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Faldella, Giovanni

7 novembre 2007

Un viaggio a Roma senza vedere il Papa

“Un viaggio a Roma senza vedere il Papa”

Libreria Dante & Descartes, pagg. 120. Euro 10

S’immagina che il sindaco di un piccolo paese “di campagna” del Piemonte trovi il modo finalmente, giustificato da una pratica giacente presso il ministero dell’Istruzione Pubblica, di partire, da poco fatta l’unità d’Italia, per Roma, insieme con il suo segretario. La prima meraviglia che si prova vien dalla prosa e si stenta a credere che essa sia datata negli anni dal 1874 al 1875.

Scorrevole e arguta, ci accompagna lungo questo viaggio denso di tappe, anche fuor di rotta, come Milano, che visitiamo in piazza Duomo nel momento in cui alcune costruzioni vengono abbattute per allargare la piazza, e Venezia, che ci viene incontro con una gondola attrezzata nel modo che oggi più non si vede, ossia: “sono coperte di drappo nero, ed hanno fiocchi e frangie di seta nera, nell’entrare dentro la gondola ci parve di entrare in un catafalco, e poi di trovarci in una berretta da prete.” Giunto a Roma ammira la bellezza delle donne romane e si domanda: “Come mai potrebbe riuscire brutta, l’umanità sotto il cielo di Roma?” Continua: “è un cielo eloquente, a periodi di Cicerone.” Una presenza immateriale ma costante è quella della moglie Giacomina che non si vede mai tratteggiata, come avviene nei celebri film del commissario Colombo, il quale fa spesso riferimento a sua moglie, di cui non sappiamo nulla, e mi pare neppure il nome. Molti termini sono presi dal toscano, che ha sempre fatto scuola, come si sa, e in specie dal Giusti di Monsummano, località a due passi dalla mia città di Lucca. È grazie all’uso di questo vocabolario (“scrivere l’italiano, pressappoco come il Giusti dell’Epistolario”) che la sua prosa, già di per sé spigliata, si arricchisce di un fresco e gustoso sapore. È più di un libro di viaggio, che consente all’autore, una volta tornato al suo paesello e affidatosi alla memoria di quel pellegrinaggio, di scaricare la sua ironia e la sua arguzia su più di un argomento, come ad esempio l’arte moderna (di quei tempi), non più tanto figurativa al punto che: “Mi hanno detto: questo è un cane; ed io l’avevo scambiato per un mazzo di sigari.” O contro la scuola che non si apre alla letteratura straniera: “Ma nelle nostre scuole di letteratura italiana, Dio mio! che scheletri di letteratura!”. E non fa mistero di apprezzare Dickens “arguto e bonario”. O sulla libertà, contrapposta alla servitù degli schiavi romani, e poi qualche strale contro l’archeologia: “Ma a conservare un sasso, che non è bello, non è utile, non è esemplare, solo perché si crede più antico degli altri, e tanto peggio rovistare i selciati, disturbare il prossimo che vive, per cercare di queste pietre morte, mi pare la più grossa corbelleria che si possa stillare sotto la cupola di una testa umana.” Attratto dalla bellezza delle donne, non manca di cavalleria nei loro confronti, come quando incontra una bella ciociara. Nel viaggio di ritorno è la campagna romana ad attrarlo: “La campagna romana è intersecata da steccati, in cui pascolano, meriggiano e pernottano mandre di cavalli villosi e di pecore sudicie, quasi sempre a ciel sereno e scoperto.” Deve tornare anzitempo perché il prevosto del suo paese lo vuole con sé, dopo che è scoppiata una mezza rivolta dei cantori della parrocchia, a seguito del rinvio di una conferenza che avrebbe dovuto vertere su tre argomenti ritenuti importanti, e in occasione della quale si sarebbe dovuto tenere un pranzo luculliano. Il lettore li leggerà da sé questi argomenti, sorridendo dell’ennesima trovata del nostro narratore dal tocco lieve e aggraziato, che ci ha intrattenuti con i ricordi di paesaggi e costumi che se ne sono andati per sempre e, se non altro, ci ha messo addosso la curiosità di conoscere un pittore che non pare essersi tramandato, se non forse tra gli addetti ai lavori, quel Pierin del Vaga sul quale dichiara che ripeterebbe “tutto il giorno” il suo nome.

Un Carneade anche lui, dunque, come quello, forse più fortunato, del Manzoni.


Letto 2005 volte.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart