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	<title>Bartolomeo Di Monaco</title>
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	<description>Libri, leggende, informazioni sulla città di Lucca</description>
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		<title>PISA: 24 maggio 2013, Fantasy d&#8217;autore alla Feltrinelli</title>
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		<pubDate>Mon, 20 May 2013 22:27:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bacheca]]></category>

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		<description><![CDATA[Venerdì 24 maggio alle 18, presso la libreria Feltrinelli di Pisa, il mistero e la magia dell&#8217;ultimo volume della trilogia &#8220;The sun and the moon&#8221; s&#8217;intrecciano con le indagini che Lucilla e le piccole vittime del cimitero, del romanzo &#8220;Dolcemente Tenebroso, il risveglio di Lucilla&#8221;, compiono per scoprire da chi sono stati assassinati. Una saga [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Venerdì 24 maggio alle 18, presso la libreria Feltrinelli di Pisa, il mistero e la magia<span id="more-32452"></span> dell&#8217;ultimo volume della trilogia &#8220;The sun and the moon&#8221; s&#8217;intrecciano con le indagini che Lucilla e le piccole vittime del cimitero, del romanzo &#8220;Dolcemente Tenebroso, il risveglio di Lucilla&#8221;, compiono per scoprire da chi sono stati assassinati. Una saga fantasy dal sapore epico, un giallo delizioso dalle tinte noir che evoca le opere di Tim Burton e le loro autrici, Genny Biagioni e Serena Pieruccini vi aspettano per farvi conoscere protagonisti e personaggi speciali che rapiranno il vostro cuore.<br />
Interviene, nelle vesti di moderatore, una lettrice speciale: Diletta Dike Brizzi di &#8220;Atelier di una Lettrice Compulsiva&#8221;.</p>
<p>Tutte le news su facebook: </p>
<p>https://www.facebook.com/events/399385413503799/</p>
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		<title>Ineleggibilità, ora il Pdl teme un asse tra Grillo e parte del Pd</title>
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		<pubDate>Mon, 20 May 2013 16:00:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[BLOG]]></category>

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		<description><![CDATA[di Amedeo La Mattina (da &#8220;La Stampa&#8221;, 20 maggio 2013) Prima Renato Schifani nell’intervista al nostro giornale; ora il suo collega della Camera Brunetta. I due capigruppo del Pdl hanno lo stesso timore: il voto che la giunta per l’immunità del Senato dovrà esprimere su Silvio Berlusconi. Il punto esclamativo lo mette Brunetta, quando strilla [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di Amedeo La Mattina<br />
(da &#8220;La Stampa&#8221;, 20 maggio 2013)</p>
<p>Prima Renato Schifani nell’intervista al nostro giornale;<span id="more-32425"></span> ora il suo collega della Camera Brunetta. I due capigruppo del Pdl hanno lo stesso timore: il voto che la giunta per l’immunità del Senato dovrà esprimere su Silvio Berlusconi. Il punto esclamativo lo mette Brunetta, quando strilla «aridateci il Pci», volendo così affondare il coltello sugli accordi non mantenuti dal Pd e sul controllo dei parlamentari dell’alleato. </p>
<p>Schifani e Brunetta temono che si possa ripetere la stessa scena dell’elezione di Nitto Palma alla presidenza della commissione Giustizia del Senato. Cioè senatori Pd che vanno per la propria strada, come è successo in forma più eclatante con il falò di Marini e Prodi durante l’elezione del capo dello Stato.  </p>
<p>Incidenti avvenuti sempre a scrutinio segreto e il Pdl teme la «recidiva», come la chiama Brunetta. «I parlamentari del Pd sono recidivi, inaffidabili per il passato, speriamo non lo siano per il futuro». Il futuro sta arrivando, con l’insediamento della Giunta per l’immunità (martedì) che dovrà verificare le condizioni di eleggibilità dei parlamentari. Anche quelle del senatore Berlusconi, appunto. Una questione da non sottovalutare. Qualunque componente di questa giunta potrebbe sollevare un problema di incompatibilità e si andrebbe allo scrutinio segreto. Così, un senatore 5 Stelle pone il problema e magari al voto si tira dietro una parte del Pd e di Sel. </p>
<p>Solo una volta che si insedierà la giunta si capirà se ci sono i voti potenziali per una simile pugnalata politica. E allora Brunetta ricorda che «se si sommano i voti dei Democratici a quelli di Sel e M5S, è come se io sottoscrivessi con una mano una società e con l’altra denunciassi il socio». In politica questo può avvenire e avviene molto più frequentemente che nel diritto aziendale. Sapendolo, Schifani e Brunetta mettono le mani avanti e pongono il problema ai loro dirimpettai del Pd. Ma questo passaggio è l’ultima cosa che il Pd vuole affrontare adesso, avendo già tanti fronti da gestire. I vertici del gruppo sono sicuri che sui provvedimenti del governo non ci saranno problemi. Ma su questi provvedimenti si vota a scrutinio palese. Più problematico è controllare lo scrutinio segreto, proprio mentre inizia la scalata del governo Letta. </p>
<p>Ecco perché è l’ultima cosa che vorrebbe affrontare, il capogruppo del Pd Zanda, crocifisso per la sua intervista all’Avvenire in cui parlava di ineleggibilità di Berlusconi. Ma lo ha fatto a titolo accademico, perché ogni partito deve tenere viva l’appartenenza al partito, l’«identità», mentre al governo ci si mescola con gli storici nemici. E lì, al governo, non c’è la stessa tensione che circola tra le truppe parlamentari a maggioranza variabile su certe questioni. Cosa succederebbe se venisse messo ai voti il dll anti-corruzione, come vorrebbe il presidente Grasso, che l’ha presentato a inizio legislatura?<br />
Ora che si insedia la giunta per l’immunità può succedere l’incidente &#8211; lo teme anche il Pd: «Sono voti non controllabili. Non sarà una rogna da poco», è la sincera e preoccupata ammissione che si fa a Palazzo Madama. </p>
<p>Il partito guidato da Epifani vorrebbe prima sciogliere, mercoledì al vertice sulle riforme con il premier, il nodo della legge elettorale, sottoposta alla Consulta per vizi di incostituzionalità. I capigruppo Zanda e Speranza vogliono proporre la cancellazione del Porcellum e il ritorno al Mattarellum. Pdl e mezzo governo non sono d’accordo, a cominciare dal ministro Franceschini. Si cerca l’accordo nelle prossime ore, ma almeno sulla legge elettorale si vota a scrutinio palese. In giunta per l’immunità no, e le sorprese sono messe nel conto. Non dovrebbero essere i senatori Democratici a sollevare il problema dell’incompatibilità di Berlusconi. Ma &#8211; ci si chiede &#8211; i senatori che andranno a comporre la giunta saranno «indisciplinati» come quelli della commissione Giustizia? Martedì, quando l’organo si insedia (salvo proroghe), il Pdl capirà se il pericolo è reale: conteranno quei senatori Pd che potrebbero sostenere una richiesta di voto proveniente da 5 Stelle.  </p>
<p>Tutti i filogovernativi della maggioranza si augurano che il direttivo del gruppo Pd al Senato indichi senatori insensibili al canto delle sirene grilline. Largo del Nazareno sa che sarebbe un errore imperdonabile, non uno di quei «falli di reazione» nei confronti dei quali Berlusconi lo statista chiede di non reagire. Qui si tratta dello stesso Berlusconi, della sua ineleggibilità. Alta tensione a Palazzo Chigi.</p>
<hr />
<p><strong>Il leader ripescato che fa il tappabuchi</strong><br />
di Giancarlo Perna<br />
(da &#8220;il Giornale&#8221;, 20 maggio 2013)</p>
<p>Quando pareva già dimenticato, Guglielmo Epifani ha messo a segno una tripletta che lo ricolloca al centro della scena. In pensione dal 2010 come sindacalista, l&#8217;ex capo della Cgil ha scalato negli ultimi mesi i picchi della politica.</p>
<p>Proclamato deputato in marzo (è la sua prima volta), è stato eletto presidente della commissione Attività produttive il 7 maggio e segretario del Pd l&#8217;11 dello stesso mese. Una messe di cariche in una manciata di settimane da esaltare anche i più sobri.</p>
<p>In realtà, la promozione di Epifani ai vertici del Pd ha del patetico. Non solo l&#8217;incarico è a tempo, poiché a ottobre dovrà fare posto a un segretario eletto dal congresso. Ma soprattutto a dargli fiducia per questo straccio di mesi è stata una minoranza. Su mille delegati, sono andati alle urne in 593 e solo 458 gli hanno detto «sì». Ergo, degli aventi diritto, la maggioranza &#8211; 542 &#8211; o lo ha ignorato non andando a votare o gli ha votato contro. Conclusione: non è stato incoronato un leader ma un tappabuchi. A insistere per lui è stato Pier Luigi Bersani che gli aveva promesso il ministero del Lavoro nel governo che sperava di fare. Ma c&#8217;è stato il noto tracollo e così, prima dell&#8217;addio, Pier Luigi lo ha risarcito mettendolo a fare il cocchiere del carrozzone ex comunista. Come capo partito, Guglielmo è una frana. Tutto gli sfugge. Il Pd è al governo con il Pdl ma non passa giorno che non mugugni e provochi. Epifani si barcamena, incarnando perfettamente il nomignolo di Nesci (dal latino «non so», sottinteso che pesci prendere) che ha da tempo immemorabile. Un giorno, seguendo i capricci della base, azzanna il Cav. L&#8217;altro, badando alle convenienze, getta acqua sul fuoco e, prudentemente, non si fa vedere al comizio romano di piazza San Giovanni, monopolizzato dai furiosi della Fiom. Così, a furia di zigzagare, succedono gli incidenti alla Luigi Zanda, il capo dei senatori Pd che a freddo ha riproposto l&#8217;ineleggibilità del Cav e sentenziato che la nomina del Berlusca a senatore a vita è incompatibile con i suoi comportamenti privati. Affermazione comica, poiché Zanda &#8211; ex Dc di obbedienza cossighiana &#8211; non può ignorare che tra gli attuali senatori a vita c&#8217;è un arzillo vecchietto, notabile del suo ex partito, che ha una lista di vizietti privati da fare sembrare il Cav una figlia di Maria. Quindi, per tornare a Epifani, impressiona che i topi del Pd ballino come forsennati senza che lui li intrappoli. Se tanto mi dà tanto, il governo Letta non arriva agli sbandierati cento giorni.</p>
<p>Assodato che Guglielmo è un equivoco passeggero e non conta nulla, vediamo per quali vie questo sessantatreenne è approdato fin qui. Sua caratteristica di fondo è avere camminato a ritroso: mentre in tutto l&#8217;Occidente i comunisti sono diventati socialisti, Epifani, che era socialista, si è riconvertito comunista. Nella Cgil, durante la Prima Repubblica, Guglielmo rappresentava il Psi, partito al quale aderì poco più che ventenne. Ai suoi esordi, segretario era Francesco De Martino ed Epifani si schierò con lui, cioè con la sinistra del Psi contigua al Pci. Quando subentrò Bettino Craxi, agli antipodi di De Martino, si allineò subito col nuovo venuto e passò a destra. Questi spostamenti, all&#8217;interno della Cgil, avevano conseguenze. Infatti, con l&#8217;avvento di Craxi, i rapporti tra sindacalisti socialisti e quelli comunisti, che erano in maggioranza, divennero tesi. Il più craxiano di tutti era Epifani, mentre Ottaviano Del Turco, socialista pure lui, faceva il paciere. Quando Bettino emanò il decreto di San Valentino che bloccava la scala mobile ed Enrico Berlinguer gli rispose con il referendum, la Cgil rischiò la spaccatura tra le due anime, socialista e comunista. Epifani si distinse per zelo filocraxiano tanto che, in difficoltà nel sindacato, si preparava a fare fagotto per entrare in politica a fianco di Bettino, il suo eroe. Mentre stava spiccando il volo, arrivò però Tangentopoli che travolse Craxi, costringendolo al rifugio tunisino. Rimasto col cerino in mano, per non bruciarsi, Epifani girò le spalle a Bettino, al Psi e al passato per appitonarsi agli estremisti, giustizialisti, anticraxiani della Cgil, tanto più prono quanto più doveva farsi perdonare. Si iscrisse ai Ds e portò con sé i socialisti della Cgil della sua stessa pasta versipelle. Tanto si distinse in trasformismo che, diventato segretario generale, il comunista Sergio Cofferati lo volle suo vice. Fu il suo attendente, senza mai un obiezione. Il Cinese, soprannome di Cofferati per via degli occhi, ne fu tanto soddisfatto che nel 2002 lo designò successore per mantenere, suo tramite, le redini nel sindacato. Da allora, al nomignolo di Nesci, gli fu affiancato quello di Prestanome.<br />
Dei suoi molti anni come capo della Cgil (2002-2010), si ricordano tre episodi. Uno che conferma i suoi tentennamenti. Era una sera del 2007 e a Palazzo Chigi si svolgeva una trattativa sulla Sanità. Gli altri sindacati erano d&#8217;accordo e pronti a firmare. D&#8217;improvviso, Epifani si alzò accigliato, disse di essere contrario e se ne andò. Per una notte, non se ne seppe più nulla. Poi, l&#8217;indomani, aderì all&#8217;accordo, ma attraverso una lettera, senza il coraggio di metterci la faccia e di spiegare perché avesse cambiato idea.</p>
<p>L&#8217;altro episodio ne rivela la natura. In occasione di un 25 aprile, Epifani si recò a Milano per festeggiare l&#8217;anniversario della Liberazione alla testa delle truppe sindacali. Si seppe poi, con scandalo, che si era concessa una trasferta da pascià indiano. Una notte aveva dormito all&#8217;Hotel Pierre, la seconda al de La Ville, i più lussuosi cinque stelle meneghini. Il costo totale del soggiorno fu di 1.100 euro che non è esattamente quello che ci si aspetta da un sindacalista. Ma Epifani &#8211; figlio di un ex sindaco dc della rossa Umbria &#8211; è anche un signore viziato, con laurea in Filosofia, un amore speciale per la poesia di Baudelaire e casa a Parigi.</p>
<p>La terza storia è quella della sua ingratitudine e pavidità. Quando nel 2007 molti si recarono a Hammamet per il settimo anniversario della morte di Craxi, Guglielmo brillò per assenza. C&#8217;erano, invece, i segretari di Cisl e Uil, Bonanni e Angeletti, pur non avendo obblighi personali contrariamente a lui che con Bettino aveva prosperato. Alla domanda «perché Epifani non c&#8217;è?», Angeletti rispose secco: «Io non m&#8217;impiccio». Bonanni disse ironico: «Noi lo abbiamo avvertito che saremmo venuti. Forse l&#8217;abbiamo preso alla sprovvista». Più impietoso, Maurizio Sacconi, suo ex compagno di partito, che fotografò la situazione dicendo: «I comunisti non l&#8217;hanno lasciato venire e lui non è venuto». Perfetto epitaffio dell&#8217;opportunismo epifaniano.</p>
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		<title>LETTERATURA: La settima stella di Maria Pia Romano &#8211; Casa editrice Besa</title>
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		<pubDate>Mon, 20 May 2013 04:49:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Improta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>

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		<description><![CDATA[di Francesco Improta Leggendo La settima stella di Maria Pia Romano, casa editrice Besa (2008), ho avuto la conferma, chiara e inconfutabile, di essere in presenza di un’autentica poetessa, prestata di recente alla narrativa e mi riferisco in particolare agli ultimi due romanzi scritti da Maria Pia: L’anello inutile (2011 Besa editore) e La cura [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di Francesco Improta</p>
<p>Leggendo <i>La settima stella</i> di Maria Pia Romano, casa editrice Besa (2008),<span id="more-32348"></span> ho avuto la conferma, chiara e inconfutabile, di essere in presenza di un’autentica poetessa, prestata di recente alla narrativa e mi riferisco in particolare agli ultimi due romanzi scritti da Maria Pia: <i>L’anello inutile</i> (2011 Besa editore) e <i>La cura dell’attesa</i> (2013 edizioni Lupo). La sua prima esperienza narrativa, invece,<i> Onde di follia </i>(2006 Besa editore), è contemporanea ad altre prove poetiche, quasi Maria Pia non fosse ancora convinta della strada da seguire e non riuscisse a reprimere quell’urgenza di poesia che sentiva dentro di sé e che, a mio avviso, continua a sentire se è vero che gli ultimi due romanzi, e in particolare <i>L’anello inutile</i>, sono vere e proprie sinfonie, capaci di sciogliere le parole in musica o viceversa, dando vita a echi, armonie e vibrazioni decisamente suggestive. A questo punto, però, sorge spontanea una domanda: “All’alba del terzo millennio, alla luce di tante ipotesi e sperimentazioni, valgono ancora le formule definitorie, le distinzioni tra i vari generi letterari, la netta separazione tra poesia e prosa? Il discorso ci porterebbe troppo lontano e non credo che questa sia la sede adatta per affrontarlo, per cui, a mio avviso, sarebbe preferibile limitarsi a distinguere chi scrive bene da chi scrive male, o volendo semplificare ancora di più i libri belli da quelli brutti, e <i>La settima stella</i> è un libro senza tema di smentite di straordinario spessore e qualità. E Maria Pia scrive molto bene, utilizzando, con sagacia, competenza e sensibilità, immagini evocative, allusive, simboliche e un linguaggio deci­samente innovativo, suggerito e dallo splendido paesaggio del Salento, che <i>ti prende alla gola e ti sa rubare l’anima</i>, e da un animo decisamente poetico, che nonostante gli studi scientifici o forse proprio in virtù di quegli studi, non rinuncia ad espandersi nell’armonia della natura e del mare in particolare, verso il quale sente un’irresistibile attrazione, tanto da inebriarsi di iodio e di salsedine e di poter essere definita una <i>donna liquida dentro</i>, come Alba, la protagonista di <i>La cura dell’attesa</i>. </p>
<p>Non è un caso che le parti in cui si divide questo <i>testamento liquido</i> sono contras­segnate dalla presenza ossessiva dell’acqua: <i>Con l’occhio liquido a Sud</i>; <i>Danze d’acqua sulla vita</i>; <i>Gli amori liquidi</i> e <i>Sotto il livello del mare</i>. Acqua intesa nelle sue molteplici valenze ed implicazioni simboliche: liquido amniotico, elemento lustrale, regno dei venti, del mistero e dell’av­ventura, solcato dalle vele e da mitici mostri marini (Moby Dick), e principio dell’essere nel divenire. I temi di fondo della raccolta sono il Sud a cui, nonostante incomprensioni e rifiuti, sente di appartenere “<i>Nella terra che non capisce le mie lettere / Eppure conosce il mio alfabeto. / A sud</i>.; i Sogni che accompagnano l’adolescenza e che trasformano coloro che li coltivano in “<i>Spettatori di visioni / aggrappate all’oro del cielo / a deglutire stupori / a mani giunte</i>”; la Natura colta con tanto amore e commozione nel semplice planare di un gabbiano “<i>Non c’è nulla di complicato / nella compiuta bellezza / del volo di un gabbiano</i>” (mi torna alla mente la conclusione di <i>Attesa sul mare</i> di Francesco Biamonti: “<i>Gabbiani, intonacati d’aria, andavano al mare come a un letto di pace</i>), oppure in un magico plenilunio in riva al mare “<i>E il cuore si ferma / prima che la notte ricominci / a spalmare di luna il mare</i>”. Né bisogna dimenticare quella malinconia di fondo che porta alla solitudine, al silenzio, alla consapevolezza di essere un sassolino levigato di una spiaggia infinita o di essere immerso nel gran mare dell’essere senza alcuno approdo all’orizzonte. Il tema, comunque, dominante del libro è, a mio avviso, l’Eros nella sua accezione più ampia e comprensiva, come viene confermato dall’ultima sezione tutta dedicata all’amore e dal sotto­titolo <i>miscuglio di seme di sesamo e di riso</i> che è una delle posizioni del Kamasutra e più precisamente uno degli abbracci possibili il Tila-Tandu­laka. Amori anch’essi liquidi, fragili, cangianti e precari, ma pervasi da una profonda sensualità che porta a <i>succhiare / la vita / dalla bocca della notte</i>” o a reclamarla<i> sfinendo di baci / la notte rotonda. </i></p>
<p>Sullo sfondo, poi, non il fragore della storia ma il suo respiro smorzato, come nella bellissima poesia <i>La casa delle mandorle</i>, dove si accenna alle lotte sindacali e alla crisi della sinistra: “<i>mentre l’autunno caldo / fiatava ancora sul collo / delle ore del Sud / bandiere della fede tradita / ondeggiavano incredule / in lacrime di scirocco</i>” versi questi ultimi che mi hanno riportato alla mente le bandiere rosse di P.P. Pasolini che cadevano senza vento.<br />
Il linguaggio di Maria Pia, decisamente figurato, è caratterizzato oltre che da una ricca strumentazione retorica dalla penuria, talvolta dalla mancanza assoluta, di punteggiatura che trasforma in onde concentriche o in volute di spirale i suoi componimenti e logicamente i pensieri e i sentimenti che vi prendono forma risolvendosi o in immagini decisamente suggestive o, più spesso, in arcane vibrazioni. Una poesia, quella di Maria Pia, fatta della sostanza stessa dei sogni e della materia altrettanto friabile dei rimpianti: “<i>una sottile demarcazione / tra la pelle del sogno / e l’involucro della nostalgia / la linea della vita.</i>”</p>
<p>So bene che non è corretto antologizzare, scegliere cioè da una raccolta qualche immagine isolata o qualche strofa, ma ci sono dei versi che lasciano il segno, che graffiano l’anima e che rimangono dentro, dando senso e sapore alle nostre letture e colmandoci al contempo di suoni, di colori e di odori. E ne <i>La settima stella</i> sono tanti i fiori pregiati che s’impongono alla nostra attenzione ma che inseriti nel loro contesto risultano ancora più belli, profumati e significativi. Vale la pena ricordare che alle poesie della silloge si alternano alcune prose che poco o nulla hanno da invidiare ai versi e che confermano quanto affermato in prece­denza che non solo in Maria Pia coesistono entrambe le forme di espre­sione ma anche che oggi certe distinzioni non hanno più ragione di esistere.</p>
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		<title>«Matrimonio nell&#8217;interesse del Paese. Il governo non è legato ai processi»</title>
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		<pubDate>Sun, 19 May 2013 16:00:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[BLOG]]></category>

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		<description><![CDATA[di Aldo Cazzullo (dal Corriere della Sera&#8221;, 19 maggio 2013) Ministro Alfano, il governo ha avuto una partenza difficile. Una grana a settimana: l&#8217;Imu, Brescia, la giustizia, la legge elettorale&#8230; «Questo è il governo che nessuno si aspettava prima del voto. Ed è il governo che solo Silvio Berlusconi aveva pensato fosse quello giusto dopo [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di Aldo Cazzullo<br />
(dal Corriere della Sera&#8221;, 19 maggio 2013)</p>
<p><strong>Ministro Alfano, il governo ha avuto una partenza difficile. Una grana a settimana: l&#8217;Imu, Brescia, la giustizia, la legge elettorale&#8230;</strong><span id="more-32414"></span><br />
«Questo è il governo che nessuno si aspettava prima del voto. Ed è il governo che solo Silvio Berlusconi aveva pensato fosse quello giusto dopo il voto. Ci sono voluti due mesi, ma alla fine l&#8217;Italia ha avuto un governo. È chiaro che il governo non vive della solidarietà delle forze politiche che lo compongono; vive della comune volontà di realizzare il programma. Il destino del governo è legato al destino del programma».</p>
<p><b>Questo significa che il governo non ha limiti temporali? Può essere un governo di legislatura?</b><br />
«Non bisogna farsi illusioni, ma non bisogna deprimersi. Piedi per terra e sguardo rivolto al futuro: non dobbiamo aumentare l&#8217;Iva, dobbiamo detassare l&#8217;assunzione dei giovani per incentivare gli imprenditori a fare occupazione, semplificare la burocrazia, riaffermare che essere proprietari di una casa non è una colpa. Lo scopo che realmente sorregge tutto è tirare fuori l&#8217;Italia dalla crisi economica. L&#8217;obiettivo ultimo è tirarci fuori dal guaio in cui una serie di scelte sbagliate anche di politica economica ci ha cacciati».</p>
<p><b> Si riferisce a Monti? </b><br />
«Non è il tempo delle lamentazioni. È il tempo di pensare al futuro e di come regalare ai nostri figli giorni migliori di questi».</p>
<p><b> Scusi, il governo appare già in bilico, e lei pensa ai figli, al futuro remoto? </b><br />
«Sì, proprio ai nostri figli. Sa qual è una considerazione che ho fatto? Che i miei due figli Cristiano e Federico sono coetanei dei figli di Enrico Letta e delle nipoti di Anna Maria Cancellieri. Nunzia De Girolamo ha una bambina piccola. Al Quirinale ho visto i ragazzi di Josefa Idem. Una caratteristica di questo governo è che tutti hanno dei bambini in casa. Se questo governo dice di voler regalare giorni migliori ai propri figli non è una metafora, non è un&#8217;immagine letteraria; è esattamente l&#8217;idea di un&#8217;Italia che pensa al futuro, con lo sguardo di un padre che lo vorrebbe regalare bellissimo ai propri figli».</p>
<p><b> Nel frattempo avete cominciato a litigare sulla giustizia e sul Porcellum.</b><br />
«Il primo Consiglio dei ministri non l&#8217;abbiamo dedicato alla giustizia e neanche alla legge elettorale, ma all&#8217;economia e alla sobrietà della politica. Chi vuol fare il ministro lo fa gratis. I lavoratori in difficoltà sono aiutati con la cassa integrazione guadagni. Alle famiglie viene detto con chiarezza che supereremo la tassazione sulla casa. Devo riconoscere una perfetta corrispondenza tra il discorso di Enrico Letta che ha avuto la fiducia delle Camere e quello che è stato fatto nel primo Consiglio dei ministri operativo».</p>
<p><b> Vale a dire? </b><br />
«È stato chiaro lo scarto tra le polemiche sui giornali e l&#8217;azione del governo. I giornali si sono occupati di una cosa, i partiti hanno litigato su altre cose, il governo ha preso decisioni che servono a tirare fuori l&#8217;Italia dalla crisi e altre ne deve prendere. È evidente che questo governo è stato accolto con favore dall&#8217;opinione pubblica, che chiede provvedimenti che aiutino le famiglie e i lavoratori in difficoltà, e con la grande diffidenza, se non con l&#8217;ostilità, di quello che chiamerei il &#8220;comparto dell&#8217;indotto del conflitto&#8221;».</p>
<p><b> Chi c&#8217;è dietro &#8220;l&#8217;indotto del conflitto&#8221;? </b><br />
«È un comparto trasversale tra politica, economia e giornalismo, che dal conflitto trae lucro. Pensi a certi giornali &#8220;rosiconi&#8221; che, di fronte ai dati positivi della Borsa, additano solo i buoni risultati del gruppo fondato da Berlusconi. Pensi all&#8217;enorme letteratura antiberlusconiana, che perde appeal nel momento in cui la sinistra fa l&#8217;accordo con lui».</p>
<p><b> Lasci stare i giornali. In realtà la sinistra è in grande sofferenza, proprio per l&#8217;accordo con Berlusconi. </b><br />
«Anche il nostro elettorato non ama la sinistra. Né sarebbe veritiero, sebbene romantico, definire questo come un matrimonio d&#8217;amore. È un matrimonio d&#8217;interesse: la cosa bella è che l&#8217;interesse non è quello degli sposi, delle parti, ma quello del Paese. Finché i coniugi avranno la percezione di fare l&#8217;interesse del Paese, e il Paese condividerà questa percezione, allora il governo andrà avanti. Per questo occorre tenere al centro la questione economica, che è la ragione più profonda dell&#8217;accordo».</p>
<p><b> Siete soddisfatti del compromesso sull&#8217;Imu? </b><br />
«Le esclusioni in riferimento al blocco dell&#8217;Imu coincidono con quelle del 2008, quando fu eliminata l&#8217;Ici. Mi sento portatore di un fortunato e singolare record: al primo Consiglio dei ministri operativo della scorsa legislatura facevo parte del governo che tolse l&#8217;Ici; ora, con una coalizione molto differente, il primo Consiglio dei ministri segna il blocco dell&#8217;Imu. Senza considerare il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione, e il riconoscimento del principio che i debiti fiscali dei privati e i loro crediti siano compensabili».</p>
<p><b> In effetti lei è l&#8217;unico a essere stato ministro sia nel governo Berlusconi sia ora. È anche vicepresidente del Consiglio e segretario del Pdl. Non è un po&#8217; troppo? </b><br />
«Io sono vicepresidente in quanto segretario del Popolo della libertà. E sono segretario di un partito che ha il suo leader, che è Silvio Berlusconi. Una leadership forte, vitale e indiscussa».</p>
<p><b>Appunto. Il &#8220;matrimonio d&#8217;interesse&#8221; ha un suocero ingombrante. Non c&#8217;è il rischio che lei e i suoi combattiate una battaglia al governo e fuori Berlusconi e i suoi combattano la loro battaglia, contro la magistratura e non solo? </b><br />
«La battaglia nostra al governo è la battaglia per fare uscire l&#8217;Italia dalla crisi. E il governo nasce per la tenace volontà di Silvio Berlusconi di farlo nascere. Quindi nasce grazie a Berlusconi, non nonostante Berlusconi. Altro che suocero».</p>
<p><b> Questo significa che la sorte del governo non è legata alle sentenze dei suoi processi? </b><br />
«È così. Gli interessi a confondere le acque sono stati tali da non aver valorizzato un concetto molto chiaro e molto forte espresso proprio da Silvio Berlusconi: nessun fallo di reazione sulle vicende giudiziarie. Del resto ci sarà un motivo per cui l&#8217;opinione pubblica sta premiando il suo atteggiamento responsabile, &#8220;pro patria&#8221;&#8230;»</p>
<p><b> Sulle intercettazioni come finirà? </b><br />
«Lei parla con chi ha dato il nome a un tentativo di riforma, ma qui siamo in presenza di una situazione molto chiara: ci sono iniziative e leggi, in ogni ambito, che solamente un governo di centrodestra potrebbe portare avanti. E ci sono iniziative e leggi che potrebbe portare avanti solamente un governo di centrosinistra. La conseguenza è che questo Parlamento e questo governo non faranno ciò che solo il centrodestra potrebbe fare, né ciò che solo il centrosinistra potrebbe fare&#8230;».</p>
<p><b> Quindi niente stretta sulle intercettazioni da una parte, niente &#8220;ius soli&#8221; e unioni di fatto dall&#8217;altra? </b><br />
«&#8230;Per fare ciò che ciascuna parte vorrebbe fare, occorrerà attendere le prossime elezioni. Chi vincerà, realizzerà il proprio specifico programma, quello che esprime la propria identità in ogni ambito. Adesso invece si potrà fare solamente ciò che il centrodestra e il centrosinistra sono capaci di condividere».</p>
<p><b> Ma come si può cancellare dall&#8217;agenda di governo un tema decisivo come quello della giustizia? </b><br />
«Ho grande considerazione e rispetto per Annamaria Cancellieri. Sarà lei a individuare ciò che in materia di giustizia può essere condiviso dal Pdl, dal Pd e da Scelta civica».</p>
<p><b> È vero che siete disposti a cambiare l&#8217;attuale legge elettorale solo accanto a una riforma presidenzialista? </b><br />
«Noi non abbiamo una posizione che dipenda dalle nostre utilità. Il Mattarellum, basato sui collegi uninominali, è stato usato tre volte: due volte, nel &#8217;94 e nel 2001, abbiamo vinto noi. Anche l&#8217;attuale sistema è stato usato tre volte: nel 2006 hanno vinto loro, nel 2008 noi, la terza volta è questa&#8230; Non c&#8217;è un sistema che ci fa vincere e uno che ci fa perdere. Il sistema elettorale serve a contare i voti; se non hai i voti, non vinci. È evidente che adesso sarebbe sbagliato trovare la soluzione definitiva sulla legge elettorale. Se si va a Parigi, trovi semipresidenzialismo e doppio turno. A Berlino trovi il cancellierato e il proporzionale».</p>
<p><b> Voi quale sistema preferite? </b><br />
«La nostra posizione è quella consolidata dal voto al Senato nella primavera scorsa: elezione diretta da parte dei cittadini del presidente della Repubblica; disponibilità ad approvare una legge con il doppio turno di collegio. Sto leggendo il libro di Veltroni e vedo che su questo punto la pensiamo allo stesso modo».</p>
<p><b> Com&#8217;è andato il litigio con Letta nel viaggio verso il convento? </b><br />
«Guardi, con Letta ci conosciamo da più di vent&#8217;anni, ma abbiamo sempre militato su fronti diversi. Veniamo da due diverse metà campo e questo è emerso spesso, l&#8217;ultima volta a Spineto. È possibile che riemerga in futuro».</p>
<p><b> E di Renzi cosa pensa? </b><br />
«Abbiamo collaborato sul tribunale di Firenze quand&#8217;ero ministro della Giustizia. Ma mi pare evidente che stia giocando una partita sempre più dentro la sinistra italiana, per assumerne la leadership».</p>
<p><b> Con Letta state litigando anche sulla scelta del capo della polizia? </b><br />
«La decisione è imminente e di certo non deve avere la spillina di partito appuntata al petto. Spero verrà fuori la scelta migliore per il nostro Paese. È chiaro che la prima richiesta che farò al prossimo capo della polizia sarà catturare Matteo Messina Denaro».</p>
<p><b> Lei ora è al Viminale e deve battersi contro le mafie che gravano sul Sud e si infiltrano al Nord. </b><br />
«Lei mi sta intervistando nel giorno del compleanno di Giovanni Falcone. Stamattina (ieri, nda ) ho dedicato un pensiero di gratitudine a lui. Credo che chi milita nelle istituzioni, e soprattutto in ministeri delicati, debba sempre sforzarsi di onorare la memoria dei tanti eroi che famosi o no hanno dedicato la propria vita e il proprio sangue alla nostra Italia. Ci sono anche eroi che nessuno conosce. Giovedì alla festa della polizia ho visto più di un bambino accanto alla propria mamma ritirare la medaglia del padre poliziotto che non c&#8217;è più, dopo aver salvato altre vite dagli esiti di un catastrofico incidente stradale o vittime innocenti da un rapinatore. Un bambino ha salutato mio figlio e mi si è stretto il cuore. Quei bambini devono sempre sapere che il loro papà è morto per un qualcosa di grande, per un qualcosa di giusto. E noi dobbiamo essere capaci di onorarne la memoria».</p>
<hr />
<p><strong>La proposta rivoluzionaria di Hollande all&#8217;Europa</strong><br />
di Eugenio Scalfari<br />
(da &#8220;la Repubblica&#8221;, 19 maggio 2013)</p>
<p>Riformisti o rivoluzionari? Questa domanda sta al centro del problema italiano ed europeo, ma può essere declinata in molti altri modi. Per esempio: socialisti o liberali? Progressisti o moderati? Di destra o di sinistra? Innovatori o conservatori? Sostenitori dei diritti o anche dei doveri?</p>
<p>Spaccare la società in due è quasi sempre una semplificazione e semplificare i problemi complessi è quasi sempre un errore. Senza dire che bisogna analizzare con attenzione il significato delle parole. Se restiamo alla prima domanda che tutte le riassume, arriviamo alla conclusione che spesso una riforma fatta come le condizioni concrete richiedono può rappresentare una svolta radicale e quindi una rivoluzione; mentre accade altrettanto spesso che una rivoluzione che abbatta tutta l&#8217;architettura sociale preesistente spesso sbocca nel suo contrario, cioè in una dittatura.</p>
<p>Ma applichiamo questa griglia di domande all&#8217;Europa di oggi e all&#8217;Italia chiamando in soccorso anche qualche esperienza storica che possa aiutarci a capire il presente col ricordo di un passato analogo e quindi attuale.</p>
<p>La moneta unica europea è stata una riforma rivoluzionaria: ha reso impossibili le svalutazioni delle monete nazionali come strumento di competitività, ha unificato il tasso del cambio estero per una popolazione di oltre 300 milioni di persone, ha consentito un mercato libero per le persone, le merci e i capitali.</p>
<p>Un&#8217;altra riforma rivoluzionaria è stata quella del servizio sanitario nazionale. Un&#8217;altra ancora quella della scuola dell&#8217;obbligo. Una quarta il divieto di licenziamento senza giusta causa, una quinta il riconoscimento di pari diritti tra uomo e donna, una sesta quella delle pari opportunità e cioè della lotta contro le diseguaglianze nelle posizioni di partenza. Infine ultima della serie la tutela della libera concorrenza sul mercato degli scambi economici.</p>
<p>È pur vero che alcune di queste conquiste, tutte avvenute nel mezzo secolo trascorso dopo la fine della guerra, sono state in parte vanificate o deformate da interessi precostituiti che ne hanno impedito o limitato la piena realizzazione. Ed è altrettanto vero che nuove esigenze, nuovi bisogni e nuove tecnologie sono nel frattempo emersi rendendo necessari ulteriori mutamenti che spesso sono mancati. La necessità di una continua manutenzione e di mutamenti successivi è una dinamica indispensabile senza la quale le riforme effettuate si trasformano in uno stato di fatto che non progredisce ma invecchia. Il riformismo correttamente inteso coincide con l&#8217;innovazione, se diventa consuetudine cessa di esistere.</p>
<p>Purtroppo l&#8217;Europa e gli Stati che ne fanno parte versano in questa condizione. Il dinamismo delle riforme è cessato da almeno 20 anni e forse più. Perciò molti invocano la rivoluzione e rimproverano i riformisti di essersi addormentati. Ma che cos&#8217;è la rivoluzione quando è sganciata dal riformismo ed anzi gli si oppone?</p>
<p>* * *</p>
<p>La rivoluzione che si oppone al riformismo di solito si ispira all&#8217;utopia. I rivoluzionari utopisti si propongono la distruzione dell&#8217;esistente, non il suo ammodernamento. Perciò usano il &#8220;senza se e senza ma&#8221; e dicono di no a tutto. Nove volte su dieci finiscono in una dittatura.</p>
<p>Nel suo libro appena uscito col titolo &#8220;E se noi domani &#8211; L&#8217;Italia e la sinistra che vorrei&#8221; Walter Veltroni ricorda e concorda su una frase che Piero Calamandrei pronunciò in un ampio discorso da lui tenuto all&#8217;Assemblea costituente il 5 settembre 1946. La frase è questa: &#8220;Le dittature sorgono non dai governi che governano e che durano, ma dall&#8217;impossibilità di governare dei governi democratici&#8221;.</p>
<p>Veltroni ricorda anche che l&#8217;ultimo governo democratico governante fu quello dell&#8217;Ulivo presieduto da Romano Prodi dal &#8217;96 al &#8217;98. Dopo di allora i governi arrancarono e dal 2001 al novembre del 2011 furono gestiti dal populismo berlusconiano con la breve parentesi del biennio prodiano 2006-2008 che registrò il penoso spettacolo d&#8217;una coalizione che andava da Mastella a Bertinotti e un solo voto di maggioranza al Senato.<br />
Per fortuna &#8211; aggiunge Veltroni &#8211; si susseguirono al Quirinale Scalfaro, Ciampi e Napolitano che sono stati i migliori presidenti della Repubblica che l&#8217;Italia abbia avuto ed hanno supplito alle terribili carenze del sistema.<br />
Concordo pienamente con questi giudizi e con la necessità d&#8217;un profondo mutamento dei partiti e della società. Siamo percossi da una terribile crisi economica e sociale e in Italia ma anche in Europa da uno smarrimento della pubblica opinione. E siamo schiacciati da due populismi contrapposti e dalla crisi profonda del partito che ha la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera e quella relativa al Senato, ma non è in grado di risollevarsi dalla crisi che l&#8217;ha atterrato.</p>
<p>Quanto all&#8217;Europa, versa anch&#8217;essa in condizioni che dire drammatiche è dir poco: una marea di disoccupati, una recessione che ha colpito quasi tutti i Paesi che la compongono, una politica economica profondamente sbagliata, una politica bancaria in fase di stallo, una lentezza decisionale che aggrava i malanni e vanifica le incerte terapie.</p>
<p>Questa è la situazione. Ci sono speranze di riportarla sulla giusta rotta?</p>
<p>* * *</p>
<p>La speranza (lo dico con le parole di Calamandrei) è un governo che governi e che duri. Quello di Enrico Letta è nato per necessità e si regge su una maggioranza anomala e rissosa ma, allo stato dei fatti, senza alternative. Grillo non è un&#8217;alternativa e i suoi voti, quand&#8217;anche saltassero ancora in avanti (ma i sondaggi attuali lo danno al 23 per cento) da soli non bastano. Dal bacino elettorale di Berlusconi non succhia più, anzi sta avvenendo il contrario: è Berlusconi che si sta riprendendo i voti dei delusi che erano emigrati dal Pdl verso l&#8217;astensione o verso Grillo.</p>
<p>I cinque stelle continuano invece ad affascinare i giovani di sinistra, i delusi del Pd, i sognatori della palingenesi, quelli che sono rimasti schifati dall&#8217;apparato chiuso e correntizio d&#8217;un partito che nel 2008 si era presentato come una sorta di partito d&#8217;azione moderno, aperto, che avrebbe dovuto plasmare una società civile forte e porsi al suo servizio.</p>
<p>Su questi delusi i cinque stelle esercitano la loro tentazione che però ha un punto debole: non esprimono nulla che sia di sinistra, né di quella tradizionale né di quella che pensa in termini di cultura moderna. Ce ne sono ancora nel Pd e molti, ma non pare che abbiano voce o almeno non abbastanza, capace di rovesciare gli equilibri malsani che ancora dominano quel partito.</p>
<p>Un Pd moderato non corrisponde alla sua genesi e soprattutto non riempirebbe alcun vuoto, al contrario ne aprirebbe uno a sinistra con conseguenze letali nel quadro italiano ed europeo.</p>
<p>Il Pd può avere, dovrebbe avere, i voti dei liberali, che non sono affatto moderati nel senso conservatore del termine. Nelle democrazie mature i liberali sono sempre stati alleati della sinistra riformatrice, è sempre stato così dovunque, in Inghilterra, in Usa, in Francia, in Germania, in Spagna. Ed anche in Italia, nei rari momenti di democrazia vincente. Rari, perché una parte rilevante di italiani non ama lo Stato, lo considera estraneo se non addirittura nemico e soggiace alle lusinghe della demagogia e del populismo. Predomina in loro un elemento anarcoide ed un&#8217;indifferenza verso la politica che porta inevitabilmente verso forme a volte nascoste e a volte palesi di dittatura.</p>
<p>Questo è il dramma italiano, un risvolto del quale, certamente non marginale, estende l&#8217;antipatia verso lo Stato nazionale ad un&#8217;analoga antipatia verso l&#8217;ipotesi di uno Stato europeo. Da questo punto di vista il populismo berlusconiano coincide con il populismo grillino: lo Stato italiano, per quel che poco che esiste, dev&#8217;essere raso al suolo e lo Stato federale europeo non deve nascere. Quel tanto che esiste dell&#8217;uno e dell&#8217;altro dev&#8217;essere completamente abbattuto. Poi, sulle loro ceneri, si potrà forse edificare il nuovo. Ma se li interroghi sul come distruggerli e come ricostruirli, riceverai come risposta una scrollata di spalle e un generico &#8220;si vedrà&#8221;.</p>
<p>* * *</p>
<p>Non è così che si costruisce il futuro dell&#8217;Europa e quello dell&#8217;Italia che le è strettamente legato. Da questo punto di vista giovedì scorso è avvenuto un fatto nuovo di straordinaria importanza: il presidente francese Hollande per la prima volta nella storia politica della Francia ha abbandonato la posizione tradizionale del suo paese di scetticismo e di ostile distacco verso un&#8217;Europa federata ed ha chiesto in modo perentorio la nascita entro il 2015 d&#8217;un governo unitario europeo con un bilancio comune, un debito pubblico sovrano comune, una politica economica, estera e di difesa comuni, un sistema bancario ed una Banca centrale con i poteri di tutte le Banche centrali dei paesi sovrani.</p>
<p>Non era mai accaduto prima, la Francia era anzi vista come un ostacolo insuperabile a questa evoluzione, imposta ormai dall&#8217;esistenza d&#8217;una società mondiale globale. Il progetto di Hollande prevede anche l&#8217;elezione del presidente dell&#8217;Europa col voto diretto dell&#8217;intero popolo europeo.</p>
<p>Il governo spagnolo si è già dichiarato pronto a sostenere la proposta francese. Il nostro presidente del Consiglio Enrico Letta aveva anch&#8217;egli sostenuto per primo questa necessità ma non aveva fissato date. Hollande ha rotto gli indugi: due anni di tempo e se gli altri paesi europei (la Germania soprattutto perché a lei è rivolto il messaggio di Hollande) non saranno d&#8217;accordo, la Francia andrà avanti con chi ci sta.<br />
I partiti italiani finora non si sono fatti sentire; i giornali hanno riportato la notizia ma senza rilevarne la novità e la fondamentale importanza. Questa sì, sarebbe una rivoluzione: un governo ed un presidente eletto di uno Stato europeo fra due anni. Le elezioni tedesche che avranno luogo in autunno dovranno cimentarsi soprattutto su questo tema e così pure quelle italiane quando avverranno e le elezioni europee che si svolgeranno interamente su questi temi. La messa in comune dei debiti sovrani nazionali fu, non a caso, il primo passo della Confederazione americana verso la Federazione.</p>
<p>Il futuro si può costruire soltanto così e soltanto così può rinascere la speranza nel cuore degli europei e degli italiani.</p>
<hr />
<p><strong>Ruby è proprio come Audrey, usa il sorriso in cerca di riscatto</strong><br />
di Vittorio Macioce<br />
(da &#8220;il Giornale&#8221;, 19 maggio 2013)</p>
<p>Chissà se Ilda Boccassini ha mai letto o visto Colazione da Tiffany. Probabile. È bella Holly. È l&#8217;archetipo dell&#8217;eleganza femminile. Sempre. Quando cammina a piedi nudi appena sveglia, quando sbadiglia, perfino quando va in giro troppo brilla il sabato sera.</p>
<p>Holly ha un gatto nero svampito con un collier di diamanti sul collo. È capricciosa, certo, ma le perdoni tutto. E poi ha il volto di Audrey Hepburn, e quando canta Moon River alla finestra potresti anche morire. Miss Holly Golightly è il modello che molte ragazze, dal 1958, hanno cercato di imitare. C&#8217;è qualcosa però che mettiamo sempre da parte. Anche se è lì, chiaro, sbattuto in faccia e lo scrive Truman Capote senza pudori, come faceva lui, perché la vita è vita, e non riesce a nasconderlo neppure Blake Edwards nel film, che pure più di qualcosa sfuma, per esempio gli amori saffici. Andate a vedere cosa si nasconde sotto gli occhiali scuri di Holly, scrutate cosa c&#8217;è oltre lo sguardo da cerbiatto di Audrey Hepburn e ci trovate il volto sfatto di certe notti senza fine, ci trovate una ragazza cinica e furba in fuga dalla provincia, e la paura di una vita randagia, e la voglia di dare scacco al destino per quelle carte sbagliate pescate all&#8217;inizio del gioco. E la voglia di sicurezza, quella che arriva solo dai soldi e il lusso e i gioielli e a ramengo tutto il resto, costi quel che costi. La verità? Sotto gli occhiali di Holly c&#8217;è Ruby Rubacuori.</p>
<p>Non lasciatevi ingannare dalla musica di Moon River. Ruby e Holly sono la stessa persona. Impossibile? Andate oltre. Holly spara cavolate, spesso. «È una matta autentica. E sai perché? Perché Holly è convinta di tutte le idiozie che afferma». Holly porta a spasso un nome che non è suo. Lula Mae sta a Holly come Karima El Mahroug sta a Ruby. Holly è furba, di quella furbizia che solo le comari del paesino, le stesse di Bocca di Rosa, possono definire «orientale».</p>
<p>Holly non ha scrupoli. Non si affeziona. È randagia. «Qualche volta è bello essere presa per una balorda». Holly vuole solo dimenticare l&#8217;odore del posto da cui viene ed è per questo che sorride ai miliardari. Non vuole essere un modello per nessuno. E non lo è. Perché bisogna guardare il mondo con i suoi occhi, pensare che il tempo corre e quelle come lei non hanno voglia di aspettare e allora cercano la strada breve, la scorciatoia, ed è una storia antica. Non è solo per i gioielli o per fare colazione da Tiffany. È per riscattarsi e guadagnarsi la sicurezza che il destino non sempre ti offre al primo colpo. «Certe luci della ribalta rovinano la carnagione, a una ragazza».</p>
<p>Ci sono altre strade. Ma chi siamo noi per condannare Holly e le sue paure? No, dottoressa Boccassini, l&#8217;idea di fare in fretta non è un&#8217;invenzione di troppe giovani delle ultime generazioni. Vada a rileggersi Capote. Il mondo non è cambiato vent&#8217;anni fa. Quelle ragazze disposte a tutto pur di andare in televisione non sono una malattia di questo secolo. Capote quando ha scritto il romanzo aveva in mente un&#8217;altra attrice, dalla sensualità più forte, sfacciata, ancora più fragile magari, anche lei con un altro nome all&#8217;anagrafe: Norma Jean, o se preferisce Marilyn Monroe. La ragazza di Los Angeles che per fare pochi metri ed arrivare a Hollywood ha fatto tappa negli uffici di troppi produttori. La finta bionda di Happy birthday Mr. President. Così forse il paragone è più chiaro. O a fare la differenza sono solo le forme, più o meno eleganti, nel tubino?</p>
<p>L&#8217;intuizione di Holly come Ruby è di Gaetano Cappelli, uno scrittore raffinato, che conosce quell&#8217;America poi non così lontana da quella di Capote, e sa quanto dista certe volte il mondo dalla Basilicata. Quelle come Holly, come Marilyn, come Ruby cercano un taxi di soldi e potere. Ma chissà cosa cerca invece il tassista? Il miliardario, il presidente. Fuggono anche loro, spesso dalla solitudine. Quella che ti prende quando resti solo a casa la sera e non hai uno straccio di amico con cui confidarti. Fuggono dall&#8217;ultimo fallimento sentimentale, quello che ti spezza per sempre, con tutte le croci, di moglie, amiche e amanti. È quello che spiega Richard Gere a Julia Roberts in Pretty Woman. È magari il pensiero del principe mentre guarda sul trono nudo la scarpetta di Cenerentola. Lei vuole la favola, lui una donna a cui regalarla. Non è solo una questione di sesso. È avere una ragazza di cui preoccuparsi, «un diamante allo stato grezzo». È così che l&#8217;affarista Edward Lewis (Richard Gere) definisce Vivian. Vivian arguta e con i piedi per terra: «Non stiamo insieme. Lo uso solo per il sesso».</p>
<p>Ricordate cosa canta Holly alla finestra? È lì che abbandona il disincanto e parla dei suoi sogni. «Moon River&#8230; due sponde per uscire e vedere il mondo. Abbiamo passato la stessa fine dell&#8217;arcobaleno. Sognatore, rubacuori, dovunque tu stia andando io verrò per la tua strada». Lei e il suo vero nome. Holly e Lula. Come Karima e Ruby. Ruby rubacuori.</p>
<hr />
<p><em>Mercoledì 15 e giovedì 16 maggio mi trovavo nel bel paese friuliano, San Vito al Tagliamento, e ho respirato subito un&#8217;aria incantata. Pareva d&#8217;essere in un paese da favola, pulito ordinato, con una umanità accogliente e affabile, lontana dal chiasso e dai vizi della vita moderna. Ho pensato subito a Carlo Sgorlon, uno dei miei narratori preferiti, nato non molto distante, a Cassacco, i cui romanzi ricordano tali atmosfere quasi irreali, rpovenienti da oltre i misteriosi confini della Terra. Tornato a casa, ho cercato qualcuno che lo ricordasse e ho trovato questo bell&#8217;articolo di Luca Negri, scritto su &#8220;L&#8217;Opinione&#8221;, a poco meno di un anno dalla sua scomparsa, avvenuta il giorno di Natale del 2009.</em></p>
<p><strong>Carlo Sgorlon, la fierezza e l&#8217;orgoglio di essere un conservatore</strong><br />
di Luca Negri<br />
19 Dicembre 2010</p>
<p>Carlo Sgorlon se n’è andato da un anno. Ha lasciato alla terra le sue spoglie mortali il 25 dicembre 2009, e a chi lo ha conosciuto ed amato è sembrata cosa molto armonica che il giorno della dipartita fosse quello di Natale. Lo scrittore forse più votato al senso del sacro fra i contemporanei, moriva proprio nel giorno della nascita di Gesù Cristo.</p>
<p>Eppure non osava definirsi cattolico e nemmeno cristiano, poiché “non sono religioni per uomini comuni, ma per santi”. Ammetteva però che la sua vita e la sua opera vivevano “per intero nell’ambito della cultura e dell’etica cristiane”; con qualche fuga nella teosofia e pronte all’incanto politeista, però. Forse più che un cristiano, era un pagano che credeva in Cristo, come diceva di sé il filosofo colombiano Gómez Dávila.</p>
<p>Non apparve strano che Elio Vittorini, prima fascista e poi comunista, bocciò i libri di Sgorlon, perché vi percepiva “il piangere la morte di Dio”. Erano romanzi nei quali si cercava di riconsacrare il mondo, si raccontavano vite terrestri scandite dai ritmi naturali delle stagioni e non da quelli della trionfante società industriale. Opere debitrici delle leggende contadine quanto delle letture di Kafka, Mann, Borges, Elsa Morante e Buzzati; sostenute dall’esperienza di vita a contatto con la sua terra madre friulana come dalle meditazioni di Elémire Zolla, Mircea Eliade, Carl Gustav Jung. Grandi narrazioni vergate nel solco della Bibbia, che Sgorlon sentiva scorrere nel sangue di credenti e non credenti, e sempre pervase da un’atmosfera da fiaba.</p>
<p>Era nato nel 1930 in provincia di Udine, là “dove il Friuli si venetizza”, in un “lembo di estrema periferia dell’Italia”, luogo già profetico per la sua condizione di solitario ed anarchico, del tutto estraneo agli ambienti egemoni nel mondo culturale degli anni Sessanta e Settanta. Non andava assolutamente d’accordo con la neo-avanguardia di Sanguineti e Balestrini. Per lui lo scrivere non doveva ridursi a sperimentalismi chiusi alla comunicazione con l’altro, si considerava un narratore, un artigiano del racconto che voleva produrre atti “d’amore e di pietà nei confronti degli uomini, non certo di guerra verso la letteratura precedente”. Convinto che per essere originali occorresse tornare alle origini, era alieno al “culto del divenire” e del progresso e amava quello che resta oltre il cammino della Storia, ciò che dura: archetipi, etica ed epica, miti, fiabe, saghe.</p>
<p>E proprio non poteva ritrovarsi nell’esistenzialismo con la nausea indotta degli anni ‘50, nel marxismo schematico del neorealismo. Meno che mai nella confusione del Sessantotto, da lui esperito dietro una cattedra di liceo (insegnò per quasi trent’anni). Da quell’anno, a parer suo, la società aveva fatto la “scelta della via più comoda”, alimentando “una folla di frustrati”.</p>
<p>Orgogliosamente conservatore, era contrario al divorzio e fino all’ultimo sostenne che “l’aborto volontario è un assassinio”. Ci teneva a ricordare quanto la mentalità atea portasse ancora l’impronta del materialismo ottocentesco invece di aggiornarsi alle scoperte del Novecento sulla fisica quantistica. Si era finalmente giunti alla conclusione che la materia è energia, come già insegnavano tutti i testi sacri.</p>
<p>“La terra è una cassa armonica, risonante di favole o di cose scomparse”, scriveva, e la difendeva con un ecologismo radicale, non ideologico ma comunque estremista e spesso ingenuo. Aveva perfino dato vita in un suo romanzo ad una “notte di San Bartolomeo” delle automobili, durante la quale i protagonisti si cimentavano in un’opera di raffinato luddismo per demolire i veicoli inquinanti.<br />
Però tutto succedeva, ripetiamo, in un’atmosfera fiabesca, sempre allietata dalla presenza di personaggi femminili sospesi fra la natura da fata e quella da strega.</p>
<p>E ne aveva scritti molti di romanzi, quasi trenta quelli pubblicati e ancora molti gli inediti. Fra i più importanti ricordiamo Il trono di legno (premio Campiello 1973), La carrozza di rame (romanzo storico incentrato sull’inestirpabile bisogno di mito per l’uomo, con personaggi sedotti dai surrogati nazionalisti o socialisti, dal Risorgimento agli anni ’70), L’armata dei fiumi perduti (premio Strega 1985), narrazione epica dei cosacchi antibolscevici comandati dal generale Vlasov, quelli che nel secondo conflitto mondiale furono usati dai tedeschi contro i partigiani del Nord Italia e poi consegnati, finite le ostilità, dagli inglesi agli aguzzini sovietici, (come racconta anche Solgenitsyn, preferirono il suicidio di massa piuttosto che finire rinchiusi nei Gulag).</p>
<p>Non mancavano infatti nelle opere di Sgorlon le tragedie della storia: la guerra, il disastro del Vajont, il dramma delle foibe. Sul silenzioso genocidio attuato dai partigiani di Tito ai danni della popolazione istriana di stirpe italiana, era stato uno dei primi a sollevare il velo di silenzio e falsità calato dall’egemonia culturale del Pci. Pagò con l’ostracismo dalle antologie scolastiche e con l’opera vigliacca di solerti assessori progressisti che cancellarono i verdetti di giurie popolari a lui favorevoli in più di premio letterario. Qualcuno fu meno diplomatico e firmandosi “brigate rosse” gli spedì una pallottola in busta chiusa ed imbrattò con vernice rossa il muro della sua casa promettendogli la giustizia proletaria.</p>
<p>Certo Sgorlon non era tipo da lasciarsi intimidire e quasi godeva della sua condizione di isolato, amato dal pubblico e snobbato dalla critica ufficiale. Negli ultimi anni scrisse abbondantemente, al ritmo di un romanzo ogni due anni, passando dalla resistenza di Vienna all’assedio turco del 1683 a Tangentopoli, dalla vita degli zingari al misterioso Priorato di Sion ed alle leggende templari (lontano però anni luce da ogni banalità alla Dan Brown). Nel 2008 era uscita per Morganti la sua bella autobiografia La penna d’oro, all’inizio del 2010 Mondadori ha pubblicato l’ultimo capolavoro postumo, Il circolo Swendenborg.</p>
<p>Avrebbe scritto ancora molto se la malattia non l’avesse ucciso. Anzi, è stato lo spirito che il folklore friulano chiama “mari de gnot”, quello che ruba i bambini rimasti fuori casa al calar delle tenebre, a portarselo via.</p>
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		<title>STORIA: La risposta</title>
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		<pubDate>Sun, 19 May 2013 04:41:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Costanza Caredio &#8220;1300 anni prima della fondazione di Roma, Nino, re degli Assiri, che fu il &#8220;primo&#8221;, come vogliono gli storici pagani, per la bramosia di estendere il suo dominio portò le armi fuori della patria, a insanguinare tutta l&#8217;Asia con le sue guerre. Egli, insorgendo dal mezzogiorno e dal Mar Rosso, devastò e [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di Costanza Caredio</p>
<p>&#8220;1300 anni prima della fondazione di Roma, Nino, re degli Assiri,<span id="more-32342"></span> che fu il &#8220;primo&#8221;, come vogliono gli storici pagani, per la bramosia di estendere il suo dominio portò le armi fuori della patria, a insanguinare tutta l&#8217;Asia con le sue guerre. Egli, insorgendo dal mezzogiorno e dal Mar Rosso, devastò e soggiogò il Ponto Eusino, posto all&#8217;estremo settentrione e insegnò ai barbari Sciti, ancora imbelli e innocenti, a svegliare la loro sopìta crudeltà, a conoscere le loro forze, a bere, non più latte di pecora, ma sangue umano e infine a vincere, mentre egli li vinceva. Infine sconfisse in battaglia Zoroastro, re della Battriana e inventore dell&#8217;arte magica. Dopo qualche tempo Nino morì, colpito da una freccia. Gli successe la moglie Semiramide: per 42 anni esercitò con stragi di popoli stranieri la sua gente. Avida di sangue dopo aver concepito disonestamente un figlio, dapprima lo fece scelleratamente esporre e poi ebbe con lui rapporti incestuosi, e cercando di nascondere la privata ignominia col pubblico delitto, ordinò che fra genitori e figli fosse lecito qualunque rapporto&#8221;.(Orosio, Le Storie contro i Pagani, I,4).<br />
Così Orosio, prete spagnolo, su incarico di Agostino, ricostruisce la Storia a partire dalle origini: il suo intento è di mostrare un&#8217;umanità in preda a guerre continue; essa troverà pace solo con l&#8217;impero di Augusto che prepara l&#8217;avvento del Cristianesimo.</p>
<p>Orosio indica due grandi blocchi: l&#8217;Oriente con gli Assiro-Babilonesi, dei quali l&#8217;impero fenicio è l&#8217;epìgono, l&#8217;Occidente con Roma che prende su di sé il ruolo della Grecia e della Macedonia.<br />
La Grecia fu la prima barriera militare contro la Persia di Serse, ma quale fu la sua risposta culturale?<br />
La statuaria reagiva mostrando la bellezza del corpo umano intatto, di fronte al robot guerriero, alla mostruosità del mondo animale, con sfingi, testa di donna su corpo di leone, tori alati, draghi che sputano fuoco. Seguendo le istruzioni di Pisistrato e di Solone, (Lesky), l&#8217;Iliade prese forma scritta e recitata ai Giochi, e divenne cultura obbligatoria del giovane greco, e con essa l&#8217;esaltazione del valore, della lealtà, dell&#8217;amicizia, del rispetto dell&#8217;avversario. No alla crudeltà, al vilipendio dei cadaveri, allo strazio dei corpi. L&#8217;epopea omerica, la rappresentazione stilizzata della guerra nelle gare olimpiche, il teatro come luogo di pubblici dibattiti e formazione del consenso, la conoscenza del territorio nemico di storici-geografi questa fu la risposta all&#8217;Oriente selvaggio: doveva essere dura e decisa, ma costruita su valori propri.</p>
<p>(segue)</p>
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		<title>La diffidenza per il leader</title>
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		<pubDate>Sat, 18 May 2013 16:00:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[BLOG]]></category>

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		<description><![CDATA[di Giovanni Belardelli (dal &#8220;Corriere della Sera&#8221;, 18 maggio 2013) Il neosegretario del Pd Guglielmo Epifani è stato eletto da pochi giorni, ma il dibattito interno al suo partito ha in gran parte a che fare con il nome del suo successore. Le cause di questo fatto sono molte, evidentemente, a cominciare da un conflitto [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di Giovanni Belardelli<br />
(dal &#8220;Corriere della Sera&#8221;, 18 maggio 2013)</p>
<p><b>Il neosegretario del Pd </b>Guglielmo Epifani è stato eletto da pochi giorni,<span id="more-32398"></span> ma il dibattito interno al suo partito ha in gran parte a che fare con il nome del suo successore. Le cause di questo fatto sono molte, evidentemente, a cominciare da un conflitto tra le varie componenti che la comparsa sulla scena di Matteo Renzi (intersecandosi con il mai sopito confronto tra ex diesse ed ex Margherita) ha solo ulteriormente complicato.<br />
In passato, più volte gli esponenti del Pd hanno sostenuto che la presenza nelle loro file di molti leader, nessuno dei quali veniva a godere di una posizione di netta supremazia rispetto agli altri, era semmai una risorsa; dunque non qualcosa di meno ma qualcosa di più rispetto a un centrodestra dominato da un unico «padrone», Berlusconi.</p>
<p><b>Ma le cose non stanno evidentemente così</b>, come dimostrano le divisioni che lacerano il partito. Non stanno così anche se teniamo conto di quella tendenza generale delle democrazie contemporanee che il politologo Bernard Manin &#8211; in un testo diventato rapidamente un classico della politologia &#8211; ha sintetizzato come il passaggio dalla democrazia dei partiti, basata sulle grandi narrazioni ideologiche del Novecento, alla «democrazia del pubblico». Il passaggio cioè a una forma di democrazia che si fonda su partiti leggeri, caratterizzati da una personalizzazione della politica attorno a leader che instaurano un rapporto diretto con i propri elettori. Il peso del leader e delle sue qualità non rappresenta certo un fenomeno inedito. Semmai il fatto nuovo è che il peso della leadership si lega a un rapporto sempre più diretto con gli elettori &#8211; reso possibile dai media &#8211; e dunque alla marginalizzazione dei partiti tradizionali e delle loro ideologie.<br />
<b>Ma il Pd è l&#8217;unico</b>, tra i principali partiti italiani, a non fondarsi su un leader, a non fare della leadership l&#8217;elemento strutturante e il punto di forza della propria azione politica. La «democrazia del pubblico» appare anzi alla maggioranza dei suoi esponenti qualcosa di destra, di inevitabilmente berlusconiano, e perciò da respingere. In realtà di per sé essa non è né di destra né di sinistra, tanto che sullo stesso terreno si sono dovuti muovere, benché con risultati anche molto diversi, un po&#8217; tutti i partiti della scena politica italiana: da Grillo a Monti.</p>
<p><b>Sullo stesso terreno </b>sembra capacissimo di misurarsi Matteo Renzi, che però &#8211; anche per questo &#8211; viene percepito come un corpo estraneo da una parte importante del suo partito, nonostante i sondaggi indichino un centrosinistra guidato da Renzi probabilmente vincente sul centrodestra. Ma il Pd appare intenzionato a muoversi in una direzione opposta: da sempre diffidente nei confronti del rafforzamento della leadership a livello del sistema politico (si tratti del semipresidenzialismo di tipo francese o del rafforzamento dei poteri del premier sul modello inglese), la maggioranza del suo gruppo dirigente sembra voler portare quella diffidenza fin dentro l&#8217;organizzazione interna del partito con la proposta di separare la figura di segretario da quella di candidato premier. Come si capisce, dividere la leadership non è il modo migliore per rafforzarla. E non è neppure il modo migliore per superare quei conflitti interni, scoperti o nascosti, che rischiano di dilaniare il Partito democratico al di là della momentanea unità trovata attorno al nome del segretario Epifani.</p>
<hr />
<p><strong>Ecco l&#8217;agenda di Borsellino dopo la strage: nelle foto mai viste la traccia del diario sparito</strong><br />
di Francesco Viviano<br />
(da &#8220;la Repubblica&#8221;, 18 maggio 2013)</p>
<p>L&#8217;AGENDA rossa di Paolo Borsellino era lì dove avrebbe dovuto essere. A terra, integra, accanto al corpo carbonizzato del magistrato ucciso da un&#8217;autobomba in via D&#8217;Amelio insieme ai cinque uomini della sua scorta. L&#8217;agenda era lì, ben visibile ancora pochi minuti dopo l&#8217;esplosione, almeno fino a quando un uomo, non in divisa, si avvicina al corpo di Paolo Borsellino e, con il piede sinistro alza un pezzo di cartone che copre l&#8217;agenda rossa.  L&#8217;agenda è lì, per terra, accanto ad una delle auto blindate del magistrato e della scorta che ancora fumano dopo l&#8217;esplosione.</p>
<p><a href="http://video.repubblica.it/edizione/palermo/i-ladri-dell-agenda-rossa-di-borsellino/128418/126917?ref=HREV-2"><strong>DOCUVIDEO Ecco i ladri dell&#8217;agenda di Borsellino</strong></a></p>
<p>L&#8217;uomo misterioso che si era allontanato di qualche metro torna indietro e sposta quasi del tutto quel pezzo di cartone. Eccola qui l&#8217;agenda rossa di Paolo Borsellino, quella da cui il magistrato non si separava e che tutti cercano invano da vent&#8217;anni.</p>
<p>Ora c&#8217;è una prova schiacciante, un documento finora inedito, un filmato di oltre due ore girato nell&#8217;immediatezza della strage dagli operatori televisivi dei vigili del fuoco, accorsi in via D&#8217;Amelio quel maledetto pomeriggio del 19 luglio del 1992, per spegnere le fiamme causate dallo scoppio dell&#8217;autobomba piazzata da Cosa nostra sotto casa della madre del giudice.</p>
<p>In quel filmato un&#8217;agenda rossa si vede nitidamente a fianco del corpo carbonizzato</p>
<div></div>
<p>del magistrato. È quella di Paolo Borsellino? Certo, difficile pensare a una singolare coincidenza e che sia l&#8217;agenda di qualcun altro. A stabilirlo con certezza saranno i magistrati della Direzione Distrettuale di Caltanissetta che proprio nei giorni scorsi avevano acquisito numerosi filmati girati da tv nazionali e private e da videoamatori, nei minuti e nelle ore successive alla strage. Il tentativo era quello di trovare tracce di quell&#8217;agenda dove si presume che il magistrato avesse annotato appunti di lavoro e riflessioni. Proprio queste avrebbero potuto far luce sul reale movente della strage e sulle possibili responsabilità istituzionali a fianco di Cosa nostra. Perché il sospetto dei Pm di Caltanissetta è che Paolo Borsellino nelle ultime settimane della sua vita avesse scoperto la trattativa tra Stato e Mafia.</p>
<p>Il filmato dei Vigili del Fuoco era stato acquisito, insieme ad altri video dalla Procura di Caltanissetta già 20 anni fa, ma evidentemente tra centinaia di ore di registrazione, questi chiarissimi fotogrammi che mostrano un&#8217;agenda rossa accanto al corpo di Paolo Borsellino sono sfuggiti all&#8217;esame degli inquirenti. Che il magistrato anche quella domenica del 19 luglio avesse l&#8217;agenda rossa con sé è certo, lo hanno ribadito più volte la moglie, Agnese Piraino Leto scomparsa da alcuni giorni, e i figli. Un&#8217;agenda che il magistrato teneva spesso in mano e che non lasciava quasi mai nella sua borsa di lavoro che invece, come avvenne il 19 luglio, affidava spesso alla custodia degli uomini della sua scorta. La borsa del giudice fu ritrovata sul sedile posteriore della macchina blindata ma al suo interno l&#8217;agenda rossa non c&#8217;era. Probabilmente perché, come dimostra ora il filmato di cui Repubblica è entrata in possesso, prima di salire a casa della madre, Borsellino l&#8217;aveva presa con sé.</p>
<p>Chi è dunque quell&#8217;uomo che indossa mocassini neri, pantaloni beige su una camicia bianca e con un borsellino nero, che si avvicina così tanto e ripetutamente al corpo martoriato di Borsellino, prima ancora che venga coperto pietosamente con un lenzuolo e per ben due volte sposta con un calcio quel pezzo di cartone che copre parzialmente l&#8217;agenda? Certamente un uomo in divisa, un &#8220;addetto ai lavori&#8221; che nessuno allontana dalla scena della strage in quei drammatici momenti in cui decine di poliziotti e carabinieri cercavano di mandare via tutti i curiosi. Un&#8217;immagine in linea con la testimonianza resa alcuni anni fa dall&#8217;ispettore di polizia Giuseppe Garofalo ai magistrati di Caltanissetta: &#8220;Ricordo di avere notato una persona in abiti civili alla quale ho chiesto spiegazioni in merito alla sua presenza nei pressi dell&#8217;auto blindata. A questo proposito non riesco a ricordare se la persona mi abbia chiesto qualcosa in merito alla borsa o se io l&#8217;ho vista con la borsa in mano o comunque nei pressi dell&#8217;auto del giudice. Di sicuro io ho chiesto a questa persona chi fosse e lui mi ha risposto di appartenere ai &#8220;servizi&#8221;. Posso dire che era vestito in maniera elegante, con una giacca di cui non ricordo i colori&#8221;.</p>
<p>Negli anni sono state molte le ipotesi seguite sulla sparizione dell&#8217;agenda rossa. Un filmato sembrava indicare nell&#8217;ufficiale dei carabinieri Giovanni Arcangioli l&#8217;uomo che cammina in via D&#8217;Amelio con la borsa del magistrato ma, inquisito, è stato prosciolto perché non c&#8217;è la prova che l&#8217;agenda si trovasse dentro la borsa. Una relazione di servizio della Polizia di Stato, invece, racconta che quella borsa venne portata alla squadra mobile e consegnata all&#8217;allora dirigente Arnaldo La Barbera. Ora il nuovo filmato fornisce una pista decisiva sul giallo dell&#8217;agenda rossa.</p>
<hr />
<p><strong>La pitonessa</strong><br />
di Alessandro Giuli<br />
(da &#8220;Il Foglio&#8221;, 18 maggio 2013)</p>
<p><strong>Né falco né colomba, Daniela Santanchè avvolge le sue prede televisive con l’implacabile sinuosità di una pitonessa.</strong> L’altra sera, ospite di Michele Santoro, chiamata a discettare di olgettine e bunga bunga, Santanchè ha dimostrato ancora una volta d’esser lei la first lady del centrodestra, la perfetta prosecuzione del berlusconismo con altri e più ipnotici mezzi, se non pure il prologo della futura reincarnazione del Cav.</p>
<p><strong>E non soltanto perché ha sfoderato quell’improvviso coming out lesbo per disintegrare la superbia di Marco Travaglio</strong>, denudandone l’anima da avanzo atrabiliare di sagrestia (“o signore benedetto, pure lesbica…”, ha detto il questurino irrigidito, forte nel monologo ma rannuvolato in viso quando si tratta di battagliare a duello con una che costringe il suo sangue a raggrumarsi intorno agli organi vitali). E non soltanto perché lo stesso Santoro, mentre l’interrompeva per contenerne l’esultanza, ha tradito con un sorriso complice l’inconfessabile simpatia nei suoi confronti.</p>
<p><strong>Santanchè in televisione buca, spacca, stritola, soffoca e si congeda</strong> con l’allure di chi sembra (ma non è così) finita in video per caso o per distrazione, quasi sbagliando strada dopo una passeggiata nel quadrilatero della moda milanese che toglie il sonno alla Boccassini: foulard pitonato (è una pitonessa) e scarpe con la zeppa (“svolta culturale?”, almanaccano affascinate le ragazze liberal, foglianti comprese), Santanchè esprime una speciale irriducibilità ai salotti goscisti nei quali si fa ospitare come front girl del Caimano, epperò li domina in modo aggressivo e sfarzoso. Lì per lì non sembra nemmeno essenziale che cosa vada dicendo, potrebbe anzi declamare un qualunque abracadabra, poiché colpisce subito l’espressione di una consapevolezza oltraggiosa agli occhi dei professionisti della morale. Ma si capisce presto che nessuno come lei, nella corte del Cav., sa difendere il diritto alla felicità attaccando i bassifondi psicologici del puritanesimo, rivendicando in pubblico la dimensione ludica e privata dell’intrattenimento burlesque, delle frequentazioni notturne e della naturale libertà femminile di farsi commensale, confidente, danzatrice o perfino etèra senza per questo doversi sentire cucito sulla carne il marchio della puttana (su questo punto, con timbro e coloritura anche più sonori, Ritanna Armeni ha scritto sul Foglio righe pressoché definitive). Gli altri berlusconiani, le altre berlusconiane e Berlusconi per primo appaiono al confronto timidi, cavillosi o piagnucolosi, inclini a rivestire la divisa dei perseguitati (talvolta pour cause) o il cilicio espiatorio di chi deve proteggere un senso di colpa.</p>
<p><strong>L’improntitudine paga più della tristezza, non c’è dubbio.</strong> E tuttavia non si diventa pitonesse senza applicazione. In Santanchè non s’indovina un’adolescenza trascorsa sui libri, ma si avverte il fuoco vitale della fanciulla che ha studiato la lezione mezz’ora prima d’essere interrogata, assimilandola cento volte meglio della secchiona al primo banco. Si chiama brillantezza e a Santanchè, per fare un esempio erratico, è stata unanimemente riconosciuta nel 2005, quando s’è dimostrata uno dei migliori relatori parlamentari in materia di Finanziaria. Detto questo, le pitonesse cambiano molte pelli e Santanchè ha indossato anche quella infelice della destra con la bava alla bocca. Altre ne indosserà, ma l’incantamento (o il pallore) che produce nei suoi antagonisti radical-televisivi certifica che non si deve nepppure pensarla come lei, per ammetterne la superiorità.</p>
<hr />
<p><strong>La casa è salva</strong><br />
di Alessandro Sallusti<br />
(da &#8220;il Giornale&#8221;, 18 maggio 2013)</p>
<p>Chi ironizzava, soprattutto tra i moderati delusi, sull&#8217;appello al voto utile fatto in campagna elettorale da Silvio Berlusconi, per coerenza a giugno dovrebbe pagare comunque la rata dell&#8217;Imu, sospesa ieri dal governo Letta-Alfano come primo provvedimento dell&#8217;esecutivo.</p>
<p>Ricordate? Non pagare più l&#8217;odiata tassa era stato il primo annuncio del redivivo Pdl che per questo fu spernacchiato da Monti e da Bersani al grido di: impossibile, demagogico, pericoloso, cialtronesco, così come pochi mesi prima era stato trattato Alfano quando lanciò la campagna affinché lo Stato pagasse i suoi debiti alle imprese.</p>
<p>Ora che l&#8217;impossibile diventa possibile, gli stessi soggetti, pur di non ammettere di aver sbagliato, usano la stessa ironia: e che sarà mai, vedremo come andrà a finire, serve altro. È vero, ma vogliamo ammettere che per la prima volta da tempo immemorabile il pagamento di una tassa viene tolto invece che aggiunto e che questo lo si deve alla (nostra) politica e non all&#8217;anti-politica con la quale si soddisfano le viscere ma non lo stomaco? Dicono, diranno nelle prossime ore: in tutti i Paesi si paga una tassa sulla casa, e giù, a partire da prestigiosi economisti-commentatori che rosicano per non aver azzeccato una previsione negli ultimi dieci anni, con ricette alternative di ogni tipo. Io, che di economia non capisco un tubo, dico due cose. La prima è che negli altri Paesi (vedi Stati Uniti) la tassazione generale è ben inferiore alla nostra e quindi il paragone non tiene. La seconda è che dalla sospensione dell&#8217;Imu non ci guadagnano solo i proprietari di prima casa, ma tutti. Perché oltre due miliardi di euro non finiranno nelle casse dello Stato ma in quelle di commercianti, artigiani, operatori turistici. Tutto ciò ha un nome: sviluppo. E un padre, anzi due: il Pdl e il tanto schifato governo dell&#8217;azzardata alleanza con il Pd. Che se avrà la forza di procedere sulla via della detassazione chiesta da Berlusconi (Imu definitiva e anche per gli edifici industriali, Iva e imposte sul lavoro) per me può durare all&#8217;infinito. Noi non siamo per le soluzioni ideologiche. Voto utile più governo utile uguale politica utile. Così si deve combattere la sinistra radicale e il grillismo rampante. Il resto, fare fuori il nemico, è materia ormai cara solo alle Procure e ai suoi soliti megafoni. Speriamo che duri.</p>
<hr />
<p><strong>Per Berlusconi e Prodi senatori a vita</strong><br />
di Arturo Diaconale<br />
(da &#8220;L&#8217;Opinione&#8221;, 18 maggio 2013)</p>
<p>Si illude Silvio Berlusconi se pensa sul serio che per chiudere la guerra civile fredda che devasta il paese da troppi anni a questa parte sia sufficiente rispettare il patto tra Pd e Pdl grazie al quale il governo Letta-Alfano riesce a stare in piedi. Non c&#8217;è bisogno di ricordare come venne chiusa la guerra civile calda degli anni quaranta per rilevare che senza una apposita amnistia neppure la guerra civile fredda possa essere archiviata nella storia. Ma le condizioni per una amnistia che sarebbe subito vista come la summa della norme ad personam non ci sono. Fino a quando Silvio Berlusconi dovrà fronteggiare processi nei Tribunali di mezza Italia e parte dei suoi avversari continueranno a coltivare la speranza di vederselo tolto dai piedi dalla magistratura, non ci sarà alcuna possibilità di mettere la pietra tombale alla guerra civile attraverso lo strumento dell&#8217;amnistia.</p>
<p>Neppure se questa stessa amnistia, se realizzata puntando ad eliminare il gigantesco contenzioso esistente tra una massa gigantesca di cittadini e le strutture burocratiche dello stato, potrebbe rivelarsi un incredibile ed efficace volano per la ripresa del paese e per la sua uscita dalla crisi! Esclusa l&#8217;amnistia, però, basta il patto sulle larghe intese per chiudere la conflittualità endemica tra centro destra e centro sinistra? L&#8217;unica risposta realistica all&#8217;interrogativo è quella negativa. Già è un miracolo che il patto sulle larghe intese riesca ad andare avanti alla giornata. Figuriamoci se una alleanza così precaria e così mal digerita dai contraenti possa essere in grado di realizzare un compito epocale come la chiusura di un conflitto che non ha segnato solo la Seconda Repubblica ma che è l&#8217;eredità di tutto il cosiddetto “secolo breve” del novecento. Ed allora? Esiste un altro modo che non sia quello dell&#8217;amnistia per dare un segnale al paese che la guerra non continua ma è almeno interrotta per il tempo necessario alla uscita dalla crisi? Da più parti è stato ipotizzato che se il Presidente della Repubblica decidesse di nominare Silvio Berlusconi senatore a vita per tutelarlo dalla persecuzione giudiziaria si determinerebbe una importante condizione per un effettivo armistizio. Ma anche questa ipotesi, minimale rispetto alla amnistia, è stata subito bocciata come si è visto con la sortita del capo gruppo del Pd del Senato Luigi Zanda.</p>
<p>Eppure, a dispetto della bocciatura fatta dall&#8217;esponente del Partito Democratico, l&#8217;ipotesi di un intervento del Capo dello Stato per sopire l&#8217;eterna conflittualità del bipolarismo muscolare non è affatto peregrina. A patto che la motivazione non sia quella di sottrarre Berlusconi alla magistratura persecutrice e non riguardi solo la persona del Cavaliere. Se, ad esempio, il Presidente della Repubblica decidesse di chiudere e storicizzare la Seconda Repubblica nominando senatori a vita i due personaggi che sono stati i principali protagonisti di questa lunga fase politica del paese, cioè Silvio Berlusconi e Romano Prodi, le condizioni per l&#8217;avvio del superamento della guerra civile sarebbero due, bilanciate e motivate dalla volontà di riconoscere dignità politica ai fondatori dei due schieramenti che hanno dominato la vita pubblica del paese negli ultimi vent&#8217;anni. In questo modo Berlusconi otterrebbe un vantaggio superiore a quello di Prodi che non ha alcuna persecuzione giudiziaria alle spalle? Sicuramente sì. Ma al tempo stesso Prodi, e lo stesso centro sinistra, otterrebbero quel riconoscimento politico e morale che la crisi del Pd ha negato non solo al fondatore dell&#8217;Ulivo ed all&#8217;unico sfidante vittorioso del Cavaliere ma anche a se stesso. Berlusconi e Prodi senatori a vita, dunque! Perché non provarci?</p>
<hr />
<p><strong>Trattativa Stato-Mafia, Cicchitto: “Gruppo di magistrati vuole destabilizzare sistema”</strong><br />
di Redazione<br />
(da &#8220;il Fatto Quotidiano&#8221;, 18 maggio 2013)</p>
<p>&#8220;Il rinnovato attacco della Procura di Palermo al <strong>Presidente Napolitano</strong>, e cioè a quella che è non solo la figura istituzionale di maggiore rilievo, ma anche la personalità di maggior prestigio dalla quale dipende per larga parte la stabilità e le possibilità di modernizzazione del quadro politico e istituzionale, è evidente che esiste un nucleo sia pur ristretto di magistrati che vuole <strong>destabilizzare</strong> tutto il sistema”.</p>
<p>Lo ha dichiarato in una nota il deputato del Pdl <strong>Fabrizio Cicchitto </strong>a proposito dell’inserimento del capo dello Stato  nell’elenco dei <strong>176 testimoni</strong> che il procuratore aggiunto Vittorio Teresi e i sostituti Antonino Di Matteo, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia hanno depositato nella cancelleria della corte d’Assise. Il processo sul patto sotterraneo siglato tra pezzi delle istituzioni e<strong> Cosa Nostra</strong> prenderà il via il prossimo 27 maggio a <strong>Palermo</strong>. E l’accusa vuole che sul banco dei testimoni salga anche il presidente della Repubblica, recentemente riconfermato per la seconda volta al Quirinale. L’oggetto della testimonianza di Napolitano è legato ad uno scambio di lettere con il suo ex consigliere giuridico<strong> Loris D’Ambrosio</strong>, deceduto nel luglio scorso..</p>
<p>“Assai singolare”, ha commentato al <em>Mattino</em> <strong>Cesare Mirabelli</strong>, ex presidente della Corte costituzionale e vice presidente del Csm. “Nella sostanza, si chiede che il presidente Napolitano venga chiamato a illustrare, o a dare delucidazioni, su atti e attività che riguardano il <strong>suo ufficio</strong> espressione di un’attività istituzionale”, spiega. “Si cercano chiarimenti su atti pubblici, la famosa lettera del consigliere del Quirinale, Loris D’Ambrosio, cui rispondeva il capo dello Stato. Documenti resi di <strong>dominio pubblico</strong> già da tempo. Non vedo l’<strong>utilità processuale</strong> di una testimonianza su questo atto”, ha ggiunto. “Un parlamentare non può, nelle sue interrogazioni al governo, entrare nel merito dell’attività istituzionale del capo dello Stato. Non è nelle sue prerogative. Per analogia, non credo che un’autorità giudiziaria possa entrare nel merito dell’attività d’ufficio del presidente della Repubblica”. Se la richiesta dovesse essere accolta, aggiunge Mirabelli, “potrebbe derivarne un altro possibile<strong> conflitto istituzionale</strong>”.</p>
<hr />
<p><strong>Trattativa Stato-mafia, Grasso: “Non posso che essere disponibile a essere ascoltato”</strong><br />
di Redazione<br />
(da &#8220;il Fatto Quotidiano&#8221;, 18 maggio 2013)</p>
<p>“Dopo aver ascoltato tanta gente nella mia vita non posso che essere disponibile a essere ascoltato. Naturalmente valuterò le prerogative che il mio ruolo mi dà di farmi ascoltare nei palazzi del Senato, magari nella sala della Costituzione che consultarla non fa male”. <strong>Pietro Grasso</strong> dà la sua disponibilità a essere teste a Palermo nel <strong>processo</strong> sulla trattativa<strong> Stato-mafia</strong> che partirà il 27 maggio a <strong>Palermo</strong>, ma probabilmente questo averrà a Palazzo Madama.</p>
<p>Il presidente del Senato è in Sicilia per partecipare alla fiera di ‘Addiopizzo’ e commenta così <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/17/trattativa-stato-mafia-napolitano-chiamato-a-testimoniare-nel-processo/597264/" target="_self">la richiesta dei pm palermitani di ascoltarlo nell’ambito del procedimento in cui è stato chiamato a testimoniare anche il presidente della Repubblica <strong>Giorgio Napolitano</strong></a><strong>. </strong>”Lo avrei fatto anche io, che sottoscrivo parola per parola tutta la lista dei testi presentata dalla<strong> Procura di Palermo</strong> nella vicenda della trattativa Stato-mafia” dice l’ex pm di Palermo Antonio Ingroia, ora destinato ad Aosta. ”La richiesta di sentire il presidente della Repubblica non c’entra niente con la vicenda delle intercettazioni – spiega Ingroia – ma serve a chiedergli di riferire se Loris D’Ambrosio gli abbia parlato della lettera nella quale lo scomparso consigliere giuridico del Quirinale scrive di ‘<strong>indicibili accord</strong>i’ come se sapesse della trattativa Stato-mafia. Potrebbe averne parlato con il presidente Napolitano e per questo – continua ancora Ingroia – mi auguro che il Capo dello Stato venga sentito su questa vicenda. Quando ancora ero a Palermo, dopo la morte di D’Ambrosio, insieme agli altri colleghi del pool avevamo già da allora condiviso sulla necessità di ascoltare il presidente della Repubblica”.</p>
<p>Su un’altra questione relativa alle stragi del ’92 risponde Grasso ai giornalisti sugli ultimi sviluppi in merito all’agenda rossa del giudice <strong>Paolo Borsellino</strong>: “Come sapete sono uno che tende sempre ad accertare la verità e a cercare <strong>verità</strong> e <strong>giustizia.</strong> Quindi qualsiasi passo avanti si può fare per me è un passo positivo”. <strong></strong> Nei giorni scorsi in Tribunale a Caltanissetta è stato<a href="http://tv.ilfattoquotidiano.it/2013/05/15/borsellino-lagenda-rossa-sparita-del-magistrato-video-del-carabiniere-che-porta/232512/" target="_self"> mostrato un video inedito</a> in cui si vede un carabiniere prendere la borsa del giudice. Il colonnello dei carabinieri <strong>Giovanni Arcangioli</strong> chiamato a deporre nel processo “Borsellino quater”, incriminato e poi prosciolto dal furto dell’agenda del magistrato, dinanzi alla Corte d’Assise ha ricostruito i suoi movimenti in via D’Amelio subito dopo la strage. Nel filmato preso da <strong>Youtube</strong> si vede un sottufficiale con pettorina azzurra che avrebbe in mano la borsa del magistrato, poi sparita.</p>
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		<title>CINEMA: I film visti da Franco Pecori</title>
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		<pubDate>Sat, 18 May 2013 12:00:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Pecori</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>

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		<description><![CDATA[[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica - per Filmcritica, Bianco &#38; Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l'altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: small;">[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica - per Filmcritica, Bianco &amp; Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera.<span id="more-32378"></span> È autore, tra l'altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]</span></p>
<h2>Il grande Gatsby</h2>
<p>The Great Gatsby<br />
Regia Baz Luhrmann, 2013<br />
Sceneggiatura Baz Luhrmann, Craig Pearce<br />
Fotografia Simon Duggan<br />
Attori Leonardo Di Caprio, Tobey Maguire, Carey Mulligan, Joel Edgerton, Isla Fisher, Jason Clarke, Elizabeth Debicki, Amitabh Bachchan, Kate Mulvany, Brendan Maclean, Callan McAuliffe, Felix Williamson, Stephen James King, Gus Murray, Max Cullen, Adelaide Clemens, Alison Benstead, Chris Proctor, Jacek Koman, Jack Thompson, Arthur Dignam.<br />
Cannes 2013, Film d’apertura.</p>
<p>Jay Gatsby, il protagonista del romanzo di Francis Scott Fitzgerald, The Great Gatsby (1925), vive la sua esistenza pienamente immerso nell’Età del Jazz. La definizione di quel periodo, gli anni ’20 negli States, appartiene alla storia e non sarà certo arbitrario ricordare come fu allora che alcuni tra i più significativi musicisti del XX Secolo si siano espressi al più alto grado artistico, uno per tutti Louis Armstrong. La musica proveniente dai campi di cotone del Sud, dalle strade e dai bordelli di New Orleans, trasferitasi a Chicago e poi a New York è qualcosa di più che il background di una civiltà in grave espansione, ne segna il carattere corruttivo e volgare, rappresenta in forma di suono la qualità inconscia di un’autocritica collettiva implicita che porterà alla grande crisi del ’29. E’ nel jazz che la volgarità della situazione viene sublimata e si trasforma in valore estetico, tanto da potersi riproporre oggi e sempre, anche al di là del riferimento storico preciso. La lettura che di Gatsby (Leonardo Di Caprio nel film) ci dà Fitzgerald è, non a caso, filtrata dal racconto di Nick Carraway (Tobey Maguire nel film), figura di narratore grigio e conformista, una specie di mezzemaniche della vita, al quale l’energia neoromantica del sognatore contiguo appare come un miraggio inspiegabile. Il film di Baz Luhrmann sottolinea più volte la posizione ambigua di Nick, “dentro e fuori” rispetto a un contesto semi-estraneo. Ma qui è il punto critico: Nick è il film, è l’identificazione sul versante della volgarità, rappresentata attraverso se stessa in un raddoppio del senso, tipico oggi della cultura pop. Nick non è più Fitzgerald, il jazz viene tradito, sostituito da quella che erroneamente è scambiata per una sua attualizzazione in termini di resa espressiva. Travisamento doppio, perché – fuori dal film – la sostanza (forma propria e referenzialità esterna) della musica degli Anni Ruggenti “racconta” quell’epoca in modo specifico e intraducibile; e perché, in maniera altrettanto specifica, il sound odierno (soprattutto hi-pop) scelto da Craig Armstrong per animare il film, mentre descriverebbe passabilmente un affresco della nostra volgarità attuale, denuncia con inadeguato asincronismo scenografico l’impertinenza estetica. Inevitabile l’impressione di uno scambio di forme, esso sì volgare. Non si tratta, sia chiaro, di un discorso da musicologi, gli è che la musica andrebbe presa, specie quando esplicitamente definisce un’epoca, per ciò che è e non solo per l’effetto che può fare a livello di sound. La chiave musicologica “facilita” fino al rischio di confusione l’interpretazione del film dell’australiano Luhrmann, già autore di riletture “epocali” come <em>Romeo</em><em>+Giulietta</em> (1996) e <em>Moulin Rouge</em> (2001). Ammesso che ci si spinga a considerare “pop” il jazz degli anni ’20, come valutare la funzione di un “equivalente” pop odierno nella metafora implicita, quale la propone quest’ultimo <em>Gatsby</em>, in una forma comparativa tanto poco indispensabile? Perché mai il popolo dei festaioli americani, nella corsa al disastro del secondo decennio scorso, dovrebbe ballare un charleston finto? Finirà per attenuarsi di molto il portato della forma principale del film, dichiaratamente scenografica (Craig Pearce insieme al regista). Le grandi feste occlusive della coscienza che la grande casa esibizionistica del parvenu losco e innamorato ospita con scopo attrattivo tendono a coprire il fondo della storia sentimentale di Jay e di Daisy (Carey Mulligan), fino ad annullarne quasi il valore drammatico – che infatti si manifesta solo nel finale, rattenuto comunque nella cifra espressiva del film, secondo la legge non da oggi dilagante del volgare espresso con volgarità. Grandi mezzi (200 milioni di dollari per 142 minuti) e cast adeguato, di grande richiamo, invitano a una fruizione rilassata che accantona l’ipotesi di una riflessione sulla qualità del sogno americano. Le stesse maschere dei protagonisti segnalano un’abbondante convenzionalità, tendente a retrocedere la pur indubbia bravura degli attori.</p>
<p>Altri Gatsby nel cinema:<br />
Warner Baxter (Lois Wilson / Daidy) – regia Herbert Brenon, 1926<br />
Alan Ladd (Betty Field / Daisy) – regia Elliott Nugent, 1949.<br />
Robert Redford (Mia Farrow / Daisy) – regia Jack Clayton, 1974</p>
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		<title>Se mi parlate di magistratura…</title>
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		<pubDate>Sat, 18 May 2013 10:58:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[BLOG]]></category>

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		<description><![CDATA[Ho pochi capelli, e deboli, tanto che non mi meraviglierebbe se con l’ulteriore avanzare degli anni il mio cranio ne fosse del tutto privato, ma quei pochi e deboli capelli mi si rizzano se mi parlate di magistratura. Pur sapendo bene che ci sono magistrati del tutto ligi al loro dovere e del tutto al [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Ho pochi capelli, e deboli, tanto che non mi meraviglierebbe se<span id="more-32385"></span> con l’ulteriore avanzare degli anni il mio cranio ne fosse del tutto privato, ma quei pochi e deboli capelli mi si rizzano se mi parlate di magistratura. Pur sapendo bene che ci sono magistrati del tutto ligi al loro dovere e del tutto al servizio dell’imparzialità, tuttavia quei pochi che sgarrano hanno gettato un tale discredito generale che anch’io ne sono stato preso e mi riesce difficile fare qualche distinzione.<br />
Ma devo ammettere che distinzioni ce ne sono. E porto ad esempio il caso Ruby e il processo di Palermo sulla trattativa tra lo Stato e la mafia.<br />
In mezzo ci sta, però, a smorzare la speranza, il processo Mediaset che ha visto la condanna in appello di Berlusconi. Il teorema che tanto il primo che il secondo grado hanno applicato è il solito che si applica solo a Silvio Berlusconi. Egli, dicono i pm e i giudici, non poteva non sapere che nelle sue aziende qualche dirigente aveva il vizietto di evadere le tasse.</p>
<p>Un teorema che, ad esempio, non si è applicato alla vicenda Penati, il braccio destro di Pierluigi Bersani, quando si sono scoperte le sue magagne. In questo caso si è concesso a Bersani di non sapere. Che cosa abbia di speciale Bersani perché la magistratura lo consideri diverso da Berlusconi, quando la costituzione stabilisce che tutti sono uguali di fronte alla legge, resta un mistero, visto che nessun organo che vigila sull’applicazione delle leggi è mai intervenuto a dare un qualche chiarimento giustificativo, o a sanzionare la discriminazione. Così i cittadini sono portati a dare varie e personali risposte, alcune delle quali perniciose per il prestigio delle istituzioni.<br />
Ma torniamo alle due speranze improvvisamente sorte all’orizzonte, quasi che la famosa nemesi intenda annunciare a tutti noi che non mancherà molto alla resa dei conti nei confronti di coloro che utilizzano la giustizia in modo bizzarro e sorprendente.</p>
<p>Cominciamo con il processo che vede coinvolta la marocchina Ruby. Essa non fu ascoltata nel processo di primo grado che si è concluso alcuni giorni fa con la richiesta di condanna per Berlusconi a 6 anni di reclusione e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Come è noto, la richiesta di condanna è stata avanza dalla pm Ilda Boccassini, la quale in circa 6 ore di requisitoria non ha portato una sola prova che dimostri che i due reati ascritti all’ex presidente del consiglio siano stati commessi. Ruby ha sempre sostenuto di non avere avuto rapporti sessuali con Berlusconi, ma il giorno in cui avrebbe dovuto testimoniare davanti alla Boccassini si trovava all’estero per cui, alla fine, tanto l’accusa che la difesa concordarono di rinunciare alla sua testimonianza, peraltro resa nei verbali del 2010 e pubblicamente dalla stessa Ruby attraverso la stampa, e soprattutto in quella sua personale protesta davanti al tribunale di Milano, in cui, dichiarando di non essere stata vittima di alcunché, si lamentava di non essere stata sentita dalla Boccassini e dai giudici.</p>
<p>Ma ecco la sorpresa, e dunque la speranza. Il giudice che sta procedendo nella causa parallela che vede coinvolti tra gli altri Emilio Fede e Lele Mora, ha deciso di accogliere la richiesta di Ruby ed ieri le ha consentito di testimoniare. Come sappiamo, Ruby ha scagionato completamente Silvio Berlusconi con il quale conferma di non aver mai avuto rapporti sessuali.<br />
Trattandosi di una testimonianza resa nel corso di un processo parallelo, credo che essa debba essere raccolta dal giudice che si prepara ad emettere la sentenza contro Silvio Berlusconi. Come ci si comporta quando la presunta vittima dichiara che è tutta una montatura e che vittima non lo è  affatto non essendo stato consumato il reato?<br />
Vale più la testimonianza della vittima che dichiara di non essere tale o la requisitoria della Boccassini che, in assenza di prove, filosofeggia e considera Ruby dotata di una furbizia orientale, grazie alla quale – immagino volesse dire – riesce a mentire?<br />
Qualsiasi giudice non potrebbe che accettare, in mancanza di prove certe e contrarie, la testimonianza di Ruby ed assolvere l’imputato.</p>
<p>Ci troviamo in pratica, per esemplificare, in un caso simile a quello in cui un imputato sia accusato di avere ucciso un uomo, di cui però non si è trovato il cadavere. Ad un certo punto la presunta vittima compare e dice: Sono io, e sono vivo. Quest&#8217;uomo non mi ha fatto un bel niente. Ma il pm non gli crede e sostiene che stia dicendo il falso poiché dalle intercettazioni telefoniche lo si è sentito preoccupato di essere ucciso dall&#8217;amico. Quindi non può che essere un sosia, un mentitore, e dunque l&#8217;imputato resta colpevole del reato ascrittogli. Più o meno è quello che accade a Berlusconi, secondo la stupefacente teoria, sconosciuta altrove, che le intercettazioni valgono più della testimonianza della vittima, la quale sostenga che vittima non è e l&#8217;imputato è innocente.</p>
<p>Insomma, si dimentica che l&#8217;intercettazione non può mai essere una prova, ma deve costituire lo strumento attraverso il quale si può arrivare a scoprirla. Se questa prova non salta fuori, non si può procedere alla condanna e l&#8217;intercettazione resterà fine a stessa.<br />
Peraltro, sappiamo bene che si può imitare alla perfezione una voce al telefono ed ingannare l&#8217;interlocutore (i casi sono numerosi ed alcuni anche recenti), come pure sappiamo che non è difficile impossessarsi di un cellulare e imitare la voce del suo proprietario, ove occorra.</p>
<p>Ciò per quanto concerne il reato di prostituzione minorile. L’altro reato è quello della concussione, ossia Berlusconi, allora presidente del consiglio, avrebbe fatto pressioni sulla questura di Milano affinché Ruby fosse rimessa in libertà. In questo caso ci troviamo, ancora una volta, alla ripetizione dello schema Boccassini. I dirigenti e i poliziotti negano di aver subito pressioni, e affermano di non aver fatto altro che seguire una procedura consolidata, ma la Boccassini torna a filosofeggiare, supponendoli mendaci.<br />
Anche qui, che deve fare il giudice? Credere al teorema boccassiniano o credere ai concussi che dichiarano di non essere tali?<br />
Come il lettore vede, siamo in presenza di un processo che a definire strano è usare un eufemismo. Il pm dichiara che ci sono vittime di reato e le vittime dichiarano di non essere tali. Un processo assurdo, inconcepibile altrove.<br />
Inoltre: se tanto la Ruby che il personale coinvolto della questura di Milano hanno – secondo la Boccassini – dichiarato il falso, perché non vengono incriminati, come vuole la legge?</p>
<p>La sentenza che condannerà o assolverà Berlusconi sul caso Ruby sarà emessa fra poche settimane. Vedremo quanto peserà – e dovrebbe pesare se la giustizia funzionasse – la testimonianza resa ieri da Ruby.<br />
Questa è la prima speranza che nutro a rimedio della malagiustizia di cui è infetta l&#8217;Italia.</p>
<p>La seconda riguarda la trattativa tra lo Stato e la mafia, e richiama in modo assordante la vicenda delle intercettazioni delle telefonate intercorse tra Mancino e Napolitano, oggi distrutte per ordine della cassazione, a seguito della sentenza della corte costituzionale.<br />
I lettori sanno quanto sia rimasto indignato dal comportamento del nostro presidente della repubblica, il quale avrebbe dovuto togliere ogni sospetto di contiguità con la vicenda dell’imputato Mancino. La sua scomposta reazione invece li ha alimentati, talché mi sono convinto che quelle telefonate contenessero qualcosa di “scottante”. Poiché i nastri distrutti sono stati ascoltati da più persone, confido che con il tempo qualcuna di esse porti il loro contenuto a conoscenza dei cittadini, che ne avevano e ne hanno diritto, avendo la presidenza della repubblica un dovere di correttezza e di trasparenza nei loro confronti.<br />
In passato ho rivolto l’invito ad Antonio Ingroia di non aver timori di sorta a rivelare il contenuto di quelle telefonate, poiché la sua rivelazione sarebbe stato un servizio reso al Paese e alla verità. Ma ciò non è accaduto, e mi rammarico del mancato coraggio.</p>
<p>Coraggio da vendere ha avuto ed ha, invece, il suo collega Di Matteo, il quale (conosce anch’egli il contenuto delle telefonate) ha chiamato a testimoniare sulla vicenda nientemeno che Napolitano. Vedremo se Napolitano accetterà o si farà difendere anche questa volta dalla consulta. E soprattutto vedremo quale verità farà emergere, visto che non è pensabile una sua testimonianza mendace. Se non vado errato, Ciampi e Scalfaro si tutelarono dietro il “non mi ricordo”, ma la vicenda delle telefonate rese pubbliche tra Mancino e il segretario giuridico di Napolitano, Loris D’Ambrosio, è di un anno fa e a Napolitano non è consentito lo stesso riparo a cui si affidarono i due ex presidenti della repubblica.<br />
Oltre a Napolitano, Di Matteo e compagni si sono tolti lo sfizio di chiamare a testimoniare anche altri pezzi da novanta, citati nelle telefonate tra Mancino e D’Ambrosio, ossia il procuratore generale Ciani e l’attuale presidente del Senato Piero Grasso, allora procuratore generale dell’antimafia.</p>
<p>Il 27 maggio comincerà il processo, e mi augurerei che i cittadini non si facessero distrarre dai gravi problemi che stanno assillando un po’ tutti, ma prestassero orecchio alle testimonianze e alle dichiarazioni di uomini che stanno al vertice dello Stato. Da quanto diranno sapremo la qualità e la verità su coloro che ci hanno guidato sino a qui.</p>
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		<title>LETTERATURA: Alla tavola di Madame c’è posto per tutti</title>
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		<pubDate>Sat, 18 May 2013 04:57:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marisa Cecchetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>

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		<description><![CDATA[di Marisa Cecchetti (dal &#8220;Corriere Nazionale&#8221;) Madame Isabel è l’affittacamere de “L’Espagnole” (Ed.I.Riuniti), di Raffaella Greco Tonegutti. Madame è arrivata in Belgio da giova- ne, dalla Spagna franchista, per raggiungere il marito minatore. Hanno lavorato sodo, hanno incontrato le difficoltà di integrazione, sebbene migranti hanno cercato di mettere radici nel paese ospite ed hanno meritato [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di Marisa Cecchetti<br />
(dal &#8220;Corriere Nazionale&#8221;)</p>
<p>Madame Isabel è l’affittacamere de “L’Espagnole” (Ed.I.Riuniti), di Raffaella Greco Tonegutti.<span id="more-32271"></span> Madame è arrivata in Belgio da giova- ne, dalla Spagna franchista, per raggiungere il marito minatore. Hanno lavorato sodo, hanno incontrato le difficoltà di integrazione, sebbene migranti hanno cercato di mettere radici nel paese ospite ed hanno meritato fiducia. Ma Pablo è morto da poco. Semplice e concreta, vestita di nero, con la foto del marito davanti agli occhi, con la visita quotidiana al cimitero, Madame Isabel rappresenta la famiglia, per i giovani che trascorrono periodi di studio  e di lavoro a Bruxelles: è come una grande madre che accoglie, quella che vorrebbe incontrare chi   vive lontano da casa. In quelle stanze c’è una realizzazione vera, umana, della intercultura. Animano questo interno ragazze che forse sono solo di passaggio sotto il ci lo uggioso di Bruxelles, intrecciano lingua, amori e sofferenze, diverse per carattere e vissuto, chi misteriosa e riflessiva, chi originale fino a rasentare l’isteria. Alla tavola di Madame c’è posto per tutti. In quelle stanze gli uomini spesso sono presenze indirette, raccontate, ma per questo non meno determinanti: Pablo è tenuto vivo dal ricordo costante di Madame e la loro storia si ricostruisce e si snoda per tutto il romanzo. E Luca è un ricordo che fa piegare in due dal dolore, e Antonio e Simon varcano continuamente quella soglia, ed Alex porta a Maddalena affetto insieme a  immagini d’Africa. E’ un mondo giovane e vario che ruota intorno ad un’anziana signora. Romanzo  che bene si adatterebbe alla scena teatrale, “L’Espagnole” va oltre le storie che si intrecciano in cucina davanti all’ennesima tazza di tè, rimanda al sogno di un’Europa delle persone.</p>
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		<title>La testimonianza di Ruby al tribunale di Milano</title>
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		<pubDate>Fri, 17 May 2013 16:00:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[BLOG]]></category>

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		<description><![CDATA[di Redazione (dal &#8220;Corriere della Sera&#8221;, 17 maggio 2013). Qui l&#8217;articolo con i video. (anche qui). Karima El Mahroug alias Ruby, la giovane marocchina al centro dei processi milanesi sui presunti festini di Arcore, venerdì mattina è entrata per la prima volta nel Palazzo di Giustizia di Milano per deporre come parte lesa nel dibattimento [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di Redazione<br />
(dal &#8220;Corriere della Sera&#8221;, 17 maggio 2013). <a href="http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/13_maggio_17/ruby-processo-prima-volta-aula-tribunale-testimone-2121183813764.shtml" target="_blank">Qui</a> l&#8217;articolo con i video. (anche <a href="http://tv.ilfattoquotidiano.it/2013/05/17/ruby-testimonianza-della-ragazza-in-aula-a-milano/232835/" target="_blank">qui</a>).</p>
<p>Karima El Mahroug alias Ruby, la giovane marocchina al centro dei processi milanesi<span id="more-32365"></span> sui presunti festini di Arcore, venerdì mattina è entrata per la prima volta nel Palazzo di Giustizia di Milano per deporre come parte lesa nel dibattimento a carico di Emilio Fede, Lele Mora e Nicole Minetti, il cosiddetto processo «Ruby bis». Al processo «Ruby», a carico di Silvio Berlusconi, la ragazza non è mai stata sentita, perché la sua testimonianza non è stata richiesta né dall&#8217;accusa né dalla difesa: da qui le proteste della giovane, che ha insistito per poter dare la sua versione e il 4 aprile scorso ha organizzato anche un sit-in davanti al Tribunale. La ragazza, convocata infine dai giudici della V Sezione Penale per testimoniare al processo «Ruby bis», si è presentata accompagnata dal suo compagno Luca Risso e dai suoi due avvocati.</p>
<p>FALSA IDENTITA&#8217; &#8211; All&#8217;inizio della deposizione i magistrati hanno chiesto alla testimone di ricostruire il periodo dell&#8217;arrivo a Milano, la ricerca dei primi lavori e il suo ingresso nell&#8217;agenzia di Lele Mora. «Conoscevo dalla Sicilia l&#8217;agenzia e volevo incontrare il proprietario, perché la mia speranza era quella di lavorare nel mondo dello spettacolo e della moda», ha detto Ruby. «Mi hanno chiesto delle foto e ho dato quelle del mio profilo Facebook &#8211; ha aggiunto &#8211; e i documenti, che ho detto di avere dimenticato. Come nome ho dato quello di Ruby, preso da una telenovela, e come cognome Eiek, che è quello di una cantante. Come età &#8211; ha concluso &#8211; ho detto di avere 19 o 20 anni».</p>
<p>LA PRIMA SERA &#8211; Karima ha raccontato il suo ingresso a Villa San Martino il 14 febbraio 2010 per una cena con Silvio Berlusconi e diverse altre ragazze. «Sono arrivata ad Arcore, ero sorpresa di essere a casa del Presidente del Consiglio, non mi sembrava vero, era una cosa stranissima», ha detto. Ruby ricorda bene la serata perché quella sera «avevo con me un grande cuore e volevo portarlo a un ragazzo, Domenico Rizza, di cui ero ancora innamorata e che mi aveva lasciato. Io pensavo di dover andare a fare la solita serata in discoteca con le ragazze di Mora e non vedevo l&#8217;ora, finito il lavoro, di portare quel cuore a Rizza». Arrivata ad Arcore, però, «mi inventai una parentela con Mubarak», ha dichiarato, e ha poi raccontato che le ragazze le raccontarono della barzelletta del «bunga bunga» di Berlusconi e la portarono nel locale così soprannominato.</p>
<p>IL BUNGA BUNGA &#8211; «Ho visto Nicole Minetti vestita da suora, che a un certo punto, mentre ballava si è tolta i vestiti ed è rimasta in biancheria intima». Inoltre, la ragazza ha detto che Marystelle Polanco si vestiva da «Obama e Ilda Boccassini, con una parrucca rossa e con quell&#8217;affare che ha lei» («Questo affare si chiama toga», ha spiegato il giudice), Iris Berardi da Ronaldinho, mentre altre partecipanti alle serate si travestivano da «infermiere sexy e dottoresse. Ballavano in modo sensuale, ma non ho mai visto contatti fisici con Berlusconi». Al termine della seconda serata ad Arcore Ruby si è fermata a dormire e le è stata data una stanza solo per lei. La ragazza ha raccontato di aver lasciato Villa San Martino nel pomeriggio del giorno successivo, dopo aver fatto colazione e pranzato. «Per dormire mi diedero una tuta per farmi stare più comoda. Al mattino mi svegliò la Polanco, poi salimmo a fare colazione».</p>
<p>LE BUSTE &#8211; La prima sera, ha raccontato Ruby, ricevette da Berlusconi una busta con duemila euro. Inoltre la ragazza ha detto di aver ricevuto 30mila euro dal ragioniere di Berlusconi, Giuseppe Spinelli, per «realizzare il sogno» di aprire un centro estetico. «Ho sempre ricevuto tutte le volte che andavo a cena delle buste con 2000 o 3000 euro. Poi ho insisto io per parlare al presidente Berlusconi e raccontargli il mio sogno di aprire un centro estetico, cosa che per l&#8217;età e per la mancanza di documenti non riuscivo a fare». «Lui era sempre stato generoso &#8211; ha aggiunto &#8211; e gli ho chiesto un aiuto un prestito. Ho insisto io per incontrarlo al di fuori delle cene e delle serate. Lui mi ha detto che voleva qualcosa di scritto, qualcosa di cartaceo e poi ci avrebbe pensato lui».</p>
<p>«NON SAPEVO FOSSE MINORENNE» &#8211; «All&#8217;ufficio casting Ruby aveva dichiarato di avere 24 anni e questo è stato esibito agli atti». Lele Mora, imputato nel processo, ha negato quanto affermato dal pm Ilda Boccassini, che nella requisitoria del processo a carico di Silvio Berlusconi lo aveva indicato come una delle persone dell&#8217;entourage dell&#8217;ex premier a conoscenza della minore età della ragazza. «Ruby oggi dirà che non l&#8217;ho portata io ad Arcore», ha affermato l&#8217;ex «guru dei vip».</p>
<p>LA NOTTE IN QUESTURA &#8211; L&#8217;ormai famosa notte tra il 27 e il 28 maggio 2010 in questura a Milano con Ruby c&#8217;erano «Nicole Minetti, Michelle Conceicao e Miriam Loddo», ha detto Ruby. Conceicao, stando al racconto di Ruby, le avrebbe detto: «Non ti preoccupare, faremo di tutto per non farti tornare in comunità». «Non so se ero affidata a Nicole o a Michelle &#8211; ha proseguito Ruby &#8211; in questura io avevo detto che avevo 17 anni e non mi ricordo che generalità ho lasciato, se il nome di Karima o quello di Ruby». Appena uscita dalla questura e affidata a Nicole Minetti, la ragazza ha detto di aver parlato al telefono con Silvio Berlusconi. Nicole Minetti «lo ha chiamato al telefono e me lo ha passato &#8211; ha aggiunto &#8211; e lui mi ha detto che era arrabbiato per tutte le cavolate che gli avevo detto». In questo modo ha lasciato intendere che Berlusconi non sapesse che lei era minorenne.</p>
<p>LE ACCUSE RITRATTATE &#8211; Nel corso di un passaggio della sua testimonianza Ruby ha parzialmente accusato il pm di Milano. Riguardo alle dichiarazioni rese ai pm tra il luglio e l&#8217;agosto 2010 ha affermato: «So che le volte che mi hanno sentito non sono solo quelle quattro o cinque verbalizzate». «Non siamo in una trasmissione tv &#8211; ha spiegato con calma il giudice Annamaria Gatto &#8211; questo è un processo e dobbiamo accertare la verità. Se lei dice una cosa del genere fa un&#8217;accusa molto grave e il tribunale sarà costretto a trasmettere gli atti e poi se la cosa non è vera lei sarà soggetta a conseguenze penali». Così Ruby, che nella sua protesta davanti al tribunale aveva in sostanza affermato che i pm l&#8217;avrebbero costretta a mentire, davanti al giudice ha cambiato tono. «Io so che i ricordi sono una cosa e le sensazioni un&#8217;altra &#8211; ha spiegato &#8211; rileggendo i verbali mi sembra che mancavano delle cose». E poi la ragazza ha cambiato argomento: «Oggi comunque sono qui per rettificare le bugie che ho detto in quei verbali».</p>
<p>MAI SESSO CON BERLUSCONI &#8211; Rispondendo a una domanda del pm Antonio Sangermano, Ruby ha ribadito di non aver mai avuto rapporti intimi con Silvio Berlusconi, sostenendo che ad Arcore si è limitata a «ballare la danza del ventre» e che «il presidente Berlusconi aveva dei costumi» che lei e le altre ragazze avevano indossato. Sulle intercettazioni «Mi vantavo di cose mai successe &#8211; ha spiegato &#8211; dicevo di averlo sentito e che era innamorato, dicevo &#8220;mi coprirà d&#8217;oro&#8221;, ma erano tutte invenzioni». Ruby ha anche negato di essere mai stata una prostituta. Quando il giudice, infatti, le ha chiesto se «ha mai avuto rapporti sessuali a pagamento con qualcuno», la ragazza ha risposto con un secco «no». Il giudice le ha poi contestato alcune intercettazioni in cui Ruby pareva fare riferimento ad attività di prostituzione e la giovane ha replicato: «Erano solo cavolate, non ero normale in quel periodo».</p>
<p>I 5 MILIONI &#8211; Al pm Sangermano che, citando alcune intercettazioni, le ha chiesto se ci fossero trattative tra lei e Berlusconi per ricevere dall&#8217;ex premier 5 milioni in cambio del silenzio e di «sembrare pazza» ai pm. Ruby ha risposto di no e ha spiegato che il riferimento ai 5 milioni nelle telefonate era una «cavolata» che raccontava. Mentre il pm le contestava una serie di intercettazioni in cui lei parla di soldi da ricevere da Silvio Berlusconi e fa riferimento a ciò che ha detto nei verbali ai magistrati, Ruby ripeteva che al telefono «dicevo a tutti tante cavolate solo per vantarmi». La ragazza ha spiegato di aver detto bugie «per vanteria» sia al padre che alla madre che all&#8217;attuale fidanzato Luca Risso. Il pm, però, per nulla convinto delle risposte della ragazza, a un certo punto le ha chiesto: «Ma lei cosa faceva, portava avanti una strategia di falsi vantandosi a telefono e poi scriveva anche sull&#8217;agenda di dover prendere dei soldi?». Il riferimento è a un appunto sequestrato nel quale Ruby scrisse di «4,5 milioni da B.».</p>
<hr />
<p><strong>Ruby davanti ai giudici: &#8220;Mai avuto rapporti intimi con Silvio Berlusconi&#8221;</strong><br />
di Luca Fazzo<br />
(da &#8220;il Giornale&#8221;, 17 maggio 2013)</p>
<p>16:53<br />
Nuova pausa. Ma a questo punto l&#8217;interrogatorio di Ruby da parte dei pm va avanti con uno schema fisso.il dottor Sangermano contesta alla testimone-vittima le telefonate intercettate durante le indagini preliminari, e Ruby quasi sempre risponde che al telefono si inventava tutto, un po&#8217;per vantarsi, un po&#8217; per una sorta di abitudine compulsiva a mentire. È così per le telefonate in cui raccontava di ricevere decine di migliaia di euro da Berlusconi in cambio del suo silenzio ; ed è così anche per le domande successive, in cui il pm cerca di dimostrare sulla base delle telefonat che Ruby faceva abitualmente la prostituta: e Ruby nega, &#8220;erano tutte invenzioni&#8221;.<br />
16:14<br />
Il pm contesta una telefonata in cui parlando con un personaggio non identificato Ruby raccontava di ricevere ventimila euro ogni martedì. &#8220;Non mi ricordo questa telefonata. Ma di soldi non ne ricevevo&#8221; ribadisce la testimone.<br />
15:32<br />
Il pm chiede ancora dei soldi che Ruby si vantava di dover ricevere da Berlusconi. Il dottor Berlusconi glieli ha mai dati o promessi? &#8220;No nella maniera più assoluta&#8221; Ha mai fatto trattative con Berlusconi per averli? &#8220;No&#8221;<br />
15:23<br />
Il pm contesta a Ruby una telefonata in cui dice: &#8220;io ho negato il fatto che Silvio sa che sono minorenne. Io ho detto che lui sa che sono maggiorenne perché non voglio metterlo nei casini&#8221;. Chiede il pm: il dottor Berlusconi sapeva la sua età? &#8220;Lui sapeva che avevo 23 o 24 anni&#8221; Perché allora dice questa cosa? &#8220;Come avevo raccontato bugie ai pubblici ministeri le dicevo anche alle mie amiche. Non so perché raccontavo delle cavolate, so che ne raccontavo tante, era divenuto uno strumento di difesa&#8221;<br />
15:16<br />
Il tribunale ha finito. La palla passa alla procura. Il pm Sangermano premette a Ruby che la procura &#8220;userà la stessa delicatezza e lo stesso rispetto con cui è stata finora trattata per il suo ruolo di persona offesa e di testimone&#8221;. Poi però va subito al sodo: ha mai avuto rapporti intimi con Silvio Berlusconi? &#8220;No&#8221; Ha mai partecipato nelle serate di Arcore a queste danze che ha descritto? &#8220;Si, in una serata ho fatto una danza del ventre&#8221;. Danza normale e priva di connotazioni erotiche? &#8220;Il presidente ci ha fatto vedere dei caffettani che gli aveva regalato Gheddafi. Io mi sono sentita di fare la danza del ventre&#8221;.<br />
15:11<br />
Il giudice contesta a Ruby l&#8217;intercettazione in cui parlando con un amico gli dice, parlando di Berlusconi: Noemi è la pupilla, e io sono il culo. &#8220;È una battuta. Di Noemi Letizia non ho mai saputo niente, quando è uscito il caso Ruby ho visto che mi associavano al suo caso, e da li è nata la battuta&#8221;. Obietta il giudice: questa non è una vanteria, questo è umiliarsi. &#8220;In tutta la telefonata non può essere presa solo una frase, io stavo scherzando con un amico&#8221;.<br />
15:09<br />
Lei ha mai avuto rapporti sessuali a pagamento con qualcuno? &#8220;No&#8221;<br />
15:08<br />
Non ho mai ricevuto soldi da Berlusconi dopo il 27 maggio, e le cose che raccontavo in giro erano vanterie senza fondamento. Così Ruby ha risposto al giudice Gatto che le chiedeva di spiegare un appunto trovato a casa sua in cui elenca cifre già ricevute da Berlusconi e altri quattro milioni e mezzo ancora da ricevere &#8220;Quando è scoppiato il caso Ruby ho parlato con tantissime persone dicendo di ricevere dei soldi e vantarmi di somme enormi per giustificare quello che era uscito sui giornali. Cosi avevo scritto questa cosa che facevo vedere alle mie amiche quando venivano a trovarmi. Dicevo tre milioni, cinque milioni, sei milioni, ho detto tantissime cifre ma se erano cose vere non c&#8217;era bisogno di scrivere delle cifre su un foglio&#8221;. In una delle intercettazioni parlando con una amica lei dice: mi ha detto di fare la pazza, che mi coprirà d&#8217;oro. Mi spiega il contenuto di questa telefonata? &#8220;Io appena uscito il caso ho visto su tutte le prime pagine la mia fotografia, così ho cominciato a fare questa telefonate alle amiche vantandomi di cose che non erano mai successe. Dicevo che il presidente mi aveva chiamato e che diceva di essere innamorato. Invece non avevo più sentito il presidente dopo il 27 maggio, ma mi vergognavo di quello che era uscito sui giornali e mi inventavo queste storie&#8221;<br />
14:39<br />
Pausa pranzo: buon per Ruby, che stava iniziando a dare segni di stanchezza e nervosismo. E adesso dovrebbe aprirsi un filone interessante: quello delle dichiarazioni rese dalla ragazza nel corso delle indagini preliminari, assai più esplicite di quelle rese oggi in aula, e che Ruby ha già preannunciato di voler rettificare.<br />
13:40<br />
Tema delicato: ci sono stati degli interrogatori durante le indagini preliminari di cui non c&#8217;è traccia nel processo? Ruby dice di sì, raccontando di quando, dopo essere finita in una comunità di Genova, iniziò a ricevere le visite dei pm milanesi Forno e Sangermano. &#8220;Non so quante volte sono stata sentita, non so perché sono iniziati questi incontri, di sicuro non sono state solo le 4 o 5 volte di cui ho letto i verbali sui siti&#8221; Ricorda di avere avuto incontri ulteriori rispetto a quelli che risultano a verbale? &#8220;Si&#8221; E ha rilasciato dichiarazioni che non sono state verbalizzate? &#8220;Si. Gli incontri con i pm duravano tantissime ore. Quando li ho letti, di tre ore trovavo solo una pagina e mi sembrava strano&#8221;. A questo punto il giudice Gatto ammonisce Ruby sulle conseguenze cui andrebbe incontro se accusasse ingiustamente i pm. E lei dice: &#8220;io dico quello che mi ricordo&#8221;, ma non insiste. Però aggiunge che &#8220;nei verbali ho detto delle bugie che vorrei rettificare&#8221;.<br />
13:32<br />
Ruby racconta dal suo punto di vista la notte del 27 maggio 2010, quando venne fermata e portata in questura, e rilasciata dopo l&#8217;intervento di Berlusconi. &#8220;Mi vennero a prendere la Conceicao, la Minetti e la Miriam Loddo. Non so come sia andata la situazione, tutti i retroscena che ci sono stati con li conosco. Non ho capito bene se ero affidata a Nicole o a Michele, poi sono andata comunque a casa di Michelle. L&#8217;unica cosa che mi interessava era non andare in comunità. stata una liberazione quando ho capito che potevo andare. Sono uscita dalla questura con le tre ragazze. Poi la Minetti mi ha detto che c&#8217;era il presidente Berlusconi arrabbiato per tutte le cavolate che gli avevo raccontato. Lo ha chiamato e me lo ha passato. Lui mi ha sgridato perché gli avevo detto tutte quelle cavolate, poi si è fatto ripassare la Nicole&#8221;.<br />
12:36<br />
Pausa di un interrogatorio che si annuncia lungo e che forse non si esaurirà nella udienza di oggi. Finora Ruby ha fornito una versione con alcuni particolari piccanti, come quello di Nicole Minetti in biancheria intima (che alcuni testimoni avevano già fornito a che altre avevano smentito ) ma ha escluso qualunque contatto ravvicinato tra lei e Berlusconi era anche escluso di aver visto Berlusconi lasciarsi andare d effusioni con altre ospiti. Ma è sicuro che, dopo che il giudice Gatto avrà concluso il suo interrogatorio, il controesame dei pm Forno e Sangermano non sarà leggero.<br />
12:11<br />
&#8220;Alla fine le ragazze hanno iniziato ad andare via, eravamo tutti un po&#8217; stanchi. Il clima era meno festoso di prima. A un certo punto mi è stato detto dal presidente che potevo restare a dormire li&#8221;. Ha dormito da sola? &#8220;Sono salita, c&#8217;era un corridoio, mi è stata data una stanza che non ho diviso con nessuno. Mi sono svegliata al mattino, mi ha svegliato la Marystelle. Mi è stata data una tuta da indossare, siamo scese al piano di sotto dove abbiamo fatto colazione. C&#8217;era anche il presidente che andava e veniva. Dopo pranzo siamo andate via&#8221; Nella seconda occasione ha ricevuto un altro aiuto dal presidente? &#8220;Si, sempre. Mi sembra che fossero duemila euro in banconote da 500&#8243;.<br />
12:07<br />
&#8220;La seconda sera si svolse nello stesso modo, con lo stesso menù. Dopo cena venni invitata ad andare nel posto del bunga bunga, che prendeva il nome da una barzelletta che aveva raccontato il presidente. C&#8217;era una scalinata che scendeva giù, si entra in questa stanza enorme che aveva accanto una atra stanza. C&#8217;era una cosa che sembrava una lampada di quelle che si usano nei centri estetici&#8221;. Chiede il giudice:c&#8217;era il palo della lap dance? &#8220;Si. All&#8217;inizio ci siamo sedute, mi hanno fatto vedere una stanza con altre bevande che sembravano vini. Mentre la musica andava alcune ragazze hanno iniziato a ballare. Altre ragazze si erano vestite con vestiti come quelli che usavo io in discoteca per fare la cubista. Si vestivano da infermiera sexy, da dottoressa, la Nicole Minetti si era vestita da suora&#8221; Suora come l&#8217;infermiera sexy o con la palandrana lunga? &#8220;Con questo affare lungo che mentre ballava alzava per fare vedere le gambe. C&#8217;era a che la Marystelle che si vestiva da Obama e da un&#8217;altra che io non sapevo chi era, l&#8217;ho saputo dopo che si chiama Ilda Boccassini, una parrucca rossa con un affare&#8230;&#8221; L&#8217;affare si chiama toga&#8230; &#8220;Ecco. Facevano dei balletti ballando con questo palo, facevano balli sensuali con le canzoni di Apicella, la Minetti sollevava questo vestito da suora, poi se l&#8217;era anche tolto ed era rimasta in biancheria intima&#8221;. Qualcun altro si è tolto il travestimento? C&#8217;erano contati fisici tra il presidente e le ragazze? &#8220;Le ragazze travestite si avvicinavano a lui con modo sensuale e ammiccante, facevano questi balletti, ma non ho mai visto contatti&#8221; Neanche in braccio, carezzerarsi, darsi un bacio? &#8220;No&#8221;<br />
11:52<br />
Cosi Ruby racconta il commiato da Berlusconi la prima sera : &#8220;C&#8217;era un piccolo ufficio, mi diede una busta dicendo che era un piccolo aiuto per aiutarmi e che gli avrebbe fatto piacere avermi come ospite in altre cene. Io andai via con un taxi. La busta conteneva duemila o tremila euro. Non ricordo esattamente, perché ci sono state altre serate con altri aiuti&#8221;. &#8220;Il giorno dopo ricevetti una telefonata dal presidente Berlusconi che mi chiese come stavo, se mi aveva fatto piacere il suo aiuto e se volevo tornare il prossimo weekend che aveva un&#8217;altra cena. Ci siamo sentiti un altro paio di volte prima della serata successiva. Chiamava sempre lui&#8221;<br />
11:50<br />
&#8220;In macchina io e Fede non parlammo. Arrivammo a questa villa ad Arcore, all&#8217;entrata trovai il presidente Berlusconi. Per me era una cosa stranissima, non mi sembrava vero essere arrivata a casa del presidente del Consiglio. Lui si presentò, io mi presentai come Ruby. C&#8217;era una tavolata con una ventina di belle ragazze vestite benissimo, mi presentano queste ragazze, si svolge una cena. Non sapevo come ero finita lì, non mi sono posta nessuna domanda, vivevo la cosa&#8230; Io pensavo che sarei andata all&#8217;Hollywood, mi ero portata dietro un cuore grande perché era San Valentino e pensavo che dopo sarei andata a cercare Domenico..&#8221; &#8220;Nella villa c&#8217;erano ragazze che chiacchieravano, altre in un salotto che fumavano. Sembrava più un aperitivo che una cena, c&#8217;era la musica in sottofondo. Io raccontai la mia storia inventata, quella che di solito usavo&#8230; Dipendeva anche dal contesto in cui ero, raccontava una versione sempre diversa. Li dissi che ero Ruby, che ero metà brasiliana e metà egiziana, dissi che mia madre era una cantante famosa, e col computer di Apicella feci vedere il video. E dissi che mia madre era parente del presidente dell&#8217;Egitto&#8221;. Il giudice Gatto contesta a Ruby che altri testimoni non raccontano che già in quella occasione parlò della sua falsa parentela con Mubarak, ma Ruby insiste sulla sua versione.<br />
11:44<br />
Inizia il racconto delle serate in discoteca con l&#8217;agenzia di Lele Mora, cui Ruby spiega di non avere mai consegnato i documenti per non rivelare la sua età. &#8220;Un giorno mi arrivata la telefonata di Lele Mora, c&#8217;è questa serata, devi venire sotto l&#8217;ufficio, trovi una macchina e ti porta al lavoro&#8221;. Quanto prendeva per queste serate? &#8220;Duecento euro, ma so che altre ragazze prendevano anche cinquecento. Eravamo li per fare immagine, per fare contorno a Lele Mora. Più che lavoro era divertimento&#8221;. &#8220;Io sono arrivata pensando che fosse una serata qualunque. Sull&#8217;auto c&#8217;era un autista, gli chiesi dove andavamo ma non mi diede spiegazioni, andammo a palazzo dei Cigni e li salì Emilio Fede, che a Milano avevo rivisto all&#8217;Ibiza di corso Garibaldi. Siccome in Sicilia mi aveva detto che mi avrebbe aiutato, all&#8217;Ibiza gli chiesi se si ricordava e non mi sembrò che si ricordasse, per educazione rispose annuendo, io gli lasciai di nuovo io numero chiedendogli se poteva farmi lavorare&#8221;.<br />
11:28<br />
Sarà evidentemente un interrogatorio lungo, perché il giudice Gatto sta chiedendo a Ruby di ricostruire meticolosamente anche la sua vita prima dell&#8217;incontro con Berlusconi. In questo momento sta raccontando il suo arrivo a Milano e i primi lavori come cameriera e ragazza immagine.<br />
11:26<br />
&#8220;Simona Loca mi aveva proposto di fare la prostituta. Mi disse che era un colloquio di lavoro e mi portò al Four Seasons o al Bulgari, dovevo salire nella stanza di questa persona, mi sembrava strano fare un colloquio in una stanza d&#8217;albergo&#8230;. Alla fine lei mi disse che il lavoro era fare la escort e avremmo diviso i soldi. Io me ne sono andata incavolandomi con lei. Quella sera sono andata a ballare all&#8221;Hollywood&#8221;.<br />
11:13<br />
&#8220;Io desideravo venire a Milano. Non avevo soldi, avevo preso il treno senza biglietto, pensavo che se il controllore mi trovava mi avrebbe portato al massimo in comunità. Era fine ottobre 2009 quando arrivò a Milano. Sono andata da una ragazza che avevo conosciuto in Sicilia, la conoscevo come Simona Loca, e mi ha ospitato. Conoscevo il nome di una agenzia molto conosciuta anche in Siclia, quella di Lele Mora. La mia speranza era lavorare nel mondo della moda. Ho cercato di avere un colloquio con il titolare. Ho parlato direttamente con Lele Mora. Mi hanno chiesto di lasciare un curriculum e delle foto, i documenti me li hanno chiesti ma mi sono inventata di essermeli dimenticati&#8221;. Che generalità ha dato? &#8220;Il solito Ruby, preso da una telenovela, e il cognome di una cantante. Come età dissi diciannove o vent&#8217;anni&#8221;.<br />
11:07<br />
&#8220;Il primo concorso di bellezza l&#8217;ho fatto a sedici anni senza il permesso dei miei genitori. Avevo visto l&#8217;hotel dove si svolgeva il concorso, mi sono intrufolata compilando da sola il modulo mettendo le mie generalità e inventando la firma di un adulto&#8221;. Chiede il giudice: nella giuria c&#8217;era Emilio Fede.&#8221;Si&#8221;. Ha avuto contatti con lui? &#8220;No, noi ragazze dovevamo raccontare la nostra vita e i nostri sogni futuri. Avevo inventato un&#8217;altra vita sempre con l&#8217;età di sedici anni&#8221;.<br />
11:03<br />
È iniziato l&#8217;interrogatorio di Ruby. La ragazza parla con un filo di voce, le prime domande riguardano la adolescenza in Sicilia e il primo affidamento in comunità. &#8220;Sono uscito di casa a dodici anni. Mi allontanavo spesso da casa, è stato un continuo scappare e tornare perché mi riportavano&#8221;.<br />
10:47<br />
Ruby è arrivata in tribunale accompagnata dal suo legale Paola Boccardi e dal fidanzato Luca Risso. È entrata da un passaggio secondario e attualmente è in corridoio accanto all&#8217;aula di udienza. Transenne e carabinieri tengono a distanza fotografi e giornalisti.<br />
10:03<br />
È arrivato in aula Lele Mora, per ora unico imputato presente, che parlando con i cronisti ha negato di avere mai saputo che Ruby fosse minorenne. In un appunto, la ragazza sosteneva che era stato proprio Mora ad avvisare Berlusconi della sua vera età. Ma Mora ha escluso la circostanza. &#8220;Il nostro ufficio casting le aveva fatto compilare una scheda che è agli atti da cui risultava che aveva 24 anni&#8221;.<br />
09:45<br />
Qual è la verità che Ruby si prepara ad offrire oggi ai giudici di uno dei processi che portano il suo nome? Resterà attestata sulla trincea delle dichiarazioni pubbliche, che scagionano in pieno il Cavaliere, o sotto interrogatorio farà qualche concessione alle tesi dell&#8217;accusa? Comunque vada a finire, quella di oggi si annuncia come una udienza decisiva nel caso giudiziario che da due anni e mezzo scuote la politica italiana. Il processo in cui oggi viene interrogata Ruby non è quello a carico di Berlusconi (dove, curiosamente, sia accusa che difesa hanno rinunciato ad interrogarla) ma quello contro Emilio Fede, Nicole Minetti e Lele Mora. Anche qui, però, la testimonianza di Ruby è cruciale, perché proprio per averla introdotta nelle serate di Arcore i tre imputati devono rispondere della accusa più pesante, ovvero induzione alla prostituzione minorile. Delle dichiarazioni che farà oggi Ruby non si potrà tecnicamente tenere conto nel processo a Berlusconi, che è già prossimo alla sentenza, dopo che la Procura ha chiesto la condanna del Cavaliere a sei anni di carcere. Anche se non si può escludere che l&#8217;eco di quanto avverrà oggi in aula raggiunga in qualche modo anche le tre giudici che devono emettere la sentenza nel processo principale. In questo momento Ruby non è ancora arrivata in tribunale dove è attesa da un nutrito schieramento dei media.</p>
<hr />
<p><strong>Marina Berlusconi contro Repubblica: &#8220;Su mio padre solo fango e calunnie&#8221;</strong><br />
di (I.S)<br />
(da &#8220;Libero&#8221;, 17 maggio 2013)</p>
<p>Sul caso Ruby tutta la stampa di sinistra è mobilitata. L&#8217;antica usanza dell&#8217;antiberlusconismo ha sedotto ancora le penne rosse. <strong>Corrado Augias</strong> però su<em> La Repubblica </em>si è spinto oltre. Ha in pretica criticato anche la figlia del cav, <strong>Marina Berlusconi</strong> per la sua legittima difesa del padre, tirato in mezzo ad una vicenda giudiziaria che si basa su prove inesistenti. Scrive Augias sul quotdiano di Ezio Mauro: &#8220;La considerazione verso un padre non dipende anche dalla stima che i suoi comportamenti possono suscitare? Marina stima un genitore che si è coperto di ridicolo davanti all’Europa e al mondo? Lo difenda in pubblico ma faccia anche, in privato, qualcosa per salvarlo da una così penosa vecchiaia”. Insomma quella di Augias è stata una vera e propria ingerenza nella vita privata del av e di sua figlia.</p>
<p><strong>Fango e calunnie</strong> &#8211;  Marina non ci sta e scrive ad<strong> Ezio Mauro</strong> per sottolineare come Augias abbia davvero esagerato: &#8220;Egregio direttore, nel suo intervento dedicato principalmente alla vicenda Ruby, Corrado Augias arriva dove nessuno aveva ancora osato arrivare. Arriva a criticarmi per i sentimenti, la stima e la considerazione che ho per mio padre, giunge addirittura a farmi la predica su come dovrei o non dovrei comportarmi con lui. Ma come si permette, il signor Augias? Non si rende conto che tutto ciò appartiene alla peggiore inquisizione? Su questa storia di <strong>fango e calunnie</strong>, mio padre ha già spiegato più volte come sono andate davvero le cose. Io posso solo ribadire quello che ho già detto&#8221;, afferma la Berlusconi. Marina dopo aver respinto l&#8217;attacco di Augias sottolinea ancora la voglia di difendere suo padre in ogni sede, sulla stampa e nei tribunali.</p>
<p><strong>So chi è mio padre &#8211; </strong> E passa al contrattacco: &#8220;Conosco molto bene mio padre, conosco la persona che è e la profonda correttezza con cui si è sempre comportato, il rispetto che ha sempre avuto nei confronti degli altri, sono orgogliosa di lui e di essere sua figlia e non c&#8217;è stato mai nulla, assolutamente nulla, che potesse anche minimamente mettere in discussione questo orgoglio. Non è d&#8217;accordo, il signor Augias? Affari suoi. Ma il suo intervento è la migliore, o peggiore, dimostrazione degli enormi guasti che sono stati provocati da chi, in modo spesso consapevole, continua a non distinguere tra<strong> opinioni personali</strong> di tipo morale, o moralistico, giudizi politici, procedimenti giudiziari. Augias avrà le sue opinioni su mio padre, milioni di italiani, a cominciare dalla sottoscritta, ne hanno altre, radicalmente diverse&#8221;, ha aggiunto.</p>
<p><strong>Lo difenderò ovunque </strong>- Infine la numero uno di Mondadori sottolinea come la requisitoria del pm Ilda Boccassini sia stata detata più dalle opinioni personali che dall&#8217;evidenza di indizi e prove giudiziarie: &#8220;I tribunali &#8211; prosegue Marina Berlusconi &#8211; però non si occupano, o non si dovrebbero, occupare di opinioni. E la Procura di Milano pochi giorni fa ha chiesto per mio padre la condanna a 6 anni di reclusione e l&#8217;interdizione perpetua dai pubblici uffici. Su questa enormità Augias non ha nulla da dire. Anzi, liquida il tutto con un inciso sconcertante: &#8216;ammettiamo pure&#8217;, bontà sua, &#8216;che tutte queste cose non abbiano rilevanza penale&#8217;. Di che cosa stiamo parlando, allora? È proprio nell&#8217;inciso l&#8217;ennesima conferma del fatto che il processo Ruby proprio per questo è stato costruito, <strong>nessuna prova</strong>, nessun reato, solo una grancassa mediatica per poter infangare chi non ha fatto nulla per meritarselo. Su quali basi, secondo Augias, si dovrebbe dunque arrivare a una condanna? Perché a lui e a quelli che la pensano come lui non piacciono, cito testualmente, &#8216;il buon gusto&#8217; di mio padre e &#8216;le barzellette&#8217; che racconta? Non si permetta, il signor Augias, di insegnare a una figlia che cosa deve pensare di suo padre. Si preoccupi di rispettare, di fronte ai propri lettori, &#8211; conclude &#8211; chi ha idee diverse dalla sua. E soprattutto non tenti di spacciare le opinioni per assolute verità&#8221;. Avrano finalmente capito la lezione le penne rosse che vogliono il Cav dietro le sbarre? <em><strong>(I.S)</strong></em></p>
<hr />
<p><strong>Monti, improponibile &#8220;coscienza critica&#8221;</strong><br />
di Arturo Diaconale<br />
(da &#8220;L&#8217;Opinione&#8221;, 17 maggio 2013)</p>
<p>Scelta Civica prima ha perso Futuro e Libertà, cancellato dalla scena politica dal risultato elettorale. Ed ora perde l&#8217;Udc, che dopo essere uscito dimezzato dal voto, si è reso conto che continuare a rimanere legato al carro di Mario Monti avrebbe provocato la sua definitiva dissoluzione. Al cartello elettorale dell&#8217;ex Presidente del Consiglio rimangono dunque due solo componenti ed un garante. C&#8217;è il gruppo di Italia Futura di Luca Cordero di Montezemolo e di Nicola Rossi, che però ha già annunciato di non avere alcuna intenzione di trasformarsi in una mini-corrente di un mini-partito. E c&#8217;è la componente cattolica proveniente dalle Acli e dalla Comunità di Sant&#8217;Egidio che, a differenza dei montezemoliani, non avrebbe alcuna difficoltà a calarsi nei panni della corrente ma non sembra avere la consistenza necessaria ad essere tale.</p>
<p>C&#8217;è, infine il garante, Mario Monti, che però non ha alle spalle né una qualche organizzazione, né una qualche esperienza di attività politica di base. E che, nella consapevolezza di queste carenze, non può far altro che sperare di tenere insieme i due pezzi niente affatto omogenei o complementari del suo cartello (montezemoliani e cattolici di sinistra sono culturalmente e politicamente agli antipodi) autonominandosi, sull&#8217;esempio di quanto fatto a suo tempo da Ugo La Malfa nei confronti del centro sinistra classico, “coscienza critica” delle larghe intese e del governo Letta-Alfano. Bastano questi elementi per assicurare un qualche futuro politico a Scelta Civica? L&#8217;Udc ha dimostrato di non credere ad una prospettiva del genere ed ha scelto di uscire dal cartello incominciando, in vista delle elezioni europee del prossimo anno e della comune appartenenza al Ppe, una lenta ma decisa marcia di avvicinamento al Pdl. Ciò che rimane di Fli, dopo aver liquidato per “incapacità politica “Gianfranco Fini, ha dimostrato di pensarla allo stesso modo.</p>
<p>Ed ha incominciato a riprendere i contatti con la vecchia area di provenienza, cioè la destra degli ex An, e sembra destinato a ritornare, magari non con una trasmigrazione collettiva ma sotto forma di iniziative singole, alle proprie origini nel centro destra. Le due componenti restanti del cartello e lo stesso Monti, approfittando del fatto che Scelta Civica rimane comunque la terza gamba dell&#8217;alleanza delle larghe intese, appaiono ancora incapaci di fornire una risposta all&#8217;interrogativo e rinviano la risposta al momento in cui le larghe intese si esauriranno e una scelta per il futuro dovrà essere presa comunque. Questa paralisi, di cui Italia Futura sembra essere cosciente molto più della componente cattolica, è di per se un pessimo viatico per il prossimo cammino di Scelta Civica. Lascia presupporre che, in assenza di una decisione rapida sulla strategia politica da seguire, il cartello di Monti finirà col perdere progressivamente pezzi ed arrivare alla fine della parabola del governo Letta-Alfano senza aver più il fiato per poter andare avanti.</p>
<p>Se l&#8217;ex Presidente del Consiglio non fosse un tecnico imprestato occasionalmente alla politica e non un politico dilettante saprebbe che per svolgere il ruolo di “coscienza critica” nei confronti delle larghe intese sull&#8217;esempio di Ugo La Malfa verso il centro sinistra bisognerebbe essere La Malfa. Cioè un leader politico che nei confronti del centro sinistra aveva l&#8217;autorità di padre non solo fondatore ma anche ideatore e teorizzatore. Ma Monti non ha questa autorità. Perché non ha mai teorizzato o ideato la formula di governo attuale indicandola come indispensabile ed irreversibile. Ha solo guidato per un anno un governo occasionalmente sostenuto dall&#8217;esterno dal Pd e dal Pdl e l&#8217;unica scelta politica che ha compiuto non è stata di cercare di avvicinare ed armonizzare le forze alternative ma di fare concorrenza ad entrambe nella temeraria pretesa di scompaginarle per condizionarle e conquistarle. E allora? La conclusione è prevedibile. L&#8217;unica incertezza riguarda la data dello “sciogliete le righe”. In autunno o nella primavera del prossimo anno?</p>
<hr />
<p><strong>Trattativa Stato-mafia, Napolitano chiamato a testimoniare nel processo</strong><br />
di Giuseppe Pipitone<br />
(da &#8220;il Fatto Quotidiano&#8221;, 17 maggio 2013)</p>
<p>Il capo dello Stato testimone nel primo processo in cui lo Stato processa se stesso. E’ la richiesta avanzata dai magistrati palermitani titolari dell’inchiesta <strong>sulla trattativa Stato-Mafia</strong>. C’è anche il nome di <strong>Giorgio Napolitano</strong> nell’elenco dei 176 testimoni che il procuratore aggiunto <strong>Vittorio Teresi</strong> e i sostituti <strong>Antonino Di Matteo</strong>, <strong>Francesco Del Bene</strong> e <strong>Roberto Tartaglia</strong> hanno depositato nella cancelleria della corte d’assise. Il processo sul patto sotterraneo siglato tra pezzi delle istituzioni e <strong>Cosa Nostra</strong> prenderà il via il prossimo 27 maggio a Palermo. E l’accusa vuole che sul banco dei testimoni salga anche il capo dello Stato, recentemente riconfermato per la seconda volta al <strong>Quirinale</strong>. L’oggetto della testimonianza di Napolitano è legato ad uno scambio di lettere con il suo ex consigliere giuridico <strong>Loris D’Ambrosio</strong>, deceduto nel luglio scorso. Quei documenti furono svelati per la prima volta nell’ottobre del 2012, quando vennero pubblicati nel volume <em>Sulla giustizia</em>, distribuito durante l’inaugurazione della scuola superiore della magistratura a <strong>Scandicci</strong>, alle porte di Firenze.</p>
<p>In quel volume era contenuta una lettera di D’Ambrosio a Napolitano del 18 giugno del 2012 e la successiva risposta del <strong>capo dello Stato</strong>. Era appena scoppiato il caso <strong>Mancino</strong>, l’ex ministro dell’Interno intercettato più volte mentre cercava l’appoggio di D’Ambrosio e del Quirinale per essere tutelato dall’inchiesta della procura di Palermo, in cui oggi è accusato di <strong>falsa testimonianza</strong>. Sono decine le telefonate intercettate tra Mancino e il consigliere giuridico del Colle. E a giugno D’Ambrosio decise quindi di scrivere al Quirinale per spiegare di non aver mai cercato di favorire l’ex ministro dell’Interno. Quella lettera ha colpito molto i pm palermitani, soprattutto nel passaggio in cui l’ex consigliere del Colle raccontava il suo timore per “essere stato considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi”. E’ su questo punto che i pm vogliono sentire Napolitano, dato che il <strong>timore</strong> di D’Ambrosio è riferito al periodo che va dal 1989 al 1993, gli stessi anni su cui si focalizza l’inchiesta palermitana.</p>
<p>I pm vorrebbero però ricostruire tutto il<em><strong> Romanzo Quirinale</strong></em> svelato nei mesi scorsi dalle intercettazioni telefoniche. Nell’elenco dei testi, infatti, è contenuto anche il nome del procuratore generale della Cassazione, <strong>Gianfranco Ciani</strong>. I magistrati vorrebbero che testimoniasse “in ordine alle richieste provenienti dall’imputato Nicola Mancino aventi ad oggetto l’andamento delle indagini sulla cosiddetta trattativa,  l’eventuale  avocazione delle stesse e/o il coordinamento investigativo delle Procure interessate”.  A Ciani era anche destinata una lettera proveniente dal segretario generale della <strong>Presidenza della Repubblica</strong>. “Il Capo dello Stato – si legge nella lettera dell’aprile scorso – auspica che possano essere prontamente adottate iniziative che assicurino la conformità di indirizzo delle procedure (…) e ciò specie al fine di dissipare le perplessità che derivano dalla percezione di gestioni non unitarie delle indagini collegate”.</p>
<p>Una lettera che D’Ambrosio leggeva a Mancino al telefono: “Ho parlato sia con Ciccola (<strong>Pasquale Ciccolo</strong>, sostituto pg della Cassazione, ndr) che con Ciani hanno voluto la lettera così fatta per sentirsi più forti” commentava il consigliere giuridico del Colle. E infatti appena due settimane dopo, Ciani convocava l’allora procuratore antimafia <strong>Pietro Grasso</strong>. Anche l’attuale presidente del Senato e tra i testimoni richiesti dall’accusa dato che, spiegano i magistrati, “il dottor Grasso dovrà riferire in ordine alle richieste provenienti dall’odierno imputato Nicola Mancino aventi ad oggetto l’andamento delle indagini sulla trattativa,  l’eventuale  avocazione delle stesse e/o il coordinamento investigativo delle Procure interessate”. Il nome di Grasso viene citato più volte nelle conversazioni Mancino-D’Ambrosio. “Io ho visto Grasso in una cerimonia, stava davanti a me – racconta Mancino – Mi ha detto: ‘Quelli lì danno solo fastidio. Ma lei lo sa che noi non abbiamo poteri di <strong>avocazione </strong>?E io gli ho detto: ‘Ma poteri di coordinamento possono essere sempre esercitati”. Qualche settimana dopo le bobine della Dia registreranno anche la prima delle quattro telefonate in cui oltre alla voce di Mancino rimane impigliata anche quella dello stesso Napolitano. Telefonate di cui non è mai stato svelato il contenuto e che sono state distrutte appena qualche settimana fa.</p>
<hr />
<p>I ladri dell&#8217;agenda di Borsellino, <a href="http://video.repubblica.it/edizione/palermo/i-ladri-dell-agenda-rossa-di-borsellino/128418/126917?ref=HRER1-1" target="_blank">qui</a> video.</p>
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		<title>LETTERATURA: &#8220;La morte dei caprioli belli&#8221; di Ota Pavel &#8211; Keller edizioni</title>
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		<pubDate>Fri, 17 May 2013 04:49:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Improta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>

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		<description><![CDATA[di Francesco Improta (dal &#8220;Corriere Nazionale&#8220;) La morte dei caprioli belli di Ota Pavel, casa editrice Keller, è una silloge di racconti pubblicata per la prima volta in edizione integrale, com­prensiva, cioè, di alcuni inediti e di quei racconti che, per motivi politici, erano stati censurati nella Repubblica Ceca. Il titolo della raccolta è lo [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di Francesco Improta<br />
(dal &#8220;<a href="http://www.corrierenazionale.it/" target="_blank">Corriere Nazionale</a>&#8220;)</p>
<p><i>La morte dei caprioli belli</i> di Ota Pavel, casa editrice Keller, è una silloge di racconti<span id="more-32258"></span> pubblicata per la prima volta in edizione integrale, com­prensiva, cioè, di alcuni inediti e di quei racconti che, per motivi politici, erano stati censurati nella Repubblica Ceca.</p>
<p>Il titolo della raccolta è lo stesso del terzo racconto, il più corposo e dram­matico, in quanto narra le peripezie di Leo Popper, padre dell’autore, per procurare a se stesso e alla sua famiglia un po’ di carne prima di essere deportato e rinchiuso con i due figli maggiori in un campo di concen­tramento. Questo episodio lascia intendere chiaramente l’origine ebraica dell’autore e il periodo storico in cui è ambientata la vicenda. A ben guar­dare i racconti, nove in tutto, di taglio decisamente autobiografico si svol­gono prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale e sono incentrati sulla famiglia di origine dell’autore e, in particolare, sulla figura del padre Leo Popper, venditore porta a porta, amabile imbonitore, capace di ven­dere carta moschicida laddove non vola una mosca, abile pescatore di acqua dolce e impenitente dongiovanni. Una figura <i>calda e croccante</i>, come dice Erri De Luca, ed infatti richiama alla mente il buon pane di casa cotto nel forno a legna, facendoci sentire e apprezzare tutta la sua fragranza e genuinità. Dispensatore di merci, di consigli e di sorrisi non può non catturare, con quella sua spavalda e un po’ ingenua sicurezza, il nostro consenso e la nostra simpatia. Anche perché le sue avventure, sia che venda aspirapolvere o fibbie per cravatte, sia che cerchi di sottrarre le carpe di lago alla Wermacht sono viste e ingigantite attraverso gli occhi commossi e adoranti del piccolo Ota. Nella stragrande maggioranza dei casi è la quotidianità al centro dei racconti; sono piccole storie in cui Leo Popper cerca di risolvere i problemi di tutti i giorni senza però rinunciare a quell’idea di benessere perseguito con tenacia e legato fortemente alla cultura di cui è egli espressione. La storia, invece, quella con la S maiu­scola, rimane prevalentemente sullo sfondo ma talvolta emerge con prepotenza richiamando i protagonisti della vicenda e i lettori a un’im­prescindibile presa di coscienza. Penso in particolare al villaggio di Lidice raso al suolo dai tedeschi il 10 giugno del 1942 per rappresaglia in seguito all’attentato nei confronti di Reynard Heydrich. Su quell’episodio che portò alla fucilazione di tutti gli uomini del villaggio Pavel scrive testualmente: “<i>Noi non potremo mai dimenticare la distruzione di Lidice, ci è rimasta aggrappata al cuore come si aggrappa alla pelle una zecca</i>.” A ciò si aggiungano la delusione provata dinanzi al socialismo reale, alle promesse disattese o, cosa ancora più drammatica, la consapevolezza che l’antisemitismo non era assolutamente scomparso e che gli uomini con­tinuavano ad essere divisi in ebrei e non-ebrei. “<i>Ammazzano di nuovo gli ebrei. Hanno di nuovo bisogno di incolpare qualcuno.”</i></p>
<p>Non tutto, a mio avviso, funziona perfettamente e si rivelano scompensi e sproporzioni tra i racconti che fanno parte della silloge, nel senso che la scrittura non mantiene sempre lo stesso ritmo e talvolta si ha l’impressione che venga meno il respiro, ma si tratta probabilmente di una mia scarsa predilezione per il racconto e la sua concisa misura. Rimane invece, come ha messo in evidenza chiaramente Erri De Luca, quella capacità di Pavel di scivolare con estrema facilità verso l’essenziale che è da mettere in relazione probabilmente con la sua attività di giocatore di Hockey su ghiaccio prima e di cronista sportivo dopo. Ed è questa sua specifica abi­lità non disgiunta da un linguaggio misurato ed ironico &#8211; di quella ironia sottile alla Cervantes &#8211; che fa di Pavel uno degli scrittori più apprezzati nella Repubblica Ceca. Si pensi, per coglierne le peculiarità stilistiche, alla conclusione del libro con il trasporto di Leo Popper all’ospedale con quel tono leggero, misurato e ironico, diametralmente opposto a quello uti­lizzato da Verga, in una situazione simile e dall’esito analogo, nei Mala­voglia, dove si respira, invece, aria da tragedia greca:</p>
<p><i>La mamma chiamò un’ambulanza. Arrivarono, lo condussero fuori per portarlo all’ospedale. Gli imprecava contro, al cancello si divincolò, aveva dimenticato qualcosa.</i></p>
<p><i>Non era tornato per prendere la radiolina a transistor, come fa di solito la gente. Una volta si era fatto dipingere un bel cartello, di cui andava orgoglioso. Adesso lo appese al cancello perché tutti potessero leggerlo. C’era scritto:</i></p>
<p><i>TORNO SUBITO</i></p>
<p><i>Ma non è tornato mai più.</i></p>
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		<title>Condannato a morte</title>
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		<pubDate>Thu, 16 May 2013 18:27:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[BLOG]]></category>

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		<description><![CDATA[di Alessandro Sallusti (da &#8220;il Giornale&#8221;, 16 maggio 2013) Ergastolo. Non potendo chiedere quello fisico, la Boccassini ci prova con quello politico: interdizione perpetua dai pubblici uffici, oltre alla condanna a sei anni, è infatti la richiesta fatta dalla pm milanese nei confronti di Silvio Berlusconi. C&#8217;è del marcio in tutto questo, tanta è la [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di Alessandro Sallusti<br />
(da &#8220;il Giornale&#8221;, 16 maggio 2013)</p>
<p>Ergastolo. Non potendo chiedere quello fisico, la Boccassini ci prova con quello politico:<span id="more-32358"></span> interdizione perpetua dai pubblici uffici, oltre alla condanna a sei anni, è infatti la richiesta fatta dalla pm milanese nei confronti di Silvio Berlusconi. C&#8217;è del marcio in tutto questo, tanta è la sproporzione tra la debolezza degli indizi raccolti a sostegno del teorema accusatorio e la pena richiesta.</p>
<p>Ergastolo politico per due reati (concussione e sfruttamento della prostituzione) che ancora oggi restano senza vittime. Nega di esserlo Ruby («non ho mai avuto rapporti sessuali con Berlusconi»), negano i funzionari della Questura di Milano («non siamo stati condizionati o intimiditi dalla telefonata di Berlusconi la sera dell&#8217;arresto di Ruby»).</p>
<p>La Boccassini ieri ha definito Ruby esempio di «furbizia orientale», concentrando in questa frase l&#8217;essenza del processo: un pregiudizio geopolitico e un falso, essendo il Marocco, Paese d&#8217;origine della ragazza, a Occidente. Pregiudizi e falsi, conditi con intrusioni nelle vite degli altri da fare invidia alle peggiori dittature. Spiare, intercettare non per cercare la prova schiacciante di un reato ma per costruire il reato. Senza approdare a nulla, perché un rapporto sessuale negato dalle parti interessate non potrà mai essere dimostrato anche se avvenuto. Sulle dicerie, sulle vanterie telefoniche o sulle invidie delle amiche si possono scrivere pagine di gossip, non sentenze giudiziarie. Altrimenti mezzo Paese dovrebbe finire al gabbio.</p>
<p>La Boccassini è convinta, direi ossessionata, che ad Arcore si sia fatto del sesso. Non ci sono prove, semmai è stato dimostrato il contrario, ma vado oltre. Credo che anche la signora Ilda abbia fatto e magari faccia tutt&#8217;ora sesso a casa sua. Non ci interessa con chi, come e quanto. Non ci interessa se lei o i suoi partner nell&#8217;accoppiamento siano sinceri o interessati, quali siano i loro giochini erotici, se al risveglio la signora trovi o no un regalino inaspettato sul comodino, se il suo partner abbia o no commentato le sue performances con amici e colleghi, magari aggiungendo un tocco di fantasia. Ci interessa che se nessuno dei due lamenta abusi o forzature, le loro prodezze erotiche non entrino mai in un&#8217;aula di tribunale. A tutela della loro dignità e del nostro buongusto. Dalla guerra alla mafia alla caccia, senza esito, degli spermatozoi di Berlusconi: quella che si vanta di essere allieva di Falcone e Borsellino ha trascinato la giustizia al suo punto più basso e umiliante per tutti. Perché processare uno stile di vita non è l&#8217;anticamera del regime. È regime.</p>
<hr />
<p><strong>Marina Berlusconi: &#8220;Ruby? Toghe morbose, vergognose, voyeur&#8221;. Ira su De Benedetti, Grillo e Ingroia</strong><br />
di Claudio Brigliadori<br />
(da &#8220;Libero&#8221;, 16 maggio 2013)</p>
<p>&#8220;Il processo Ruby? Quello non è un  processo, è una farsa che non doveva neppure cominciare&#8221;. E&#8217; furiosa, Marina Berlusconi, e per la prima volta attacca senza badare alle cortesie di maniera i magistrati che indagano sul padre, Silvio Berlusconi. Intervistata dal settimanale Panorama in edicola domani, giovedì 16 maggio, la primogenita del Cavaliere va giù piatta contro le toghe di Milano: &#8220;Hanno lavorato per anni, hanno accumulato lo sproposito di 150 mila intercettazioni, hanno raccolto quintali di verbali, hanno vivisezionato in modo morboso e vergognoso la vita di mio padre e tutto per realizzare non un processo, ma una fiction agghiacciante ad uso e consumo di media molto compiacenti&#8221;. Di fronte a questo &#8220;esercizio di voyeurismo&#8221;, assicura Marina, &#8220;finirà tutto in una bolla di sapone, come sempre, ma   all&#8217;associazione della gogna interessa solo la condanna mediatica. E, quando il teorema dell&#8217;accusa crollerà, quale interdizione dovrebbe essere chiesta per coloro che hanno costruito questa montatura infernale?&#8221;. &#8220;L&#8217;obiettivo è chiaro &#8211; spiega ancora -: colpire una volta di più mio padre, come politico, come imprenditore, ma anche nella sua dignità di uomo&#8221;. Pochissima fiducia dice di avere nel Tribunale di Milano, e al riguardo cita le condanne precedenti, dal caso Unipol al processo Mediaset, fino al Lodo Mondadori: (&#8220;quell&#8217;esproprio da 564 milioni&#8221;). E &#8220;per chi avesse ancora dei dubbi sull&#8217;aria che tira, c&#8217;è anche la sentenza sul divorzio di mio padre. La cifra fissata mi pare dimostri come ogni senso della realtà e della misura sia stato ampiamente superato&#8221;.</p>
<p>&#8220;Destino dell&#8217;Italia nelle mani delle toghe&#8221; &#8211; &#8220;E&#8217; mostruoso il solo pensare che il destino del Paese passi per le mani di un gruppo di magistrati spalleggiati da qualche redazione e qualche arruffapopoli&#8221;, prosegue Marina Berlusconi. &#8220;Sbaglia chi pensa che oggi la questione riguardi solo le vicende giudiziarie di mio padre. No, quello della giustizia malata è un problema che tocca direttamente la vita quotidiana di ciascuno di noi. L&#8217;incertezza del diritto può distruggere un Paese&#8221;. La figlia del Cav punta il dito non contro tutta la magistratura, ma contro un gruppo ristretto e &#8220;politicizzato&#8221;: &#8220;L&#8217;indipendenza della magistratura è un principio costituzionale sacrosanto. Il problema è che è stato usato per cancellare altri principi, altrettanto fondamentali. Si è fatto scempio dei più elementari diritti della persona: il diritto al rispetto della propria dignità, ad una privacy, a non vedersi linciati sui media prima ancora non dico di una sentenza, ma di un processo&#8221;.</p>
<p>Grillo, Ingroia e De Benedetti nel mirino &#8211; L&#8217;attacco di Marina è a 360°. L&#8217;ingegnere Carlo De Benedetti, l&#8217;uomo che dalla sentenza del Lodo Mondori incasserà un bel gruzzolo, è il primo della lista: &#8220;Certo che vederlo dare lezioni di imprenditorialità&#8230; Proprio lui, con le macerie industriali che si è lasciato alle spalle&#8230; Altro che imprenditore: lui era e resta un inarrivabile prenditore, il numero uno di quel capitalismo cannibale che pensa solo ad arricchirsi senza dare nulla in cambio, anzi, costruisce le sue fortune sulle sfortune altrui&#8221;. Tra l&#8217;altro, scherza la Berlusconi, il patron di Repubblica fresco sostenitore di Matteo Renzi porta pure jella: &#8220;Visto com&#8217;è andata a finire per tutti quelli che finora hanno ricevuto l&#8217;investitura dell’Ingegnere, fossi in Renzi magari qualche scongiuro lo farei&#8221;. &#8220;Uno dei più gravi errori della sinistra -allarga il raggio dell&#8217;analisi -, che mi pare stia pagando a carissimo prezzo, è stato proprio quello di aver rinunciato a fare politica, ad affrontare l&#8217;avversario sul terreno della politica&#8221;. Il frutto è aver aperto la strada proprio a quegli &#8220;arruffapopolo&#8221; sopra citati. &#8220;Per Beppe Grillo e i suoi guardiani della rivoluzione parlerei di nullismo, con l&#8217;antiberlusconismo e con il loro essere antitutto tentano di mascherare il nulla assoluto di programmi e proposte. La politica avrà mille colpe, ma non può finire nelle mani di un gruppo  di dilettanti, o replicanti, allo sbaraglio&#8221;. E all&#8217;ex pm di Palermo Antonio Ingroia, altro celebre giustizialista anti-Cav, Marina riserva un&#8217;amara sorpresa: &#8220;Lo citeremo in giudizio, ha definito Finivest una società che ha riciclato capitali mafiosi. E lo fa ignorando, o addirittura manipolando, i risultati dei processi nati dalle sue stesse inchieste, i quali non hanno potuto che dimostrare l’assoluta inconsistenza di ipotesi simili. Negli ultimi vent&#8217;anni abbiamo pagato più di 9 miliardi di euro di tasse, ne abbiamo investiti 27, diamo lavoro a quasi 20 mila persone. E&#8217; troppo chiedere un pò di rispetto, che poi non è altro che il semplice rispetto della verità?&#8221;.</p>
<hr />
<p><strong>A Palazzo è sempre Carosello</strong><br />
di Sarina Biraghi<br />
(da &#8220;Il Tempo&#8221;, 16 maggio 2013)</p>
<p>L’economia non cresce più. Decresce. La politica non ragiona più. Litiga. L’Italia non va avanti. Arretra.<br />
Continua ad esserci una dissonanza tra la drammatica situazione economica del Paese, che peraltro si sta estendendo nel resto d’Europa se la «cugina» Francia è ufficialmente in recessione e la Germania cresce lentissimamente, e la scarsa volontà riformatrice della politica. Andiamo con ordine.</p>
<p>Il Pil, il prodotto interno lordo italiano, è calato per la settima volta consecutiva. La crisi economica continua a frenare il nostro Paese malgrado la politica di austerità imposta da un governo tecnico durato tredici mesi. Nel primo trimestre di quest’anno il Pil è calato dello 0,5% rispetto al trimestre precedente e del 2,3% nei confronti del primo trimestre del 2012 e, ricorda l’Istat, un’analoga situazione non si è mai registrata dall’inizio delle serie storiche, nel primo trimestre 1990. L’andamento negativo dell’economia italiana è la sintesi di una diminuzione del valore aggiunto nei comparti dell’industria e dei servizi e di un aumento nel settore dell’agricoltura. La variazione acquisita per il 2013 è pari a -1,5%.</p>
<p>Gli ottimisti dicono che guardando bene, la «curva» del Pil mostra una piccola inversione verso l’alto, cioè, nel quarto trimestre dello scorso anno la discesa era stata dello 0,9, da gennaio a marzo 2013 ha recuperato uno 0,4. Potere consolatorio dei decimali&#8230; che ieri si è sommato all’approvazione alla Camera (grillini esclusi, chissà poi perché&#8230;) del decreto sui pagamenti dei debiti delle Pubbliche Amministrazioni. Si tratta di quaranta miliardi di euro di disponibilità finanziarie che saranno trasferiti dalle casse del settore pubblico a quelle del settore privato (peraltro così finalmente lo Stato onora i suoi impegni verso le imprese) dopo aver preteso dall’Europa la flessibilità che meritava l’Italia che ha saputo risanare i propri conti e creare le condizioni per uscire dalla procedura per deficit eccessivo.</p>
<p>Un Paese strano che merita fiducia se, sempre ieri malgrado l’Istat, investitori istituzionali hanno destinato i loro soldi (6 miliardi ma le richieste erano per 13) a un Btp che scade tra 30 anni.<br />
Per i comuni mortali, invece, quelli che hanno messo tutti i loro risparmi nella prima, e unica, casa, domani in consiglio dei ministri passerà la sospensione della rata dell’Imu. Poca cosa? Neanche per sogno, se proprio l’imposta municipale insieme alla contrazione della concessione dei mutui hanno fatto crollare il mercato immobiliare e non solo.</p>
<p>E mentre gira questa giostra di numeri impressionanti e soldi mancanti, i nostri politici continuano a pensare alle intercettazioni, ai processi del Cavaliere, al corto circuito giustizia-politica. Ma si rendono conto che gli italiani sono stanchi dei caroselli?</p>
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		<title>LETTERATURA: CINEMA: I ratti di Bloodbuster</title>
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		<pubDate>Thu, 16 May 2013 04:47:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gordiano Lupi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>

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		<description><![CDATA[di Gordiano Lupi Che bella la collana I ratti di Bloodbuster! Tutto il cinema dalla B alla Zeta, è il motto della casa editrice, negozio e videoteca milanese noto a tutti gli appassionati di B-movies nazionali e internazionali. Bella perché è stampata su carta lucida di ottima qualità, ideale per le fotografie, ha un formato [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di Gordiano Lupi</p>
<p>Che bella la collana <i>I ratti</i> di Bloodbuster! <i>Tutto il cinema dalla B alla Zeta</i>, è il motto della casa editrice,<span id="more-32173"></span> negozio e videoteca milanese noto a tutti gli appassionati di <i>B-movies</i> nazionali e internazionali. Bella perché è stampata su carta lucida di ottima qualità, ideale per le fotografie, ha un formato tascabile, un prezzo accessibile (13 euro per 200 pagine) e si occupa di argomenti interessanti affrontati da autori competenti. Il primo volume che mi è capitato tra le mani è <b>Nudi e crudeli &#8211; I mondo movies italiani</b>, riedizione aggiornata del vecchio (ma sempre attuale) saggio Granata Press, scritto da Antonio Bruschini (un amico prematuramente scomparso) e Antonio Tentori. Certo, non è un libro che soddisferà i palati esigenti dei critici storici del <i>b-movies</i> italiano, perché sintetico e informativo, poco approfondito, alla portata di tutti, divulgativo. A mio parere certe caratteristiche rappresentano un pregio e fanno del volume una preziosa guida che nelle mani di un neofita può trasformarsi nella lanterna ideale per illuminare un percorso iniziatico. Non solo Jacopetti, Cavara e Morra, ma anche Civirani, Mattei, D’Amato e chi più ne ha più ne metta. Non manca un elenco dei film affrontati e un indice per individuare le singole pellicole collegandole alle pagine del testo. Il secondo volume che ho letto è ancora più prezioso: <b>Carceri… conventi… campi di concentramento… TUTTE DENTRO! &#8211; Il cinema della segregazione femminile</b>. Autori Stefano Di Marino (scrittore noir della collana Segretissimo e grande esperto di cose orientali) e Corrado Artale (che prende in esame il genere più esecrato del cinema, il <i>nazi-porno</i>). Non avevamo mai letto un libro così preciso e puntuale nel narrare generi di assoluta serie zeta come <i>women in prison</i>, <i>tonaca-movie</i> e <i>nazi-porno</i>. Pure in questo caso non si scava nei particolari, ci si limita  a segnalare, riassumere, sintetizzare, ma si solletica la curiosità del cinefilo e del semplice curioso, invitandolo a cercare i film per farsi un’idea su generi strampalati che un tempo hanno molti estimatori. Certo, pare passato un secolo dagli anni in cui attendevamo mezzanotte per vedere <i>Le evase</i> su Telelibera Firenze, interpretato da Lilli Carati, oppure facevamo carte false per andarci a sorbire la terza visione de <i>La novizia</i> con una seducente Gloria Guida nei panni di una giovane suora. Sarà perché abbiamo nostalgia della nostra adolescenza inquieta che abbiamo divorato questi due libretti, ricordando Jacopetti e i censori democristiani, ma anche le domeniche al cinema, tra <i>madeleines</i> proustiane che profumano di rimpianto. E ci piacerebbe tanto passare il testimone della nostalgia ai ragazzi del Duemila. Sarà mai possibile?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right"><b>Gordiano Lupi</b></p>
<p align="right"><b>www.infol.it/lupi</b></p>
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		<title>LETTERATURA: Ardengo Soffici: “Lemmonio Boreo ovvero l’allegro giustiziere&#8221;, 1912</title>
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		<pubDate>Wed, 15 May 2013 04:47:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>

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		<description><![CDATA[di Bartolomeo Di Monaco [Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.] (Lo scritto che leggerete conclude la mia attività di recensore di narrativa. Ho compiuto a gennaio 71 anni e ho deciso di dedicare quest&#8217;ultimo tempo ad una specie di isolamento spirituale che mi aiuti a riflettere sulla vita e su ciò che [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di Bartolomeo Di Monaco<br />
[Per le altre sue letture scorrere <a href="http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?page_id=574">qui</a>. Il suo blog <a href="http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?cat=20">qui</a>.]</p>
<p>(<em>Lo scritto che leggerete conclude la mia attività di recensore di narrativa. Ho compiuto a gennaio 71 anni e ho deciso di dedicare quest&#8217;ultimo tempo ad una specie di isolamento spirituale che mi aiuti a riflettere sulla vita e su ciò che mi circonda e mi ha circondato durante il corso di questi anni, così da poterli ancora di più amare ed apprezzare. Continuerò a curare, però, la <a href="http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?cat=17" target="_blank">rivista d&#8217;arte Parliamone</a>, la mia creatura, finché ne avrò le energie necessarie. Ringrazio tutti.</em> bdm)<span id="more-31738"></span></p>
<p>Animatore culturale, attento osservatore, forte polemista: la prima parte del Novecento, non solo italiano, ha in questo artista, pittore e scrittore, un autentico protagonista dei dibattiti intorno ai nuovi movimenti che si andavano affacciando in quegli anni. Clamorosa fu l’aggressione che subì a Firenze, alle “<i>Giubbe rosse”</i>, per aver scritto un articolo aspramente critico nei confronti dei Futuristi, da parte di Marinetti, Carrà e  Boccioni.</p>
<p>Collaboratore delle riviste più importanti del tempo, tra cui “<i>La voce”</i> di Prezzolini, egli portò in Italia le novità e l’aria nuova che si andavano respirando a Parigi. Fu amico di Apollinaire, Max Jacob, Picasso, Braque e tanti altri. Quando il cubismo faceva le prime mosse, Soffici fu uno dei primi a prendere le difese di Picasso e Braque e ad esaltare il loro lavoro. Numerosi sono i suoi saggi su movimenti ed artisti del suo tempo.</p>
<p>Si avvicinò alla narrativa con opere quali: “<i>Ignoto toscano</i>”, Firenze 1909; “<i>Lemmonio Boreo</i>”, Libreria de &#8220;La Voce&#8221;, Firenze 1912; “<i>Arlecchino</i>”, Firenze 1914; “<i>La giostra dei sensi</i>”, Firenze 1918; “<i>Taccuino di Arno Borghi</i>”, Firenze 1933; “<i>Autoritratto d&#8217;artista italiano nel quadro del suo tempo</i>” (in quattro volumi usciti con i seguenti titoli: “L&#8217;uva e la croce”, Firenze 1951, “Passi tra le rovine”, Firenze 1952, “Il salto vitale”, Firenze 1954, “Fine di un mondo”, Firenze 1955); “<i>D&#8217;ogni erba un fascio. Racconti e fantasie</i>”, Firenze 1958; “<i>Diari 1939-1945” (in collaborazione con G. Prezzoloni), Milano </i>1962.</p>
<p>Riguardo a “<i>Lemmonio Boreo”</i>, dopo avermene consigliato la lettura, Giorgio Bárberi Squarotti mi scrive, il 23 dicembre 2007: “<i>Quanto al Lemmonio Boreo, per una vera interpretazione è necessario mettere a confronto l’edizione del 1912 con quella del 1923 (quasi uguale a quella del 1943)</i>”</p>
<p>Messomi in cerca delle due edizioni suggerite, non sono riuscito a trovarle presso gli antiquari se non a costi troppo elevati per le mie tasche, cosicché ho dovuto ripiegare sull’edizione del maggio 1943, assai più accessibile. Mi scuso quindi con il lettore e con lo stesso amico Giorgio se la mia lettura mancherà degli indispensabili raffronti con le importanti edizioni surrichiamate.</p>
<p>Intanto, sin dalle prime pagine, ci viene subito in mente il fortunato romanzo che Aldo Palazzeschi scrisse nel 1934: “<i>Le sorelle Materassi”</i>. Non vi è dubbio, anche per i rapporti che esistevano tra i due, animatori dei dibattiti letterari del primo Novecento, che Palazzeschi conosceva il romanzo di Soffici, pubblicato nel 1912 e deve averlo tenuto a mente nel redigere il suo vent’anni dopo.</p>
<p>Le sore Borghi e il figlio d’una di loro, Ermanno, sono i protagonisti dell’opera di Soffici, come le sorelle Materassi e il nipote Remo lo sono di quella di Palazzeschi. Con la differenza che mentre Remo è un gaudente e dissipatore, Lemmonio è un trentenne inquieto in cerca della sua strada. Le somiglianze, tuttavia, si fermano qui.</p>
<p>Anche Oblomov, il personaggio di Gonciarov, può essere richiamato. Infatti, come egli ozia tutto il giorno, stando sdraiato nel suo letto, così Lemmonio, “<i>sdraiato nella sua poltrona”,</i> trascorre le sue giornate immerso nella lettura dei libri d’ogni genere, trovando in essi un segno nettissimo di decadenza dell’uomo e della società.</p>
<p>Ciò dà l’occasione a Soffici di lanciare le sue frecciatine contro il mondo della letteratura, così come si veniva esprimendo in quegli anni: “<i>Sembrava che tutta la logorrea del trovatorismo, del petrarchismo, dell’arcadismo, del barocchismo, e del romanticismo meneghino fosse ringorgata da tutta l’Europa su l’Italia, allagandola dall’Alpi alla Sicilia.”</i></p>
<p>Vi è dunque sintonia con la battaglie di rinnovamento in cui l’autore si trovava coinvolto attraverso la collaborazione a riviste combattive come, soprattutto, “<i>La Voce</i><i>” </i>(nata nel 1908)<i>,</i> e, più tardi,<i> “Lacerba”</i>, da lui fondata, insieme con l’amico Giovanni Papini, nel 1913, a causa di alcuni dissensi con la linea editoriale seguita per “<i>La Voce</i><i>” </i>da Prezzolini.</p>
<p>Anche il fiorentinismo, che la faceva da padrona, trova in Soffici un ardente propugnatore, non mancando questo romanzo, e i suoi scritti in generale, di nutrirsene: “<i>Per questa volta, messo mi sia, come disse quello; ma un giorno o l’altro gli fo il buccio. Gli è troppo che la bolle.”</i></p>
<p>Non v’è dubbio, d’altronde, che si respira nell’opera l’atmosfera di una specie di nuovo umanesimo che il personaggio Lemmonio va cercando, umanesimo che torna ad avere come nel Rinascimento il suo punto focale in Firenze e nella toscanità.</p>
<p>Lemmonio è anche un nuovo Prometeo che vagheggia e s’illude di liberare l’uomo (“<i>gli era cresciuto nel cuore un amore sviscerato per il suo popolo e per la sua terra”)</i> dalla nebbia delle falsità e delle ipocrisie che lo hanno imprigionato: “<i>Governanti, uomini politici, impiegati, giornalisti, preti, signori, soldati, artisti, scrittori, mercanti, facevano a chi ne commetteva delle più belle.”; “Tutto si presentava, agli occhi di Lemmonio, avvolto di fariseismo e di meschineria.”</i></p>
<p>Smette di leggere libri e riviste e decide di partire, ma i primi incontri in cui cerca di riparare alle ingiustizie lo fanno apparire come un novello Don Chisciotte, sconfitto e deriso. In lui vi sono tuttavia i segni di un impeto e di una determinazione ben lontani dal candore seducente che anima l’eroe cervantesco, e mai una qualche illusione ingannevole attenua in lui la consapevolezza delle difficoltà dell’impresa. In ciò resta più Prometeo che Don Chisciotte. In ogni caso, come Don Chisciotte s’accompagnò al saggio Sancho Panza, così Lemmonio scelse per compagno “<i>il bastone</i>” che gli serviva, ossia un certo Zaccagna, un giovane vigoroso e collerico in grado di menar botte ad un ordine di lui, “<i>per raddrizzare, come si dice, le gambe ai cani.”</i> Lemmonio, quando lo prende al suo servizio, gli dice: “<i>Non basta avere un’idea esatta della giustizia, capisci? Per farla valere ci vuol la forza.”</i></p>
<p>Il fascino del racconto sta molto nell’ambiente rurale in cui si svolge, tra strade impolverate, osterie frequentate da contadini affaticati dal lavoro e dagli stenti; la natura gonfia di una salute primitiva, sotto un cielo ancora capace di riflettere le stagioni.</p>
<p>Anche il Pickwick di Dickens vi si respira, in quella prudente giocosità che suscita il contatto con le situazioni ad opera di due personaggi che restano alfine un po’ astratti e strampalati come i due eroi cervanteschi e dickensiani. L’autore ad un certo punto fa menzione d’un personaggio boccaccesco, sciocco e credulone, Calandrino, protagonista della terza novella dell’ottava giornata nel “<i>Decamerone”</i>, al quale Lemmonio teme di rassomigliare. Della novella toscana, in vero, spesso si condisce questo romanzo che, partito con lo scopo di moralizzare i popoli sconfiggendo il male (una “<i>specie di assurdo apostolato”)</i>, si arricchisce via via dei sapori dell’ilarità e dell’arguzia popolari. Si veda, come esempio tra i molti, la storia dell’avaro Morrucci. E tra i personaggi, quel Memmo, che è una sorgente inesauribile di racconti e pettegolezzi.</p>
<p>Alla compagnia si aggiunge ad un certo punto Spillo, un furbo matricolato, che Zaccagna suggerisce a Lemmonio di arruolare per condire di un po’ di astuzia il loro lavoro e non finire sempre per essere scornati dalla gente.</p>
<p>Se, alla fine, si dovesse scegliere tra i richiami letterari più vicini a questo romanzo, senz’altro esso va sempre di più completandosi degli echi dickensiani, per saporosità e leggerezza di scrittura. Lemmonio, se non nell’aspetto, nello spirito almeno, rassomiglia sempre di più al celebre Pickwick.</p>
<p>Che Dickens sia oltremodo presente lo dimostra anche la storia che Spillo racconta sul conto dell’avvocato Ghiozzi, imbroglione e uso ad allungare le cause per taglieggiare i propri clienti e ridurli al lastrico. Ricordate “<i>Casa desolata</i>”?</p>
<p>Ghiozzi è un socialista e Soffici lo tratteggia impietosamente, come fa coi suoi seguaci, tutti dipinti come autentici ceffi e manigoldi. Lemmonio non si perde una parola del comizio, per il quale ha organizzato certi disordini, e infatti qualcosa trascende ed ecco che scoppiano dei petardi causando un fuggi fuggi generale, lasciando il Ghiozzi senza il suo pubblico.</p>
<p>È il momento in cui la brigata dei tre consegue successi uno dopo l’altro, suscitando quadretti di gustosa comicità, in certi casi ricordando perfino il nostro Manzoni, il suo don Abbondio e la Perpetua, con un pizzicore in più. La scena della folla di viaggiatori che per protesta ribalta, su istigazione di Lemmonio, lo scalcagnato tranvai che ogni giorno li lasciava a piedi, dà la misura di una scrittura fresca ancora oggi, intrisa di quella sana popolarità con la quale si riesce ad affrontare senza troppa ambascia le ostilità della vita: “<i>Un urlo generale mescolato a risa e battimani accompagnò il fragore della vettura, che rotolando giù per la scarpata andò a rovesciarsi col tetto in una siepe e le ruote per aria.”</i></p>
<p>Ecco ora un altro esempio di toscanismo presente nella scrittura di Soffici e che la rende godibile e vigorosa ad un tempo. Si sta combuttando per svelare ciò che Spillo (il furbacchione, il “<i>manfano”</i>) ha scoperto, ossia la tresca di una “<i>vezzosa donzella”</i> che vuol attirare nella trappola della sua finta onestà un ricco babbeo: “<i>Ma allora – saltò su qui Zaccagna che da un pezzo ascoltava senza batter ciglio – O che rob’ella? La figliola che in un posto fa la mammamia e in un altro si fa mantrugiare e mette un povero cristo nel bertaello; i genitori e i parenti che tengono il lume e l’aiutano ad imbrogliar la gente. Per la madonna, qui mi par che sia tutt’un troiaio, altro che storie! E questo manfano che aspetta a ora a dirci come stanno le cose!&#8230;”</i></p>
<p>Il romanzo continua a riserbarci sorprese, e finalmente, nella storia di questa tresca, noi sentiamo tutti i profumi de “<i>La mandragola”</i> del Machiavelli, così che possiamo convenire che Soffici ha condito la sua opera delle migliori tradizioni della letteratura, non solo italiana, facendoci percorrere, in un rinvigorimento e aggiornamento ai nostri tempi, tutti gli snodi inventivi che l’hanno caratterizzata e resa grande.</p>
<p>Non poteva fare omaggio migliore alla sua toscanità, e alla sua Toscana, allorché, attraverso il pensiero di Lemmonio, dedica questi accenti alla sua terra: “<i>Dolce e grande terra! – pensava – beato colui che sa strapparti il tuo segreto, godere della tua magnificenza per più vigorosamente amarti e servirti. Il tuo suolo ferace e adorno, come è prodigo di mèssi, di frutti e di fiori, così è il più propizio ispiratore delle forme della bellezza; l’aria sottile che ti avviluppa stimola il pensiero e l’immaginativa di chi è nato a vivere e operare umanamente nel tuo grembo; tu sei ricca di salute e di forza come sempre fosti, come sempre sarai, perché nessuna virilità, nessuna giovinezza, nessuna infanzia è meglio di questa tua, creata per una fiera esistenza nel mondo; per la lotta vitale dell’ingegno, del lavoro, o delle armi.”</i></p>
<p>Lo scherzo che Lemmonio ed i suoi compagni combinano a danno dei quattro stranieri che vogliono salire al castello della Pietraia, si colloca a corredo di questo esuberante amore per la propria terra. Ad essi che gli domandano se parli l’inglese o il francese, Lemmonio risponde: “<i>Fuori di qui sì, ma a casa mia parlo italiano.”</i></p>
<p>Tutto ciò, tuttavia, è destinato ad un fiammata che subito si attenua. L’entusiasmo, infatti, di Lemmonio viene reso dubbioso da uno scrittore, un tempo famoso, che l’esperienza della vita ha indotto a rassegnarsi e a non opporsi al corso naturale degli eventi. Insomma, qualunque buona intenzione di migliorare le cose del mondo, e di sconfiggere l’ingiustizia, gli rivela, è vana; solo gli ingenui possono pensare di riuscirci. Ma dalle parole di un tale artista deluso, Lemmonio trae, infine, il convincimento che la vita e l’arte possono avere un significato solo se sono conquistate a prezzo di sacrificio e di sofferenza. E qui, l’esperienza parigina di Soffici, così legato agli artisti della rive gauche, ha senza dubbio il suo peso e il suo riflesso.</p>
<p>La soluzione che troveranno per scuotere l’ex scrittore famoso, rimasto deluso della vita, sarà tale che lo costringerà a ricominciare tutto da capo.</p>
<p>Quando i tre moralizzatori decideranno di continuare la loro opera in città, e precisamente entrando in Firenze, sanno già che un lavoro più impegnativo li attende, che darà loro, insieme allo stimolo per le difficoltà da superare, quella pace interiore e quella gran soddisfazione che sempre premiano una vita spesa per il bene del prossimo.</p>
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		<title>MILANO: 16 maggio: Galleria Bocca: Le radici storiche della Rosacroce d’Oro ed il suo influsso in Europa fra il XVII e il XIX secolo</title>
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		<pubDate>Tue, 14 May 2013 16:08:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I giovedì sera da Bocca in Galleria la cultura illumina la notte&#8230; 16 maggio 2013 ore 21.00 Le radici storiche della Rosacroce d’Oro ed il suo influsso in Europa fra il XVII e il XIX secolo, a cura di Emanuele Maffia Lectorium Rosicrucianum &#8211; Scuola Internazionale della Rosacroce d’Oro. La Cultura Illumina la Notte dal [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>I giovedì sera da Bocca in Galleria<br />
la cultura illumina la notte&#8230;<br />
16 maggio 2013 ore 21.00<span id="more-32337"></span></p>
<p>Le radici storiche della Rosacroce d’Oro ed il suo influsso in Europa fra il XVII<br />
e il XIX secolo, a cura di Emanuele Maffia<br />
Lectorium Rosicrucianum &#8211; Scuola Internazionale della Rosacroce d’Oro.<br />
<a href="http://www.bartolomeodimonaco.it/online/wp-content/uploads/2013/05/La-Cultura-Illumina-la-Notte-dal-04-aprile-al-27-giugno.pdf">La Cultura Illumina la Notte dal 04 aprile al 27 giugno:</a> il programma in dettaglio</p>
<p>Libreria Bocca<br />
Galleria Vittorio Emanuele II, 12<br />
20121 Milano<br />
info: 02.86462321 02.860806</p>
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		<title>Il passo che spetta al Cavaliere</title>
		<link>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/il-passo-che-spetta-al-cavaliere/</link>
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		<pubDate>Tue, 14 May 2013 16:00:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[BLOG]]></category>

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		<description><![CDATA[di Fabio Martini (da &#8220;La Stampa&#8221;, 14 maggio 2013) Un flagrante squilibrio sta minando i primi passi del governo Letta: mentre nel Pd sono usciti di campo, volenti e nolenti, tutti i leader del ventennio &#8211; da Prodi a D’Alema, da Veltroni a Bersani &#8211; sul fronte di centrodestra il capo resta sempre lo stesso: [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di Fabio Martini<br />
(da &#8220;La Stampa&#8221;, 14 maggio 2013)</p>
<p>Un flagrante squilibrio sta minando i primi passi del governo Letta:<span id="more-32315"></span> mentre nel Pd sono usciti di campo, volenti e nolenti, tutti i leader del ventennio &#8211; da Prodi a D’Alema, da Veltroni a Bersani &#8211; sul fronte di centrodestra il capo resta sempre lo stesso: il settantaseienne Silvio Berlusconi. Uomo vitalissimo, ma costretto ad inseguire vicende giudiziarie che toglierebbero serenità anche ad un titano.<br />
Lo squilibrio politico, emotivo e generazionale che si sta determinando tra i due principali partiti della maggioranza in pochi giorni ha già messo il governo a rischio di caduta immediata.</p>
<p>La sequenza delle ultime ore è esplicita: all’ora di pranzo, dall’Abbazia di Spineto, presidente e vicepresidente del Consiglio, uno a fianco dell’altro, hanno lanciato messaggi distensivi, ma tre ore più tardi la richiesta di condanna pronunciata dal Pm di Milano Ilda Boccassini per il processo Ruby ha inevitabilmente rimesso in ansia il leader del Pdl.</p>
<p>Per un governo, anche per il più robusto dei governi di coalizione, è complicato assumere decisioni dirimenti e costruire una narrazione efficace, se uno dei pilastri della maggioranza può traballare in qualsiasi momento.<br />
In un Paese ferito e angosciato, la tessitura di leggi efficaci è assai più difficile che in tempi di «pace» e l’impresa può diventare impossibile se qualcuno disfa l’ordito per pulsioni improvvise e incoerenti con l’aspirazione a migliorare un provvedimento.</p>
<p>Ovviamente Silvio Berlusconi ha tutto il diritto di difendersi, gridando le sue ragioni e rivendicando la sua innocenza. Dal suo primo avviso di garanzia, nel 1994, Berlusconi ha sempre denunciato un complotto giudiziario ai suoi danni, facendo leva più sul vittimismo che sulla asserita debolezza delle istruttorie. In perfetta coerenza con questo approccio, il Cavaliere ha affidato la sua difesa a legali-legislatori che si identificavano anche politicamente con lui, figure comprensibilmente sgradite ai magistrati. Non è del tutto casuale che soltanto da poche settimane Berlusconi abbia scelto per la sua difesa l’avvocato Franco Coppi, che non è soltanto il più autorevole penalista italiano. E’ anche una personalità priva di connotazioni politiche. Adatto come nessun altro, a denunciare – se ci sono – le opacità dei processi ai danni di Berlusconi.</p>
<p>Naturalmente il governo guidato da Enrico Letta e da Angelino Alfano deve scontare anche le profonde inquietudini politiche del Pd. Un partito che in queste settimane ha subito il dissenso di tanti suoi elettori, di tanti suoi dirigenti e l’analisi dissacrante degli osservatori indipendenti. Ma il Pd, dopo lo sbandamento post-elettorale, ha saputo imporsi un percorso trasparente e democratico: Pier Luigi Bersani si è assunto le sue responsabilità, il partito ha un nuovo segretario e fra poche settimane si avvierà un dibattito destinato a coinvolgere milioni di italiani. Un travaglio che certo non aiuterà il tragitto del governo. Ma due giorni fa, quando il presidente del Consiglio Enrico Letta e il suo vice, Angelino Alfano, si sono ritrovati a discutere su un pulmino che li portava all’Abbazia di Spineto sull’inopportunità per i ministri di partecipare a manifestazioni elettorali di partito, i due hanno trovato un’intesa di massima. Ma mentre Letta si è consultato con se stesso e ha deciso da solo, Angelino Alfano ha ritenuto di dover informare Berlusconi. Da anni il Cavaliere ha dimostrato più volte generosità, umana e materiale, verso i suoi collaboratori: ora è chiamato a dimostrarla non soltanto nei confronti di Angelino Alfano, l’uomo che lui stesso ha voluto a Palazzo Chigi, ma del governo che ha contribuito a far nascere. Un escamotage che Berlusconi non può permettersi sarebbe quello di logorare il governo, facendosene scudo.</p>
<hr />
<p><strong>Quello stereotipo indegno dell&#8217;&#8221;orientale&#8221;</strong><br />
di Fiamma Nirenstein<br />
da (il &#8220;Giornale&#8221;, 14 maggio 2013)</p>
<p>Stride come le unghie sul vetro che nel nostro tempo, nell&#8217;ambito di una cultura e di una società che ha fatto del multiculturalismo e della parità fra le etnie e le religioni uno dei suoi credo principali, un pubblico ministero importante come Ilda Boccassini abbia sentito di dover rafforzare i suoi argomenti utilizzando in aula, durante il sacro momento della requisitoria, la vieta immagine dell&#8217;orientale furbo, peggio, lo stereotipo della donna orientale astuta che usa l&#8217;avvenenza a suo vantaggio spogliandosi di ogni inibizione.<br />
La protesta di Ruby davanti al tribunale di Milano</p>
<p>Una pindarica escursione nella letteratura, un volo in scenari dannunziani&#8230; e anche un pochino di ignoranza, dato che il Marocco non è proprio Oriente, ma solo nel Nord Africa. In più, c&#8217;è un certo cinismo quando la Boccassini ironizza sul fatto che la Ruby facesse uso della storia «della povera musulmana scappata da un padre padrone»: senza nessun riferimento alla vita personale di Ruby, che non conosco, in generale questi temi sono invece serissimi, c&#8217;è poco da ironizzare, la sofferenza delle donne islamiche per l&#8217;oppressione familiare che le perseguita fino all&#8217;omicidio, è nota in tutto il mondo.</p>
<p>Gli stereotipi, proprio per la loro comunicatività, per la loro facile digeribilità, non devono mai essere usati, tanto meno in un&#8217;aula di tribunale. La giustizia si ammalerebbe di una malattia mortale se gli stereotipi facessero parte del ragionamento giudiziario: quel tipo è cinese, quindi sottile e crudele; quell&#8217;altro serbo, oppure croato, quindi forte e feroce; quell&#8217;imputato è indiano, quindi, scaltro e imbroglione, l&#8217;altro ebreo&#8230; e lì, poi, le fantasie sono note. Ci mancherebbe altro che alla Boccassini si appiccicasse un mandolino e una pizza al pomodoro perché è napoletana. Stiamo lontano da tutto ciò, non è degno dell&#8217;Italia. Che adesso certamente mostrerà la sua equanimità, ora che i pregiudizi si presentano a sinistra come a destra. Mi aspetto una valanga di comunicati da intellettuali e politici di ogni parte politica. O no?</p>
<hr />
<p><strong>E Berlusconi sbotta: è l&#8217;attacco finale, vogliono eliminarmi</strong><br />
di Adalberto Signore<br />
(da &#8220;il Giornale&#8221;, 14 maggio 2013)</p>
<p>«L&#8217;obiettivo è farmi fuori, fisicamente e politicamente». No, non l&#8217;ha presa affatto bene il Cavaliere la lunga requisitoria di Ilda Boccassini. Per la «violenza inaudita che mi ha riservato», racconta in privato piuttosto amareggiato.</p>
<p>Ma anche per la richiesta «spropositata» a sei anni di reclusione e soprattutto perché ancora una volta  come nel processo per i diritti tv Mediaset  la procura di Milano punta tutto sull&#8217;interdizione «perpetua» di Silvio Berlusconi dai pubblici uffici.</p>
<p>Ed è questo, ormai, il cuore del problema, il primo passo di un percorso che dovrebbe concludersi già il prossimo anno con un voto della Giunta delle elezioni del Senato che faccia decadere il leader del Pdl dal rango di parlamentare. È questo secondo Berlusconi lo schema che sta seguendo la Boccassini, decisa  confida l&#8217;ex premier nelle sue conversazioni private &#8211; a giocare la sua partita «di sponda» con Grillo e il Pd. Già, perché se si arrivasse all&#8217;interdizione dai pubblici uffici a quel punto la questione non potrebbe non essere presa in esame dalla Giunta del Senato che si troverebbe chiamata a votare sull&#8217;eventuale decadenza di Berlusconi da parlamentare. La posizione del M5S in proposito è nota, tanto che ancora in questi giorni Grillo continua a battere sulla presunta ineleggibilità dell&#8217;ex premier. Ed è chiaro che a quel punto il Pd non potrebbe che votare nello stesso modo. Il rischio che nel 2014 il Cavaliere possa ritrovarsi fuori dal Parlamento, insomma, sarebbe altissimo, con tutte le inevitabili conseguenze per la tenuta del governo.</p>
<p>Eppure al momento Berlusconi continua a rassicurare tutti sul fatto che l&#8217;esecutivo non è in discussione e che i due piani  processuale da una parte e politico dall&#8217;altra  resteranno distinti. Eppoi, confidava qualche giorno fa ai suoi collaboratori, «se pensano di farmi fuori con l&#8217;interdizione s&#8217;illudono visto che Grillo ha dimostrato come si può far politica anche fuori dal Palazzo». Come a dire che si sbaglia di grosso chi pensa che senza il biglietto da visita con scritto su «Onorevole» il Cavaliere si possa fare da parte.</p>
<p>Detto questo, la linea resta quella della manifestazione di Brescia: «Nessun fallo di reazione sul governo». Anche se l&#8217;alzata di scudi che parte da via dell&#8217;Umiltà è violentissima, «proporzionata  fanno presente in quel di Arcore  alla violenza della Boccassini». Prima, però, tocca alla riunione dei gruppi parlamentari congiunti del Pdl a Roma, con una lunga serie d&#8217;interventi proprio durante la requisitoria Ruby. Si parla di riforma della Giustizia, mentre i capigruppo Renato Brunetta e Renato Schifani spiegano che prima di modificare la legge elettorale bisogna riformare il bicameralismo perfetto. Il sottosegretario Michaela Biancofiore, invece, si lamenta di non essere stata difesa, mentre Daniele Capezzone auspica una «cabina di regia per la comunicazione».</p>
<p>Poi parte la batteria di dichiarazioni contro la Boccassini. Ci sono tutti, nessuno escluso. Da Schifani, che punta il dito contro «il livore persecutorio dei pm», a Cicchitto, convinto si voglia «spazzare via Berlusconi». «La richiesta d&#8217;interdizione perpetua è abnorme», attacca la portavoce del Pdl Mara Carfagna. Dura anche Mariastella Gelmini. «Un processo costruito come un castello di accuse che resistono a tutte le smentite e a tutti i costi. Mi chiedo  dice la vicecapogruppo del Pdl alla Camera  se la richiesta d&#8217;interdizione non rappresenti l&#8217;auspicio di neutralizzare il Berlusconi politico». «Ben conscia della scriminante del diritto di toga garantitole dal codice durante la requisitoria  gli fa eco l&#8217;europarlamentare Licia Ronzulli &#8211; oggi il pm non ha lesinato valutazioni politiche, pregiudizi, illazioni, faziosità, accuse senza riscontri oggettivi. Unico scopo quello di annientare, neutralizzare, eliminare politicamente Berlusconi». Netta anche Daniela Santanché che parla di «requisitoria di sole accuse e zero prove». «L&#8217;interdizione perpetua dai pubblici uffici per un fatto inesistente  aggiunge  è come chiedere l&#8217;ergastolo, una cosa inaccettabile». Anche se, è la convinzione di Laura Ravetto, «se l&#8217;intento dei magistrati è quello di destabilizzare il governo non ci riusciranno».</p>
<p>Il diretto interessato, invece, si affida a una breve nota. «Che devo dire? Teoremi, illazioni, forzature, falsità  attacca Berlusconi &#8211; ispirate dal pregiudizio e dall&#8217;odio, al di là dell&#8217;immaginabile e del ridicolo. Ma tutto è consentito sotto lo scudo di una toga. Povera Italia!».</p>
<hr />
<p><strong>La Boccassini fa la gaffe al processo: &#8220;Ruby intelligente perché levantina&#8221; Ma il Marocco è ad ovest&#8230;</strong><br />
di (I.S.)<br />
(da &#8220;Libero&#8221;, 14 maggio 2013)</p>
<p>Regalate un atlante geografico ad <strong>Ilda Boccassini</strong>. Il pm è talmente impegnato nella sua requisitoria finale, per chiedere alla Corte la condanna del Cav con le improbabili accuse sul caso Ruby, che deve aver scordato quando a scuola studiava i punti cardinali, nord, sud, ovest, est. Così durante il suo intervento in aula per il processo Ruby, la Boccassini inciampa su una gaffe e afferma: &#8220; E&#8217; una giovane di furbizia orientale che come molti dei giovani delle ultime generazioni ha come obbiettivo entrare nel mondo dello spettacolo e fare soldi, il guadagno facile, il sogno italiano di una parte della gioventù che non ha come obiettivo il lavoro, la fatica, lo studio ma accedere a meccanismi che consentano di andare nel mondo dello spettacolo, nel cinema&#8221;. Questo obiettivo &#8211; ha proseguito la Boccassini &#8211;  ha accomunato la minore &#8220;con le ragazze che sono qui sfilate e che frequentavano la residenza di Berlusconi: extracomunitarie, prostitute, ragazze di buona famiglia anche con lauree, persone che hanno un ruolo nelle istituzioni e che pure avevano un ruolo nelle serate di Arcore come la europarlamentare Ronzulli e la europarlamentare Rossi&#8221;. &#8220;In queste serate &#8211; afferma il pm &#8211; si colloca anche il sogno di Kharima. Tutte, a qualsiasi prezzo, dovevano avvicinare il presidente del Consiglio con la speranza o la certezza di ottenere favori, denaro, introduzione nel mondo dello spettacolo&#8221;.</p>
<p><strong>Ruby è marocchina &#8211; </strong> Qualcuno spieghi alla Boccassini che Ruby è marocchina. Il <strong>Marocco</strong> geograficamente è in Nord Africa e sotto la Spagna. I due paesi sono separati dallo stretto di Gibilterra. Evidentemente a furia di stare sulle carte che tentano disperatamente di inchiodare Silvio, il pm ha abbandonato l&#8217;atlante. In più dietro quella &#8220;furbizia orientale&#8221;, c&#8217;è quasi un giudizio etnico, che ha tanto il sapore di un giudizio sulla &#8220;razza&#8221; di Ruby. Secondo quali teorie lombrosiane, i marocchini sono più furbi degli europei non è dato saperlo. La Boccassini ne è certa. Gengis Khan e i giapponesi che attaccarono Pearl Harbour forse lo erano. Ma non erano nè marocchini nè egiziani. Eppure la Boccassini, nella foga di mettere in cella Silvio, dimentica i punti cardinali e fa diventare il Marocco un Paese dell&#8217;est. Dettagli.</p>
<p><strong>La polemica &#8211; </strong>La gaffe non è andata giù a Souad Sbai, ex deputata e presidente dell&#8217;Associazione delle Donne Marocchine in Italia (Acmid): &#8220;Furbizia orientale? Un termine che non è nella maniera più assoluta accettabile&#8221;. &#8220;In tutti questi processi, la cui legittimità rispetto, non ho mai messo bocca &#8211; ha continuato Sbai &#8211; ma ascoltando una semplificazione così grossolana e così lontana dalla nostra cultura non potevo stare zitta&#8221;. &#8220;Parole come queste, che spero essere frutto di una leggerezza, rischiano di inasprire nell&#8217;opinione pubblica un clima già difficile&#8221;. &#8220;L&#8217;accostamento fra un&#8217;ipotesi di prostituzione e una specifica etnia o cultura &#8211; incalza e conclude &#8211; è gravissimo: non tutte le donne orientali o arabe tengono atteggiamenti come quelli di cui si sta dibattendo nel processo. A maggior ragione se minorenni, le cui sensibilità sono assai delicate. Mi aspetto un chiarimento pubblico su queste frasi o necessiterà un chiarimento nelle sedi più opportune&#8221;.</p>
<p><strong>Smarrita<em> -</em> La Boccassini, per non farsi mancare proprio nulla, è anche tornata a parlare della manifestazione cui presero parte lo scorso 15 marzo alcuni rappresentanti del Popolo delle libertà. &#8220;Quel giorno, quando vidi quell&#8217;assembramento di rappresentanti delle istituzioni che chiedevano l&#8217;apertura di un&#8217;aula, io mi sono sentita smarrita. La pm ha definito una &#8220;ingiustificata invasione del palazzo di giustizia&#8221; quel presidio di deputati azzurri. Parole che il legale del Cavaliere Niccolò Ghedini ha definito &#8220;sorprendenti&#8221;, spiegando come a parer suo il tribunale debba essere &#8220;un luogo aperto ai cittadini e non un fortino&#8221;.</strong></p>
<p><strong>Verbo traditore &#8211; Nella concitazione della requisitoria, dopo ben sei ore a parlare in aula, la Boccassini ha commesso la sua gaffe più grave. Gaffe sì, ma sintomo di quello che è stato definito un &#8220;preciso intendimento&#8221; della procura milanese: nel chiedere la condanna (ad anni sei di reclusione con interdizione perpetua dai pubblici uffici), Ilda ha infatti detto &#8220;lo condanna ad anni sei&#8221;, prima di correggersi precipitosamente con un &#8220;chiede la condanna ad anni sei&#8221;.</strong></p>
<hr />
<p><strong>L’inammissibile giudizio etnico</strong><br />
di Sarina Biraghi<br />
(da &#8220;Il Tempo&#8221;, 14 maggio 2013)</p>
<p>Razzismo e ignoranza. Un’accoppiata insopportabile, sempre, figuriamoci in un procuratore della Repubblica Italiana, un magistrato che chiede sentenze in nome del popolo italiano. Una donna. Ilda Boccassini, durante la sua requisitoria nell’aula del tribunale di Milano, ha tracciato il profilo di Ruby come quello di una ricattatrice che riesce a sfruttare l’avvenenza fisica da un lato e il fatto di essere musulmana dall’altro perché «furba di quella furbizia orientale propria della sua origine».</p>
<p>E così nel processo contro il Cav per aver creato ad Arcore un «sistema prostitutivo per soddisfare i suoi piaceri», anche la giovane marocchina diventa una vittima. Di se stessa, delle sue scelte e delle sue origini. Senza fare le maestrine con la penna rossa che hanno studiato la geografia, Ruby viene dal Maghreb «il luogo del tramonto» perché situato nella parte più occidentale dei paesi nordafricani. Spaventa molto di più il giudizio etnico pronunciato non al mercato o nel salotto di casa, ma in un tribunale. Proviamo a invertire le parti: cosa sarebbe successo? È caduta di stile, regressione culturale e razzismo soltanto quando parlano i leghisti?</p>
<p>Nessuna levata di scudi da parte della sinistra snob sempre pronta a condannare i rigurgiti xenofobi come accaduto in difesa della neo ministra Kyenge o della presidente Boldrini. L’unica a parlare è stata Souad Sbai, ex deputata presidente dell’Associazione delle donne marocchine in Italia: è un termine che non è in modo più assoluto accettabile, una semplificazione grossolana e lontana dalla nostra cultura».</p>
<p>Calamandrei scrisse: «Una cosa è la pubblicità del processo, altra la spettacolarità». Ecco, il corto circuito tra show mediatico e gogna pubblica ha provocato quello che non è stato assolutamente un «lapsus» della Boccassini. Se la condotta di Berlusconi oltre che ingenua è inaccattabile, le parole di Ilda la rossa sono inammissibili. E dispiacciono ancor di più perché arrivano da una donna nei confronti di un’altra donna (della quale peraltro non si ha prova che fosse una prostituta e se mai ce ne fossero andrebbero perseguiti anche gli altri uomini che l’hanno sfruttata&#8230;).</p>
<p>Del resto se anche in un monologo contro il femminicidio Paola C. si mette contro Paola F. non c’è speranza, sarà sempre così. Donne contro donne.</p>
<hr />
<p><strong>Il Cavaliere leader anche con le condanne</strong><br />
di Arturo Diaconale<br />
(da &#8220;L&#8217;Opinione&#8221;, 14 maggio 2013)</p>
<p>Nella Prima Repubblica il cursus honorum di un politico degno di questo nome prevedeva l&#8217;elezione e la lunga presenza in Parlamento per chi aspirava ad un ruolo di rilievo nella vita pubblica. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare un De Gasperi, un Togliatti, un Nenni, un Fanfani, un Berlinguer, un Andreotti,un Moro, un Craxi svolgere una qualche funzione politica senza essere stati eletti alla Camera o al Senato. La regola è valsa anche nella Seconda Repubblica. Quando tutti i personaggi di spicco dell&#8217;epoca del bipolarismo muscolare hanno continuato a pensare che senza la presenza in Parlamento il loro ruolo politico sarebbe stato ridimensionato o, addirittura, azzerato.</p>
<p>La novità di quella che non è la Terza Repubblica ma solo la coda della Seconda e della Prima, è che questa regola è stata di fatto abrogata. Massimo D&#8217;Alema si è autorottamato, non si è presentato alle elezioni, non è presente in Parlamento, ma continua ugualmente a svolgere una importante funzione politica all&#8217;interno del Partito Democratico. Lo stesso vale per Walter Veltroni, che non ha bisogno del laticlavio parlamentare per far valere il proprio peso politico all&#8217;interno del Pd. Per non parlare di Beppe Grillo che è e rimane il leader incontrastato del Movimento Cinque Stelle pur essendo interdetto ai pubblici uffici per una vecchia condanna passata in giudicato. Alla luce di questa innovazione va considerata l&#8217;affermazione pronunciata sabato scorso a Brescia da Silvio Berlusconi secondo cui i magistrati che lo tengono in odio possono emettere tutte le condanne a suo danno che vogliono. Ma non potranno mai impedire agli elettori del Pdl di sceglierlo come il proprio leader incontrastato. Pochi hanno fatto caso al significato politico di questa affermazione. Molti l&#8217;hanno giudicata una semplice frase ad effetto pronunciata per ingraziarsi la piazza dei sostenitori bresciani e per replicare polemicamente ai contestatori dei centri sociali.</p>
<p>Ma il significato politico reale della frase di Berlusconi è che i magistrati di Milano lo potranno anche condannare per la vicenda Ruby, quelli di Napoli potranno anche fare altrettanto con il caso Lavitola e quelli di qualsiasi altro tribunale potranno fare altrettanto in qualche ulteriore processo in atto o di là da venire. Ma non ci sarà sentenza, anche quella che dovesse passare in giudicato, che potrà impedire agli elettori del centro destra di considerare il Cavaliere vittima di una giustizia ingiusta e politicizzata e pretendere che, proprio per questa ragione, continui a rimanere il leader indiscusso del fronte dei moderati. E se in seguito a qualcuna di queste sentenze di condanna i guastatori del Pd decidessero di rilanciare la proposta dell&#8217;ineleggibilità di Berlusconi, della sua espulsione dal Parlamento e, ultima ed estrema ipotesi, il via libera ad un suo eventuale arresto deciso da qualche magistrato in cerca di visibilità? La risposta è sempre la stessa. Nessuno potrebbe mai impedire agli elettori del centro destra di continuare ad attribuire al Cavaliere il ruolo di leader dei moderati e nessuno potrebbe impedire a Berlusconi di svolgere dall&#8217;esterno del Parlamento, da casa sua o da qualche carcere, la funzione di capo della maggioranza relativa degli italiani.</p>
<p>I sondaggi parlano chiaro. Le vicende giudiziarie del fondatore del Pdl non influiscono minimamente sul consenso nei suoi confronti. Anzi, come sempre è accaduto nel corso degli ultimi venti anni, più l&#8217;accanimento giudiziario è aumentato d&#8217;intensità, più i consensi sono aumentati. A dimostrazione che insistere sul tentativo della liquidazione per via giudiziaria dell&#8217;avversario principale della sinistra non serve affatto allo scopo ed alimenta la sfiducia della maggioranza del paese nei confronti della giustizia malata e di chi la usa per i propri fini. La conclusione, dunque, è semplice. Non saranno le condanne (che debbono passare in giudicato) ad eliminare il Cavaliere. E non sarà quest&#8217;ultimo a far cadere il governo per reagire alle forzature della magistratura prevenuta e politicizzata. Per batterlo ci vorrà la politica. Quella che manca ad una sinistra priva di idee e di un minimo di buon senso!</p>
<hr />
<p><strong>Angela Frenda intervista Emilio Fede per &#8220;Il Corriere della Sera&#8221;</strong> (14 maggio 2013)</p>
<p>«Io sapevo che Ruby era minorenne? Balle. E sai chi lo dice che sono balle? Non io. Ma Berlusconi, Mora e la stessa Ruby. Basta, sono stufo. La verità è che dovrei rifiutarmi di rispondere a domande su questa storia». Emilio Fede, 81 anni, nato a Barcellona Pozzo di Gotto, è in macchina con il suo fidato autista. Sta arrivando nel suo appartamento di Milano 2. Cinquanta metri dal Residence Olgettina, per intenderci. «Ma non ci sono mai stato. Mai».</p>
<p>La requisitoria del pm Ilda Boccassini sul caso Ruby, l&#8217;ex direttore del Tg4 l&#8217;ha seguita in diretta su Sky eventi. Commento: «Si vede che mi ha tanto in simpatia che non vuole abbandonarmi&#8230;.».</p>
<p>A parte le battute, secondo l&#8217;accusa lei non poteva non sapere che Ruby fosse minorenne. E che, in base al suo rapporto di fedeltà, è difficile immaginare che non lo avesse detto a Silvio Berlusconi.<br />
«E invece io non lo sapevo che non avesse più di 18 anni. La prima volta in cui l&#8217;ho incontrata ho chiesto: chi è? Chi l&#8217;ha portata? E lei: ma come, non si ricorda di me? Ho partecipato al concorso a Letojanni&#8230; E allora mi sono ricordato vagamente che era tra le ragazze dell&#8217;evento di cui ero in una giuria in Sicilia. Tutto qui.<br />
Io ricordo che ne dimostrava 28, di anni. Era corpulenta, alta&#8230; Cosa dovevo pensare? Che Berlusconi chissà quali progetti sessuali avesse? Non era una ragazza che potesse interessarmi».</p>
<p>La pm Boccassini ritiene che la sua difesa sia «risibile» e che le sue dichiarazioni siano «ridicole».<br />
«La mia difesa è lineare: io Ruby non l&#8217;ho mai sentita, parlano i tabulati telefonici. Piuttosto, bisognerebbe chiedersi perché sono stato tirato dentro questa storia. Perché sono stato sputtanato come un complice di fatti sessuali&#8230; Io, giornalista di fama con una famiglia perbene. A che cosa mi sarebbe servito tutto questo? Se fosse vero, oggi sarei stato direttore di Mediaset. E non sarei andato via senza una lira di buonuscita».</p>
<p>Lei è stato sostituito al Tg4&#8230;<br />
«Già, e mi manca molto il mio tg. Mi è stato tolto cortesemente di mano, al fine di migliorarlo, evidentemente&#8230; Ho un contratto ancora per 3 anni, i benefit. Ma per 20 anni ho avuto lo stesso stipendio. Faccio a tutti una domanda: se fossi stato complice di Berlusconi, lui avrebbe consentito che mi togliessero la direzione del Tg4? O di non candidarmi più al Senato, dove sarei stato straeletto? Rispondetemi».<br />
boccassiniboccassini</p>
<p>Risponda lei.<br />
«La risposta è: no. E comunque meritavo molto di più. La vera amarezza? Che anche stasera (ieri sera, ndr) solo il Tg4 ha citato il mio nome. Mah. L&#8217;unica spiegazione è che per la mia professionalità ero diventato imbarazzante. Tirarmi dentro faceva notizia. Dava fastidio la mia notorietà. La mia amicizia sincera verso Silvio rompeva i c&#8230;».</p>
<p>E oggi, vi vedete ancora con lui?<br />
«No, non mi invita più. E mi sento solo. Ma al di là di Silvio, per tutti gli altri cito Spadolini: la riconoscenza è solo attesa di nuovi favori. Ho imparato, tardi, la lezione. Oggi tutti quelli che dicevano di non poter vivere senza di me, che non potevano cenare se non c&#8217;ero io, silenzio totale. Gente che ho aiutato moltissimo. Da quando non sono più direttore del Tg4, spariti. Tranne qualcuno. Altro che processo. Questa è la cosa che più mi fa soffrire».</p>
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		<title>Bando II Concorso di Poesia e Narrativa TraccePerLaMeta</title>
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		<pubDate>Tue, 14 May 2013 10:29:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[nuovo bando concorso TPLM 2013]]></description>
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		<title>LUCCA: Venerdì 24 maggio: Francesco Bianchi: Tracce di Diavoletto a Palazzo</title>
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		<pubDate>Tue, 14 May 2013 08:15:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tracce di Diavoletto a Palazzo. Ripercorrendo l’esperienza artistica di Francesco Bianchi, l’immaginifico pittore a muro dell’Ottocento lucchese Venerdì 24 maggio 2013 ore 17,30 Palazzo Tucci Via Cesare Battisti, 13 -Lucca Intervengono: Bianca Maria Sciré e Franco Anichini, autori del libro Il diavoletto Francesco Bianchi, mpf 2012 Sandro Baroni, Fondazione Maimeri Paola Travaglio, Politecnico di Milano [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">Tracce di Diavoletto a Palazzo.<br />
Ripercorrendo l’esperienza artistica<br />
di Francesco Bianchi,<br />
l’immaginifico pittore a muro dell’Ottocento lucchese<span id="more-32308"></span></p>
<p>Venerdì 24 maggio 2013<br />
ore 17,30<br />
Palazzo Tucci<br />
Via Cesare Battisti, 13 -Lucca</p>
<p>Intervengono:<br />
Bianca Maria Sciré e Franco Anichini,<br />
autori del libro <em>Il diavoletto Francesco Bianchi</em>, mpf 2012</p>
<p>Sandro Baroni, Fondazione Maimeri</p>
<p>Paola Travaglio, Politecnico di Milano</p>
<p>Francesca Fazzi, editore</p>
<p>Letture di Sandra Tedeschi<br />
Coordina Luciano Luciani</p>
<p style="text-align: center;">Ingresso libero.<br />
Al termine piccolo buffet.</p>
<p>Soprannominato il Diavoletto per la sua personalissima e multiforme capacità d’espressione &#8211; dalla pittura alla progettazione d’arredi, dal restauro alla decorazione &#8211; il lucchese <strong>Francesco Bianchi</strong> (Lucca 1803 – 1880) ha lasciato significative tracce della sua attività nella Città delle Mura, in Versilia, nella media valle del Serchio.<br />
Operoso per oltre mezzo secolo, il suo tratto inconfondibile si ritrova nella Sala dell’Arcivescovado, in Palazzo Ducale e nei principali edifici lucchesi: palazzo Orsetti, Malpigli, Tegrimi, Pfanner, Bernardini, Mazzarosa.<br />
Forse, anche in Palazzo Tucci…</p>
<p>Info: 0583 496078</p>
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		<title>LETTERATURA: La storia di Libano</title>
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		<pubDate>Tue, 14 May 2013 04:52:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Camaiani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>

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		<description><![CDATA[di Mario Camaiani Nel lontano 1980 ebbi la fortuna di conoscere e di fare amicizia con un uomo eccezionale per l&#8217;amore verso la famiglia, amore spinto fino ai limiti dell&#8217;eroismo, del sacrificio totale di sé, a favore dei suoi cari. Quest&#8217;uomo, Libano Ghermati, classe 1923, fin da ragazzo s&#8217;impegnò sia nell&#8217;aiutare il babbo nei lavori [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di Mario Camaiani</p>
<p>Nel lontano 1980 ebbi la fortuna di conoscere e di fare amicizia con un uomo eccezionale<span id="more-32234"></span> per l&#8217;amore verso la famiglia, amore spinto fino ai limiti dell&#8217;eroismo, del sacrificio totale di sé, a favore dei suoi cari. Quest&#8217;uomo, Libano Ghermati, classe 1923, fin da ragazzo s&#8217;impegnò sia nell&#8217;aiutare il babbo nei lavori agricoli, sia nello studio che però, pur avendo un ottimo profitto, non andò oltre la licenza elementare, perché la modesta economia della famiglia non consentiva le spese necessarie per fargli proseguire gli studi. Poi, appena quindicenne, trovò lavoro alla “Metallurgica” di Fornaci di Barga, in lucchesia; e lì conobbe una sua coetanea, Letizia: fra i due giovani sbocciò un tenero ma tenace amore per cui, non appena terminata la guerra, si unirono in matrimonio. L&#8217;anno dopo la coppia venne allietata dalla nascita di una bambina, Luana. Intanto Letizia si era ritirata dal lavoro alla fabbrica, per meglio accudire alla famiglia, ai lavori nell&#8217;orto ed agli animali da allevamento, che possedevano. Ecco: quel periodo fu per loro il più bello, il più felice: giovani e forti si godevano la vita, fra lavoro e distrazioni, semplicemente, serenamente; poi, qualche anno dopo Letizia si ritrovò nuovamente in stato interessante, ed i nostri si chiedevano, con amore: “Che sia maschio, questa volta? La femmina c&#8217;è già; comunque ben ne venga pure un&#8217;altra!”. </p>
<p>Si era nel 1953, ed il parto, come generalmente usava a quel tempo, avvenne in casa e tutto si svolse nel più corretto dei modi. Si trattava di un bel bambino e Libano, felicissimo, valente cacciatore, uscì di casa con il fucile, sparando colpi in aria per festeggiare il lieto evento&#8230; Ma ecco che la levatrice lo raggiunse poco dopo dicendogli di chiamare subito il dottore, perché il nascituro non sembrava sano; e purtroppo il responso del medico confermò quanto la levatrice aveva constatato: il bimbo, Silvano, era nato con una grave malformazione alla spina dorsale, destinato a mai poter camminare! Ed ecco l&#8217;inizio di tanti e tanti anni di calvario, da un dottore all&#8217;altro, da un ospedale all&#8217;altro, fino a Firenze e persino a Bologna dal famoso prof. Scaglietti, in alternarsi di speranze e delusioni&#8230; Ed i genitori e la sorella cercavano di rendere felice la vita di Silvano, colmandolo di ogni attenzione, e spesso Libano conduceva i suoi cari in “cinquecento”, con l&#8217;intenzione preminente di svagare il bambino. Frattanto Luana si era fidanzata con un giovane di Bagni di Lucca, Dino, che emigrò per lavoro a Chicago e, non appena egli trovò una occupazione ed ebbe messo da parte qualche soldo, i due si sposarono (1963); e così Luana si trasferì definitivamente negli Stati Uniti. Perciò il nostro Libano e sua moglie si dedicarono completamente al loro figlio che crescendo dimostrava una grande intelligenza ed infatti, stando a casa, frequentò le cinque classi della scuola primaria, conseguendo brillantemente la licenza elementare, davanti alla commissione che lo esaminò nella sua abitazione. Passò ancora qualche anno ed ecco, nel 1971, un&#8217;altra tremenda mazzata sulla famiglia: Letizia, per un forte attacco di ipertensione, rimase paralizzata: pure lei inferma, ancor giovane (a neanche cinquant&#8217;anni di età!). Libano allora, con sofferta, ragionevole decisione, lasciò il lavoro alla “metallurgica” (senza pensione!), onde dedicarsi interamente ai due congiunti infermi e per vivere organizzò, nell&#8217;ampia cucina, costruzioni di presepi facendo lavorare, come potevano, anche la moglie ed il figlio! Ecco, si era nel 1980, ed in quel tempo ebbi modo di conoscere Libano e cominciai a frequentare questa meravigliosa famiglia dove, pur così colpita, dominava un clima di tranquillità, di serenità, persino di gioia! Tutti e tre infatti avevano una grande fede ed un immenso amore per la vita e fra di loro. Quella casa, situata in località &#8216;Giannini&#8217;, in quel di Filecchio, nel comune di Barga, era un cenacolo: tutti i giorni c&#8217;era sempre qualche persona che andava a visitarli, si giocava a “briscola” (Silvano era un buon giocatore), si seguiva la televisione, si parlava di sport&#8230;Inoltre Libano scriveva poesie; ed anche il figlio ne componeva e faceva raccolta di francobolli, di monete, di cartoline (gliene mandavano sia dall&#8217;Italia che dall&#8217;estero), leggeva e si occupava di storia e di cultura in genere. E disegnava e dipingeva; ed a proposito di quest&#8217;ultima prerogativa citerò un esempio che denota inequivocabilmente quanto il ragazzo fosse buono d&#8217;animo. </p>
<p>Ebbene, Silvano era un appassionato del gioco del calcio, tifosissimo della &#8216;Fiorentina&#8217;, tant&#8217;è che fu insignito del titolo di presidente onorario del viola club “Val di Serchio gigliata”, con sede a Fornaci di Barga; ed addirittura, alla sua morte, fu deposto nel feretro indossando la maglia di detta squadra. Ma era anche sportivissimo, perché, quando seppe che io &#8216;tenevo&#8217; la &#8216;Juventus&#8217;, dipinse un piatto con lo stemma di questa squadra e me lo regalò: questo cimelio lo tengo esposto su una parete, in casa mia, sia per ricordo di Silvano, sia per impartire ad eventuali altri una siffatta lezione di sportività! E in quella casa molto si pregava ed ogni tanto il parroco, don Giuseppe Napolitano (attualmente parroco di Querceta, in Versilia), celebrava la Santa Messa nella cucina dei Ghermati che si riempiva di tante persone, sia del luogo che di fuori. Ed era edificante e bello quando ognuno poteva dire delle particolari intenzioni a favore di altri, per la Chiesa, per il mondo; e particolarmente commovente era quando Silvano &#8216;inventava&#8217; qualche invocazione per i bisogni altrui. Ecco, andando in quella casa, non si andava a consolare, a dare qualcosa; ma piuttosto a ricevere: ricevere lezioni di vita, di amore, a farci ridimensionare le nostre meschine preoccupazioni e difficoltà&#8230;Ecco Letizia che chiama: “Libano!”, e Silvano che chiama: “babbo!”, giorno e notte, e lui sempre pronto a curarli, ad accudirli: la mattina alza dal letto e mette in poltrona Letizia ed in carrozzella Silvano, serve loro la colazione e poi via di corsa in “500” a far la spesa a Fornaci; indi appronta il pranzo che consuma assieme a loro. Dopo le faccende ed un breve riposo, si appresta a ricevere le quotidiane “visite” degli amici&#8230;Così il nostro personaggio raggiunge l&#8217;età della pensione per cui i lavori dei “presepi” cessano ma egli, dopo tanti sacrifici e sofferenze, è logorato nel suo pur robusto fisico; ma sempre con il suo fiero carattere reagisce con estrema volontà, sempre più preso nell&#8217;assistenza dei suoi cari. Il comune (di Barga), concede a questa famiglia un&#8217;assistenza domiciliare di qualche ora, a giorni alterni; poi la figlia, Luana, giunge da Chicago, insieme al marito, si trattiene per un mesetto; ed in questa circostanza viene deciso di assumere una “domestica”, a mezza giornata. In seguito Letizia si aggrava e nel 1986 le viene amputata una gamba; eppure, parafrasando il nome della donna, la letizia in quella casa non cala! Un giorno Libano mi confidò che nelle preghiere chiede la grazia di sopravvivere ai suoi due cari, perché altrimenti, venendo a mancare prima lui, per Letizia e Silvano sarebbe una rapida, tristissima, fine. Infine, nel 1991, Letizia muore e babbo e figlio restano soli; ma la vita continua come prima, e Libano scrive struggenti poesie ricordando la consorte scomparsa. La domestica si sposa e si trasferisce altrove, ed il suo posto lo prende una ancor giovane signora, Donatella, che si rivelerà una preziosa ed amorosa collaboratrice di detta sfortunata famiglia. Un pomeriggio, dopo aver giocato, conversato e fatto merenda (Libano, per gli amici e per la gioia del figlio, faceva ed offriva anche dei dolci), mi pregò di trattenermi ancora e, quando gli altri furono usciti, mi si rivolse: “Mario, se te la senti vorrei che tu assistessi a come accudisco Silvano, fino a metterlo a letto, ché se mi accadesse qualcosa di male potresti aiutare Donatella a fare questo lavoro; ed anche Tonino, il barbiere ha detto che è disponibile per questo servizio&#8230;”. “Certamente – lo interruppi -, in caso di bisogno puoi contare su di me”. Libano allora, dopo uno sguardo di ringraziamento, si mise una cappa bianca, spogliò il figlio, lo lavò, gli curò le piaghe prodotte dall&#8217;infermità, poi, dopo avermi spiegato come fare per i bisogni personali, lo rivestì e gli applicò una apposita imbragatura; indi, agganciatolo alla catena del paranco lo sollevò e lo calò sistemandolo sul suo lettino, mentre mi diceva: “Ci vuole molta attenzione nell&#8217;uso di questo paranco perché, come già sai, tempo fa il ragazzo, in aria, mi oscillò troppo, andando a sbattere, sia pur lievemente, contro l&#8217;armadio, il che gli procurò un ematoma, che ancora non è guarito del tutto, e questo perché i suoi tessuti sono delicatissimi”. E qui Libano proruppe: “Ma perché, Signore, mi provi così tanto? Sono allo stremo&#8230;” E mi guardava. Io gli dissi: “La tua, Libano non è né un&#8217; imprecazione, né una disperazione&#8230;E&#8217; un grido di accorata invocazione!”. “Sì – riprese -, grazie, Mario, è proprio così: mio figlio, pur tribolato è puro di cuore e buono di animo e nella sua vita spirituale vive sereno; molto peggio sarebbe se, pur sano fosse un delinquente, un drogato, un assassino, interiormente tormentato, come tanti ci sono”. Silvano, infermo, dopo anni ed anni di carrozzella, era diventato molto grosso, addirittura deformato, con problemi di digestione, di evacuazione, per cui le sue condizioni generali peggiorarono rapidamente, finché un brutto giorno si sentì molto male, ed il medico, accorso, ne consigliò il ricovero in ospedale. Quel giorno, e si era nel 1996, mi ero recato a fargli visita, c&#8217;era pure il barbiere e, naturalmente, Donatella: ebbene, Silvano, nell&#8217;attesa dell&#8217;autoambulanza, propose di fare una partita a carte, e sollecitò il padre che ci servisse qualcosa, come normalmente era di consueto&#8230; </p>
<p>Ma non ci fu tempo, perché giunse l&#8217;auto sanitaria e fu ricoverato nell&#8217;ospedale di Barga. Era però agli estremi, tanto che la mattina dopo, all&#8217;età di 43 anni, fra il dolore straziante del padre, serenamente spirò. Qualche tempo dopo, dall&#8217;America giunsero la figlia, il genero, ed un paio di nipoti, che lo convinsero a recarsi a Chicago, cosa questa che prima era assolutamente impossibilitato a compiere. La &#8216;vacanza&#8217; fece bene al nostro uomo, che ritornò rasserenato e contento di essere stato dalla figlia e dalla sua famiglia, rifiutando però l&#8217;invito di Luana di restare a Chicago: “La mia vita si è svolta tutta nella mia terra, ed è in questa che voglio terminarla, a casa mia, con i miei ricordi, vicino a Letizia ed a Silvano, dove posso recarmi alle loro tombe, appresso alle quali c&#8217;è pure la mia, che mi attende!”, diceva. Rimasto solo, piano piano calava il numero e la frequenza degli amici che si recavano in quella straordinaria casa: alcuni deceduti, altri impossibilitati; ma fra quelli che continuavano le &#8216;visite&#8217; voglio citare gli amici Santa e suo marito Marco il quale, nel frattempo divenuto Diacono, gli portava l&#8217;Eucaristia, oltre che invitarlo a casa sua, specie di domenica, preso e riportato alla di lui abitazione. E Donatella, che non solo svolgeva il lavoro domestico, ma anche lo trasportava in macchina qua e la (talvolta anche a casa mia), facendolo svagare. Spesso Libano mi parlava della sua vita, fin da quando era piccolo: una vita onesta, dedita al lavoro ed alla famiglia, ma alcune volte mi parlava di cose un po&#8217; strane. “Sai – mi diceva -, di notte mi capita di sentirmi chiamare da Letizia: &#8216;Libano!&#8217; , e da Silvano: &#8216;Babbo!&#8217; , ed io a rispondere: &#8216;Eccomi&#8217; e precipitarmi giù dal letto, ma non trovare nessuno, né in poltrona, né nel lettino!”. “Certamente stavi sognando – gli rispondevo -, od eri in dormiveglia&#8230;”. “Mah – faceva lui -, sarà; a me però, per questi casi, tante volte sembra di essere stato del tutto sveglio!”. E mentre parlava di queste cose mi rendevo conto che forse quest&#8217;uomo, pur vivo in questo mondo, già faceva capolino nell&#8217;altro. Con il passare degli anni, aumentavano gli acciacchi al nostro eroe, che sempre più frequentemente cadeva per terra, causandosi contusioni ed escoriazioni: ormai era ultraottantenne e perciò la figlia tornò in Italia e sistemò il padre in una casa di riposo, a Barga, definitivamente. Libano accettò con spirito cristiano questa ultima soluzione che lo privava della “sua” abitazione, anche se talvolta aveva moti di reazione, o di abbattimento, alla non bella sorte di un così triste tramonto. Ciò è umano: nessuno può essere santo fino alla perfezione! Ogni tanto lo andavo a trovare, e lui, fra l&#8217;altro, mi leggeva poesie che aveva li composto, più impregnate che mai di ricordi, di amore. In occasione di quello che doveva essere il suo ultimo compleanno, il 28 ottobre 2011, gli andai a fare gli auguri, insieme ad altri tre amici: con noi portammo strumenti musicali e gli improvvisammo un &#8216;concertino&#8217; che fece piacere a tutti gli altri ospiti della struttura e del personale; e lui, felicissimo ed onorato per la cosa, sembrò ringiovanito, di forze e di mente! Fu l&#8217;ultima volta che lo vidi: qualche mese dopo, nel 2012, venne a mancare, e finalmente si riunì con i suoi cari. Questa splendida figura di Uomo, vissuta nell&#8217;ombra del suo eroismo, esclusa da ufficiali encomi, ma animata dalla Fede, che l&#8217;immenso dolore della sua casa mai lo ha piegato e, sempre, si è trasformato in gioia, è altamente meritevole di essere onorata e ricordata.</p>
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		<title>Quella della Boccassini è un’accusa senza prove</title>
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		<pubDate>Mon, 13 May 2013 18:46:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Chi ha ascoltato come me la requisitoria  della pm Ilda Boccassini  sul caso Ruby (anche qui) non può non aver notato che in tutto il suo lungo discorso ciò che manca è la prova certa della consumazione del reato, che nei tribunali di paesi assai più evoluti del nostro in questo campo è condizione pregiudiziale [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Chi ha ascoltato come me la <a href="http://www.lastampa.it/2013/05/13/multimedia/italia/processo-ruby-la-requisitoria-del-pm-boccassini-KrlxhfVuIkmxtPEcUaQMwN/pagina.html">requisitoria</a>  della pm Ilda Boccassini  sul caso Ruby (anche <a href="http://tv.ilfattoquotidiano.it/2013/05/13/fattotv-sistema-prostitutivo-riguarda-lo-speciale-con-lillo-lombezzi-mascali-e-tramontano/232287/" target="_blank">qui</a>)<span id="more-32305"></span> non può non aver notato che in tutto il suo lungo discorso ciò che manca è la prova certa della consumazione del reato, che nei tribunali di paesi assai più evoluti del nostro in questo campo è condizione pregiudiziale per non procedere alla condanna.</p>
<p>Le accuse della Boccassini sono schiumanti di deduzioni che possono essere contestate con analisi eguali e contrarie. Per esempio che la dazione di soldi sia prova della avvenuta prostituzione è tutto da dimostrare, come pure l’affermazione che Ruby è dotata “di quella furbizia orientale propria della sua origine”, oltre che discutibile e razzista, rende evidente che il pm si aspettava dalla vittima, rimanendone delusa,  una confessione che non c’è stata, visto che Ruby ha sempre negato di aver avuto rapporti sessuali con Silvio Berlusconi. Mi pare, fra l’altro, di non aver inteso che sia stata richiesta per Ruby l’incriminazione per falsa testimonianza.</p>
<p>Così pure l’assunto secondo il quale Berlusconi sapeva che Ruby era minorenne è fondato su presupposti di cui non v’è alcuna prova. Il fatto che Emilio Fede l’avesse conosciuta  ad un concorso di bellezza non significa che Fede avesse comunicato a Berlusconi questo particolare (ad esempio, potrebbe avere avuto interesse a tenerglielo nascosto, o addirittura, come dichiara in<a href="http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/fede-chi-silvio-non-mi-invita-pi-mi-sento-solo-da-quando-non-sono-55732.htm" target="_blank"> un&#8217;intervista</a> al Corriere, avrebbe potuto ignorarlo). Anche qui mancano le prove.</p>
<p><a href="http://milano.repubblica.it/cronaca/2013/05/13/news/caso_ruby_la_parola_alla_boccassini_sistema_prostitutivo_per_berlusconi-58681534/?ref=HRER3-1">L’articolo</a> di Repubblica (<a href="http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/13_maggio_13/requisitoria-ilda-boccassini-processo-ruby-berlusconi-sistema-prostitutivo-arcore-2121110267563.shtml" target="_blank">qui</a> quello del Corriere) può dare un’idea dei punti salienti della requisitoria ed è al contempo più che sufficiente a dimostrare quanto il castello delle accuse sia stato costruito sulle sabbie mobili e sia più frutto di una trattazione della materia in chiave psicologica che giudiziaria.</p>
<p>Questo a riguardo della  requisitoria in senso stretto.<br />
Ma la valutazione deve andare ben oltre, considerando che la difesa di Berlusconi aveva richiesto che il processo fosse trasferito a Brescia mancando a Milano quell’imparzialità che deve ispirare l’azione di un magistrato.</p>
<p>La requisitoria della Boccassini è tutta intrisa di odio (se ne sarà accorta la cassazione?), un odio che coinvolge non solo la persona dell’imputato, ma anche tutto ciò che gli gira attorno, a partire dalle donne, trattate da bugiarde e prostitute con accentuati toni di disistima. Da un procuratore della repubblica ciò è inammissibile. Siamo in presenza di un modello di accusa ispirato da pregiudizi e da malevolenza. Quando potremo tutti ascoltare il video o leggere sulla stampa l’intero intervento della Boccassini, apparirà evidente quanto la fitta rete delle indagini sia stata improntata da un convincimento di colpevolezza che non ha mai avuto riscontro probatorio. Un fiume enorme di denaro, che grava sulla collettività, speso alla ricerca spasmodica di una verità che comprovasse un pregiudizio.</p>
<p>Ammesso che Berlusconi abbia avuto davvero rapporti sessuali con la minorenne Ruby, non è sicuramente con i risultati raggiunti dalle indagini che si può chiederne la pesante condanna.<br />
Quelle che ha addotto la Boccassini non sono, in qualunque modo le si voglia considerare, le prove necessarie a giustificare una richiesta di condanna.</p>
<p>Dalla requisitoria appare chiaro l’intento del pm di colmare la mancanza di una prova certa con propri convincimenti, alcuni dei quali assai censurabili come quello in cui arriva a definire la furbizia orientale di Ruby quale conseguenza, ovviamente negativa, della sua origine, ossia della sua razza. Allo stesso modo in cui lo lasciavano intendere i vecchi film che dipingevano il mondo arabo con forti tinte di ambiguità, di tradimento e di astuzia. La Boccassini è parsa rimanere prigioniera – e non doveva &#8211; di un tale cliché.</p>
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		<title>La posta in gioco per il Pd</title>
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		<pubDate>Mon, 13 May 2013 16:00:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[BLOG]]></category>

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		<description><![CDATA[di Elisabetta Gualmini La deprimente Assemblea di sabato ha formalmente aperto il Congresso Pd che, a meno di colpi di mano, dovrebbe concludersi in ottobre, secondo le innovative regole scelte nel 2008, con l’elezione di un nuovo leader da parte di tutti i cittadini che abbiano voglia di partecipare. Sia gli accordi presi dai maggiorenti [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di Elisabetta Gualmini</p>
<p>La deprimente Assemblea di sabato ha formalmente aperto il Congresso Pd<span id="more-32291"></span> che, a meno di colpi di mano, dovrebbe concludersi in ottobre, secondo le innovative regole scelte nel 2008, con l’elezione di un nuovo leader da parte di tutti i cittadini che abbiano voglia di partecipare.</p>
<p>Sia gli accordi presi dai maggiorenti nella riunione del «caminetto» tenutasi pochi giorni prima, sia il testo criptico (as usual) di un ordine del giorno approvato sabato, sia l’entusiasmo impalpabile con cui Epifani è stato ascoltato da una platea ridotta a un terzo nel dopo-pranzo, dicono che il neo-segretario dovrebbe essere traghettatore e garante di una breve fase transitoria. Nella quale sarebbe ragionevole attendersi che nuovi attori si facciano ora avanti per contendersi la guida del partito. Corposi indizi lasciano invece intendere che non andrà così, per il prevalere di «istinti di sopravvivenza» che già hanno portato quel partito ben oltre la soglia della auto-dissoluzione.</p>
<p>Chi si aspettava un taglio netto col passato, una cura da cavallo al corpaccione agonizzante del Pd, capace di rianimarlo e di rimetterlo in corsa, non poteva che rimanere deluso, via via che scorreva lo spartito degli interventi, tutti rigorosamente sottotono, in una gara ad apparire modesti, monocordi, elusivi sui clamorosi fallimenti del gruppo dirigente dimissionario, appassionanti come la lettura del codice civile alla fine dei matrimoni. Con l’eccezione, va riconosciuto, del candidato in pectore Gianni Cuperlo, decisamente fuori standard per chiarezza e profondità, l’unico ad aver pronunciato la parola «sconfitta».</p>
<p>Tra gli indizi visibili al pubblico ci sono i calorosi abbracci, di consolazione e incoraggiamento, tra Bersani, Franceschini, Letta ed Epifani. A conferma che quest’ultimo potrebbe non essere il traghettatore verso un nuovo inizio (che si tratti di far girare la ruota lungo il viale delle rimembranze già solcato da Bersani o di imporre un’agenda alternativa con il metodo Renzi) ma, tutto al contrario, il garante dello status quo. Il rappresentante del «patto di sindacato» che controlla il Pd dal 2010 (Bersani, Letta, Franceschini). E dunque dell’accordo di governo Pd-Pdl, l’ultima spiaggia a cui questo gruppo dirigente è approdato dopo una sconclusionata navigazione a vista. Le parti si sono invertite rispetto ai piani fatti alla vigilia delle elezioni: la «non vittoria» di Bersani ha portato i post-Dc in prima fila; e con quello che ieri era il nemico pubblico numero 1 (Berlusconi) si è oggi dovuta stringere una «alleanza organica» (si sarebbe detto nella Prima Repubblica). Ma il «patto di sindacato» regge. Viene prima di tutto. Anche se per tenerlo in piedi e rimanere a galla si devono fare salti mortali sul piano logico che pochi comuni mortali riescono a seguire.</p>
<p>Non è facile spiegare come Epifani, che da segretario della Cgil fu un combattente tenace contro il governo Berlusconi, ora sia il principale sostenitore dell’accordo con il nemico. Ce lo ricordiamo nell’ottobre del 2010, alla manifestazione Fiom a Roma, mentre urlava e infiammava la piazza, in un crescendo di bordate contro il Caimano, al centro del palco tra due tostissimi come Landini e Cremaschi che ascoltavano annuendo. «Una politica di destra che ha umiliato il Paese, che ha tagliato scuola e ricerca e ha mandato a casa i precari. Che ha usato la crisi per colpire i diritti dei lavoratori». Il leader che ha spinto la Cgil sulla via delle intese separate, dicendo no alla riforma del modello contrattuale del 2008, il primo degli strappi da Cisl e Uil sino a Pomigliano. Ora è lui la stampella su cui si regge il governissimo con Berlusconi, con il problema giustizia grande come una casa.</p>
<p>Ma se questa è la base di partenza, il Congresso Pd potrebbe rivelare sorprese. Il discrimine potrebbe diventare, per l’appunto, quello che separa i difensori dello status quo (patto di sindacato interno, larghe intese) e chi ritiene che vada superato (sotto tutti e due i punti di vista). Che poi vuole anche dire, chi scommette sulla durata dell’attuale governo per più di dieci mesi e su Enrico Letta come bandiera elettorale del Pd anche nelle prossime elezioni, e chi pensa che la nuova bandiera non potrà che essere Renzi, il prima possibile.</p>
<hr />
<p><strong>Berlusconi, un governo ai suoi ordini</strong><br />
di Antonio Padellaro<br />
(da &#8220;il Fatto Quotidiano&#8221;, 12 maggio 2013)</p>
<p><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/11/manifestazione-pdl-brescia-piazza-spaccata-fischi-e-applausi-per-berlusconi/591135/" target="_self">Dopo ciò che è successo ieri a Brescia</a>, un governo degno di questo nome dovrebbe<strong> cessare all’istante di esistere</strong> e il premier dovrebbe altrettanto inevitabilmente <strong>dimettersi</strong>. Per tre ragioni almeno.</p>
<div>Primo: in una piazza spaccata a metà, da una parte i fans azzurri, dall’altra i contestatori grillini e quelli con le bandiere rosse, il “delinquente” confermato in appello per evasione fiscale <strong>Silvio Berlusconi</strong> ha sferrato l’attacco finale alla magistratura, annunciando che imporrà al governo, che lui controlla, <strong>la sua personale riforma</strong> volta a neutralizzare l’azione penale e a ridurre i pm al rango di obbedienti funzionari al servizio dei politici.</div>
<div>Secondo: <strong>Alfano</strong> vicepremier e ministro degli Interni e Lupi ministro delle Infrastrutture erano lì, in prima fila, <strong>ad applaudire le frasi eversive</strong>, malgrado fino all’ultimo il Pdl avesse smentito la partecipazione di membri del governo. Un colpo reso ancora più efficace perché sferrato di sorpresa.</div>
<div>Terzo: attorniato dai suoi ministri festanti, <strong>il Caimano</strong> ha detto, chiaro e tondo, che si deve a lui se questo governo è nato e che solo per generosità non lo farà cadere “con un fallo di reazione” dopo la sentenza Mediaset che l’altroieri l’ha condannato a <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/08/berlusconi-condannato-in-appello-al-processo-mediaset/587371/" target="_self">4 anni di carcere e a 5 di interdizione dai pubblici uffici</a>.</div>
<p>Insomma, con schietta ruvidezza Berlusconi ha finalmente detto ciò che tutti avevano capito:<strong> Enrico Letta non conta niente</strong> e se non ubbidisce alle disposizioni di palazzo Grazioli – oggi l’abolizione dell’Imu, domani la demolizione della giustizia e della legalità – può tranquillamente tornarsene all’amato subbuteo.</p>
<p>Di fronte a tanta insultante arroganza, il Pd riunito a Roma ha reagito con alcuni pigolii e l’unica dichiarazione maschia è di Rosy Bindi. Dopo il suicidio assistito (da Napolitano) del partito, l’Assemblea nazionale è parsa una mesta cerimonia funebre con tanto di esecutore testamentario, <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/11/assemblea-pd-epifani-niente-paura-del-governo-letta-mettiamoci-faccia/590609/" target="_self">l’ottimo Guglielmo Epifani</a>. Non parliamo naturalmente dei<strong> milioni di elettori</strong> e militanti traditi da un gruppo dirigente desideroso, a quanto pare, di farsi annettere dal Cavaliere. A un certo punto Epifani ha detto: “Abbiamo rischiato di toccare il fondo”. Non è esatto, segretario. Dopo i ceffoni di Brescia, adesso state scavando con buona lena.</p>
<hr />
<p><strong>Boccassini all&#8217;attacco: &#8220;Ruby si prostituiva fece sesso con il Cav&#8221;. Chiesti 6 anni per Berlusconi</strong><br />
di Redazione<br />
(da &#8220;Libero&#8221;, 13 maggio 2013)</p>
<p>&#8220;Ruby ha fatto sesso con Silvio Berlusconi e si è prostituita. Dal Cavaliere ha ricevuto in cambio 4,5 milioni&#8221;. Per questo, il procuratore aggiunto di Milano Ilda Boccassini, accusa al processo per prosituzione a carico di Berlusconi, ha chiesto per l&#8217;ex premier una condanna a 6 anni di reclusione (5 per concussione, uno per prostituizone) e l&#8217;interdizione perpetua dai pubblici uffici. Un&#8217;arringa conclusiva interminabile, cominciata poco prima delle 9 e conclusa alle 16.40. Oltre sei ore per ribadire che Berlusconi &#8220;è colpevole&#8221; delle accuse di prostituzione minorile e concussione. Una lunga ricostruzione quella del procuratore aggiunto milanese, conclusa con un giudizio tranchant sul Cavaliere: &#8220;Non merita le attenuanti generiche, ancora una volta Berlusconi si è difeso fuori dal processo e non nel processo&#8221;. &#8220;Una richiesta altissima&#8221;, si è limitato a commentare Niccolò Ghedini, legale del leader Pdl. Il 3 giugno è fissata la sua arringa difensiva, mentre il 24 giugno è in programma la sentenza di primo grado.</p>
<p>Il ritratto di Ruby &#8211; La Boccassini ha iniziato con un ritratto della giovane marocchina, sulla quale &#8220;non ci sono dubbi che si prostituisse&#8221;, e delle altre partecipanti alle feste di Arcore; quindi il ruolo di Emilio Fede, Lele Mora e Nicole Minetti, la notte di Ruby in Questura, la &#8220;bufala grossolana&#8221; sulla nipote di Mubarak. In poche parole, per Boccassini, &#8220;un sistema prostitutivo per il soddisfacimento dell’ex premier&#8221;. Berlusconi, ricostruisce il pm, non poteva non sapere che Karima fosse minorenne, dal momento che Fede ne era a conoscenza: &#8220;Possiamo immaginare che una persona con cui aveva un rapporto di fedeltà come Fede non avesse detto a Berlusconi che aveva introdotto ad Arcore una minorenne?&#8221;. E ancora, per il pm &#8220;non c&#8217;è dubbio che Ruby avesse fatto sesso con l’imputato e ne aveva ricevuto benefici&#8221;. Benefici che, sosterrà poi la Boccassini, sono rappresentati da 4,5 milioni di euro versati da Berlusconi a suo favore in tre mesi: ottobre, novembre e dicembre 2012.</p>
<p>Vittima del sogno italiano &#8211; La ragazza, dal canto suo, è stata &#8220;vittima del sogno italiano&#8221; in negativo, quello che hanno &#8220;le ragazze delle ultime generazioni&#8221; i cui unici obiettivi sono &#8220;entrare nel mondo dello spettacolo e fare soldi&#8221;: &#8220;Difficile poter credere che una ragazza possa avere mille euro in tasca facendo animazione, che vuole dire far ridere clienti stupidi&#8221;. Ruby, secondo Ilda Boccassini, &#8220;è una giovane di furbizia orientale&#8221; (gaffe che ha destato più di una critica), &#8220;non ha come obiettivo il lavoro, la fatica, lo studio ma accedere a meccanismi che consentano di andare nel mondo dello spettacolo, nel cinema&#8221;.</p>
<p>Il doppio lavoro della Minetti &#8211; Al centro del &#8220;sistema&#8221; Arcore tre organizzatori: Fede, Mora e Nicole Minetti. Quest’ultima si barcamenava in &#8220;un doppio lavoro&#8221;: &#8220;Siamo di fronte a una rappresentante delle istituzioni che aveva un doppio lavoro &#8211; dice ancora il pm &#8211; consigliera regionale alla luce del sole e, non alla luce del sole, gestire le case delle olgettine. Dalla ormai famosa notte di Ruby in Questura deriva quindi per Berlusconi l’accusa di concussione &#8220;perchè abusando della sua qualità ha fatto in modo che la minore ricevesse un indebito vantaggio non patrimoniale consistente nella sua fuoriuscita dalla sfera di controllo della polizia e per sè che non si disvelasse quanto accadeva nelle serate di Arcore&#8221;. Quindi Boccassini, che parla di un &#8220;apparato militare&#8221; per nascondere la verità, passa in rassegna le ragazze &#8220;sfilate&#8221; nell’aula del processo dopo avere frequentato la residenza di Berlusconi: &#8220;Extracomunitarie, prostitute, ragazze di buona famiglia anche con lauree, persone che hanno un ruolo nelle istituzioni e che pure avevano un ruolo nelle serate di Arcore, come la europarlamentare Ronzulli e la europarlamentare Rossi&#8221;</p>
<p>Testimoni pagati &#8211; Ilda Boccassini ha poi sostenuto che alcuni testimoni sono stati costretti a mentire, tra questi il pubblico ministero cita Miriam Loddo, una delle ospiti delle cene di Arcore e il collaboratore dell&#8217;ex premier Valentino Valentini.</p>
<hr />
<p><strong>Ruby, chiesti sei anni per Berlusconi. Il Cav: &#8220;Bugie e odio&#8221; </strong><br />
di Redazione<br />
(da &#8220;Il Foglio&#8221;, 13 maggior 2013)</p>
<p>Nelle prime ore della sera è arrivato il commento di Silvio Berlsuconi alla requisitoria tenuta nel pomeriggio da Ilda Boccassini. In una nota, l&#8217;ex premier dichiara che &#8220;Non mi è stato possibile ascoltare la requisitoria. Ho letto le agenzie. Che devo dire? Teoremi, illazioni, forzature, falsità ispirate dal pregiudizio e dall’odio, tutto contro l&#8217;evidenza, al di là dell’immaginabile e del ridicolo. Ma tutto è consentito sotto lo scudo di una toga. Povera Italia!&#8221;.</p>
<p>Cinque anni per concussione più un anno per prostituzione minorile e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Queste le richieste avanzate dal Pm Ilda Boccassini al termine della sua requisitoria nell’aula del processo Ruby che vede imputato Silvio Berlusconi. Una lunga ricostruzione durata più di quattro ore con cui la Pm ha inteso ricostruire ciò che accadeva durante le feste che si svolgevano ad Arcore. Spiegando perchè non merita le attenuanti generiche, Ilda Boccassini ha affermato che &#8220;ancora una volta Berlusconi si è difeso fuori dal processo e non nel processo sottolineando ancora una volta che &#8220;tutti i testi erano e sono a libro-paga di Berlusconi&#8221; e che &#8220;le indagini difensive sono state fatte in luoghi non consoni&#8221;.</p>
<p>Ruby. “Vittima del sogno italiano in negativo”, ossia “entrare nel mondo dello spettacolo e fare soldi”, Ruby è, secondo la Boccassini, “una giovane di furbizia orientale” che “non ha come obiettivo il lavoro, la fatica, lo studio ma accedere ai meccanismi che consentano di andare nel mondo dello spettacolo, del cinema”. “Difficile poter credere che una ragazza possa avere mille euro in tasca facendo animazione, che vuol dire far ridere clienti stupidi” – ha aggiunto la Pm nel corso della sua requisitoria – “non ci sono dubbi che si prostituisse” così come non ci sono dubbi che Berlusconi non poteva non sapere che Karima fosse minorenne. &#8220;E&#8217; provato – ha proseguito la Pm &#8211; che Berlusconi non solo era a conoscenza della minore età ma che ha anche fatto sesso con la minore&#8221;. “Possiamo immaginare che una persona con cui aveva un rapporto di fedeltà come Fede non avesse detto a Berlusconi che aveva introdotto ad Arcore una minorenne?”, ha concluso la Boccassini.</p>
<p>Fede, Mora, Minetti. “Un sistema prostitutivo per il soddisfacimento del premier” di cui Emilio Fede, Lele Mora e Nicole Minetti erano gli organizzatori. “Siamo di fronte a una rappresentante delle istituzioni che aveva un doppio lavoro – ha detto la Pm &#8211; , consigliera regionale alla luce del sole e, non alla luce del sole, gestire le case delle olgettine”. Ilda Boccassini ha poi ricordato come fu Emilio Fede ad aver incontrato Karima in occasione di un concorso di bellezza che si svolse in Sicilia e in cui fu la stessa ragazza a rivelargli la sua minore età.</p>
<p>La notte in Questura. E’ da quella notte che, secondo la Boccassini, deriverebbe l’accusa di concussione “perché abusando della sua qualità (Berlusconi) ha fatto in modo che la minore ricevesse un indebito vantaggio non patrimoniale consistente nella sua fuoriuscita dalla sfera di controllo della polizia e per sé che non si disgelasse quanto accadeva nelle serate di Arcore”, ha aggiunto la Pm. Inoltre la presunta parentela tra Ruby e l&#8217;ex presidente egiziano Hosni Mubarak è &#8220;una balla colossale&#8221; e lo sapevano anche i funzionari della questura di Milano che furono contattati da Silvio Berlusconi per ottenere il suo rilascio. &#8220;Pensate davvero – dice il pm – che non si fossero resi conto che c&#8217;era un interesse personale del presidente del Consiglio?&#8221;. L&#8217;esistenza di questo interesse, secondo Boccassini, doveva essere palese ai funzionari visto che &#8220;nel 2010 era nota una situazione in cui Berlusconi era coinvolto in storie con minorenni, come Noemi Letizia, e prostitute, nel caso Tarantini&#8221;.</p>
<p>Da qui, secondo la ricostruzione della Boccassini, la creazione di un vero e proprio “apparato militare” per nascondere la verità, complice le ragazze “sfilate” in aula dopo aver frequentato la residenza di Berlusconi. &#8220;Extracomunitarie, prostitute, ragazze di buona famiglia anche con lauree, persone che hanno un ruolo nelle istituzioni e che pure avevano un ruolo nelle serate di Arcore, come la europarlamentare Ronzulli e la europarlamentare Rossi&#8221;. &#8220;Pensate davvero che si scateni questo apparato – ha poi affermato il Pm – per proteggere una minorenne che aveva fatto pena perchè le avevano buttato l&#8217;olio bollente sulla testa? Veramente possiamo credere a queste risibili dichiarazioni?&#8221;. &#8220;Pensate davvero che Berlusconi riceve una telefonata mentre ha un importante impegno in Francia da una prostituta (Michele Conceicao, ndr) e si attiva per togliere dalla questura una ragazzina che aveva conosciuto occasionalmente come tante altre?&#8221;.</p>
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		<title>LETTERATURA: I MAESTRI: Freud. Due lettere ad Arthur Schnitzler</title>
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		<pubDate>Mon, 13 May 2013 04:42:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[I Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>

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		<description><![CDATA[[da: Sigmund Freud “Saggi sull’arte, la letteratura e il linguaggio”, Boringhieri, 1969] Vienna, 8 maggio 106 Stimato dottore, da molti anni sono consapevole della vasta coincidenza che esiste tra le Sue e le mie interpretazioni di parecchi problemi psicologici ed erotici, e poco tempo fa ho avuto il coraggio di sottolinearla espressamente (Frammento di un&#8217;analisi [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>[da: Sigmund Freud “Saggi sull’arte, la letteratura e il linguaggio”, Boringhieri, 1969]</p>
<p align="right">Vienna, 8 maggio 106</p>
<p>Stimato dottore,<span id="more-32099"></span></p>
<p>da molti anni sono consapevole della vasta coincidenza che esiste tra le Sue e le mie interpretazioni di parecchi problemi psicologici ed erotici, e poco tempo fa ho avuto il coraggio di sottolinearla espressamente (<i>Frammento di un&#8217;analisi d&#8217;isteria</i>,  1905).</p>
<p>Spesse volte mi sono chiesto con meraviglia, dove Lei potesse attingere questa o quella segreta conoscenza che io ho acquistato con una faticosa indagine dell&#8217;oggetto, e infine sono giunto al risulto di invidiare il poeta, che altrimenti ammiro.</p>
<p>Ora può immaginare quanta gioia mi hanno dato e quanto mi hanno commosso le righe nelle quali anche Ella mi dice di aver attinto stimolo dai miei scritti. Quasi mi sento amareggiato di aver dovuto arrivare a cinquant’anni per sentirmi dire una cosa così onorevole.</p>
<p align="right">Con grande stima, Suo devoto Dr. Freud</p>
<hr />
<p align="right">Vienna, 14 maggio 1922</p>
<p>Stimato dottore,</p>
<p>ecco che anche Lei è giunto al sessantesimo compleanno, mentre io, di sei anni più vecchio, mi sono avvicinato al termine dell&#8217;esi­stenza e posso attendere di veder presto la fine del quinto atto di questa commedia, abbastanza incomprensibile e non sempre di­vertente.</p>
<p>Se avessi ancora conservato un residuo della fede nella &#8220;onni­potenza dei pensieri&#8221;, non mancherei oggi di inviarle i più sentiti e cordiali auguri per gli anni che verranno. Lascio questa sciocca procedura alla immensa schiera di contemporanei che il 15 maggio si ricorderanno di Lei.</p>
<p>Voglio invece farle una confessione che Lei sarà così buono, per riguardo a me, di tenere per Sé e di non comunicare né ad amici né a estranei. Mi sono posto spesso in modo tormentoso la do­manda perché mai in tutti questi anni non ho mai tentato di frequentarla e di intrattenere con Lei un colloquio (senza considerare naturalmente se Lei avrebbe accolto volentieri questo ap­proccio da parte mia).</p>
<p>La risposta a questa domanda contiene la confessione che a me sembra troppo intima. Penso di averLa evitata per una specie di &#8220;timore del sosia&#8221;. Non perché io sia facilmente incline a identi­ficarmi con qualcun altro, o perché volessi nascondere a me stesso la differenza di talento che mi separa da   Lei, ma sempre, quando mi sono abbandonato alle Sue belle creaazioni, ho creduto di tro­vare dietro la loro parvenza poetica gli stessi presupposti, interessi e risultati che conoscevo come miei propri. Il Suo determinismo come il Suo scetticismo — che la gente   chiama pessimismo, — la Sua penetrazione nelle verità dell&#8217;inconscio, nella natura pulsionale dell&#8217;uomo, la Sua demolizione delle certezze convenzionali della civiltà, l&#8217;adesione dei Suoi pensieri alla polarità di amore e morte, tutto ciò mi ha commosso come qualcosa di una familiarità per­turbante. (In una piccola opera del 1920, <i>Al di là del principio di </i><i>piacere</i>, ho tentato di indicare nell&#8217;eroe e nella pulsione di morte le forze primigenie il cui antagonismo domina ogni enigma della vita.) Così ho avuto l&#8217;impressione che Ella sapesse per intuizione &#8211; ma in verità a causa di una raffinata autopercezione — tutto ciò che io con un lavoro faticoso ho scoperto negli altri uomini. Credo, anzi, che nel fondo del Suo essere Lei sia un esploratore degli abissi psicologici, così onestamente imparziale e impavido come non ve ne sono stati mai, e che se non lo fosse, le Sue doti artistiche, la Sua maestria linguistica e la Sua energia plasmatrice avrebbero avuto libero gioco e avrebbero fatto di Lei un narratore assai più accetto ai desideri della massa. È ovvio che io dia la preferenza al ricercatore. Ma mi perdoni se sono scivolato nell&#8217;ana­lisi, non riesco proprio a fare nient&#8217;altro. Solo che io so che l&#8217;analisi non è un mezzo per rendersi graditi.</p>
<p align="right">Cordialmente, Suo devotissimo</p>
<p align="right">Freud</p>
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		<title>La manifestazione di Brescia del Pdl</title>
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		<pubDate>Sun, 12 May 2013 22:02:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[BLOG]]></category>

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		<description><![CDATA[Bisogna chiarirci le idee una volta per tutte.Ieri abbiamo letto due articoli, quello di Eugenio Scalfari e quello di Marcello Sorgi, che muovono l&#8217;accusa al vicepresidente del consiglio Angelino Alfano di aver partecipato alla manifestazione del suo partito, il Pdl, che rilasciava dure dichiarazioni contro la magistratura milanese a causa della condanna da questa inflitta [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Bisogna chiarirci le idee una volta per tutte.<span id="more-32285"></span>Ieri abbiamo letto due articoli, <a href="http://www.repubblica.it/politica/2013/05/12/news/scalfari_12_maggio_2013-58606000/?ref=HRER1-1" target="_blank">quello</a> di Eugenio Scalfari e <a href="http://www.lastampa.it/2013/05/12/cultura/opinioni/editoriali/la-confusione-tra-partito-e-istituzioni-rRMaYAAqqYDe6yrNksA6dO/pagina.html" target="_blank">quello</a> di Marcello Sorgi, che muovono l&#8217;accusa al vicepresidente del consiglio Angelino Alfano di aver partecipato alla manifestazione del suo partito, il Pdl, che rilasciava dure dichiarazioni contro la magistratura milanese a causa della condanna da questa inflitta a Berlusconi. Particolarmente duri i toni usati da Scalfari, come era prevedibile.</p>
<p>Il Pdl ha replicato alle accuse mettendo sulla bilancia la partecipazione di Enrico Letta, presidente del consiglio, all&#8217;assemblea del Pd. E, seppure le due riunioni abbiano avuto contenuti molto diversi, non vi è dubbio che sul piano del principio le due partecipazioni si equivalgono, e anche Enrico Letta ha fatto un passo falso. Naturalmente sono stati pochi quelli che lo hanno fatto notare. Sarebbe opportuno che in questa fase delicata in cui i due avversari di sempre, Il Pd e il Pdl, si guardano in cagnesco pronti a scagliarsi l&#8217;uno contro l&#8217;altro, tutti i componenti del governo si astenessero dal partecipare a riunioni o manifestazioni del proprio partito di appartenenza.</p>
<p>Detto questo, però, veniamo alla manifestazione di Brescia. I toni del Pdl sono stati durissimi contro i magistrati di Milano, ma erano giustificati? A mio avviso sì.<br />
Per chi come me è convinto ormai da tempo che alcuni magistrati milanesi usano due pesi e due misure, per cui chiudono un occhio di fronte a reati commessi da uominiverso i quali nutrono simpatia politica o naturale, e si accaniscono con spietatezza nei confronti degli altri, la manifestazione di Brescia è più che giustificata e legittima. Se poi l&#8217;accanimento riguarda un uomo che in rappresentanza di 10 milioni di moderati impedisce al centrosinistra di dominare in lungo e in largo il nostro Paese, la giustificazione e la legittimazione sono più che evidenti.</p>
<p>Una delle tante prove di questo accanimento giudiziario sta nel fatto che, per arrivare alla condanna di Berlusconi in tempo per non farlo partecipare alle prossime e imminenti elezioni, i percorsi processuali che lo riguardano sono sono stati di una rapidità eccezionale per il nostro Paese, tale da suscitare l&#8217; invidia delle più quotate e stimate magistrature inglese e americana. Pensate al solo processo Mediaset, che è giunto alla sentenza di primo grado a ottobre e pochi giorni fa ha concluso il secondo grado con la conferma della condanna. Non c&#8217;è nessun delinquente, nessuno assassino, nessun capomafia che abbia mai goduto di una tale celerità. Urgeva a tal punto condannare Berlusconi che, per fare presto, si è arrivati perfino ad escludere alcuni testimoni che la difesa considerava importanti.</p>
<p>La stessa cassazione, anziché essere sensibile alle esigenze della difesa, tutelate ampiamente dalla costituzione, ha pensato bene di versare olio sul fuoco, rigettando la richiesta della difesa di Berlusconi di trasferire i processi da Milano a Brescia. I motivi erano così evidenti e pesanti (un forte contrasto tra accusa e difesa con quest&#8217;ultima fortemente penalizzata) che un qualsiasi giudice superiore avrebbe dovuto accogliere la richiesta della difesa, in ossequio proprio al giusto processo garantitole dalla costituzione.<br />
Invece si sono fatte carte false per sostenere che non c&#8217;è alcun motivo per supporre la presenza di un fattore estraneo alle ragioni processuali.</p>
<p>E allora che cosa può fare un accusato al quale si manifesti marcatamente che la magistratura inquirente e giudicante è influenzata da motivazioni politiche onde eliminare dalla scena il leader di 10 milioni di moderati che si oppongono e resistono democraticamente alla presa del potere da parte degli avversari?<br />
Deve agire politicamente, e insieme con lui tutto il partito di cui è leader, ove gli organi della magistratura preposti al controllo della imparzialità del giudizio vengano meno al loro dovere.<br />
E che sono venuti meno al loro dovere è evidente agli occhi di molti cittadini, visto che una condanna implicita del loro operato viene dalla portentosa <a href="http://www.liberoquotidiano.it/news/politica/1240846/Sondaggi--Berlusconi--vede--il-30---Pd-sorpassato-anche-dai-5-stelle--il-centro-di-Monti-non-esiste-piu.html" target="_blank">crescita del Pdl</a> da quando la magistratura ha ripreso, dopo la parentesi elettorale, ad accanirsi contro di lui fino ad arrivare alla prima condanna, alla quale, quasi certamente ne <a href="http://tv.ilfattoquotidiano.it/2013/05/12/processo-ruby-e-disinformazione-in-onda-su-canale-5-la-verita-di-berlusconi/231997/" target="_blank">seguiranno</a> altre.</p>
<p>E&#8217; sbagliato sostenere che la magistratura interferisce, con l&#8217;uso dei due pesi e delle due misure, nella competizione politica, cercando di eliminare con una condanna uno dei due avversari per lasciare sgombero il campo all&#8217;altro? No. Non è sbagliato, poiché sono proprio i fatti accaduti a convincere i 10 milioni di moderati a votarlo ancora, i quali non possono essere considerati dei cretini se solidarizzano con il loro leader rifiutandosi di giudicarlo &#8220;un delinquente&#8221;.</p>
<p>Il consistente numero di 10 milioni di elettori non vorrebbe dire niente se fossimo sotto un regime dittatoriale, ma il fatto è che siamo in un regime democratico che si regge su libere elezioni, tanto è vero che a guidare il governo c&#8217;è un esponente del Pd, ossia del partito che proprio per questo motivo non ha alcun titolo per definire dittatore un uomo che non solo riconosce la sua legittimità ma sconta un assedio politico e giudiziario senza precedenti. E infatti: l&#8217;antiberlusconismo si è diffuso e radicato nel Paese (non sarebbe potuto accadere se a governarlo fosse stata una dittatura) e la magistratura si è accanita e si accanisce contro di lui rivelando di poter giungere (ma solo per Berlusconi) a emettere la sentenza di secondo grado ad appena 6/7 mesi da quella di primo grado.</p>
<p>Non sarebbe stato necessario ricorrere ad una manifestazione politica contro un tale modo di comportarsi della magistratura milanese, se in seno alla stessa magistratura vi fossero stati uomini capaci di leggere ed ammettere l&#8217;esistenza di un particolare clima nocivo alla difesa, ed agire per imporre la imparzialità oppure per accogliere le ragioni della difesa (come vuole il principio costituzionale del giusto processo) e lasciare che il giudizio fosse espresso da un&#8217;altra corte (in questo caso Brescia).</p>
<p>In mancanza di interventi di questo tipo da parte degli organi preposti (ad esempio: Cassazione e CSM), quale altro modo ha un leader politico per tutelarsi da un tentativo di sottrarlo alla riproposizione della propria candidatura davanti ai suoi 10 milioni di elettori? I quali sarebbero costretti a disperdersi in mille piccoli rivoli senza più alcun peso sulla scena nazionale.<br />
La regola è una: ad un attacco di contenuto politico, si risponde con un&#8217;azione politica. E se l&#8217;attacco è duro come può esserlo una sentenza di carcerazione e di interdizione, anche la risposta deve essere dello stesso livello. Ed è ciò che ha fatto Berlusconi chiamando intorno a sé a difenderlo il suo partito e i suoi ministri.</p>
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		<title>La confusione tra partito e istituzioni</title>
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		<pubDate>Sun, 12 May 2013 20:42:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Marcello Sorgi (da &#8220;La Stampa&#8221;, 12 maggio 2013) Nata in una giornata in cui la tensione attorno al governo ha toccato il suo apice &#8211; con l’assemblea del Pd riunita per eleggere il nuovo segretario e assediata dai militanti contrari alle larghe intese, e con il Pdl di nuovo in piazza contro i magistrati [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di Marcello Sorgi<br />
(da &#8220;La Stampa&#8221;, 12 maggio 2013)</p>
<p>Nata in una giornata in cui la tensione attorno al governo ha toccato il suo apice<span id="more-32283"></span> &#8211; con l’assemblea del Pd riunita per eleggere il nuovo segretario e assediata dai militanti contrari alle larghe intese, e con il Pdl di nuovo in piazza contro i magistrati -, la polemica sulla presenza dei ministri berlusconiani alla manifestazione di Brescia dimostra che i due maggiori partiti, avversari fino a ieri e oggi alleati, sono ancora attraversati da timori simmetrici di non trovarsi in sintonia con i propri elettori. Per quanto la collaborazione venga spiegata come «obbligata», «temporanea», «eccezionale», a dettare la linea sono ancora le frange estreme dei due schieramenti, contrarie a qualsiasi tregua o pacificazione e orientate a riprendere appena possibile la guerra civile degli ultimi venti anni. </p>
<p>La prudenza con cui Berlusconi aveva accolto in un primo momento la condanna in appello inflittagli dai giudici di Milano non a caso è durata neppure un giorno. E dopo le parole ascoltate ieri dal palco di Brescia, è evidente che il Cavaliere non può e non vuole rinunciare allo scontro frontale con la magistratura. E s’illude di poter continuare a farlo, senza mettere a repentaglio la stabilità del governo a cui promette quotidianamente il suo appoggio. </p>
<p>Alla vigilia del ritiro in abbazia del governo, ideato per favorire la conoscenza e lo spirito di squadra tra ministri di opposte sponde, Letta e Alfano, vale a dire il presidente e il vicepresidente del Consiglio, sono finiti così nel tritacarne delle rispettive tifoserie, che alle accuse contro il ministro dell’Interno per la sua partecipazione alla manifestazione di Brescia hanno risposto denunciando l’intervento del premier all’assemblea romana del suo partito. Ora, a parte la natura diversa delle due iniziative e dei toni e degli slogan adoperati (ma anche dall’interno dell’assise Pd s’è alzata qualche voce contro il governo), forse sarebbe meglio, almeno in questa fase d’avvio di un quadro politico così difficile da tenere insieme, che i membri dell’esecutivo si tenessero a distanza dalla vita di partito. Specie quando è prevedibile, già da prima, che il risultato sarà di indebolire l’equilibrio del governo. </p>
<p>Non è un mistero che i ministri del Pdl, e in particolare Alfano, avessero riflettuto a lungo fino alla vigilia sull’opportunità di recarsi a Brescia. Venerdì era perfino circolata voce, poi smentita, che Letta e il suo vice si fossero consultati in proposito. Perché Alfano, come ministro dell’Interno, non è solo il responsabile dell’ordine pubblico e della sicurezza, ma anche del funzionamento della macchina elettorale e della libera e ordinata manifestazione della volontà popolare. Un compito della cui rilevanza istituzionale, così come della necessaria cautela che richiede di stare sempre un passo indietro, il ministro s’è subito mostrato avvertito, con il suo stile abituale, fin dal giorno in cui il battesimo del governo era avvenuto con la tragica sparatoria davanti a Palazzo Chigi e con il ferimento dei due carabinieri. Una consapevolezza che avrebbe mantenuto anche ieri, se le pressanti richieste del leader del suo partito non lo avessero condotto a Brescia, nel clima infuocato di una piazza in cui a tratti s’è rischiato l’incidente. </p>
<p>Si sa che è inutile chiedere a Berlusconi di non essere Berlusconi. Anche se di tanto in tanto riesce a farlo contro se stesso. Anche stavolta, avrebbe certamente fatto meglio a lasciare al suo posto il ministro dell’Interno. Senza coinvolgerlo nell’ennesima battaglia sulla giustizia: tornata, dopo un breve ripensamento, ai suoi esagerati toni di sempre. </p>
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		<title>LETTERATURA: CINEMA: Diego Mondella: &#8220;L’ultima trovata -Trent’anni di cinema senza Elio Petri&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 12 May 2013 04:52:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gordiano Lupi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>

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		<description><![CDATA[di Gordiano Lupi L’ultima trovata Trent’anni di cinema senza Elio Petri A cura di Diego Mondella Pendragon – Euro 16 – pag. 280 Diego Mondella raduna un gruppo di autori (Della Casa, Giusti, Zagarrio, Spagnoletti, D’Agostini, Zanello, Chiesi, Cotroneo, Caldiron, Rossi, Monetti, Marelli, Savatteri, Dottorini, Cairola, bajani,Abbate) per realizzare un’antologia di scritti finalizzati a ricordare [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di Gordiano Lupi</p>
<p><strong>L’ultima trovata</strong><br />
<em>Trent’anni di cinema senza Elio Petri</em><br />
A cura di Diego Mondella<br />
Pendragon – Euro 16 – pag. 280<span id="more-32151"></span></p>
<p>Diego Mondella raduna un gruppo di autori (Della Casa, Giusti, Zagarrio, Spagnoletti, D’Agostini, Zanello, Chiesi, Cotroneo, Caldiron, Rossi, Monetti, Marelli, Savatteri, Dottorini, Cairola, bajani,Abbate) per realizzare un’antologia di scritti finalizzati a ricordare Elio Petri, cineasta impegnato ingiustamente sottovalutato dalla critica. Ne viene fuori un buon testo, con tutti i limiti dei lavori antologici, poco uniformi e frammentari, ma che ha il suo punto di forza in un interessante apparato di interviste agli amici e in una stupenda conversazione tra Elio Petri e Dacia Maraini. Degni di nota il capitolo <i>Eliopensiero</i> e una completa filmografia. Il libro ci fornisce lo spunto per parlare di un regista da noi sempre amato e sul quale abbiamo scritto qualcosa a proposito di <b>Un tranquillo posto</b> <b>di campagna</b>, <b>Il maestro di Vigevano</b> e <b>Todo modo</b>.</p>
<p>Elio Petri (Roma, 1929 &#8211; 1982), cinefilo sin da giovane, appassionato frequentatore di cineclub, comincia a occuparsi di politica seguendo le convinzioni della sinistra parlamentare. Unisce le due passioni quando assume l’incarico di critico cinematografico per <i>L’Unità</i> e subito dopo inizia una fruttuosa attività di sceneggiatore e aiuto regista a fianco di Giuseppe De Santis. Il soggetto di <b>Roma ore 11</b> (1952) deriva da un’inchiesta giornalistica del futuro regista, convinto sostenitore del neorealismo nel periodo 1940 &#8211; 1960, poi transfuga verso un cinema meno <i>sovietico</i> e più attento alle esigenze del pubblico. Ricordiamo Elio Petri sceneggiatore di lavori popolari come <b>L’impiegato</b> (1959) di Gianni Puccini e  <b>I mostri</b> (1963) di Dino Risi. La prima prova dietro la macchina da presa è <b>L’assassino</b> (1961), un thriller anomalo che racconta l’omicidio dell’amante di un antiquario e la relativa indagine poliziesca, ma il vero scopo del regista è quello di analizzare la mediocrità umana e l’ambiente in cui viviamo.</p>
<p>Il debutto di Elio Petri mostra un cineasta padrone del mezzo espressivo dopo un apprendistato fatto di documentari, critica, sceneggiatura e aiuto regia. Regista impegnato ma votato ad accettare le regole produttive, consapevole che si possa far trapelare messaggio e ideologia anche attraverso la struttura di un giallo. Il suo tema portante sarà quello dell’alienazione dell’uomo contemporaneo all’interno di una società che uniforma e banalizza.</p>
<p><b>I giorni contati</b> (1962) è ancora più esplicito nel narrare la voglia di fuga dall’omologazione, da un quotidiano sempre uguale che annichilisce e distrugge la creatività. Il protagonista scopre sin dalla prima sequenza di avere i giorni contati perché vede un morto in autobus. Elio Petri subisce l’influenza della <i>nouvelle vague</i>, ama raccontare i problemi che affliggono la società contemporanea, gira anche cinema di genere ma solo per trasmettere un messaggio politico. Da questo film Petri comincia a fare uso del piano sequenza secondo la lezione di Antonioni, modificando il montaggio e inserendo nuovi elementi visivi e sonori che rappresentano la sua cifra stilistica. I tempi cominciano a essere dilatati, i gesti quotidiani del protagonista sono ripresi con attenzione. <b>Il maestro di Vigevano</b> (1963), interpretato da Alberto Sordi, tratto da un romanzo di Mastronardi, è un buon lavoro commerciale, come <b>Peccato nel pomeriggio</b>, episodio di <b>Alta</b> <b>infedeltà</b> (1964), girato con Salce, Monicelli e Rossi. <b>La decima</b> <b>vittima</b> (1965) è cinema fantastico allo stato puro, sceneggiato da Flaiano, Guerra e Salvioni sulla base del racconto di Robert Sheckley, girato all’Eur e interpretato da un ottimo Marcello Mastroianni. L’alienazione è sempre in primo piano in una società del futuro dove il potere mediatico mette in scena squallidi giochi al massacro. Petri comincia a collaborare con Gian Maria Volontè, che diventa il suo attore di riferimento a partire da <b>A ciascuno il suo</b> (1967), una pellicola contro la mafia tratta dal romanzo di Leonardo Sciascia. Ugo Pirro diventa il suo sceneggiatore di fiducia e ne condizionerà la poetica futura. In questo periodo Elio Petri studia la condizione dell’uomo nella società contemporanea, anche se nella pellicola <b>Un tranquillo posto di campagna</b> (1968) la riflessione è limitata alla figura dell’artista che non trova tranquillità nel mondo circostante. Altri temi prediletti da Petri sono il rapporto tra uomo e autorità, configurata nel datore di lavoro che aliena l’operaio e lo conduce verso la follia, ma anche nella giustizia che assolve sempre se stessa. La vita politica italiana diventa il nodo centrale del suo cinema e una visione critica del sistema accompagna uno stile che diventa sempre più ermetico.</p>
<p>Petri gira pellicole importanti come <b>Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto</b> (1970) &#8211; Oscar per il miglior film straniero &#8211; e <b>La classe</b> <b>operaia va in Paradiso</b> (1971) &#8211; Palma d’Oro a Cannes.  Le pellicole del registra romano sono raffinate, colte, ridondanti e fin troppo intellettuali, ma riescono a mantenere un equilibrio grazie alla valida denuncia sociale e alla recitazione di Gian Maria Volontè. La denuncia antigovernativa di Elio Petri perde forza con gli ultimi lavori, a partire da <b>La proprietà non è più un furto</b> (1973), film molto politico, confuso e di complessa interpretazione, sia per lo stile con cui è girato che per una recitazione teatrale molto sopra le righe. <b>Todo modo</b> (1976) è la trasposizione di un altro romanzo di Sciascia, ma è girato secondo un registro grottesco che ne stempera la forza polemica di denuncia nei confronti del potere. Ricordiamo Ciccio Ingrassia in un’intensa parte drammatica e Gian Maria Volontè nei panni di un uomo politico molto simile ad Aldo Moro. Gli ultimi lavori di Petri sono il televisivo <b>Le mani sporche</b> (1979), tratto da un lavoro di Sartre, e <b>Buone notizie</b> (1979), un atto di accusa intriso di pessimismo contro il potere dei <i>media</i>.</p>
<p>Il cinema di Elio Petri è stato spesso accusato di eccessivo intellettualismo, di ermetismo e di scarsa concessione allo spettacolo per inseguire un discorso politico. Resta comunque un cinema importante in un panorama di scarso impegno che caratterizza i nostri anni Settanta cinematografici, perché ha saputo mettere il dito nella piaga e denunciare i mali di un Paese ostaggio della mafia e di una classe politica corrotta. Non solo. Si tratta di un cinema ispirato da molti autori del teatro dell’assurdo, gente come Ionesco, Beckett, Borges e Sartre, caratterizzato dal suo essere antirealista, se non addirittura iperrealista e surreale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right"><b>Gordiano Lupi</b></p>
<p align="right"><b>www.infol.it/lupi</b></p>
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		<title>Sabbie mobili ben segnalate</title>
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		<pubDate>Sat, 11 May 2013 16:00:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Sergio Romano (dal &#8220;Corriere della Sera&#8221;, 11 maggio 2013) Il presidente del Consiglio è giovane, soprattutto per gli standard italiani, ha esperienza di governo, conosce l&#8217;Ue e i suoi labirinti. In viaggi recenti nelle maggiori capitali europee ha dimostrato di sapersi muovere a suo agio e di ispirare fiducia. Ma appartiene alla scuola della [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di Sergio Romano<br />
(dal &#8220;Corriere della Sera&#8221;, 11 maggio 2013)</p>
<p>Il presidente del Consiglio è giovane, soprattutto per gli standard italiani,<span id="more-32275"></span> ha esperienza di governo, conosce l&#8217;Ue e i suoi labirinti. In viaggi recenti nelle maggiori capitali europee ha dimostrato di sapersi muovere a suo agio e di ispirare fiducia. Ma appartiene alla scuola della Democrazia Cristiana e sembra conoscere soprattutto l&#8217;arte della conciliazione, del patteggiamento, della laboriosa ricerca di soluzioni condivise. Non sono queste le virtù di cui l&#8217;Italia ha maggiormente bisogno in questo momento. In altri tempi il problema dell&#8217;Imu potrebbe «slittare» (un verbo caro alla Dc) da una riunione all&#8217;altra sino a scomparire sotto una fitta coltre di aggiustamenti e compromessi mal decifrabili. Ma il modo in cui è stato trattato sinora sta dicendo all&#8217;Europa e ai mercati che il governo presieduto da Letta potrebbe essere quello del negoziato perpetuo, dei continui rinvii e delle soluzioni parziali.<br />
Ne abbiamo avuto una indiretta conferma quando si è constatato, negli scorsi giorni, che molti dei suoi membri si ritengono autorizzati ad avere un programma personale o pensano di avere ricevuto il loro incarico per garantire gli interessi preelettorali del partito di cui fanno parte. Il presidente del Consiglio è intervenuto nel caso di una sottosegretaria troppo loquace e ha fatto bene. Ma dovrà spiegare ad altri sottosegretari e viceministri (fra cui in particolare quello dell&#8217;Economia) che il loro compito non consiste nell&#8217;esternare idee proprie, non sempre corrispondenti a quelle del ministro con cui lavorano, ma di agire nell&#8217;ambito di deleghe decise dal capo del loro dicastero. Letta ha parlato con chiarezza a Grillo quando questi ha detto che il governo è nato da un golpe. Potrebbe essere altrettanto chiaro e fermo con i suoi colleghi di governo quando sembrano rivendicare una autonomia ingiustificata e inopportuna.</p>
<p>Il presidente del Consiglio italiano, a differenza della maggior parte dei suoi colleghi europei, non è né un primo ministro né un cancelliere. La Costituzione italiana, a differenza di altre costituzioni democratiche, non conosce l&#8217;istituto dei pieni poteri e dei governi d&#8217;emergenza. Ma il numero degli interventi stonati dei primi giorni del governo Letta ha fatto una pessima impressione e la serietà del momento impone uno stile diverso. Forse il programma dei saggi nominati dal presidente della Repubblica è troppo vasto per una esperienza che sarà probabilmente limitata nel tempo. Ma occorre allora che Letta faccia una scelta, dica con chiarezza al Paese quali sono le prime questioni da affrontare e si serva di una autorità che gli è conferita, se non dalla Carta, dalla gravità delle circostanze e dal sostegno del Quirinale.<br />
Potrebbe spiegare ai partiti che quanto più questo governo riuscirà a fare nel corso del suo mandato tanto meno difficile sarà governare l&#8217;Italia quando il compito tornerà nelle loro mani. Potrebbe spiegare ai suoi connazionali che l&#8217;obiettivo non è, come sostengono gli euroscettici della politica italiana, quello di compiacere Bruxelles o conformarsi al diktat dei tedeschi. Il vero obiettivo, per un Paese con un debito pubblico che sfiora il 130% del suo Prodotto interno lordo, è quello di provare ai mercati che possono continuare a rifinanziarlo comprando bond italiani senza correre troppi rischi. Il modo in cui si sta gestendo la questione dell&#8217;Imu rischia di convincerli che i loro soldi sono in pericolo. E a quel punto nessuno, nemmeno la Banca centrale europea, riuscirà a risolvere i nostri problemi.</p>
<hr />
<p><strong>Meglio sterminati che con l&#8217;Islam: il Papa li fa santi</strong><br />
di Fausto Biloslavo<br />
(da &#8220;il Giornale&#8221;, 11 maggio 2013)</p>
<p>Gli 800 martiri cristiani di Otranto diventano santi. Un traguardo di fede, dopo oltre 500 anni, oggi più attuale che mai.<br />
Domenica papa Francesco, in piazza San Pietro, presiederà la canonizzazione dei martiri di Otranto massacrati dai giannizzeri ottomani. In Libia, Nigeria, Siria, Iraq, Pakistan e altri Paesi musulmani le minoranze cristiane sono ancora sotto tiro soprattutto dopo una primavera araba sempre più islamista. «É chiaro che ci sono martiri cristiani ancora oggi. La canonizzazione degli 800 di Otranto è un segnale che la Chiesa non ha paura dei tabù» sottolinea Massimo Introvigne, coordinatore dell&#8217;Osservatorio sulla libertà religiosa del ministero degli Esteri e Roma capitale. «Circolano voci secondo le quali i paesi islamici hanno molto protestato per questa canonizzazione &#8211; spiega l&#8217;esperto &#8211; Quindi non aspettiamoci dal Santo Padre un secondo discorso di Ratisbona (pronunciato dal suo predecessore Benedetto XVI, che fece infuriare l&#8217;Islam, nda). La diplomazia avrà sicuramente suggerito al pontefice di gettare acqua sul fuoco».</p>
<p>Nel 1480 la flotta ottomana di Gedik Ahmet Pascià attaccò Otranto. Dopo due settimane di assedio le difese cedettero. I superstiti si riunirono nella cattedrale, che fu trasformata in stalla dai cavalieri ottomani. Il vescovo, Stefano Pendinelli, venne fatto a pezzi a colpi di scimitarra ed il capitano della guardia segato vivo. Agli 800 maschi sopra i 15 anni rastrellati dai turchi fu offerta la salvezza in cambio della conversione all&#8217;Islam. Un sarto, Antonio Primaldo rispose: «Fin qui ci siamo battuti per la Patria e per salvare i nostri beni e la vita. Ora bisogna battersi per Gesù Cristo e per salvare le nostre anime». Il comandante ottomano ordinò di decapitarlo, ma il suo corpo, dice la leggenda, restò in piedi fino a quando non venne mozzata l&#8217;ultima testa degli 800 martiri di Otranto che si erano rifiutati di abiurare la fede cristiana.</p>
<p>Papa Clemente XIV li riconobbe «Beati», ma solo il 6 luglio 2007 Benedetto XVI emanò il decreto che riconosce il martirio «in odio alla fede». Il 12 febbraio scorso, giorno delle sue dimissioni, il Pontefice annunciava che «i Beati Antonio Primaldo e Compagni, Martiri, siano iscritti nell&#8217;Albo dei Santi domenica 12 maggio 2013». La Chiesa sta dimostrando un notevole coraggio nelle beatificazioni scomode. «Con i martiri di Otranto si rompe un tabù. I cristiani vengono ammazzati ancora oggi da estremisti islamici dalla Nigeria al Pakistan» fa notare Introvigne. Dominique Rézeau, sacerdote cattolico fra i più in vista, ha dichiarato all&#8217;agenzia Fides che «su centomila cristiani che vivevano in Libia prima della rivoluzione ne sono rimasti solo qualche migliaio». In Tunisia i salafiti vogliono il Califfo e la pena di morte per gli apostati. In Siria due settimane fa sono stati rapiti i vescovi ortodossi Gregorios Yohannna Ibrahim e Boulos al-Yazigi. Dal 9 febbraio non si hanno più notizie di un paio di sacerdoti. «La canonizzazione dei martiri di Otranto è attualissima. Va detto che oggi la Turchia ospita i profughi cristiani in fuga dalla Siria, ma ci sono Paesi come la Nigeria dove Boko Haram (gruppo terrorista islamico, nda) vuole cacciare i cristiani con il terrore o costringerli ad un ghetto. Siamo di fronte ad una primavera islamista» osserva Attilio Tamburrini ex direttore del rapporto annuale di Aiuto alla Chiesa che soffre. Paolo Affattato dell&#8217;agenzia Fides, va «un po&#8217; cauto sull&#8217;attualità dei martiri di Otranto. L&#8217;apostasia, però, pesa ancora oggi in Paesi come l&#8217;Iran o il Pakistan. Se un musulmano vuole convertirsi al cristianesimo rischia la vita e deve fuggire».</p>
<hr />
<p><strong>A certi la galera, ad altri una sculacciata</strong><br />
di Vittorio Feltri<br />
(da &#8220;il Giornale&#8221;, 11 maggio 2013)</p>
<p>Ieri l&#8217;articolo di fondo della Repubblica aveva questo titolo: «Il grande corruttore». Indovinate a chi si riferiva? A Silvio Berlusconi.<br />
Abbiamo dato una scorsa al testo, ricco di informazioni istruttive, e vi abbiamo trovato la conferma che la condanna in Appello rimediata dal Cavaliere è dovuta a frode fiscale per 7 milioni di euro. Tanta roba per un italiano medio che si arrabatti con un reddito annuo di 50mila euro lordi (e non abbiamo preso in considerazione i titolari di somme inferiori per ragioni umanitarie). Ma poca se teniamo conto che le aziende del Biscione sono quasi sempre state in vetta alla classifica dei maggiori contribuenti.</p>
<p>Ci si domanda: perché mai un&#8217;impresa che versava centinaia e centinaia di milioni al fisco si riduceva a fregare la «miseria» di 7 milioni ben conoscendo i rischi che ciò comportava? Il gioco &#8211; come si dice &#8211; non valeva la candela. Che Berlusconi fosse tanto stupido da rincorrere gli «spiccioli» lasciando perdere il malloppo? Ci pare strano. Un grande corruttore, per essere grande, fa l&#8217;esatto contrario: non spreca energie allo scopo di prendere 7 trascurando 70. In effetti, risulta che alcuni personaggi di spicco siano sotto inchiesta, avendo evaso tasse per cifre mostruosamente più alte nell&#8217;interesse (mica tanto onesto) di fior di banche.</p>
<p>Come mai costoro non vengono perseguiti con la stessa ferocia con cui è stato indagato e processato il leader del Pdl per molto meno? Da notare che questi, a differenza dei succitati banchieri di lusso, da anni non ricopre cariche nelle società che ha fondato. Nonostante ciò la giustizia si accanisce su di lui e soltanto su di lui, sorvolando sui dirigenti che di fatto guidavano e guidano l&#8217;azienda formalmente e anche sostanzialmente.<br />
Converrà l&#8217;autore del pezzo pubblicato sulla Repubblica, Massimo Giannini, che siamo di fronte a un mistero scarsamente gaudioso. Si dà il caso che il Cavaliere dall&#8217;inizio degli anni Novanta, essendosi gettato a corpo morto nel maledetto mondo della politica, volente o nolente abbia abbandonato il Biscione nelle mani di un management al quale risalgono quindi le responsabilità legali di ogni attività &#8211; lecita e/o illecita &#8211; del gruppo.</p>
<p>Abbiamo detto dei banchieri evasori (secondo le accuse) che finora non hanno pagato il fio né, suppongo, lo pagheranno in futuro, e che continuano imperterriti a svolgere serenamente professioni varie. Ma, anche scendendo molto più in basso, si verifica che non saldare le imposte è un peccato talvolta meritevole di indulgenza quasi plenaria: parecchi campioni dello sport (motociclismo, calcio eccetera) furono beccati con le mani nella marmellata eppure pressoché ignorati dalla giustizia penale. Si badi bene, non invochiamo le manette per nessuno: ci limitiamo a segnalare un abuso di doppiopesismo nella valutazione dei comportamenti scorretti dei contribuenti. Per alcuni la galera, per altri una sculacciata.</p>
<p>La sculacciata consiste nella convocazione negli uffici delle tasse del furbetto, al quale viene proposta una transazione: ci devi 10 milioni di euro, ce ne dai subito (o a rate) 5 e chiudiamo la pratica. Stretta di mano, pacca sulla spalla arrivederci e grazie. Non facciamo nomi per carità di patria, ma questa è la realtà che peraltro i giornali a suo tempo descrissero con dovizia di particolari.<br />
Ora noi non desideriamo polemizzare con un esperto in grandi corruttori quale Giannini, figuriamoci. Gli chiediamo soltanto la cortesia di spiegarci le incongruenze cui abbiamo accennato. Ci piacerebbe capire.</p>
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		<title>CINEMA: I film visti da Franco Pecori</title>
		<link>http://www.bartolomeodimonaco.it/online/cinema-i-film-visti-da-franco-pecori-223/</link>
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		<pubDate>Sat, 11 May 2013 12:00:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Pecori</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>

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		<description><![CDATA[[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica - per Filmcritica, Bianco &#038; Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l'altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><font size="2">[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica - per Filmcritica, Bianco &#038; Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera.<span id="more-32268"></span> È autore, tra l'altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]</font></p>
<h2>Mi rifaccio vivo</h2>
<p>Mi rifaccio vivo<br />
Regia Sergio Rubini, 2012<br />
Sceneggiatura Sergio Rubini, Carla Cavalluzzi, Umberto Marino<br />
Fotografia Fabio Cianchetti<br />
Attori Emilio Solfrizzi, Neri Marcorè, Lillo Petrolo, Sergio Rubini, Vanessa Incontrada, Bob Messini, Gianmarco Tognazzi, Margherita Buy, Valentina Cervi, Enzo Iachetti</p>
<p>Mitragliata di scenette a incastro, purché non sembri un vero film. Può essere questa la ricetta per la crisi del cinema italiano, specie in commedia? Qui siamo al limite estremo. La sostanza del contenuto è da “operetta morale”: nella vita di ciascuno può esservi un compagno d’infanzia col quale si ha un rapporto di  amichevole concorrenza, o peggio, di conflittuale competizione. Sono cose, poi, di difficile soluzione, uno se le può portare dietro per tutta la vita. L’importante è non esser troppo cattivi. Si cresce, i destini sembrano dividersi e, invece, ecco che l’altro che ci portiamo dentro come un ostacolo fisso e quasi insuperabile ci piomba addosso, magari proprio nel momento peggiore che stiamo attraversando, quando tutti i nostri progetti sembrano essere andati in fumo e sentiamo l’impulso preciso di farla finita. Succede a un Biagio Bianchetti qualsiasi (Lillo Petrolo). E noi lo seguiamo, lo vediamo entrare nell’altro mondo. Anche lì rimane deluso, per lui non c’è posto ai piani alti, dovrà andare nel seminterrato. Però, un momento. Prima di lasciare il mondo dei vivi, Biagio ha compiuto una buona azione verso un “barbone” che gli chiedeva l’elemosina. Quel “povero” fingeva la parte, ma altri non era che un autorevole assistente di Carlo Marx, colui che dirige il traffico. Così, secondo un principio piuttosto cattolico, a Biagio viene concesso il modo di rifarsi, un bonus di qualche giorno da vivere ancora. Il tassista Caronte (Enzo Iachetti) lo riporta indietro, ma sotto altre spoglie. Ora sarà il grande manager Dennis Rufino (Emilio Solfrizzi), nientemeno: colui dal quale dipendono le fantastiche sorti di Ottone Di Valerio (Neri Marcorè), l’odiato eterno competitor. Biagio non ha ancora deciso se essere fino in fondo buono o cattivo. Deciderà più tardi, per il momento gli sembra che l’occasione per danneggiare Ottone sia finalmente propizia. Lasciamo stare lo sviluppo-non-sviluppo narrativo. Quel che conta è la scenetta in sé, meccanica, in una giostra simbolica ben gradita agli assetati del “volemose bene”. Il successo di un film pare non si debba giocare sulla credibilità di una sceneggiatura. Se credete in un “futuro migliore”, divertitevi pure. C’è una buona dose di “televisione”, dunque: tornando a casa dal cinema, serenità e pacifica convivenza. E fate attenzione, il film sembra fatto puntualmente in questi giorni di “larghe intese” politiche, ma è stato concepito un paio di anni fa, è indipendente dalla stretta attualità. Del resto, il governo può sempre cambiare. Vi domanderete che fine abbia fatto il Rubini de <em>La stazione</em>. Non vorremmo che fosse nel taxi di quest’ultimo film, proprio a cercare una sua destinazione.</p>
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		<title>PITTURA: I MAESTRI: Giovanni Bellini, detto il Giambellino: Libertà di uno spirito religioso</title>
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		<pubDate>Sat, 11 May 2013 04:47:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[I Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Pittura]]></category>

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		<description><![CDATA[di Renato Ghiotto [Classici dell’Arte, Rizzoli, 1969] Immaginiamo di non avere mai visto niente di Giovanni Bellini. Conosciamo solo il suo nome, che è quello di un grande pittore, ma ci è stato tramandato da una fama senza aneddoti; né ritroviamo, sepolta nella memoria, la frase fatta che ci aiuti a &#8216;sistemar­lo&#8217; nel modo precario [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di Renato Ghiotto<br />
[Classici dell’Arte, Rizzoli, 1969]</p>
<p>Immaginiamo di non avere mai visto niente di Giovanni Bellini.<span id="more-32095"></span> Conosciamo solo il suo nome, che è quello di un grande pittore, ma ci è stato tramandato da una fama senza aneddoti; né ritroviamo, sepolta nella memoria, la frase fatta che ci aiuti a &#8216;sistemar­lo&#8217; nel modo precario e orribilmente contratto che è proprio delle definizioni.</p>
<p>In questa condizione di relativa innocenza, non potendo percorrere una ideale galleria delle sue opere,, ci troviamo a sfogliarne le riproduzioni, per esempio quelle contenute in questo volume. Giriamo cioè le pagine dopo pochi istanti di osservazione, irrispettosa­mente, per un vizio di cui siamo ormai vittime con­senzienti e che consiste nel cercare subito l&#8217;informa­zione, una sintesi conoscitiva.</p>
<p>Con un proposito di questo genere è giusto che non approdiamo a niente: la pittura di Bellini ci tra­sporta attraverso soluzioni arrendevoli, che un mo­mento dopo scompaiono, sostituite da altre, e che tutte insieme eludono una chiave interpretativa. Se quella ideale galleria esistesse veramente, visitarla non sa­rebbe una passeggiata, ma un viaggio, un prodigioso itinerario che sembra toccare terre già esplorate e che tuttavia ci comunica il presentimento della scoperta.</p>
<p>Poiché qualche cosa abbiamo già visto e letto di Mantegna, di Antonello da Messina, di Piero della Francesca, di Giorgione, da questa prima escursione nel territorio di Giovanni Bellini sappiamo benissimo in quale secolo ci troviamo. Abbiamo cioè ricono­sciuto nelle sue opere certi punti di riferimento, una situazione culturale. Di ciò che lui veramente è, ab­biamo invece appena un inizio di percezione: sen­tiamo che non sarà possibile avvicinarci davvero alla sua pittura, se non andando oltre i primi livelli del­l&#8217;osservazione, oltre i piaceri del racconto, della let­tura, della tecnica, dell&#8217;intelligenza, che altrove ci trat­tengono alla superficie del quadro.</p>
<p>Qui non ci seduce niente di cui possiamo farci complici: nessun oggetto pittorico o acrobazia prospettica o furia fantastica, non c&#8217;è gioco né spettacolo. Ora sappiamo, con certezza e quasi con imbarazzo, che dovremo ripresentarci davanti a Giovanni Bel­lini disarmati, disposti a contemplare. Abbiamo avuto l&#8217;intuizione che la sua voce poetica sia scevra di or­goglio intellettuale.</p>
<p>Guardiamo, per prova, una delle opere .della sua piena maturità, la <i>Madonna</i><i> del prato </i>della National Gallery di Londra. Superata la distrazione che oggi ci separa dai soggetti sacri, un primo passo nell’avvicinamento al quadro consiste nel vedere che, come Giovanni Bellini per certo credeva, la donna sa Chi è il bambino che tiene sulle ginocchia. Lo adora, ab­bandonato a un sonno umano, con una serenità rag­giunta attraverso lo sgomento di una tremenda con­sapevolezza. Il paesaggio, che abbiamo visto conqui­stare sempre più spazio nelle opere precedenti, è qui ancora più vicino perché la figura femminile è seduta per terra; non sul prato si direbbe, ma su un lembo,  neutro e quasi immateriale, della scena terrena che si compone, in pace, dietro di lei. Il castello, la casa. i campi, gli animali, la donna bianca e l&#8217;uomo sdraiato, gli esili alberi sfogliati dalla stagione, e il ciclo su di essi, restano al di là dell&#8217;altra scena, quella divina. trattenuti in una sospensione che non è per poca parte nell&#8217;effetto — d&#8217;incanto, d&#8217;imminente rivelazione? &#8211; di questo quadro. Il pittore non vuole, o non può in­timamente, confondere i due piani o immergerli l&#8217;uno nell&#8217;altro, per quanto sappia concepire questa suprema unità e saprebbe rappresentarla; lo trattiene ciò che forma la poesia, per noi quasi dolorosa, dell&#8217;opera: una reverenza, un timore sincero, la religiosità.</p>
<p>Chi è dunque quest&#8217;uomo, capace di resistere a un&#8217;idea così tentatrice? Non si può conoscerlo che dal­le sue opere, come l&#8217;albero evangelico dai frutti.</p>
<p>Pare che, nella sua lunga vita senza storia. Giovanni Bellini non abbia fatto altro che dipingere: ed è certo che lo ha fatto sempre meglio man mano che procedeva nella pittura e nell&#8217;età. Non era uomo da astrazioni o da rovelli; per lui l&#8217;arte era tutto, meno che un problema. Doveva tuttavia possedere una virtù ordinatrice, una misteriosa misura nell&#8217;immaginare e nell’operare, se riuscì a eludere la tentazione di cui si parlava e ad arrivare lo stesso così lontano; se riuscì a non crearsi una poetica, a non fermarsi a elaborare un proposito intellettuale o, peggio, quello di un al­tro: di suo cognato Andrea Mantegna, per esempio.</p>
<p>Invece, dal Mantegna e dagli altri grandi che co­nobbe, a Venezia e a Padova — dai Vivarini a Dona­tello, a Giorgione, a Tiziano —, Giovanni Bellini ac­colse, con una sua speciale umiltà, l&#8217;illuminazione che gli potevano dare, da grande professionista che co­struisce se stesso anche sulle esperienze degli altri; con la sua speciale dignità non si propose mai di essere un rivale dell&#8217;uno o dell&#8217;altro nella zona di ricerca che essi si erano scelta; con una qualità più segreta, che fu imperfettamente chiamata il suo &#8216;classicismo&#8217;, seppe non rifiutare niente di ciò che gli arrivava al­l&#8217;anima dal passato e dal presente, ed essere lo stesso un grande suggeritore del futuro.</p>
<p>In un secolo e in un luogo affollati di pittori, tra i protagonisti di un&#8217;autentica rivoluzione culturale, si direbbe che Giovanni non si sia creato un posto a par­te, ma un posto &#8216;in mezzo&#8217;, dove quietamente assorbì &#8211; lui spontaneo, artigiano, conservatore — i programmi e le avventure di un pensiero in movimento, per quel tanto che potevano servire al movimento della sua pittura, alla sua personale novità. Opera­zione che, a descriverla, sembra anch&#8217;essa program­matica, una deliberata scelta critica; e dovette com­piersi invece &#8216;per virtù&#8217;, dato che Giovanni era l&#8217;uomo che era. Uno spirito religioso, senza dubbio ; e non certo perché fece tante Madonne e santi, ma perché la religiosità, oltre che un modo di concepire la vita, divenne la sua situazione psicologica di fronte all&#8217;arte.</p>
<p>Nacque a Venezia, in una casa di pittori; con un padre, Jacopo, già famoso, e un fratello, Gentile, che famoso sarebbe diventato. Dipingere non gli dovette apparire come una scelta, ma come una predestina­zione. La bottega era un&#8217;immagine del mondo ai suoi occhi di ragazzo o era già il mondo, popolato di santi geometricamente disposti attorno a Madonne madri? Se non lo era, duplicava il mondo reale in forme (egli se ne accorgeva) non più interamente consolatorie e semplificatoci, ma con l&#8217;incanto inquieto della pro­spettiva, con propositi in cui la vita terrena non era più assente o negletta.</p>
<p>Fece il suo noviziato, lavorò in aiuto al padre e accanto al fratello; e poi da solo, liberandosi senza strepito dalla gabbia del gotico, come si sarebbe li­berato più tardi dal rigore bruciante di Andrea Man­tegna. Non avrebbe mai provato l&#8217;esaltazione speri­mentale di esplorare un&#8217;idea, di inseguire un&#8217;astra­zione: c&#8217;era, in questo genere di propositi, una pro­fanità da cui si ritraeva e un peccato d&#8217;orgoglio che sapeva bene riconoscere.</p>
<p>L&#8217;incertezza sulla sua data di nascita ha permesso di concepire un&#8217;ipotesi suggestiva: che Giovanni cioè sia nato prima che la madre si sposasse, e che il padre lo abbia più tardi legittimato. In questo caso egli sa­rebbe il fratello maggiore, ignorato dalla madre nel testamento, posposto a Gentile nei lavori che Jacopo firmava col nome suo e dei due figli, reso cadetto dal pregiudizio e dalla sua stessa remissività. Se anche è vero, non ne esce un&#8217;immagine d&#8217;infanzia infelice, di un&#8217;umiliazione che lascia il segno nel corso di una vita; Giovanni onora il padre, rispetta il fratello e collabora alle loro opere se non può farne a meno, pronto anche ad assumersi quelle che Gentile lascia incompiute. È quella sua rasserenante capacità di es­sere saggio che permette a Giovanni di non sentirsi offeso da cose che non lo possono offendere, o è l&#8217;ade­renza alla ragione della sua vita, il dipingere, che lo fa noncurante?</p>
<p>Gentile è ambizioso, prova piacere a cose vane: diventa il pittore ufficiale della Repubblica, l&#8217;impe­ratore gli concede onorificenze, ed egli aggiunge subito alla firma il nuovissimo titolo nobiliare. Altrettanto curiosamente, almeno per i gusti di Giovanni, è fiero di partire da Venezia per Costantinopoli in missione ufficiale, incaricato di portare doni a Maometto II e di fargli il ritratto.</p>
<p>Giovanni ha una religione anche per i sacrifici dovuti alla famiglia; subentra al fratello, e Dio sa quanto di malavoglia, a dipingere battaglie navali per la Signoria. Le prebende e i privilegi lo imbarazzano più che non lo compensino; non gli piace lavorare con altri o al posto di altri, non gli piace l&#8217;enfasi dei di­pinti celebrativi. Ma se Gentile parte o è ammalato o nel testamento non lo prega ma lo impegna a con­durre a termine un&#8217;opera lasciata a mezzo, Giovanni dice subito di sì. Quelli sono i suoi momenti dram­matici: obbedire a ragioni in fondo esterne, aliene alla pittura, per quanto imperative secondo un suo codice di doveri, e trovarsi poi per mesi a riluttare davanti a uno schema e a un modo altrui o davanti a un sog­getto che lo opprime&#8230; finché i mesi diventano anni, di rimando in rimando, e lui comincia a lavorare senza metterci il cuore e alla fine ci mette anche quello, se intravede, tra l&#8217;ordito che lo imprigiona, uno spiraglio per la sua libertà. Quando va bene, ci lascia un segno dei suoi; e se no lavora con coscienza, solo accumulando ritardo, nella speranza che Gentile torni o guarisca o che intervenga una decisione non sua, e che egli non sa sollecitare, a sollevarlo dall&#8217;obbligo.</p>
<p>Peggio gli avviene quando deve rimproverare solo se stesso per avere detto di sì, come la volta che si impegna, nei primi anni del &#8217;500, a dipingere un quadro a tema prefissato per lo &#8216;studiolo&#8217; di Isabella Gonzaga. Qui le ragioni non sono state altrettanto virtuose ; Giovanni, che non è un mostro, è soggia­ciuto anche lui a tentazioni mondane: la commis­sione lo lusinga, perché Isabella è una Minerva del tempo e perché lo mette a confronto coi grandi che lavorano per il Palazzo di Mantova, con Andrea Mantegna specialmente. La sua non è la vanità di Gentile; egli sa di essere Giovanni Bellini e lo sa ormai da molto tempo: ha accettato, ha pattuito il compenso, e ora reclama, anche se un po&#8217; tardi, ciò che a Gio­vanni Bellini è dovuto, la libertà di dipingere quello che vuole. Isabella resiste, perché anche lei ha uno schema per i quadri delle sue pareti e le duole di doverlo sconnettere. Vanno avanti così, il pittore da una parte e la principessa dall&#8217;altra, a scriversi e a patteggiare per quasi quattro anni; quando il quadro viene finalmente consegnato, il soggetto non è affatto quello che doveva essere in origine.</p>
<p>Che cosa vuole dunque dipingere, per scelta sua, Giovanni Bellini? non la &#8220;historia o fabula antiqua&#8221; che la Gonzaga propone in via di compromesso e nep­pure la Natività, che sarebbe disposta ad accettare, ma una Madonna col Bambino e i santi Giovanni Evangelista e Girolamo (quest&#8217;ultimo come unica con­cessione — cavalleresca? — ai desideri della com­mittente), purché ci sia posto per &#8220;qualche luntani et altra fantasia che molto staria meglio&#8221;.</p>
<p>Qual è dunque la libertà che egli si è conquistata? lui, che di Madonne col Bambino ne ha già dipinte a decine e altre ne dipingerà; che rifiuta un tema mitologico e pure ne affronterà uno, il <i>Festino degli </i><i>dèi, </i>per la corte di Ferrara; che ha raccolto influenze ed esperienze altrui lungo tutta la vita, tanto che la storia critica della sua pittura è un continuo restituirgli di opere, attribuite prima a Mantegna, ad Antonello, a Giorgione, ad altri grandi e minori?</p>
<p>È una libertà che egli ha saputo cercare all&#8217;in­terno dei temi obbligati che condizionano l&#8217;esercizio della sua professione ; e l&#8217;ha trovata così bene che, quando gli si permette di scegliere e lo anima uno stimolo competitivo, si rivolge proprio a un soggetto tante volte trattato. E non rifiuta nemmeno l&#8217;aggiunta di altre figure, accanto al gruppo della Madre o i Bambino, perché egli sa trattarle in modo che non risultino spaesate, né in quella compagnia né all&#8217;in­contro di quei paesaggi &#8220;luntani&#8221;.</p>
<p>I tecnici, nel definire le sue conquiste, parlano per esempio del colore, che in lui sommerge le linee ca­parbie, il grafismo dei suoi contemporanei, ma questa è appunto tecnica, un alto strumento della sua poesia. Quel tanto di largo che egli si è ritagliato nella strut­tura stessa dell&#8217;opera, è lui a descriverlo nella lettera a Isabella, con un tono di gravita e di candore che gli sta così bene: i &#8221; luntani et altra fantasia che molto staria meglio&#8221;.</p>
<p>Non ci deve distrarre la parola &#8220;fantasia&#8221; che egli usa; Giovanni Bellini non ha in mente niente di ar­bitrario, nessuna divagazione, aspira soltanto a una scioltezza d&#8217;invenzione che &#8220;molto staria meglio&#8221;. Que­st&#8217;ultima è la parola importante: che personaggi e paesaggio si compongano in modo che nel quadro circoli una stessa aria, che vi si avverta uno spirito nuovo: un accordo quieto e contemplativo tra l&#8217;uomo e la natura da una parte e le sacre figure dall&#8217;altra, tra la vita della terra e la vita ultraterrena.</p>
<p>Quest&#8217;uomo, che è partito dal gotico, che ha preso il suo bene dovunque lo trovava, ha avuto il premio di scoprire il varco a un altissimo respiro, rimanendo fedele alla pittura. Forse perché ha rinunciato a usare il pennello allo stesso modo in cui altri usavano la parola e la penna, per dichiarare e dimostrare, eli è accaduto di liberare i paesaggi dall&#8217;archeologia e la composizione dalla rigidità. Come i suoi personaggi non escono mai in un grido per esprimere il dolore. Giovanni arriva ad aprire i suoi cari &#8220;luntani&#8221; come gli sembra che &#8220;molto staria meglio&#8221;, a poco a poco. senza forzare e senza rinunciare al passato. Nelle sue Madonne accoglie amorosamente le convenzioni sim­boliche del Bambino dormiente, e quindi destinato alla morte, dei frutti (la pera, la mela, il melograno: ognuno col suo significato), rifiutando solo i festoni, i drappi dorati, ciò che è superfluo e ornamentale. Nel­le continue variazioni si addentra nel centro spirituale del tema, come in una personale meditazione sul mi­stero di quella maternità. Dietro le figure, il paesag­gio, tagliato a metà, costretto in bande laterali o tutto spiegato e aperto, ci dice che la madre di Dio è scesa dalle icone e che la rappresentazione della natura si va svincolando dall&#8217;infatuazione per i marmi antichi e le rovine. Sono, quelli di Giovanni Bellini, paesaggi non naturalistici (ci vorrà ancora molto tempo per scoprire prima che la natura è naturale e poi che non lo è); so­no &#8220;fantasie&#8221; paesistiche, ma composte di elementi reali e domestici, come mai fino ad allora si era usato, nelle quali si riconoscono ancora i profili turriti di cit­tà e castelli veneti; prospettive che si allontanano in piani successivi ma che hanno superato i giochi stereo­metrici; con animali non araldici, con uomini che lavo­rano o che vanno al lavoro e ne tornano ; in cui il ciclo e le nuvole ci dicono l&#8217;ora del giorno e la stagione.</p>
<p>Questi suoi &#8220;luntani&#8221;, Giovanni li sente così neces­sari, che per non sacrificarli ricorre a invenzioni ardi­te: nella pala di Pesaro &#8216;sfonda&#8217; la spalliera di marmo del trono in cui Cristo è seduto a lato della Madonna e .profila le due teste su un paesaggio di torri e colline. Oppure li usa per allargare il racconto (le Marie so­pravvenienti nella <i>Resurrezione </i>di Berlino) ; o per co­municare l&#8217;incanto di un miracolo così sottilmente metafisico, quale è la Trasfigurazione.</p>
<p>Chissà per quale caso gli venne proposto un sog­getto per lui insolito, quello del quadro degli Uffìzi che si suole chiamare <i>&#8220;Sacra allegoria&#8221;. </i>Non è certo un&#8217;idea sua, a quei tempi tutti dipingevano su com­missione; c&#8217;è da credere, per di più, che a Giovanni sembrasse cosa poco seria o addirittura immorale la­vorare solo per gusto o per esperimento. Tuttavia questa figurazione allegorica di dubbia interpretazione gli offrì un&#8217;occasione, forse sovrabbondante, di spa­ziare nel paesaggio e nella composizione. Aveva di­pinto Madonne e ritratto Cristi crocifissi e deposti. Aveva dipinto grandi pale d&#8217;altare in cui la corona di santi si stringeva su un solo piano o si distribuiva in gruppi e in piani diversi in soluzioni di armoniosa verticalità. Qui non ci sono più santi o uomini, se non in quanto personaggi, e il loro apparire è orizzontale come un racconto. Su una terrazza sospesa, geome­trica, contro un paesaggio di monti e di acque, sono disposte figure assorte e recitanti: un giovane nudo e legato, con le asticciole di due frecce che sporgono orizzontali dalla spalla e dal ginocchio, cammina co­me in sogno ; un vecchio è immobile con la spada alzata; una donna è assisa in trono; bambini giocano coi frutti di un alberello in vaso; una figura velata, all&#8217;estrema sinistra del quadro, volta le spalle ai com­pagni di scena. Un immisurabile spazio separa tutti costoro dalla diversa serenità del paesaggio, dove uomini camminano reggendo una zappa o spingendo un asino, e due donne sostano in conversazione e l&#8217;una tocca con la mano la spalla dell&#8217;altra.</p>
<p>Anche se il dipinto trasporta dei residui letterari (ai piedi del monte più vicino passeggia un perplesso centauro), nella lontana e parallela scena naturale non c&#8217;è nessuna arcadia: il paesaggio è scabro, le co­struzioni non sono castelli ma ville e case di agricol­tori. Davanti alla gente che lavora o va per i fatti suoi, in un altro piano di esistenza, si svolge uno spet­tacolo fine a se stesso, una rappresentazione di niente. L&#8217;opera dunque non esprime la religiosità che è così connaturata a Giovanni (troppo slegato, il pittore sembra aver perso il modo di parlarti della sua <i>reli­gio</i>)<i>; </i>essa è tuttavia interminabilmente affascinante.</p>
<p>Quando muore, a ottantacinque o più anni, Gio­vanni Bellini non ha mai smesso di dipingere: vecchio com&#8217;è, è ancora il più grande di tutti. Si chiama &#8220;messer Zuan Bellin&#8221;, nel dialetto che è la lingua par­lata e scritta della Repubblica; e da qui forse una posterità facile alla confidenza osa denominarlo &#8220;il Giambellino&#8221;. Oggi, con più rispetto, gli si restituisce, con molte opere prima male attribuite, il nome di Giovanni Bellini, come egli avrebbe certo preferito, egli che si firmava &#8220;Joannes Bellinus&#8221;, in bei carat­teri romani, talvolta su cartigli appesi a un ramoscello o su un piedistallo di marmo (e sopra ci metteva non una statua, ma una scimmia).</p>
<p>I tempi nuovi continuano dopo di lui, ma non produrranno forse più un artista che sappia, come lui, avanzare nel nuovo senza perdere una religiosa, ge­losa, congiunzione col passato. Questa capacità di con­tenere e comporre tante sollecitazioni diverse e affa­scinanti, di moderarle senza respingerle, di trovare la libertà dell&#8217;artista nell&#8217;intatto &#8216;uomo interiore&#8217;, è pro­pria di una grande anima. Non è difficile capire Gio­vanni Bellini, è difficile essere Giovanni Bellini, ai suoi tempi e oggi: la misteriosa serenità delle sue opere è per noi un motivo d&#8217;inquietudine.</p>
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		<title>Tagli senza trucchi</title>
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		<pubDate>Fri, 10 May 2013 16:00:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Massimo Fracaro e Nicola Saldutti (dal &#8220;Corriere della Sera&#8221;, 10 maggio 2013) La scelta di rinviare la decisione sull&#8217;Imu potrebbe avere più ragioni. Di certo, la necessità, evidenziata da molti, di rendere la tregua fiscale più chiara; l&#8217;obiettiva complessità della materia che rende il provvedimento non facile; il fatto che l&#8217;Europa, in qualche modo, [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di Massimo Fracaro e Nicola Saldutti<br />
(dal &#8220;Corriere della Sera&#8221;, 10 maggio 2013)</p>
<p>La scelta di rinviare la decisione sull&#8217;Imu potrebbe avere più ragioni.<span id="more-32261"></span> Di certo, la necessità, evidenziata da molti, di rendere la tregua fiscale più chiara; l&#8217;obiettiva complessità della materia che rende il provvedimento non facile; il fatto che l&#8217;Europa, in qualche modo, abbia lasciato intendere di volere più rassicurazioni sulla copertura. Sicuramente, però, un iniziale segnale di tregua fiscale nei confronti dei contribuenti la prossima settimana arriverà. Dopo molto tempo.<br />
A giudicare dalle prime ipotesi, restano penalizzate le imprese, che proprio in questa fase avrebbero bisogno di maggiore attenzione. La possibile proroga di tre mesi dell&#8217;acconto dell&#8217;imposta municipale previsto per il 17 giugno vale solo per l&#8217;abitazione principale. Ma non sono, al momento, previsti sconti per chi possiede seconde case, negozi, uffici, capannoni, stabilimenti produttivi. Per questi immobili l&#8217;acconto andrà versato lo stesso: troppo alta la falla che si sarebbe aperta nei conti pubblici.</p>
<p>Risolvere il rebus dell&#8217;Imu è difficile. L&#8217;imposta ha preso la ribalta più di altre voci del Fisco che pure meriterebbero attenzione. Più della pesantissima Irpef, dell&#8217;insostenibile Irap, più del cuneo fiscale che zavorra la competitività delle imprese e frena le nuove assunzioni.</p>
<p>Nulla si sa su come il governo intenderà riformare (o annullare) l&#8217;imposta. Ma la battaglia dell&#8217;Imu può fornire l&#8217;occasione per ripensare nel suo complesso la delicata questione delle imposte sugli immobili. L&#8217;attenzione si è concentrata sull&#8217;abitazione principale. Un aspetto socialmente importante.<br />
L&#8217;Imu sulle prime case vale 4 miliardi sui 24 di gettito complessivo. Ma gli altri 20 derivano da tasse sulle seconde case, negozi e uffici (6 miliardi, più o meno). Soprattutto dall&#8217;Imu sugli immobili d&#8217;impresa: oltre 11 miliardi. Quest&#8217;anno, poi, per una modifica dei moltiplicatori, per l&#8217;aumento della quota di gettito che finirà nelle casse dello Stato costringendo quasi tutti i Comuni a portare l&#8217;aliquota sui capannoni al livello massimo dell&#8217;1,06%, il prelievo sulle imprese è destinato a salire ulteriormente.</p>
<p>A soffrire, come sempre, saranno soprattutto i piccoli. L&#8217;Imu si è aggiunta nel 2012 a una selva di imposte che, per gli onesti, porta la pressione fiscale al 56%. Come dire che un piccolo artigiano e un piccolo commerciante devono lavorare per pagare il Fisco, patrimoniale sugli immobili compresa, fino a luglio inoltrato.</p>
<p>Se il governo deciderà che l&#8217;Imu sull&#8217;abitazione principale è inutile, che vale la pena spendere 4 miliardi per abolirla (e non, ad esempio, per ridurre il cuneo fiscale, aumentare le detrazioni Irpef, favorire l&#8217;assunzione di giovani), lo faccia. Ma senza partite di giro e senza trasferire l&#8217;onere su altri contribuenti. Il gettito va recuperato non tagliando una tassa per aumentarne un&#8217;altra. Magari intervenendo sulla spesa. E in tre mesi, studiando, si può fare molto.</p>
<hr />
<p><strong>Fli, la diaspora della destra e il futuro</strong><br />
di Arturo Diaconale<br />
(da &#8220;L&#8217;Opinione&#8221;, 10 maggio 2013)</p>
<p>È stata una uscita di scena decisamente mesta quella che è toccata, dopo anni ed anni passati da protagonista, a Gianfranco Fini. L&#8217;Assemblea Nazionale di Futuro e Libertà non si è limitata ad accettare le dimissioni del proprio leader, ma ha rilevato che la sconfitta elettorale di Fli è dipesa dalla mancanza di «capacità politica» e ha dato mandato al coordinatore nazionale Roberto Menia di avviare un dialogo con tutti i soggetti interessati ad avviare una nuova fase costituente della destra italiana. Futuro e Libertà, in pratica, ha condannato in maniera inappellabile Gianfranco Fini alla uscita dalla politica per palese incapacità.</p>
<p>E, soprattutto, ha deciso di invertire radicalmente la rotta che l&#8217;ex Presidente della Camera aveva perseguito prima delle elezioni collocando il partito fuori dalla sua area tradizionale. Da adesso in poi, liberatosi dai condizionamenti personalistici del suo ex padre-padrone, Futuro e Libertà tornerà ad essere una componente della destra italiana collaborando agli sforzi in atto per porre fine alla sua diaspora. La decisione dell&#8217;Assemblea Nazionale di Fli è sicuramente positiva. Ma rischia di essere tardiva. Perché, grazie soprattutto ai personalismi funambolici di Fini ed alla singolare passività con cui il gruppo dirigente di Fli li ha subiti, la destra si è frantumata in mille pezzi. Alcuni dei quali si sono lasciati fagocitare dal Pdl, altri hanno tentato di recuperare un minimo di autonomia , come nel caso di Fratelli d&#8217;Italia, ed altri ancora si sono polverizzati in tanti gruppi troppo ridotti per poter esercitare un qualche ruolo politico di rilievo.</p>
<p>In queste condizioni il progetto di una costituente di destra capace di ricostruire, magari con un nome diverso, la vecchia Alleanza Nazionale, appare estremamente difficile da realizzare. Non solo perché non è facile ricomporre divisioni che proprio la polverizzazione in micro-gruppi tende ad esaltare piuttosto che a ridurre e comporre. Ma perché il semplice ritorno al passato con condizioni politiche del tutto nuove appare una operazione destinata ad avere scarso respiro. Ricreare Alleanza Nazionale, sempre che l&#8217;impresa possa riuscire superando a fatica i rancori accumulati in tanti anni, può essere un progetto che può accontentare una vecchia guardia alla ricerca di una collocazione e di una sicurezza perse nel passato recente e più remoto. Ma quale attrattiva può avere nei confronti delle giovani generazioni e, soprattutto, in quella parte di elettorato del centro destra che deluso dai suoi leader si è rivolto in disperazione all&#8217;astensione o alla protesta sterile di Grillo? Per i tanti soggetti della diaspora di destra, in sostanza, è molto alto il rischio di non riuscire nell&#8217;impresa del ritorno al passato o, peggio, di dare vita ad un mini-partito destinato ad rinchiudersi nel ghetto di una opposizione di sistema per recuperare la propria vecchia identità.</p>
<p>Serve un progetto nuovo, che tenga conto con realismo delle particolari condizioni politiche del momento, e che sia l&#8217;espressione di una visione più aperta e più ampia del ruolo di uno schieramento votato naturalmente alla responsabilità di guidare il paese. Il problema, allora, non è quello di ritrovare l&#8217;antica identità per ricreare il vecchio ma di elaborare una identità nuova che sappia tenere insieme uno schieramento ampio ed articolato capace di rappresentare i valori della libertà, dell&#8217;interesse nazionale e della prospettiva di una Unione Europea più politica e più democratica. Uno schieramento che sappia tenere in campo e partecipare da protagonista alla democrazia dell&#8217;alternanza, quella che seguirà naturalmente la fase della consociazione emergenziale, anche quando i leader attuali saranno tramontati. Più che un partito vecchio, quindi, c&#8217;è da dare vita ad un rassemblement nuovo.</p>
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		<title>LETTERATURA: CINEMA: Alessandro Ticozzi : &#8220;Piatto ricco mi ci ficco!&#8221; &#8211; Senso Inverso Edizioni</title>
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		<pubDate>Fri, 10 May 2013 04:47:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gordiano Lupi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>

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				<content:encoded><![CDATA[<p>di Gordiano Lupi</p>
<p>Alessandro Ticozzi<br />
L’inviato dalla rete<br />
Senso Inverso Edizioni – Euro 17 – Pag. 320<span id="more-32227"></span></p>
<p>Un appassionato di cinema non resta indifferente di fronte alla quantità di materiale che Alessandro Ticozzi riesce a raccogliere nel suo ultimo libro. <i>Piatto ricco mi ci ficco!</i> Verrebbe da esclamare. E infatti si comincia con un’intervista inedita a Leonardo Celi e ad Andrea Pergolari che ha per tema l’attività brasiliana di Adolfo Celi e Luciano Salce, di certo non troppo nota. Tra le chicche del libro apprezziamo una rivalutazione del Jerry Calà regista, cineasta non molto considerato dalla critica alta, ma che resta un autore in grado di stupire. E poi ci sono i mostri della commedia all’italiana (e non solo): Nino Manfredi, Enrico Maria Salerno, Vittorio Caprioli, Gabriele Ferzetti, Antonio Pietrangeli (nei ricordi del figlio), Luigi Zampa, Ugo Tognazzi, Ettore Scola, Vittorio Gassmann (intervista alla figlia Paola) Bud Spencer, Steno (visto dal figlio Enrico Vanzina), Renato Pozzetto… Un elenco quasi interminabile. Una miniera di notizie, raccolte con passione e amore cinefilo, sistemate con cura certosina nello spazio di interviste ai protagonisti e – in mancanza del diretto interessato &#8211; a chi li ha conosciuti da vicino. Il libro parla anche di musica, molte interviste riguardano Giorgio Gaber, Lucio Battisti, Mina e il Festivalbar. Ugo Gregoretti, Giuliano Montaldo, Milo Manara, Folco Quilici, Giovanni Spagnoletti (che riflette su Fassbinder), sono altre perle di un volume che farà la felicità degli appassionati. Se dobbiamo trovare un difetto a questo bel volume, sta nella mancanza di uniformità e nella estemporaneità della collazione dei singoli pezzi, disposti in sequenza senza un filo conduttore. Ma forse la raccolta vuol soltanto seguire il corso delle passioni di un autore che si dimostra grande esperto di cinema italiano, soprattutto commedia e pellicole d’autore, ma anche di musica popolare.</p>
<p>Il materiale raccolto da Ticozzi nel volume è stato tutto pubblicato in rete su riviste e media come Dedalus, News Candiani, Quarto Potere, Radiophonica, Spettacoli News e Associazione Unis@und. L’autore è laureato al Dams di Padova e va ricordato per un brillante saggio cinematografico intitolato <b>L’Italia di Alberto Sordi</b> (2009). Ha pubblicato anche il romanzo breve <b>Diario di un cinemaniaco di provincia</b> (2010). Il suo sito ufficiale è <a href="http://www.alessandroticozzi.it/">www.alessandroticozzi.it</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right"><b>Gordiano Lupi</b></p>
<p align="right"><b>www.infol.it/lupi</b></p>
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