica in cui parlava delle intercettazioni indirette di Giorgio Napolitano a colloquio con Nicola Mancino (notizia peraltro già rivelata da Panorama); Messineo invece dovrebbe discolparsi per una sorta di omessa vigilanza sul suo pm. Un clima cupo, insomma, a cui hanno già dato una vigorosa risposta i 320 magistrati firmatari dell’appello in favore di Scarpinato. E a cui sicuramente, con la Procura di Palermo sotto attacco trasversale, si uniranno altre voci. A cominciare dalla nostra. Le telefonate del Colle e le stragi del ’92/’93 II caso “telefonate intercorse fra il Presidente della Repubblica e Bertolaso capo della Protezione civile ai tempi del terremoto de L’Aquila e mai prese in considerazione da parte di nessuno”, riaprono quella dolorosissima piaga che da mesi ormai si è riattivata in noi, le vittime della strage di Via dei Georgofili. Veramente, la circostanza nella quale nessuno abbia avuto a che ridire sul fatto che il Presidente della Repubblica sia stato intercettato all’epoca del terremoto e non abbia prodotto ricorsi a organi di consulta vari, ci lascia esterrefatti. Considerando che sia nel caso Stato-mafia (telefonate di Mancino) che in quello del terremoto (telefonate di Bertolaso), l’autorità contattata sia stata quella massima: il Colle, non possiamo non domandarci cosa si possono essere mai detti nel primo caso gli interlocutori, che tanto fa agitare , fino a far tuonare , il ministro della Giustizia verso le intercettazioni confluite nell’indagine trattativa Stato-mafia. Noi siamo convinti che le stragi di questo Paese possono essere uguali solo nel modus operandi, ovvero nell’utilizzo di tritolo a buon mercato, ma che quelle del 1993 nulla hanno a che fare nel movente con quelle degli anni 60-70-80 tempi in cui il movente politico, almeno a livello esecutivo, pare quello che prevale. Infatti la strage di via dei Georgofili del 1993 ha avuto, secondo noi, un movente totalmente economico e i soldi non hanno colore, anzi nel 1993 i soldi che potremmo chiamare “rossi” erano ormai ampiamente presenti sui tavoli dei grandi traffici a fianco di tanto altro denaro non del tutto trasparente. Quindi , non resta da parte nostra, che ribadire il concetto di strage che nel 1993 non stà certo solo a destra: il cerino in mano purtroppo in via dei Georgofili lo avevano in molti, e invocare quel sostegno alla magistratura terza che possa portare al più presto ad un processo per strage per chiunque, credendo di fare il “nostro bene”, abbia contribuito alla morte dei nostri figli, abbonando alla mafia il 41bis. Dopo di che sarà la legge nei suoi tre gradi di giudizio a fare giustizia. Il caso Bertolaso. Ma “Repubblica” nasconde le intercettazioni? Diavolo di un Travaglio, chi l’avrebbe mai detto che dietro a quella sua aria da manettaro incallito si nascondesse un vero garantista? Certo, noi no. Eppure sul Fatto di domenica abbiamo scoperto che il giornalista caro alle procure è un ostinato innocentista e nei suoi articoli si preoccupa di tutelare i diritti degli imputati. Sotto al titolo «A.A.A. garantista cercasi», Marco due giorni fa spiegava che le intercettazioni non sono uno strumento utile solo per l’accusa, ma anche per la difesa, la quale vi può trovare elementi utili per dimostrare la non colpevolezza del proprio assistito. Ecco perché, puntualizzava, «il Codice dice che per distruggere le telefonate irrilevanti non basta il parere del Gip, e nemmeno del pm: occorre che anche gli avvocati di tutte le partile ascoltino». Vero. E a dimostrazione di come l’ascolto delle conversazioni possa cambiare la prospettiva di un processo, sulla prima pagina de il Fatto, Travaglio e compagni pubblicavano un’intervista a Guido Bertolaso, ex capo della protezione civile. Come è noto, l’uomo di pronto intervento nelle catastrofi è nei guai da un paio d’anni. La procura di Firenze lo accusa di essere stato in combutta con la «Cricca» degli appalti pubblici e da santo che era è finito all’inferno, sospettato di aver chiuso gli occhi sulle grandi opere in cambio di qualche massaggio a luci rosse. La storia è finita su tutti i giornali e le sue telefonate anche. Ma adesso che è fuori dai giochi e lavora in un piccolo ospedale in Africa, Bertolaso ha deciso di levarsi qualche sasso – lino, in particolare con Repubblica, che contro di lui fece una dura campagna. E per farlo ha approfittato proprio della tribuna travagliesca, oggi la più impegnata nella guerra contro Giorgio Napolitano e il suo avvocato d’ufficio Eugenio Scalfari. Che dice Bertolaso nell’intervista? Che il quotidiano diretto da Ezio Mauro si sarebbe prestato a un lavoro sporco, anzi, per la precisione, a uno strano disegno, «non mettendo in pagina le intercettazioni che mi scagionano ma solo quelle due o tre che orientano l’opinione pubblica». E quali sarebbero queste telefonate che salverebbero l’ex capo della protezione civile? Secondo il diretto interessato ne esisterebbe una in cui i fratelli Anemone (cioè i componenti più autorevoli della Cricca) discutono fra loro e uno dice all’altro: «Bertolaso ci ha rovinato. Ci ha tolto 50 milioni di euro dal contratto». E l’altro fratello cosa risponde? gli chiede l’intervistatore «Questa è una porcata, adesso andiamo noi da Santoro a fare casino contro Bertolaso». Il quale, nel colloquio con il giornalista de il Fatto, riferisce anche di un’altra telefonata, questa volta non sua ma del magistrato Achille Toro, uno degli amici della Cricca, che senza sapere di essere intercettato direbbe che «Bertolaso non c’entra un cazzo, eppure lo hanno messo in mezzo lo stesso». Conclusione dello stesso Bertolaso: la libertà di stampa è sacra e i giornali non vanno imbavagliati se pubblicano le intercettazioni, ma se ne pubblicano solo alcune, cioè quelle a danno dell’imputato, lasciando intendere delle cose che altre conversazioni smentiscono, allora c’è un problema. Già. Se è vero quello che dice il santo patrono dei terremotati e degli sfollati, in effetti un problema esiste, perché vorrebbe dire che o c’è una manina che seleziona le intercettazioni e poi le passa alle redazioni in modo da colpire quelli che ritiene avversari, oppure ci sono dei giornalisti che presi i brogliacci dagli investigatori invece di mandare in stampa tutto, prendono i brandelli di frase che servono e poi danno il via alle rotative. Nell’uno e nell’altro caso, essendoci un’accusa di essere vittima o artefice di distorsioni dell’informazione, anzi, di prestarsi a losche operazioni per far fuori questo o quell’uomo politico o delle istituzioni, noi ci saremmo aspettati ieri una presa di posizione di Repubblica e del suo direttore, per allontanare da sé e dal giornale le ombre proiettate da Bertolaso. Per questo ieri abbiamo compulsato le pagine del quotidiano romano con attenzione alla ricerca di una replica o, per lo meno, di una spiegazione. Ma tra i commenti dedicati alle primavere arabe, ai partiti che vivono in un mondo sparito e ai social network che chiedono i documenti ai naviganti del web, non siamo riusciti a vedere nulla, nemmeno uno straccio di risposta. Eppure Repubblica aveva trovato spazio anche per la sconvolgente confessione di una poetessa, Patrizia Cavalli, la quale ha scoperto che gli innamorati sono tutti uguali e questa è la vera democrazia. Invece per Bertolaso e le sue accuse nemmeno una riga. Forse, abbiamo pensato, il direttore è in vacanza e gli è sfuggita l’intervista de il Fatto. Oppure la redazione è a ranghi dimezzati e il caporedattore si è distratto. Così abbiamo deciso di porre a Repubblica alcune domande, nel caso non avessero letto quanto dichiarato dall’ex capo della protezione civile. 1. È vero quel che dice Bertolaso e cioè che a Repubblica tenete nel cassetto le intercettazioni che lo scagionano? 2. È possibile che la fonte che ha passato al vostro giornale la trascrizione delle telefonate di Bertolaso abbia omesso quelle che scagionano il supercommissario alle emergenze? 3. È vero, come dice Bertolaso, che Repubblica è in possesso di telefonate tra lui e Giorgio Napolitano «ma non le pubblica»? 4. È vero che Repubblica «possiede tutti i nastri», ma come dice Bertolaso li usa «periodicamente per bastonarmi invece di informare»? 5. È vero che, dopo lo scontro tra il capo dello stato e la Procura di Palermo, Eugenio Scalfari e i suoi seguaci hanno scoperto che non tutte le intercettazioni vanno pubblicate, ma solo quelle che servono alla causa? 6. È vero, infine, che dopo aver promosso la campagna «Imbavagliateci tutti», contro la legge Alfano sulle intercettazioni, Scalfari, Mauro e Repubblica si preparano ora a lanciare un’altra campagna al grido di «Imbavagliateli tutti» a favore della legge Severino sulle intercettazioni e contro il Fatto, Libero e pochi altri? Attendiamo risposte. “Noi colleghi la pensiamo come Scarpinato” Pubblichiamo ampi stralci della lettera di solidarietà a Roberto Scarpinato che sarà inviata a tutte le commissioni del Csm . Già oltre 320 le firme di adesione, tra le quali quelle di Calogero Gaetano Paci (Procura Palermo), Gioacchino Natali (Presidente Tribunale Marsala), Domenico Gozzo (Procura Caltanissetta), Fabio De Pasquale Procura (Milano), Vito D’Ambrosio (Procura Generale Cassazione), Paolo lelo (Procura Roma), Gian Carlo Caselli (Procuratore Torino), Francesco Greco (Procura Milano), Teresa Principato e Antonio Ingroia (Proc. Agg. DDA Palermo), Alfredo Robledo (Procura Milano), Sergio Lari (Procuratore di Caltanissetta), Cuno Tarfusser (Vice Presidente della Corte Penale Internazionale) Chi ha memoria storica e consapevolezza culturale sa che la storia del nostro paese è anche la storia di poteri criminali che ne hanno condizionato lo sviluppo sociale, politico ed economico. Chi ha una coscienza morale e professionale e il coraggio di non rassegnarsi a quello che è accaduto e accade nel nostro Paese, ha il dovere civico di associare il proprio impegno professionale e culturale alla difesa intransigente dei valori costituzionali e di opporsi al rischio di un progressivo svuotamento dello statuto della cittadinanza che, lasciando spazio al crescere di una rassegnata cultura della sudditanza, determina il degrado del vivere comune a causa del proliferare di furberie, sopra ffazioni, arroganze, servilismi e cortigianerie interessate. (…) Il 9 luglio 2012 Roberto Scarpinato ci ha ricordato la coscienza, il coraggio, l’impegno perla giustizia e la verità di Paolo Borsellino, il quale, esponendosi in prima persona, denunziò pubblicamente più volte come per mobilitare tutte le migliori risorse della società civile nel contrasto alla mafia, fosse indispensabile ripristinare la credibilità dello Stato minata da quanti, pur ricoprendo cariche pubbliche, conducevano tuttavia vite improntate a quello che egli definì il “puzzo del compromesso morale che si contrappone al fresco profumo della libertà”. A venti anni dalla strage di via D’Amelio restano, purtroppo, attuali le sofferte parole che Paolo Borsellino, esempio illuminante di uomo di Stato, dedicò a questo tema e ricordate da Roberto Scarpinato: “Lo Stato non si presenta con la faccia pulita… Che cosa si è fatto per dare allo Stato… una immagine credibile?… La vera soluzione sta nell’invocare, nel lavorare affinché lo Stato diventi più credibile, perché noi ci dobbiamo identificare di più in queste istituzioni”. “No, io non mi sento protetto dallo Stato perché quando la lotta alla mafia viene delegata solo alla magistratura e alle Forze dell’Ordine, non si incide sulle cause di questo fenomeno criminale”. Lo scritto di Roberto Scarpinato, nella forma di una lettera ideale, così come gli era stato richiesto dai familiari di Borsellino, è stato un omaggio alla verità e alla giustizia, un ringraziamento a Paolo Borsellino, un corrispondere a un debito di riconoscenza che mai salderemo del tutto. (…) Abbiamo appreso dalla stampa che, a seguito della lettera dedicata da Roberto Scarpinato a Paolo Borsellino, è stata aperta presso la Prima Commissione del CSM una pratica per il suo trasferimento di ufficio e che la richiesta di apertura della pratica è stata trasmessa dal Comitato di presidenza del CSM alla Procura generale presso la Corte di Cassazione per eventuali iniziative disciplinari. L’Associazione Nazionale Magistrati, il 26 luglio 2012, ha espresso sorpresa e preoccupazione per tale iniziativa ritenendo che quel discorso non possa essere inteso che come “manifestazione di libero pensiero, quale giusto richiamo, senza riferimenti specifici, nel ricordo delle idee e delle stesse parole di Paolo Borsellino, alla coerenza di comportamenti ed al rifiuto di ogni compra messo, soprattutto da parte di chi ricopre cariche istituzionali”. Il discorso di Roberto Scarpinato, a nostro parere, merita di essere diffuso, nelle istituzioni e nelle scuole, tra i concittadini onesti e impegnati. A titolo di merito per chi ha ricordato un pezzo della nostra storia con la credibilità del proprio passato. Come monito alle tante persone che si stanno formando una coscienza civile o a quelle che possono cedere alla tentazione della disillusione, e come esortazione a tener sempre un comportamento esemplare e onesto nell’interesse Stato democratico e costituzionale. (..) Cè necessità di parlare con quella che i greci chiamarono “parresia”, ovvero con la libertà e il dovere morale di chi non teme di urtare la suscettibilità di alcuno perché non prevede di aver benefici o debiti nei confronti del Potere. Per questi motivi facciamo nostre le nobilissime parole della lettera di Roberto Scarpinato a Paolo Borsellino. Intercettazioni, norma ad personam per il Colle E’ come se, in termini calcistici, un giocatore commettesse un fallo in area di rigore e poi subito dopo chiedesse l’espulsione dell’attaccante per simulazione. Ma l’arbitro non potesse intervenire perché quel fallo non è punibile in quanto non “codificato” nelle regole. Al ministero della Giustizia a calcio ci giocano poco, ma la similitudine è servita ad un alto funzionario per chiarire quello che il ministro Severino sta studiando in questi giorni; una norma ad hoc per coprire un vulnus contenuto nella legge n. 219/1989 che regola la possibilità di utilizzo delle intercettazioni in cui è stato registrato il Capo dello Stato. Per mettere al riparo Napolitano dalla possibilità che la Consulta possa dargli torto. Già, perché subito dopo la richiesta del Quirinale di sollevare il conflitto d’attribuzione, a via Arenula si sono letti bene la legge che disciplina la materia. E si sono accorti che l’articolato parla chiaro. Anzi, poco chiaro: all’art. 7 della legge n. 219/1989 si stabilisce che i provvedimenti che dispongono intercettazioni telefoniche non possono essere adottati nei confronti del Presidente della Repubblica “se non dopo che la Corte costituzionale ne abbia disposto la so- ” spensione dalla carica”. E FIN QUI, tutto bene. Solo che, nella mente dei legislatori dell’epoca, questa previsione veniva considerata valida unicamente per i reati previsti dall’art. 90 della Costituzione (“Il Capo dello Stato non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni”, ndr) e quindi applicabile solo in caso di tradimento o attentato alla Costituzione. Inoltre la norma rinvia unicamente alle intercettazioni dirette. Insomma, nell’unica legge che la Consulta potrebbe invocare per chiarire chi ha ragione e chi ha torto tra Napolitano e i pm di Palermo, manca clamorosamente la fattispecie delle intercettazioni indirette. È vero che, fino ad oggi, l’espressione “esercizio delle funzioni” riferita al Presidente della Repubblica è stata interpretata in senso estensivo, ma in questo caso sarebbe praticamente impossibile considerare le intercettazioni palermitane come qualcosa di strettamente attinente all’articolo 90. Insomma, bisogna correre ai ripari, si son detti al ministero. Come? Semplice: proponendo una integrazione alla legge dell’89 che copra il vulnus esistente prima che la Consulta arrivi a sentenza, ovvero- ragionevolmente – prima del marzo 2013. La Severino sta dunque stMtiando una norma che renda chiaro che qualsiasi intercettazione, indiretta o diretta, riferita al Presidente della Repubblica non deve essere utilizzata e deve essere distrutta. Comunque. In un primo momento il Guardasigilli aveva pensato di inserire questa norma – che è in pratica l’evoluzione del “lodo Vietti” – direttamente all’interno delle modifiche del governo al ddl intercettazioni. Poi, però, grazie anche alle resistenze del Pdl, è apparso chiaro al ministro che la questione meritava un binario parallelo e più veloce: si dovrebbe arrivare ai primi di settembre alla presentazione, in commissione Giustizia del Senato, di una leggina “integrativa” di pochi articoli, da farpassare rapidamente e con il consenso di quasi tutte le forze politiche. QUELLE CHE ieri si sono schierate a difesa del Colle dopo l’intervista a Oggi di Di Pietro. “Nel 1993, durante una pubblica udienza del processo Enimont – ha sostenuto l’ex pm – Craxi descriveva Napolitano, esponente di spicco del Pci nonchè presidente della Camera, come un uomo molto attento al sistema della Prima repubblica specie coltivando i suoi rapporti con Mosca. Credo che ín quell’interrogatorio formale, Craxi stesse rivelando fatti veri perchè accusò pure se stesso e poi gli altri di finanziamento illecito dei partiti”. Per Di Pietro il Presidente “ha cercato il consenso di tutte le forze politiche per mantenere un’acquiescenza nei suoi confronti”. In serata la risposta di fonti del Quirinale, che denunciano “assurdi artifizi provocatori nel quotidiano crescendo di un’aggressiva polemica personale contro il Presidente della Repubblica”. A tutto Di Pietro ha replicato: “C’è un filmato su internet che lo testimonia”. Eco, cattivo maestro dai testi di piombo L’Eco di quarant’anni fa torna a bussare in libreria. Lo ristampa Bompiani e viene riproposto col suo titolo anodino, Il costume di casa, e un sottotitolo allusivo: «Evidenze e misteri dell’ideologia italiana negli anni Sessanta» (pagg. 484, euro 10,90). Il libro è assai istruttivo, coincide con un’epoca cruciale che culmina nel ’68 e poi si intristisce nei cupi anni seguenti. È un libro coevo, per capire il clima, alla firma di Umberto Eco apposta al manifesto di Lotta Continua contro il commissario Calabresi, poco dopo ucciso su mandato dei medesimi lottacontinuai.Pagine interessanti, non c’è dubbio, a tratti acute, da cui traggo quattro o cinque spunti utili per capire il presente. Parto da quel tempo. Negli anni Sessanta c’era in Italia una vera borghesia, dignitosa e ipocrita, come è poi la borghesia, che aveva senso del decoro e della morale, un discreto amor patrio, un reverenziale rispetto per le tradizioni culturali e religiose, anche se talvolta fariseo o filisteo. Le sue basi erano i costumi di vita ereditati, la buona educazione e le lezioni impartite dalla scuola del tempo. Eco demolisce quei santuari a uno a uno: il senso della tradizione e dei buoni costumi, il senso religioso e il legame con la morale comune, la meritocrazia e «l’illusione della verità». Auspica una «guerriglia semiologica» (in quegli anni erano parole di piombo), nega il rispetto del latino – «L’ossessione del latino è una manifestazione di pigrizia culturale, o forse di forsennata invidia: voglio che anche i miei figli abbiano gli orizzonti ristretti che ho avuto io, altrimenti non potranno ubbidirmi quando comando» – distrugge i buoni sentimenti e il suo alone retorico che promanavano dal libro Cuore, libro di formazione di più generazioni che servì a edificare un sentire comune dell’Italia postunitaria e che per Eco è invece «turpe esempio di pedagogia piccolo borghese, paternalistica e sadicamente umbertina»; elogia Franti il cattivo e vede in lui il modello positivo dei contestatori, anzi di più, lo vede come ispiratore di Gaetano Bresci, l’anarchico che uccise all’alba del ’900 Re Umberto a Monza.Capite che benzina Umberto Eco abbia gettato sul fuoco di quegli anni feroci. Il cattivo maestro Eco poi contesta il filosofo Abbagnano che elogia la selezione e il merito, sostenendo che la selezione sia solo una legge di natura da correggere con la cultura e la solidarietà e auspica «che non ci sia più una società dove predomina la competitività». Declassa la religione a fiaba e suggerisce non di avversarla come facevano gli atei dichiarati ma più subdolamente di relativizzarla presentandola come fiaba tra le fiabe. Giudica impossibile un Picasso che dipinga l’Alcazar fascista come dipinse Guernica antifascista; dimenticando il filone futurista e fior d’artisti fascisti (a proposito dell’uso politicamente ambiguo della pittura, cito l’esempio di Renato Guttuso che riprodusse un suo manifesto fascista antiamericano degli anni Quaranta in un manifesto comunista antiamericano degli anni Sessanta in tema di Vietnam. Riciclaggio ideologico).Umberto Eco poi si allarma, come Pasolini e altri, perché cresceva agli inizi degli anni Settanta la cultura di destra in Italia, con nuovi autori ed editori (Il Borghese, Volpe, la Rusconi diretta da Cattabiani). E le dedica uno sprezzante articolo, confondendo volutamente pensatori e picchiatori, «magistrati retrivi» (allora le toghe erano considerate protofasciste) e riviste culturali. Particolare l’acredine verso il suo concittadino alessandrino Armando Plebe, all’epoca approdato a destra ma di cui Eco nega perfino la provenienza marxista (Plebe fu invece l’unico filosofo italiano vivente a essere citato come marxista nell’Enciclopedia sovietica). Eco disprezza autori come Guareschi e Prezzolini, Evola e Zolla, Panfilo Gentile e «il risibile pensiero reazionario». E fa una notazione volgare: «la nuova destra rinasce soltanto perché un certo capitale editoriale sta offrendo occasioni contrattuali convenienti a studiosi e scrittori, alcuni dei quali rimanevano isolati per vocazione, e altri non sono che arrampicatori frustrati». Un’analisi così rozza e faziosa non l’abbiamo letta neanche nei volantini delle Brigate rosse. Fa torto al suo acume. È come se spiegassimo la cultura di sinistra con i soldi venuti dall’Urss o le firme de l’Espresso-La Repubblica con i soldi di Carlo De Benedetti… Sarebbe volgare, falso o almeno riduttivo.Eco avverte i suoi lettori che «il capitalismo come entità metafisica e metastorica non esiste». Al fascismo, invece, Eco attribuisce entità metafisica e metastorica elevandolo a Urfascismo: il fascismo come eterna dannazione. Sul rapporto tra cultura e capitalismo la considerazione becera fatta sugli autori di destra si inverte quando invece si tratta di un autore «di sinistra»: anche se «ha un rapporto economico con i mezzi di produzione» lui non ne dipende, perché conta «il rapporto critico dialettico in cui egli si pone con il sistema». Traduco: se la cultura di destra trova investitori è asservita al Capitale e lo fa mossa solo dai soldi; se la cultura di sinistra è finanziata dal Capitale, invece usa gli investitori ma non si fa usare e ha scopi nobili… Può vivere «di prebende largite da chi detiene i mezzi di produzione» perché quel che conta è «la presa di coscienza» (io direi ben altra presa…). Loro prezzolati, noi illuminati.Il testo è utile perché rivela la matrice di Eco: prima che semiologo è ideologo. Mascherato. Traspare quell’ideologia illuminista radical che traghetta la sinistra dal comunismo al neocapitalismo, spostando il Nemico dai padroni ai fascisti, dal Capitale ai reazionari, in cui Eco include cristiano-borghesi e maggioranze silenziose. L’antifascismo assurge a religione civile, a priori assoluto nella lotta tra Liberazione e Tradizione, che sostituisce la lotta di classe.Questo testo mostra le origini colte della barbarie odierna e della relativa intolleranza. Se viviamo in un’epoca che rigetta la cultura classica, l’amor patrio, le buone maniere, le buone letture, la meritocrazia, la scuola selettiva, forse non è frutto semplicemente del berlusconismo… Infine il testo di Eco dimostra che la destra è demonizzata anche quando non si riduce al rozzo cliché dei picchiatori o dei prepotenti o, mutatis mutandis, dei leghisti o dei berluscones. Ma si accanisce sprezzante anche sulla destra colta, i suoi libri, i suoi editori, scrittori e filosofi, oggi da cancellare ieri da eliminare; come accadde a Giovanni Gentile, prototipo dell’intellettuale out. Un assassinio pensato in seno alla cultura e nutrito col fiele dell’ideologia. Il passato, a volte, echeggia. Letto 255 volte. Nessun commento »Non c'è ancora nessun commento. RSS feed dei commenti a questo articolo. TrackBack URI Lascia un commento |
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