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Fantozzi, Paolo

7 novembre 2007

Storie e leggende delle colline lucchesi  

“Storie e leggende delle colline lucchesi”

Le Lettere, pagg. 176. Euro 13

Scrive l’autore: “cala la notte, si leva il vento. Il bagliore di un fulmine proietta le ombre sulla strada e le case sulle colline si chiudono in se stesse, abbandonando il mondo alla sua tenebra.” E più avanti, nella sua introduzione, continua: “Spalla a spalla, ginocchio contro ginocchio, ci affolliamo attorno al fuoco. Fuori il vento fischia sulle colline e scuote i rami degli alberi, il vento soffia forti folate nelle menti, e le folate impetuose portano racconti.”

Si tratta della veglia, che un tempo, nelle sere d’inverno, radunava intorno al fuoco giovani e meno giovani, che pendevano dalle labbra di un vecchio dicitore dalla voce calda e suadente, il quale trasmetteva, con un piacere che avvolgeva tutti, storie che si tramandavano da generazioni, nate lì nel luogo, nel villaggio, nel paesucolo, sulla montagna, e che avevano riscaldato di trepidazione, di paure, di desiderate emozioni, il cuore di tanti che ora non c’erano più e che avevano attraversato con la luce della loro vita il buio dei secoli.

La tradizione della veglia ormai è quasi del tutto spenta, ed è solo grazie a studiosi come il giovane Paolo Fantozzi, e il più anziano Carlo Gabrielli Rosi, pure lui lucchese, che noi possiamo rivivere quei momenti magici, in cui lo stupore che sprigiona dalla storia raccontata ci proietta in un mondo di personaggi, di forze, di ombre che non stanno sempre fuori da noi, ma a volte sembrano rivivere e sorgere proprio dal nostro animo.

Tra il mistero dell’uomo e la leggenda c’è un legame che li unisce come davanti ad uno specchio, e non è mai del tutto possibile sciogliere l’uno dall’altro. Scrive l’autore: “Le leggende affondano le loro radici fino in fondo all’anima di un popolo e grazie ad esse è possibile ricostruirne le origini, le vicende, le difficoltà e i costumi.”

Il libro, che è il terzo nelle edizioni della Casa editrice fiorentina, questa volta raccoglie le leggende disseminate sulle colline della mia terra di Lucchesia, così ricca di tradizione orale. Difficile tenere il numero di quante ne sono raccontate qui, e tutte riportano in nota, scrupolosamente, le iniziali della persona da cui sono state raccolte (di solito, persone anziane) e l’anno.

Si comincia con il Linchetto, personaggio presente in molte leggende, un folletto bizzarro e dispettoso, che “si faceva vedere sulla strada ad una curva con un campanaccio in mano; era piccolo come un nanetto, aveva il corpo di uomo, ma le gambe come quelle di un capretto ed in testa aveva due piccoli cornini.”, per incontrarne altri più temibili e impressionanti come gli Streghi, che di notte con fiaccole accese, si possono incontrare allineati in una lunga sinistra processione, i Fuochi fatui, anime di defunti che vagano nell’aria simili a fiammelle, gli Spettri che danzano all’interno di una chiesa. Ma ci sono pure storie legate al desiderio della gente povera di diventar ricca per non aver più pene da sopportare, e così si favoleggia di tesori nascosti, di chiocce e di pulcini, tutti di oro massiccio, nascosti ai piedi di qualche torre o di un vecchio albero, o vicino a qualche casa solitaria “e che avanti di poterlo levare ci doveva morire all’improvviso una persona.”, oppure è sorvegliato da un grosso serpente che “anche se viene ucciso si ricompone velocemente come avvolto da una fiamma.” Non manca il diavolo, naturalmente, che si presenta sotto varie forme, ad esempio “aveva le zampe di gallina”, e lascia sempre un segno della sua presenza, né mancano gli echi delle guerre tra Lucchesi e Pisani, il cui cozzar di armi e lo scalpitio dei cavalli sono ancora uditi certe notti. C’è la Buca delle Fate da dove un tempo “dopo l’Ave Maria, da quella grotta sperduta nel bosco si vedevano uscire quattro o cinque ragazze bionde, molto belle, vestite soltanto di un velo trasparente e molto leggero, fatto di bava di ragno. Avevano uno strano cappello a punta e ballavano tutta la notte.”

È incredibile quanto la fantasia dell’uomo riesca ad immaginare, e quanto sia fervida e suggestionabile, perdendo ogni contatto con la ragione, in piena e traboccante, vertiginosa, libertà. Una leggenda vuole che sulle colline vicino a casa mia, sopra Gattaiola, un paesino meraviglioso che ha una bella chiesa ricordata anche da Mario Tobino in “Gli ultimi giorni di Magliano”, si trovino due grosse impronte molto distanti l’una dall’altra, che la fantasia popolare attribuisce a Orlando, “proprio quello del poema di Ariosto”. Si crede perfino che Caino, una volta ucciso Abele, sia venuto a rifugiarsi sui monti delle Pizzorne, in Lucchesia!: “Stava nascosto nei boschi e dormiva nelle grotte, avendo sempre paura degli animali selvatici e perfino delle erbacce che crescevano rigogliose ovunque passasse.”

Il 1600 è il secolo della peste manzoniana, e Lucca non fu risparmiata dal flagello, ed ecco che il ricordo di quel nefasto periodo ha dato vita ad una leggenda, quella del “barroccio degli appestati”, che “nelle notti di vento e di pioggia passa lento lungo la strada”: “un carro enorme, carico di scheletri che avanzava lento e traballante, con le ruote che sprizzano scintille sul selciato ed era trainato da due grossi buoi che buttavano fuoco dalle narici.”

Non potevano, infine, non essere narrate tre leggende care ai Lucchesi: quella di Santa Zita, la Santa dei fiori, ricordata anche da Dante; quella relativa al vescovo San Frediano, autore di molti prodigi, ma soprattutto domò il Serchio, il fiume che tribolava Lucca e la sua campagna con periodiche e disastrose alluvioni; e l’altra di Lucida Mansi, la nobildonna che fece il patto col diavolo per restare bella, e che Mario Tobino ha ritratto da par suo ne “La bella degli specchi”.

Nella parte conclusiva sono ospitate anche nove fiabe delle colline lucchesi, o “fole”, come si dice qui, tra le quali è simpaticissima quella intitolata: “La fola di Gosto e Mea”.

Insomma, questo libro ce ne racconta tante mai di storie affascinanti, che noi potremmo star lì, vicino al fuoco, per l’intero inverno, sera per sera a raccontare, trasportati in un mondo che credevamo svanito, e che invece se ne sta in disparte, ci osserva, pronto a tornare.


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