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Fenoglio, Beppe

7 novembre 2007

Il partigiano Johnny

“Il partigiano Johnny”

Einaudi, pagg. 532. Euro 9,55

L’intercalare con l’uso della lingua inglese, (della lingua francese pure, ma assai di rado) e l’impiego di vocaboli in qualche caso appositamente creati o rarissimi (valgano per tutti “floueva”, “squallorosità”, “intattità”, “derangeate”, “stampede”, “freddità”, tra i primi dei molti che incontreremo) rappresentano il primo originale impatto con quest’opera che, ricordiamo, rimase incompiuta e che dal capitolo XXI in poi presenta due stesure che hanno dato del filo da torcere ai curatori delle varie edizioni in cui il romanzo ha visto via via nel tempo la luce. Quella a cui ci riferiamo è stata composta da Dante Isella.

La storia comincia con Johnny che, dopo l’8 settembre, fugge, “soldato sbandato”, a casa, dove tutti pensavano che ormai fosse morto, e lo nascondono in una casupola in cima alla collina. Non resiste a stare lassù e vuol rivedere i vecchi amici, Chiodi, Cocito ed altri, compagni di vita e di idee. Questa insoddisfazione latente lo spingerà “nell’arcangelico regno dei partigiani.” Ci siamo già accorti a questo punto che è la cifra stilistica quella che risalta nella narrazione e già ci sollecita a riflettere su questa novità davvero dirompente. Che cosa ha spinto Fenoglio, che traduceva testi letterari dall’inglese (“un anglomaniaco” dirà a Johnny l’industriale enologico B.), a introdurre parole e intere frasi di questa lingua forestiera nella nostra, al modo che essa non appare mai come sostitutiva ma facente parte di un corpo unico, fluente come una lingua nuova uscita dallo sfascio di una guerra? Se si congiungono storia raccontata e linguaggio, e ad essi non vogliamo dare un rapporto di casualità, si potrebbe rispondere che a questa nuova lingua l’autore tenti di dare il segno manifesto di una riconquistata libertà, e quindi una novella universalità ad essa legata, e le stesse parole create, inventate, e quelle raccolte soprattutto nelle sue Langhe (il dialetto sarà una delle armi difensive dei partigiani. Dirà Johnny ad Ettore, un amico che diviene nel romanzo, per il protagonista, il simbolo dell’amicizia tout court, come del resto sarà simbolo di affetto e di amicizia quella magnifica cagna imprigionata e poi fuggita dai fascisti, vero e proprio personaggio del libro: “Soprattutto parlagli in dialetto e pretendi che ti rispondano in dialetto.”), quelle stesse parole, dunque, paiono indicare l’avvio di una specie di sedimentazione che possa dare sostanza ad una rinascita dentro l’uomo uscito da un conflitto incompreso e feroce, le cui conseguenze nefaste sulle coscienze – capaci anch’esse di riprodurvisi con la velocità e il radicamento di un morbo maligno – devono essere cancellate al più presto. Quale modo migliore, perciò, se non quello di far sorgere dalla morte rappresentata dalla guerra uno strumento di comunicazione innovativo, e plasmabile all’infinito, che rappresenti nella sua diversità il principio di un nuovo percorso più solidale e universale? Una tabula rasa, dunque, ispirata in un uomo che ha sofferto l’ignomia e la viltà di una guerra, e perpetrata più che con il fuoco delle armi partigiane, con la scrittura rinnovata, quale pacifica, e contraria, risposta che non crea spargimento di sangue e significativa di una presa di distanza irrevocabile. Una scrittura che resta, tuttavia, al pari di un sogno, chimerica e improbabile, ma l’unica possibile per fare di questo romanzo il grido liberatorio e rassicurante di una avvertita e desiderata resurrezione. Troviamo tutto questo riassunto in una delle descrizioni più belle e significative del romanzo, nel capitolo 35, quando Johnny osserva i bambini giocare nella neve: “Tutto il mondo collinare candeva di abbondantissima neve che esso reggeva come una piuma. Assolutamente non sopravviveva traccia di strada viottolo e sentiero e gli alberi del bosco sorgevano bianchi a testa e piede, nerissimo il tronco, quasi estrosamente mutilati. E le case tutt’intorno indossavano un funny look, di lieta accettazione del blocco e dell’isolamento. Pareva un giorno del tutto estraneo, stralciato alla guerra, di prima o dopo essa. […] Da lassù poteva nettamente vedere il gigantesco anelare dei loro minuscoli toraci, l’esaltata roseità delle guance, la formidabile nervità delle loro gambette in cimento con la neve e l’erta. E li amò come bambini, accettò quel loro esser tanto giovani e così fuori della guerra, e sperò che essi dimenticassero poi rapidamente e totalmente quella guerra in cui avevano marginalmente scalpicciato coi loro piedi innocenti, augurò loro bene e fortuna in quel mondo di dopo che egli aveva tanto poche probabilità di dividere con loro.” È da questa esplosiva e vivificante, geniale, miscela che nasce un’opera unica e irripetibile e, in forza di questa novità linguistica esaltante in cui si racchiude molto del suo fascino ma non solo in essa, un indiscutibile capolavoro.

Un’altra considerazione va fatta a proposito delle descrizioni, le quali riflettono sempre lo stato d’animo del protagonista, ne sono lo specchio fedele, a cominciare da quella in cui si siede sul greto del fiume e si mette a fumare una sigaretta “con quella lentezza che era in tutto, nel passaggio delle acque, nel lavoro del traghetto, nel passaggio delle labili nubi nel cielo fatiscente.” fino a quella che abbiamo riportato più sopra. E indicative anch’esse, di uno stato d’animo proprio, più che dell’interlocutore, si rivelano talune frasi: “ma sua madre insorse contro di lui per quel suo mettersi con volontaria leggerezza alla perdizione.” I fatti narrati, dunque, saranno mescolati ad una riflessività che in qualche modo li intimizza e trasforma, portandoli ad essere anche nostri per quel filo misterioso che unisce e rastrema le coscienze.

Ha sotto la giacca una pistola e vuol nasconderla, ma intanto: “sentì che era doloroso non esser ancora partigiano”. Intorno a lui ci si sta movendo, i suoi amici rinunciano a restare con le mani in mano, scelgono da che parte andare a combattere. I tedeschi fanno paura ma certuni, che li hanno visti, dicono che i partigiani “non sono affatto stinchi di santo.” Sono i lacerti della guerra, le contaminazioni dolorose della coscienza, dai quali non ci si può liberare se non con decisioni tutte proprie. Lui stesso “era avvelenato dal pensiero di star seppellendo una pistola da servirgli chissà quando.” È alla ricerca “del riacquisto della sua misura di uomo” che troverà nel momento in cui sceglie di congiungersi coi partigiani “sentendo com’è grande un uomo quando è nella sua normale dimensione umana.” È un ritrovare se stessi dopo lo smarrimento e le devastazioni morali e materiali della guerra.

La stessa sensibilità del protagonista pare segnata come dai traccianti della guerra. Leggete questa descrizione: “La strada mordeva; essa stessa esausta e mordace l’altissima costa, striata di nerissima tenebra su uno spettrale bianco neve: il buio saliva ai sommi greppi come a uno inscampabile agguato, ad ogni tornante spariva e riappariva il paese della base, orribilmente fantomatizzantesi nella notte precipite.” Credo che, al di là del fatto che qui manca una parola inglese (ma si veda poi, di lì a poco, la descrizione del partigiano Tito), così frequente e partecipe nella scrittura di Fenoglio, in questa frase risieda tutta la difficile ma davvero geniale operazione stilistica dell’autore. Si parla spesso e tanto di Gadda, e allora Fenoglio?: “il cielo vaporoso di colore smasiva la colonna di fumo in feerica insostanzialità.” La sua invenzione linguistica è assai più complessa e raffinata, a mio modo di vedere (specialmente nella prima parte del libro, e apparirà in una sua grandezza singolare nelle scene del primo scontro con i fascisti), ma qui preme soltanto annotare la coincidenza che questi nostri innovatori del linguaggio abbiano affidato la loro fama a due romanzi incompiuti, come a segnare il loro lavoro di una fatica non ancora conclusa e tramandata. È, dunque, con un simile battesimo di parole che il protagonista incontra e si unisce ai partigiani garibaldini, che sono quasi tutti comunisti, con il loro capo Némega un po’ fanatico che vuol comporre presso di sé “una divisione di mille garibaldini” tutti in “giacco di pelle”, e subito egli pensa di essere finito nel settore sbagliato della parte giusta. Vorrebbe trovare altre formazioni, “azzurre”, badogliane, per non avvertire la propria “superiore diversità che al momento lo angosciava, lo torturava”. Non sono affatto buone le sue prime impressioni sui partigiani, di cui rimarca talune prepotenze nei confronti dei civili, soprattutto quando si tratta di requisire beni e animali ai contadini. Infatti gli verrà fatto notare che, se fosse salito tra i partigiani senza portarsi dietro nemmeno un soldo “quando vai per requisire non faresti lo schizzinoso e il tenero e il superiore”.

Capire il significato della guerra partigiana pare quindi il primo obiettivo da perseguire, dopo la scelta di schierarsi da quella parte, fatta d’istinto, ed ora serviva mettere in moto la ragione e spiegarsi il perché più profondo di una scelta che, così in superficie, per alcune azioni che si compivano, aveva per lui dolorose trafitture.

Uno dei pregi legati al modo di sentire di Johnny, ma è meglio dire dell’autore, e perciò al suo modo di scrivere, emerge nelle descrizioni cui si è già fatto cenno, ma ora l’averne incontrate molte e nessuna mai di riassuntiva banalità, e tutte davvero originali, con quella spigolosità che è riflessiva del carattere del protagonista, ne fa una peculiarità del libro, al punto che l’inserimento di Johnny nella fede partigiana si intravede proprio attraverso una piccola, minima, ma efficace descrizione, che è quella che riguarda il primo attacco contro i fascisti, quando scendendo una quarantina di partigiani il pendio scivoloso per la neve disciolta egli osserva che portavano “le armi ancora disinvoltamente, le portavano, così lente e a tracolla, come chitarre”.

Si avrà la completa osmosi al termine dello scontro, nel corso del quale Johnny ucciderà un giovane fascista, e quando raggiungeranno un posto sicuro dove riposare, egli si guarderà intorno accorgendosi che “era uno di loro, gli si era completamente liquefatto dentro il senso umiliante dello stacco di classe.” E appena qualche riga più avanti, dopo aver reso omaggio alle doti di capo del Biondo, ecco un’altra considerazione importante: “Poi nella sua spina dorsale si spiralò, lunga e lenta, l’onda della paura della battaglia ripensata.” Ossia, bastano queste due frasi a rendere con efficacia e completezza tutto l’intero spirito partigiano, che contro l’insensatezza fascista ritrovava il coraggio, prima trepidamente nascosto, e la solidarietà.

Ma lo stile ancora reclama la sua parte, e se noi osserviamo le parole mai casuali e tuttavia diverse e selezionate che compongono la catena di frasi che portano innanzi il racconto, ci accorgiamo di assistere ad una raffinata composizione barocca (un esempio fra i molti: “Johnny risentì della sua pronità e andò sollevatamente sui gomiti. Il gesto allarmò Kyra come un indizio di scoprentisi fascisti, ma nulla e nessuno era visibile sulla dirimpettaia collina di Valdivilla”), nella quale tutte queste diversità dànno luogo ad un’armonia scultorea e musicale insolita. Gli stessi colori, che pur lampeggiano tra le parole, si scompongono in sfumature di bianco e di nero, quasi per un miracolo che rastremi ogni cosa nell’efficacia e durevolezza di una beltà che si riconsegna a noi per essere ricomposta nei suoi originali pregi in sintonia con il nostro sentire. Quella spigolosità che si è evidenziata e che trapunta il linguaggio di Fenoglio, altro non è che una somma di contenuti, una specie di compiute e minute operazioni stilistiche che compongono le infinite e persuasive guglie di una cattedrale rimarchevole, che è il romanzo di Fenoglio. La nuova cattedrale ancora incompiuta che visitai tanti anni fa a Barcellona, la “Sagrada Famiglia”, e che porta la firma del grande Gaudí, è un’altra immagine assai viva che balza alla mia mente leggendo queste pagine doviziose.

Come le parole sono aghi e guglie sottili e fermentative di plurimi contenuti, così pure lo sono i piccoli quadri della guerra partigiana, che hanno fisionomie compiute e complementari, talché noi ci troviamo a percorrere una strada di minute raffigurazioni come in una pittura complessa, le cui molte scene dipinte, alla Bosch o alla maniera del grande Bruegel, rivelano significati diversi e nuovi e finanche in opposizione. E la vicenda partigiana, pare suggerirci Fenoglio, ne ha di ombre e luci, tali da mettere a dura prova la nostra coscienza: “ricordati che senza i morti, i loro e i nostri, nulla avrebbe senso.”, e più avanti: “Se, a un certo raggio dai tedeschi, uno degli uomini tossiva, e il rischio c’era per la lunga traversata nella neve, il Biondo sarebbe stato costretto a strangolarlo.”, e ancora, crudamente: “Nel dubbio sopprimete.” Frequenti sono, infatti, le riflessioni e i dubbi sulle singole azioni, che per Fenoglio hanno a volte un carattere di eccessività non giustificata. Il commissario Némega gli crea più di una perplessità: “Ecco, prego che siate costretti al programma minimo” gli risponde quando Némega gli fa presente che il programma massimo dei comunisti consiste “nella rivoluzione comunista come corollario e coronamento della lotta di liberazione.” Il romanzo non è più, e non lo è mai stato in effetti, una pura cronaca di guerra partigiana. E Némega, in un momento in cui è osservato da Johnny, ci consente di annotare una delle tante finezze stilistiche e creative di Fenoglio, come esempio di questa sua felice peculiarità: “Voleva arringare gli uomini, con quella sua voce tanto inadatta, tutta cesurata e appoggiata da distinguo, concedo e nego.”, dove quell’ “appoggiata” pare uscita da un miracolo.

Ha l’occasione di unirsi ai partigiani azzurri e “trovò nel nuovo ambiente, almeno un comune linguaggio esteriore, una comune affinità di rapporti e di sottintesi” ed è qui che incontra per la prima volta le donne partigiane: “praticavano il libero amore, ma erano giovani donne, nella loro esatta stagione d’amore coincidente con una stagione di morte, amavano uomini doomed e l’amore fu molto spesso il penultimo gesto della loro destinata esistenza. Si resero utili, combatterono, fuggirono per la loro vita, conobbero strazi e orrori e terrori sopportando quanto gli uomini.” Fenoglio è tutto anche in questa delicata descrizione, che è un pudico omaggio, quasi sussurrato, ma talmente intenso e ricco di amore, da renderlo superbo, e forse ineguagliato. Come la successiva descrizione di Nord, il capo dei partigiani azzurri (“il divo Nord”), nemmeno trentenne, la cui bellezza e maschilità, ed una specie di imponente perfezione fisica, impressioneranno il protagonista, come pure la sua vanità. Tra partigiani badogliani e comunisti si sottende sempre una rivalità, che avrà alcuni momenti intensi e difficili nell’episodio dell’abile accaparramento da parte dei comunisti di un rifornimento aereo destinato agli azzurri; nello scontro a fuoco al deposito di Castagnole per rubarsi il “prezioso carburante”, nonché nel tentativo dei rossi di disarmare gli azzurri, che provocherà la furia bestiale di Johnny. Ma non mancano momenti di collaborazione, anche se rari (“le brigate rosse si erano inserite nella linea azzurra ed ora combattevano fianco a fianco, in un’unione senza precedenti”) e di svago insieme, e se vi si presti attenzione, allorché ci troviamo di fronte a descrizioni molto ampie, come quella ad esempio della libera uscita dei partigiani, sia azzurri che garibaldini, nel paese di Neive (in cui ritroviamo un tocco di grazia nell’osservare gli amori in riva al fiume Belbo tra uomini e ragazze), sono le scelte e rare parole, la stessa costruzione linguistica ad attrarre il lettore e a punteggiare di ricami raffinati la scena, al modo di un continuo rilancio di interesse che tien vigile senza soluzione di continuità la nostra tensione. Non si può prescindere dunque, nel seguire questa storia, dal linguaggio e viene in mente per un parallelo “Uomini e no” di Vittorini, altro bel romanzo sulla Resistenza, ove però l’invenzione stava tutta nella struttura e nella particolarità della storia, mentre nel romanzo di Fenoglio, la vicenda narrata scorre nella cronologia e moltiplicazione di quadri a largo campo che infine si restringono nello spettro dell’osservazione (guardate le lavandaie del capitolo 19), tutti vividamente inseriti nella realtà, e a sommuoverli e renderli particolari, e direi proprio unici (“La luce del giorno, con la sua realistica misurazione di terre e genti”; “un vento sinistro, come nascente da un cimitero di collina, soffiava a strappi, e nel suo calo l’intera atmosfera crocchiava, come per una frizione dei suoi stessi strati di gelo.”) è il linguaggio, che qui ha la stessa preponderanza artistica che riscontriamo in certi originali pittori, come Gauguin, ad esempio, o Renoir, o Van Gogh: “ordinava a tutti i rossi ai loro posti.”

Nel corso del romanzo, si assiste ad un’altra osmosi creata più che dalle circostanze della storia, dalle sottili e ficcanti sensibilità dell’arte, quando, ossia, dopo che si sono plasticamente constatate le affinità elettive tra natura e sentimento dei protagonisti, noi li vediamo a poco a poco sfumarsi nella natura medesima, come se fossero in un momento diventati essa stessa, nella consuetudine di una confidenza portata dalla vita partigiana che la natura non respinge: “E osservando il passo di Ettore, si rese definitivamente conto di come le colline li avessero tutti, lui compreso, influenzati e condizionati tutti, alla lunga, come se vi fossero tutti nati e cresciuti e destinati a morirvi senza conoscere evasione od esilio.” E così pure, quando, bagnatosi in un corso d’acqua, analizza il suo corpo.

Allorché ci accingiamo a leggere il capitolo XXI, ossia il primo della seconda parte che conterrà i 19 capitoli conclusivi nella stesura scelta dal curatore Dante Isella, avvertiamo un freno alla novità stilistica che era stata dirompente e davvero creativa e originale fino a quel momento. Dico un freno, perché sprazzi incontenibili ne restano seminati qua e là, come questo: “Johnny ed Ettore fumavano, guardando atoni alla grigia atonia del cielo, sentendo blankly lo zampettio ed il cacaramento del pollame in libertà sull’aia.” Ora pare quietatasi, tuttavia, e ritornata all’alveo più naturale della nostra lingua, con parole più note ai vocabolari che al genio dello scrittore, anche se non ve ne mancano di rare e ardite (qualche esempio: “secluso”, “restiamente”, “compietandola”, “platitudine”, “circuitità”, “remorandolo”, “cameratità”, “inderelinquenda”). Ma resta piacevole comunque la nuova scrittura, anche quando si appropria come di una nuova sintassi alla ricerca di un insolito e asciutto coagulo di efficacia ed incisività (“l’imminenza e l’impegno del pericolo aveva”, e anche: “ogni altro sentimento ed istinto si annientasse”, e specialmente: “E fecero un innominabile scempio nella fattoria abbandonata, l’arrogante, volgare, intollerabile guardia del corpo.”), suggerita probabilmente da una nuova urgenza di leggibilità tale da ricondurre l’attenzione sulle vicende narrate, fino a quel punto sovrastate e condizionate dall’ingegno stilistico. C’è differenza, infatti, tra le descrizioni delle guerricciole tra fascisti e partigiani narrate nella prima parte e, per esempio, il tentativo fascista di riprendersi la città di Alba, dove lo scontro ha tutto il narrare di una cronologia di guerra. Venendo meno il denso e frastagliato puntello stilistico, essa si allarga e si semplifica, in qualche modo, non quando, tuttavia, si tocca ancora una volta il contatto straordinario e qui simbiotico tra natura e uomo, sia quando tra essi vi è armonia, sia quando vi è contrasto e prova di forza, come in questo caso: “Nel tuonare del fiume potevi però cogliere i colpi di tosse delle invisibili sentinelle. Il caotico cielo, forgia di quel diluvio, era odioso, si tirava le bestemmie.”

Il rapporto tra uomo e natura non abbandona mai Fenoglio, che vi mostra, in quel disperato e crudele tempo di guerra, un interesse denso e sensibile, come se cercasse in un contatto desiderato e forse irraggiungibile, l’unico esito possibile e accettabile della nostra vita, sia pure vicino a un qualche punitivo annientamento: “Essi mentalmente s’inginocchiarono, pregarono per la discesa della neve, tanta neve da seppellire il mondo, cancellare ogni strada e sentiero, incapsulare ogni uomo vivente in un buco cosy, inaccessibile alla specie umana.”

Compare anche un clima di attesa, soprattutto attesa della morte, che ben si armonizza con il raffrenato mutamento stilistico, nel quale scarseggiano ora quelle sfumature barocche che ci lasciavano frastornati e ammirati nella prima parte del libro, e la storia assume un tempo non più scandito dalle nostre azioni, bensì da un avvolgente destino che non si rivela mai frettoloso osservatore, sia pure incombente, e non sfugge mai alla sua essenza di eternità: “E pensò che forse un partigiano sarebbe stato come lui ritto sull’ultima collina, guardando la città e penando lo stesso di lui e della sua notizia, la sera del giorno della sua morte. Ecco l’importante: che ne restasse sempre uno.”

Un romanzo variegato, dunque, epico addirittura (si pensi al gigantesco e crudele rastrellamento contro i partigiani, inseguiti per tutte le Langhe: “Tutte le strade ed i poggi sciamavano di fascisti, ed una grossa colonna stava ascendendo la strada per il crinale, ad ogni svolta apparendo più grossa e quadrata e tremenda.”), che non nasconde (esemplare quell’insistere sulla vicenda del ragazzo partigiano terrorizzato dalla rappresaglia nazifascista) alcun dettaglio della lotta partigiana, che trova in questo libro la sua massima ed efficace rappresentazione: dalle rivalità presenti nelle varie e tra le varie formazioni agli atteggiamenti quando entusiastici, quando sofferti, quando stanchi ed impauriti, della popolazione che le ospita (“Sono stanchi di noi”; “Noi sappiamo che voi siete migliori di loro, lo sappiamo. Ma abbiamo paura”); dalle crudeltà che a volte non differiscono da quelle dei nemici fascisti al dilettantismo incosciente di alcuni di loro, come lo sfortunato Paul; dagli errori di quello che oggi conosciamo come fuoco “amico” agli amori con le ragazze “avendo Ettore accennato che poteva esserci, a Dio piacendo, un’esposizione di pelle.” (tra questi amori quello per Johnny, fugace, della irrequieta e umanissima Elda); dalle esaltazioni convinte e tuttavia fatue della vittoria alle delusioni e fughe per una sconfitta annientatrice di ogni speranza e inasprita dagli echi di fucilazioni, risuonanti e rimbombanti per le valli, perpetrate dai nazifascisti, spesso identificati con un semplice “loro”; libro che resta interessante e omerico proprio per la sua incompiutezza, grazie alla quale vi si imprime una infinità quasi fiabesca, essendo rimaste pressoché intatte le germinazioni spontanee in grado di mostrare tutte le tessiture di un ordito ancora fresco di una genialità incontaminata, e tra queste germinazioni, prima fra tutte il diritto alla propria esistenza e alla propria personalità, pur in mezzo ad un lotta corale che forza e sollecita a “sfuggire a quell’incubo personale ed inserirsi nella generale realtà.”


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Bart