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Farina, Corrado

12 ottobre 2008

L’invasione degli ultragay
Il cielo sopra Torino – 1940 e dintorni
Il calzolaio
Dissolvenza incrociata
Un posto al buio
Storia di sesso e di fumetto

 

“L’invasione degli ultragay”

Zero91, 2008

 L’ultimo romanzo dello scrittore-regista risale al 2006, “Il cielo sopra Torino”, pubblicato da Fogola. Nel 2004 era uscito per i tipi dell’editore Marco Valerio di Torino, “Il calzolaio” . Si trattò di una storia molto intrigante che segnò forse il livello più alto raggiunto nella narrativa da questo autore, di origine torinese. “L’invasione degli ultragay”, edito nel 2008, ha nella sua casa editrice una novità. Infatti il settembre 2006 è la data di nascita di Zero91, una casa editrice che “nasce dalla volontà di proporre una scrittura in cui l’immagine ispira la parola”, prediligendo “libri di autori con esperienze lavorative nel cinema o nella televisione.” La scelta di pubblicare un autore che come regista ha alle spalle una esperienza e una produzione solide e qualificate non poteva essere più felice.
In questo romanzo ci sono due storie, una delle quali ambientata in un futuro non molto lontano, il 2030, e ci sono due protagonisti. Il primo è il narratore Corradino Piersanti, il quale sta scrivendo un romanzo, il secondo è John W. Taylor, il protagonista di quest’ultimo. Le piccole pause che il narratore si prende per narrarci di sé, trovano in Taylor un punto di appoggio, e meglio ancora: una qualche relazione, come quando Taylor attende che le azioni private del suo narratore si siano concluse, così che possa riprendere a rianimarsi. Abbiamo già assistito a storie multiple contenute in un romanzo, però qui si ha proprio la sensazione di un regista che si muove fuori della scena per poi rientrare a riprendere e a disegnare la sua storia: “John W. Taylor balzò in piedi, pronto a riprendere l’azione dal punto in cui l’aveva lasciata.”
Piersanti convive con Fiamma Ferrari, che occupa molto del suo tempo in sit-in e manifestazioni varie organizzate da movimenti no-global. La chiamano “la Rossa”, non solo per il colore dei suoi capelli, ma per la foga che mette nel portare avanti le sue idee. Corradino non può fare a meno di ascoltarla e litigare con lei quando sono insieme.
Taylor, invece, è alle prese con un attacco alla sua persona da parte degli zombi, che assediano la sua casa, sfasciano porte e finestre e vogliono che anche lui diventi uno di loro, come forse è già accaduto alla moglie Marie-Jo e al figlio Steve. È una storia splatter che Corradino è costretto a scrivere, perché se scrive di “cose serie” nessun editore lo prende in considerazione. Giorgio Pinto, il suo agente letterario, omosessuale, già suo compagno di studi, gli dà un’idea: la “gente non è soltanto carogna ma anche ipocrita: chi la fa indignare e incazzare piace molto più di chi le propone di rimboccarsi le maniche e cercare di migliorare il mondo…” È fatta; tornato a casa, si siede al computer e gli zombi spariscono, e al loro posto compaiono gli omosessuali che stanno impadronendosi della società. Non sono più gli zombi che bussano alla porta di Taylor, bensì una pattuglia composta da due poliziotti omosessuali: “Il più anziano, con voce affettuosa, dice: – Coraggio, amore, vedrai che ti piacerà…”
L’idea non è affatto peregrina, tutt’altro, e la scrittura suadente ci consente di viverla con quel carico di grottesco e di ironia con i quali l’autore adorna il suo stile, sempre lineare e limpido, come avemmo modo di notare in altri suoi precedenti romanzi.
Le due storie si intersecano per il conflitto esistente tra Fiamma e Piersanti. La prima è decisamente contraria a scrivere qualcosa che possa irridere i gay, che difende perché sono stati per anni una minoranza bistrattata e vilipesa.
Questo escamotage risulterà interessante, consentendoci di seguire in trasparenza il meccanismo con cui Piersanti (e per lui lo stesso Farina) costruisce la storia nella storia. Taylor, ossia, si configura alla stregua di un personaggio di cui di volta in volta si decide a voce alta il da farsi. Un po’ come può avvenire nella fase di montaggio di un film.
Per muoversi, aspetta sempre le decisioni del suo padrone: “John W. Taylor era rimasto solo e aspettava con pazienza che io gli spiegassi cosa doveva fare. L’intensa attività sessuale a cui l’avevo sottoposto nelle ultime ore doveva averlo messo in uno stato di beata rilassatezza, poiché se ne rimaneva tranquillo, nudo, sul letto di Mimsy, e si guardava bene dal mettermi fretta.”
Si potrebbe dire che il personaggio Taylor assuma la sua vera dimensione ironica e fantastica in occasioni di questo tipo.
Gli sarà riservata perfino una sorpresa niente affatto piacevole allorché, dopo essersi nascosto in casa di Mimsy per qualche tempo sfuggendo ai rastrellamenti, un giorno vede entrare in casa una pattuglia di Pat-L, le milizie addette ai controlli sulle donne lesbiche, e una delle due poliziotte è nientemeno che sua moglie Marie-Jo.

La lettura è piacevole, ben condotta la trama, tessuta con la calma e la sicurezza del narratore esperto. Farina, infatti, anche con questo romanzo, dimostra di non avere più nulla da imparare e così come fu (ed è ancora) un bravo regista oggi possiamo ben dire che è diventato un narratore provetto. Tutte le figure che compaiono sono sempre ben delineate, da Fiamma a Piersanti, a Giorgio Pinto, ad Anselmo il portiere del palazzo, alla sorella del protagonista, Mimma, al figlio di quest’ultima, che ha lo stesso mio nome, Bartolomeo, abbreviato, come accade al mio nome, in Bart, a Taylor, Mimsy, Shonda, il generale O’Flanagan, personaggi della seconda storia.
Ma ciò che Piersanti racconta sulla intollerante e violenta società dei gay finisce per fargli un brutto scherzo. Il suo agente Giorgio Pinto, nell’intento di dare pubblicità al romanzo, pubblicato a puntate, sparge la voce che l’autore è, pure lui, un gay. La notizia compare subito sui giornali e Piersanti viene ritenuto un abile agitatore politico messosi al servizio della causa dei gay. Ne nasceranno situazioni quantomeno divertenti, anche se intrise di una sana amarezza. È il momento in cui Farina implementa la componente grottesca del libro, e ancora una volta il tono leggero con cui segna la rotta dei suoi due personaggi principali (Piersanti e Taylor) rende godibile una trama condotta all’insegna della chiarezza ed esemplarità della scrittura.
È, questo, dopo “Il calzolaio“, un altro romanzo riuscito di Farina, ormai in grado di costruire e condurre trame con la facilità che contraddistingueva (e contraddistingue) il suo lavoro di regista cinematografico.
Non è difficile concludere, perciò, che d‘ora in avanti troveremo, anche nella produzione letteraria di Farina, la conferma di quella sicurezza e maturità già dimostrate nel cinema.

“Il cielo sopra Torino – 1940 e dintorni”

Fògola, 2006

Abbiamo già avuto occasione di dare notizie su questo scrittore e regista che trascorre la sua vita tra Roma, Torino (sua città natale) e la Versilia.
Il cielo sopra Torino” è del 2006 e viene dopo “Il calzolaio”, del 2004.
Nella città di Torino, una sera (è il 13 giugno 1940), nel silenzio della strada, sfreccia una rombante macchina sportiva, una “Aprilia decappottabile Pinin Farina”; si ferma davanti ad un portone, ne scende un giovane, tale Carlo Audisio, che si accende una sigaretta. Deve avere in quel palazzo un appuntamento galante. Indugia a godersi il fumo della sigaretta, quando echeggia uno sparo e il giovane è colpito mortalmente alla tempia. Le indagini sono affidate al vice-commissario Oddo Olivieri.
Non ci sono preamboli, Farina va spedito al fatto, senza girarci intorno. Siamo in pieno fascismo e da poco, il 10 giugno, è stata dichiarata la guerra all’Inghilterra e alla Francia, già impegnata e stremata, quest’ultima, contro i nazisti che premono ai suoi confini.
In Italia vigono dal 1938 le leggi razziali e la ragazza corteggiata dall’ucciso è ebrea, Myriam Veronesi, il cui padre, docente di fisica all’università, radiato insieme ad altri 10 professori, si è suicidato gettandosi dalla tromba delle scale. L’ucciso apparteneva, invece, ad una influente famiglia fascista, che dispensava alla vedova Audisio e alla figlia alcuni favori.
Il tema del romanzo appare già delineato. Si tratta di una storia determinata dalle leggi razziali, e il pensiero va al grande romanzo di Giorgio Bassani, “Il giardino dei Finzi-Contini“, del 1962.
Il medico legale, Giulio Cattaneo, conferma che il giovane Audisio è morto in seguito alla ferita alla tempia, procuratagli da un proiettile sparato dall’alto, probabilmente da una finestra. Ora Olivieri ha in mano elementi sufficienti per avviare le indagini.
Senonché la guerra incalza, e presto si fa sentire anche in Italia. Non c’è più tempo per le indagini. Torino viene bombardata dagli inglesi, regnano l’insicurezza e la paura. Arriva il 25 luglio 1943 con la caduta di Mussolini, i tedeschi si insediano a Torino e assumono il comando pieno della città.
Sono pagine asciutte che rievocano la tragedia di una Torino martoriata, con le fabbriche ridotte a macerie, con il centro della città sventrato in alcuni dei suoi palazzi più belli. Se prima gli aerei nemici passavano sopra Torino per andare a bombardare la riviera ligure, ora è giunta la volta della città. La guerra si fa sentire fisicamente sugli abitanti, impauriti, stremati.
Olivieri è riuscito invece ad imboscarsi, e l’amicizia con Bartolomeo Giacotto, uno strano borsaro nero che, quando poteva, aiutava i poveri, gli consente di non passarsela male.
Nelle chiacchiere tra di loro, spesso torna fuori il caso Audisio e il commissario si rammarica di non essere riuscito a trovare il colpevole, pur avendo continuato le ricerche in privato, giacché, per interventi politici, il caso era stato trasferito alla Milizia Fascista.
C’è in lui la convinzione che “la giovane Veronesi mi ha nascosto qualcosa e che la morte di Audisio è in qualche modo legata alla relazione che aveva con lei…”
La Torino di quegli anni di guerra si para dinanzi ai nostri occhi ed è assai più che una cornice al delitto che è stato commesso. Quest’ultimo, infatti, è intriso dell’atmosfera cupa e tragica in cui nazismo e fascismo gettarono il mondo intero. La Torino di questo romanzo ne diventa, dunque, il simbolo e il paradigma.
L’autore conduce la storia con mano ferma e uno stile asciutto e gradevole.
Sono trascorsi, intanto, tre anni da quell’omicidio ancora irrisolto. Myriam e sua madre vengono trascinate via dai fascisti per essere condotte in un campo di concentramento. Con loro, se ne stanno andando gli ultimi che avrebbero potuto aiutare Olivieri nelle indagini.
Farina racconta avvalendosi di riferimenti storici precisi e puntuali.
Passano altri 40 anni. La guerra è finita da un pezzo, siamo nel 1987.
Sappiamo che Myriam si è salvata dall’inferno della risiera di San Sabba e vive con un altro nome a Trieste, sposata con Gianfranco Cadorin, costretto su una sedia a rotelle a causa di un incidente. La notizia della morte per suicidio di Primo Levi, suo compagno di scuola al D’Azeglio di Torino, sconvolge il già debole equilibrio fisico di Myriam. Le descrizioni del suo terribile passato di reclusa in un campo di concentramento confermano un autore attento alla precisione e alla verità storica. Esse sono sempre ampie e convincenti e vi si legge l’esperienza del regista che sa cogliere ombre e luci, sguardi e emozioni, tremori e follie.
Si leggano le pagine sui forni crematori di San Sabba, lucide, asciutte, ma suscitatrici di visioni e sentimenti: “Da quando il sistema funzionava a pieno regime, quasi ogni notte le ceneri e i frammenti di ossa venivano chiusi in sacchi e caricati su un carretto tirato da un cavallo; due SS conducevano il carro fino alla riva del mare, trasferivano i sacchi su una barca e andavano a vuotarli in mare a qualche decina di metri dalla riva.”
In questo ambiente terribile e bestiale Farina colloca la storia d’amore tra Myriam e Gianfranco Cadorin, “il ragazzone alto e biondo che un giorno aveva visto entrare nella camerata insieme all’Untersturmführer Otto Klimt”, un collaborazionista, dunque. Partito come un giallo, il romanzo tutto è fuorché un giallo. La conduzione dei flash back (“relè della memoria”), fino a tornare agli anni della prima giovinezza di Myriam, riesce a suscitare un alternarsi di colori, di stati d’animo, di speranze e di delusioni, di tribolazioni e rinascite, tali da rievocare come fossero accadute ieri le atmosfere di un periodo in cui gli uomini della follia e delle aberrazioni riuscirono a precipitare il mondo nella paura, nella sottomissione e nella schiavitù più brutali.
Farina, senza alcun dubbio, merita ormai tutta la nostra attenzione di lettori e amanti della buona letteratura. Vengono in mente le belle pagine in cui Enrico scala dall’interno la statua di Vittorio Emanuele II e da lassù, dal suo “teatrino personale”, scruta intorno a sé, e soprattutto le finestre degli edifici davanti a lui, sperando di sorprendere Myriam: “io, il ragazzo più piccolo del mondo, sono diventato il più alto di tutti.”
Alcune figure, come quella, appunto, dello spasimante Enrico, una “mezzasega”, basso di statura (che ad un certo punto diventerà il narratore dei propri ricordi degli anni immediatamente precedenti la guerra, 1938/40), che non rinuncia a corteggiare Myriam, Carlo Audisio, fascistone prestante e bello, che frusta le speranze di Enrico e diventa per Myriam, ebrea, una speranza di salvezza, la stessa Myriam, poi Gianfranco, il marito invalido, muovono a tutto tondo il romanzo, intessendo una ragnatela di avvenimenti che ci avvincono e ci tengono legati a doppio filo alla storia.
L’autore, che, fra l’altro, adora Salgari (e pure questo si vede benissimo; non si dimentichi che Salgari è uno dei personaggi di “Giallo antico”, del 1999), è un grande appassionato di fumetti, anche collezionista, e non mancano nel romanzo i segni di questo amore: “Antonio, il fido giornalaio da cui compero i giornalini a fumetti”. Tra cinema e fumetto c’è un legame molto più tenace di quanto sembri e Farina ne è la dimostrazione evidente. Un suo libro del 2001 non a caso s’intitola “Storia di sesso e di fumetto”.
Ai personaggi che Enrico sorprende spiando le finestre dal suo insolito osservatorio, sono affibbiati i nomi di figure celebri dei fumetti, da Braccio di Ferro, a Mandrake, a Cino e Franco, a Gambadilegno, a Gordon, a Orazio e Clarabella, Arcibaldo e Petronilla, e così via, a dimostrazione di come anche il fumetto, allo stesso modo del cinema, sia una verosimile rappresentazione della realtà.
Appare evidente, inoltre, l’omaggio a Hitchcock e al suo “La finestra sul cortile”, nelle spiate che, dal nascondiglio sito nel monumento, Enrico fa con il binocolo (proprio come James Stewart) ai vari inquilini degli appartamenti.
È così che assiste allo stupro di Myriam, una sera in cui già soffiano forti i venti di guerra. La Germania ha invaso la Polonia, poi il Belgio, i Paesi Bassi, la Francia. Mussolini annuncia dal balcone di Piazza Venezia l’avvenuta consegna della dichiarazione di guerra a Francia e Inghilterra. Myriam aveva coltivato la speranza di uscire indenne da quel supplizio, ma in realtà sta appena cominciando la tragedia che condurrà a morte sua madre e lei alla risiera di San Sabba. Allo stesso modo in cui sta cominciando la tragedia della città, nella cui periferia un aereo nemico ha sganciato la prima bomba di una serie che porterà rovine e lutti.
C’è questo parallelismo tra Myriam e la Torino amata da Farina. Una bellezza deturpata, una serenità ed una normalità sconvolte dalla follia.
Il giallo avrà un suo misterioso epilogo (un giallo nel giallo), ma ciò che resta in noi e ci coinvolge è il clima di inganno e di amarezza, di delirio e di patimento che impregnò quegli anni che furono quasi certamente i più cinici e terrificanti vissuti dall’umanità.

“Il calzolaio”

Marco Valerio Editore, pagg. 240. Euro 7

L’autore è stato un bravo regista con qualche importante affermazione, poi ha deciso di mettersi a scrivere romanzi e ne sono già usciti un numero tale da consentirci di affermare che questa di Farina non è affatto una passione momentanea. Naturalmente il cinema resta il suo primo amore e la sua influenza nella scrittura e nell’architettura della trama dei suoi romanzi è felicemente presente.

“Il calzolaio” viene subito dopo “Dissolvenza incrociata”, del 2002, e lo precedono altri gialli come: “Un posto al buio” del 1994 e “Giallo antico”, del 1999.

Anche questo romanzo appartiene al genere giallo.

Si sta facendo un trasloco e la professoressa di latino e greco, Maria Pia Gentile, nubile, “mora belloccia”, che abita nello stabile, sale le scale e incontra due bestioni che trasportano un pianoforte. Cerca di immaginarsi la nuova condomina che andrà a occupare l’alloggio rimasto libero dopo la morte della “vecchia Trovaluci”. Anche i due facchini, Carlo, un toscano, e Beppe, un romano un po’ sboccato, parlano in prima persona sacramentando per il peso che devono sorreggere, per il quale occorrerebbero ben otto braccia robuste anziché quattro. Lo stesso accade con la nuova inquilina, Martina, “la biondina”, una donna sposata da otto anni con un chirurgo di fama, il professor Daniele Veraldi, appariscente e dagli attributi abbondanti, la quale sorveglia che il trasloco avvenga senza recare danni al mobilio nonché allo stabile. Così pure, in prima persona si presentano il marito di Martina e via via tutti gli altri.

L’autore ha deciso di affrontare la sua storia da più di un punto di vista, con cambi di scena continui e con una tessitura dunque che si preannuncia interessante.

Ogni personaggio, infatti, quando occupa la ribalta, ci trasmette soprattutto i suoi pensieri, e quasi sempre con riferimento ad alcuni degli altri personaggi. L’incrocio che ne deriva compone una tela di relazioni psicologiche che preparano e maturano l’evento.

L’autore scrive con la sicurezza propria di una trama che si disegna a poco a poco alla luce della sua esperienza di regista. Già in “Dissolvenza incrociata”, ma anche ne “Un posto al buio”, questa relazione tra cinema e scrittura si era mostrata fondamentale.

Succede che Martina porti un paio di scarpe a riparare dal vicino calzolaio. Sergio, il macellaio, quando glielo indica, poiché non ce n’è un altro nei paraggi, mostra qualche titubanza se non addirittura timore. Il calzolaio ritira le scarpe e dice che saranno pronte non prima di un mese. Il tempo passa e quando Martina torna per ritirarle, trova la saracinesca chiusa. Così per alcuni giorni. Domanda in giro, al macellaio, a Luana, l’ortolana, a Maria Pia, di cui nel frattempo è diventata amica, e tutti mostrano di voler evitare l’argomento. Maria Pia, tornando a casa, pensa: “Non se lo meritava proprio, una ragazza così carina. E tu non hai fatto niente per metterla in guardia, Maria Pia cretina imbecille pavida ipocrita.” Il mistero si fa più intrigante quando Martina non solo apprende da Luana che il calzolaio è uno che non paga i debiti ma ha anche avuto noie con la polizia, e inoltre “corrono strane voci sui rapporti fra lui e alcune clienti, tutte donne, che sono state viste entrare e uscire dalla sua bottega nelle ore più strane…” Insomma, tutt’intorno si respira la paura e nessuno dei commercianti vuole avere più a che fare con lui. Martina, dopo aver attaccato un biglietto sulla saracinesca, dove ha scritto di volere indietro le scarpe, anche se non ancora riparate, pensa: “Ma dove sto andando a finire, in un film di Hitchcock?”

Non a caso. Martina somiglia un po’, infatti, al protagonista de “La finestra sul cortile” nel momento in cui avverte che qualcosa di misterioso si sta svolgendo davanti ai suoi occhi, e guarda l’uno e poi l’altro, e gli altri ancora dei personaggi che il suo sguardo incontra, per riuscire a capire che cosa stia succedendo.

La tessitura si fa affascinante. Anche Maria Pia lasciò più di sei mesi fa un paio di scarpe dal calzolaio, e ancora non è riuscita a riaverle.

È questo il problema di tutti coloro, o meglio di tutte coloro, che hanno avuto a che fare con il calzolaio. Una volta prese in consegna le scarpe, la tira per le lunghe per suoi oscuri disegni, e nemmeno l’aristocratica, ma dai modi battaglieri e popolani, principessa De Propis riesce a ottenere la restituzione delle proprie, nonostante che faccia intervenire perfino la polizia.

Accadono intanto fatti dolosi che colpiscono alcuni dei protagonisti e dei quali si sospetta autore il calzolaio. Tutto dipende, dice Luana, la fruttivendola che ha avuto bruciato il suo chiosco, dalle insistenze con cui Martina esige da costui la restituzione delle sue scarpe. Il calzolaio non solo pare che abbia occhi e orecchie dappertutto ma lo si crede anche protetto da qualcuno che sta in alto. Il commissario lo sa bene, quando Martina va a sporgere denuncia e a manifestare i suoi sospetti. Di lamentele di questo tipo, ne ha già radunate, là sugli scaffali, “due faldoni” e ha “le mani legate”.

Vengono in mente protezioni altolocate di criminali che hanno occupato la cronaca tanto nel lontano passato che ai nostri giorni. Pensa il commissario: “ho ricevuto a suo tempo istruzioni precise e so che con questo figlio di buonadonna ho le mani legate.”

Il romanzo corre tutto sul filo dei pensieri che occupano via via la mente dei protagonisti, ed è la qualità originale di questo giallo, che si fa gustare, oltre che per la intelligente tessitura, per una scrittura pulita e lineare. I personaggi mancano, quasi tutti, di una descrizione fisica, prevalendo in loro l’aspetto psicologico, giacché nel momento che compaiono sulla scena, essi diventano protagonisti attraverso i loro pensieri.

Quando avviene il confronto tra Martina e Maria Pia, il ritmo, nel momento in cui si addensa di contenuto, diventa incalzante e stende sul calzolaio una tenebrosa ombra di perversione e di violenza. “Non te lo dirò mai, Martina, dovrai scoprirlo da sola”, le dice Maria Pia dopo che Martina le ha chiesto ragione di una sua visita notturna al calzolaio e lei è scoppiata in pianto.

Un sogno ricorrente sembra creare una relazione non superficiale, ma permeata dalle oscurità dell’inconscio, tra Martina, che si sta a poco a poco facendo la principale protagonista della storia, e il misterioso calzolaio, cosicché ad un certo punto è la donna stessa che si convince “che il mio obiettivo non era più recuperare le scarpe ma capire qual’era il mistero che si nascondeva all’interno della bottega.”

Lo scoprirà, infine.

La storia propone tre epiloghi, ed un quarto lo lascia aperto al lettore; tuttavia è nel terzo epilogo che noi troviamo una frase che potrebbe costituire la migliore interpretazione di questo giallo affascinante, che è senz’altro da considerarsi il lavoro più maturo e riuscito dell’autore. È il pensiero espresso da Martina nei confronti del viscido e tenebroso calzolaio: “lui non è un essere umano ma solo un fantasma suscitato dal mio lato oscuro.”

“Dissolvenza incrociata”

Fògola, pagg. 250. Euro 18

Scarlet Allara è una ragazza di ventisette anni, che sin da piccola, rimasta orfana, ha dovuto imparare a difendersi, giacché, essendo carina, aveva i maschietti sempre attorno a cercare di sedurla, ma invano. Impegnata durante la Resistenza come staffetta tra il comando del CLN di Torino e le formazioni partigiane della Val di Susa, aveva indurito un po’ il suo carattere e aveva imparato a portare con sé un revolver “infilato nella cintola sotto il maglione.” Due sono le sue passioni: lunghe passeggiate in montagna, con o senza la neve, e andare al cinema, che è anche la passione del nostro autore, regista di film, alcuni dei quali premiati in rassegne importanti. E proprio mentre sta passeggiando, ecco che le sue due passioni si combinano tra loro in modo misterioso. Infatti, all’improvviso, distratta da un rumore proveniente dall’alto, vede un cavallo precipitare ai suoi piedi, finemente bardato, e lassù, rimasto miracolosamente imprigionato ad un cespuglio, vede un uomo. Subito scala la roccia e riesce a liberarlo e a condurlo in salvo, ma non crede ai suoi occhi quando lo scorge in volto: si tratta nientemeno che dell’attore dei suoi sogni, quello che lei immagina sempre presente in camera sua, la sera mentre si spoglia per andare a letto: Robert Douglas, “uno dei più scanzonati e intrepidi spadaccini di Hollywood”, di cui tiene affisso alla parete il “mitico manifesto”che lo ritrae nel film: “Il quarto moschettiere”. Comincia con questo incredibile avvenimento, nella suadente sfumatura tra realtà e sogno, il romanzo, che ci mette subito a contatto con una prima dissolvenza, dunque. Si tratterà ora di capire se il fenomeno è ascrivibile ad una peculiarità del personaggio, o appartenga, in qualche modo che vedremo, a tutti noi, dato che ciò che la tecnica cinematografica ha inventato, non è detto che non sia già presente, nascosto e da scoprire, nella realtà. Così apprendiamo che la dissolvenza appartiene a quest’ultima: la nostra fantasia può ben mascherarla, ma la realtà è un insieme di dissolvenze incrociate, e il sogno che sembrava tale nella nostra mente esaltata, ecco che si trasforma a poco a poco in un gesto, in un fatto, in una scena, e perfino in un tentativo di omicidio. Scarlet non è perciò che il tramite, la percettrice di questo fenomeno che appartiene alla vita. E un giallo, e questo giallo in modo speciale, che cos’è, se non un apparire ed uno scomparire, un intreccio, cioè, di continue dissolvenze, nelle quali ci si trova invischiati, alla ricerca di un qualche meccanismo, che pur deve esserci, grazie al quale si possa arrestare per un attimo almeno una dissolvenza, magari proprio quella dissolvenza, per cercare di capire? Farina lavora con questo intento al suo romanzo, in cui, come al solito, la sua dimestichezza con il cinema gioca un ruolo non indifferente, e le continue citazioni di film e di celebri attori (oltre che di Salgari, altra sua evidente passione) non fanno altro che arricchire questa atmosfera tra incerto e certo, tra verità e immaginazione, tra assenza e presenza, tra la dissolvenza che si muove dentro di noi, derivata e dipendente, e l’altra, più ampia e padrona, che nasce spontaneamente nella realtà e ci permea e si riproduce continuamente in noi, dandoci quella sensazione di estraneità e di mistero nella quale qualche volta ci smarriamo. Dunque, ancora una volta siamo preda della realtà, che non conosciamo se non in minima parte, e il cui aspetto che qui viene considerato è quel filo di nebbia che entra dentro di noi e genera la nostra paura e il penoso sentimento di impotenza e smarrimento con il quale conviviamo da sempre.

Tornando a Robert Douglas, era proprio lui, in carne ed ossa, conciato male per la caduta, quello che Scarlet aveva stretto a sé portandolo in salvo, e subito ricoverato in ospedale in stato di coma. Stava interpretando la parte di protagonista in un film di avventura, quando il cavallo si è imbizzarrito e lo ha fatto precipitare. Speranze di guarigione non molte. Ma il film deve andare avanti e va avanti grazie alla scrittura di un altro attore, meno famoso, ma ugualmente bravo e affascinante, Carlo Del Duca. Scarlet, però, curiosa com’è, ritornata sul luogo dell’incidente, esaminando la groppa del cavallo caduto ai suoi piedi, si accorge che qualcosa non va. Qualcosa di sospetto, e si mette ad indagare per proprio conto, in parallelo e all’insaputa del commissario Olivieri, aiutata dall’amico Ratavoloira, detto Rata. Si prenderà anche cura di Douglas, andando spesso a trovarlo in ospedale e parlando con lui nel tentativo di destarlo dal coma: “tenendo la bocca a pochi centimetri dalle orecchie di Douglas e parlandogli sottovoce”. Si aiuta con un piccolo “registratorino” che tiene ai piedi del letto e da cui escono “le musiche e i dialoghi” della colonna sonora tratta dal film che Scarlet adora: “I quattro moschettieri”. Il mondo del cinema a poco a poco si impadronisce della struttura del romanzo e la stessa Scarlet si trasforma presto in un’esperta della celluloide, muovendosi con insospettata sicurezza e familiarità, e ricercando dentro quell’ambiente le risposte ai suoi dubbi. Il giallo ha ora la sua consistenza, ambientato in una Torino dell’immediato dopoguerra invasa dai lavoratori del Sud, che vedono nella grande azienda automobilistica Fiat una speranza per uscire dalla loro disperazione, e con disseminate qua e là nel centro storico le vestigia di una magnificenza sopravvissuta alle contaminazioni della modernità, ma la narrazione si appropria di qualcosa in più della stessa storia raccontata: essa ci fa assistere, seduti accanto al regista, alla magia del cinema, coi suoi segreti, i suoi trucchi, le sue controfigure, le sue comparse, i suoi ciak dietro i quali si nasconde non solo la fatica ma il meraviglioso ingegno degli uomini. E il film di avventura, “Il figlio di Scaramouche”, che il regista Fabrizio Mattei sta girando non ha meno importanza nella funzionalità del racconto di quanto si viene via via narrando intorno al personaggio di Scarlet. Anzi, è proprio questa penetrazione nel cinema, nei suoi meccanismi e, si può anche dire, nella sua anima, che dà una particolare luminosità al romanzo. Scarlet, accolta nel set come mascotte, in considerazione del bel gesto di coraggio con il quale ha cercato di salvare la vita a Douglas, vi si muove con il turbamento e infine la consapevolezza di trovarsi dentro una realtà che si muove davanti a lei come cosa concreta al pari delle molte altre che quotidianamente le stanno intorno, ma in un disordine tanto più scioccante e al limite dell’assurdo e dello straniamento in quanto destinato a generare, per il tramite di dissolvenze continue ed incrociate tra oggetti, situazioni e volti scambievoli (“un vuoto in cui Enrico di Rivaroglio si confondeva con l’uomo che era morto e con quest’altro che la stava baciando” oppure: “un uomo affascinante che era sceso dallo schermo proprio per lei”, e così via), un ordine che non è più reale ma, prodigiosamente trasformatosi, appartiene al sogno. Non vi è dubbio che l’esperienza cinematografica conseguita dall’autore – che dà modo di imparare qualcosa anche a noi (si pensi ai termini: “luce a cavallo”, “dissolvenza a nero”, “colpi in partenza”, “colpi in arrivo”, “prendere i fuochi”, “girare il master dell’intera sequenza”, eccetera) – gioca, come già si è detto, un ruolo determinante nella utilità ed armonia di questa storia, e ci sembra che Farina, affinatosi ancor più nello stile, abbia ormai acquisito al meglio quell’intonazione accattivante e persuasiva che rende la lettura assai gradevole: questa come le prossime, ci auguriamo.

“Un posto al buio”

SENO editore, pagg. 218. Euro 10,33

Il libro prende avvio presentandoci paragrafo per paragrafo, capitolo per capitolo, i personaggi che daranno vita alla storia. Cosicché già un po’ li conosciamo quando essi, in posti disparati, apprendono della morte dell’imprenditore Lorenzo De Angelis travolto dall’intercity Torino – Milano, condotto (pare di rivedere alcune scene de La bestia umana di Zola) da Giovanni Pautasso, macchinista, e da Serafino, il suo aiutante di origine meridionale, che poi non ritroveremo più. È con questa scena dell’incidente, infatti, che si apre il libro. Prende spicco subito la figura della bella biologa Carola Fontanesi, corteggiata un po’ da tutti, ma particolarmente da Amedeo Bertorelli (in cui non è difficile intravvedere la figura dell’autore), prezioso braccio destro di Federico Poggi, proprietario di Telepiemonte. Intanto ci accorgiamo che l’autore ha assegnato ad ogni capitolo il titolo di un film, facendoci ricordare, così, che egli è anche un regista, e infatti il mondo del cinema e dello spettacolo ha parte esclusiva nel romanzo, rivelando il grande amore di Farina per quest’arte (si veda il bel capitolo XIV, uno dei migliori del libro, con un invidiabile incipit). La struttura appare sin dall’inizio nitida. Dopo averci in qualche modo presentato i personaggi principali della storia, che si svolge a Torino, dove l’autore è nato nel 1939 e alla quale si rivolge spesso con accenti malinconici che prendono atto di un degrado inarrestabile della città, questi protagonisti cominciano a muoversi, ciascuno per conto proprio, ma in modo concentrico, alla ricerca delle cause della morte di Lorenzo De Angelis. Già a questo punto si comincia a respirare l’atmosfera del giallo e le prime emozioni di una suspence che ci accompagnerà per tutto il libro. Non mancano, quando se ne presenta l’occasione, osservazioni sulla società civile, mettendone in risalto spesso contraddizioni e degenerazioni. Alcuni peccati veniali dell’autore, quando ci sono, nulla scalfiscono della trama e del ritmo di questa storia che si fa sempre più serrata dal momento in cui, nel capitolo XIII, fa la sua comparsa il commissario Silvestro Catalano. Ma saranno soprattutto la bella Carola e il suo spasimante Amedeo a sbrogliare la matassa. Come? Si scoprirà assai presto. Dirà l’assassino, al momento della sua cattura: cercai di sublimare questi atti volgari ispirandomi ogni volta a un classico della storia del cinema. Un’ultima annotazione: Farina è bravo a scrivere, e sa trascinarci fascinosamente all’interno di quel mondo, il cinema, che lui conosce così bene ed ama: a tal punto che si deve ammettere che anche nell’assassino, in quella sua passione, c’è un po’ del cuore di Farina.

“Storia di sesso e di fumetto”

Mare Nero – Roma, pagg. 224. Euro 10,33

Prima di cominciare a leggere questo libro è consigliabile affrontare due bei testi dello stesso autore, intitolati “Luci rosse su fondo bianco” e “Lo stupro”. Il primo è riprodotto sul sito www.corradofarina.com e fa un po’ la storia del cinema e del fumetto, analizzandone l’evoluzione e il rapporto. Il secondo – non scandalizzi il titolo, del tutto innocuo – tratta del predominio e della violenza – lo stupro, appunto – che la televisione è venuta imponendo al cinema. Due letture che ci aiutano – come hanno aiutato me – ad affrontare questo nuovo romanzo dell’autore, che sta già accingendosi a pubblicarne un altro, che vedrà la luce fra poche settimane, dal titolo non ancora del tutto definito. L’ambientazione resta infatti il mondo del cinema, in cui Farina (vincitore ex-aequo nel 1971 del Festival di Locarno e autore di “Baba Yaga”, un film ricavato da una storia a fumetti di Guido Crepax) si è mosso e si muove ancora con una tale passione che, nonostante le difficoltà che sempre incontrano i registi nel momento che desiderano realizzare un film, vedrete che prima o poi ci darà, insieme coi suoi libri, qualche altra bella pellicola da gustare.

Veniamo dunque al libro. Che si apre con la descrizione di un Palazzo di Giustizia tenebroso “che rievocava le cupe atmosfere delle prigioni medievali”. Al suo interno, in una delle celle che si affacciano sul buio corridoio, si celebra il processo contro un editore, Bonaventura Coluzzi, responsabile di aver pubblicato “JESSICA”, un fumetto considerato pornografico.

Devo dire che la cupa ambientazione e le scene di avvio di questo processo, mentre fuori irrompe un furioso temporale, sono presentati con tratteggi che richiamano proprio il fumetto, fino a quando non ci viene svelato a chi appartengono quelle voci che l’io narrante ode provenire dalla cella. Così s’intuisce, già da ora, un disegno, un proposito di amalgama tra la scrittura narrativa e il fumetto. Farina è stato autore di testi per fumetti, ma forse è questa la prima volta che tratta il fumetto alla stregua del romanzo e viceversa, in un connubio fascinoso che a me è parso riuscito. Il tutto condito con una sana ironia, a partire dalle intestazioni in rima baciata dei singoli capitoli, che fanno ricordare il grande Sergio Tofano (“Sto”), al celebre personaggio del quale, “Il sor Bonaventura” è dedicato il nome dell’editore, protagonista di questo libro. Pensate che la Comicpress, la società editrice dei fumetti, di cui è proprietario Coluzzi, assieme a Venerio Storti “cui l’abitudine di strofinarsi continuamente le mani conferiva un aspetto decisamente curiale”, sorge accanto all’Istituto Superiore delle Serve Addolorate del Santissimo Cuore di Gesù, anzi furono proprio le suore a vendere il terreno anni prima al padre di Bonaventura, il quale aveva cominciato con lo stampare “immaginette sacre celebrative dell’Anno Santo, e con esse aveva gettato le basi di una lucrosa attività editoriale che si era estesa ai libretti per i Canti sacri, ai foglietti liturgici settimanali e ai calendari postconciliari”. Il protagonista viene anche chiamato con il diminutivo di Venturino e ciò non può che richiamare alla mia memoria Venturino Venturi, l’autore dei bei mosaici che si ammirano a Collodi, nel Parco di Pinocchio, realizzati dal 1954 al 1956, come ricorda Giuseppe Marcheschi (che ne fu – ragazzino – testimone e si legò di affetto e di amicizia con l’artista), nel suo bel libro “Il mio amico Pinocchio e altri racconti” – Maria Pacini Fazzi Editore – Lucca, 1999.

Attenzione anche ai cognomi dei collaboratori del Coluzzi: uno lo abbiamo già conosciuto e il suo fu un cognome celebre nel mondo sindacale degli anni Sessanta, un altro appartiene al miglior disegnatore dell’azienda, Tullio Pacelli, detto, per la somiglianza, “Pio Dodici”. Non si pensi da ciò, che Farina voglia divertirsi a dissacrare una certa parte politica e religiosa, la sua è soltanto la constatazione di quanto avveniva (e il tentativo di ricostruirlo) in quegli anni, in cui si censurava con lo stesso piacere che prova una sarta quando si mette a tagliare la sua stoffa su di un preconfezionato modello di vestito. E sono, del resto, proprio quelli gli anni in cui si svolge la storia, e il divertimento che ispira e coinvolge Farina è quello di applicare all’ambiente in cui si muovono i suoi personaggi una specie di legge del contrappasso.

Come si era già visto nel precedente “Un posto al buio”, Farina sa scrivere piacevolmente (e pure con una qualche eleganza e pudore che gli consentono di uscire indenne da talune situazioni forti), e intesse i fili della narrazione con la sicurezza di chi la materia la conosce perfettamente. È talmente suadente la sua scrittura che il passaggio alla realtà di Jessica come della baronessa Marlène von Januskop o l’indiana Pantera Nera, o il vampiro conte Mentula – per citare qualche esempio -, lo si avverte come cosa naturale, attesa ed inevitabile. Jessica, Marlène, Pantera Nera, diventano di carne, donne libere e sensuali, guerrigliere, spie e cortigiane, e il lettore non riesce più a distinguere i due piani narrativi, che si amalgamano, infatti, in uno solo (risolutivo a chiarire questo punto l’incipit del capitolo XI, il capitolo, fra l’altro, che, insieme con il successivo, rievoca in maniera più esplicita certa fumettistica sadomaso dei nostri giorni), arricchendosi di situazioni e sapori che rendono la fantasia protagonista della realtà. Come in “Alice nel paese delle meraviglie”, un sogno, un’apertura, ci inghiotte e ci trascina fin nelle viscere di un altro mondo. Nascono scene, alcune molto esilaranti, che si vedrebbero volentieri trasformate in film, se non fosse che la mano di Farina, oltre che scrivere, disegna e colora magnificamente. A poco a poco noi assistiamo ad una specie di metamorfosi e di rivelazione, come se al momento della genesi di questo nostro sorprendente universo, Dio ci avesse nascosto alla vista quest’altra stupefacente realtà, che si anima di personaggi veri come possiamo esserlo noi umani e ci possiede, ci sorprende e ci smarrisce, la quale ha la sua scaturigine in una potenza arcana gelosamente conservata e nascosta nelle nostre mani. Il disegno come replica senza fine dell’atto creativo di Dio, ecco il punto, che reca in sé una prova difficile a cui non sempre corrispondiamo. Un’operazione affascinante, dunque, quella che si realizza in questo libro, che lo pone, a mio avviso, al di sopra di “Un posto al buio”, dal quale già traspariva una bravura che avrebbe indotto l’autore a sperimentare in prove più difficili la sua passione per l’immagine e il racconto. Il tentativo, inoltre, di questa realtà, troppo spesso violentata dall’uomo, di prendersi la sua rivincita sulla nostra fantasia (una rivincita che è pure quella delle nostre ossessioni), appropriandosi di una volontà e di un’autonomia del tutto verosimili, dà al libro una forza persuasiva che non dispiace, fino addirittura al punto di coinvolgerci e di renderci perfino, perché no?, anche consenzienti alle crudeltà vendicative che ne discendono (si vedano gli episodi del caprone, dell’orso e del serpente, e la deriva tutta sacrificale – una vera e propria “ragnatela” che lo avvolge – in cui sta precipitando il protagonista). Niente di più azzeccato, perciò, di quel titolo che apre il capitolo X e che riassume il dramma-divertimento di questa storia, a cui non mancano accenni fin troppo trasparenti di ammonimento morale: “E la storia a quanto pare / incomincia a sbarellare”. Seguirà, infatti, un precipitare di eventi, una “baraonda”, al limite del faceto e dell’assurdo, fino a che il protagonista non troverà la soluzione per liberarsi dei “mostri” e riconciliarsi con la sua fantasia.

Non si risparmiano omaggi espliciti, oltre che al fumetto, al cinema e alla letteratura (Gozzano), e ciò ci induce a riflettere come, anche grazie al fumetto, siano ormai diventate tutt’uno, in una amalgama dalle potenzialità davvero sconfinate, forme d’arte quali la letteratura, il cinema, il fumetto, il teatro, la musica, la pittura. Un omaggio speciale è quello reso alla città eterna (omaggio che rievoca in certi momenti la “Roma” felliniana), la quale fa da vivida cornice a questa storia di incubi e di sorrisi.

Non ci resta che attendere, di Farina, come già si è scritto, il suo ultimo libro, di imminente uscita, per il quale era in gioco, tra gli altri, un titolo come “Luce a cavallo” che, a quanto pare, è stato scartato. Ma che, secondo chi scrive, era un titolo bellissimo.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart