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Ferrucci & Leonelli

7 novembre 2007

Omicidi particolari  

“Omicidi particolari”

Ci accoglie subito una seduta spiritica e facciamo la conoscenza con Domenico Querzoli, che dirige una comunità di tossicodipendenti. Il quadro cambia rapidamente e di bene in meglio ci troviamo di fronte, steso sul pavimento della sua casa, il cadavere del giovane professore di storia dell’arte Augusto De Bellis, e il procuratore Antonio Pierleoni che dirige le prime operazioni d’indagine. L’avvio, perciò, promette molto, solo che ad un certo punto i personaggi che vengono messi in scena sono tanti, troppi perché il lettore ne conservi la fisionomia e il ruolo.

A questo inconveniente gli autori hanno provveduto sistemando all’inizio un elenco dei personaggi, così come si fa sempre nei testi teatrali, e a quell’elenco il lettore, purtroppo, si trova costretto a ricorrere sovente. Ci si accorge subito anche di un ritmo forsennato che non dà tregua e non consente di mettere a fuoco e di ritenere ciò che sta accadendo. Quando entra in scena Emilio Mazza, però, ricercatore universitario, di ritorno da una vacanza a Cuba, che viene chiamato come esperto dal procuratore Pierleoni, si entra nel vivo della storia e il lettore comincia a sentirsene, ora sì, coinvolto, dopo che ha dovuto storcere il naso, tuttavia, per quell’incontro tra la bella Albachiara Felluga, titolare dell’agenzia di viaggi Bendit di Rimini, e Mazza, descritto con qualche debolezza (l’inattesa confidenza tra i due è troppo repentina).Strani documenti crittografati, alcuni antichi, rinvenuti nella casa della vittima, per interpretare i quali occorre proprio la consulenza di un esperto come il Mazza, paleografo, e la fuga di due tossicodipendenti dalla comunità di Montesavino, di cui è direttore Querzoni, sono i primi fili di una complicata matassa che non sarà facile districare. Anche perché ci muoviamo in un ambiente oscuro fatto di alchimia, astrologia, paranormale, in cui accadono avvenimenti sorprendenti, quale ad esempio la comparsa di un ciondolo d’argento, che era stato seppellito al collo di Alberico, un tossicodipendente morto in circostanze misteriose, come accadrà ad altri di quella comunità. La trama fa rammentare che alcuni inquietanti avvenimenti capitarono davvero in una comunità molto nota (il sostantivo patriarca che troviamo a pag. 21, e che sarà usato più di una volta, è molto esplicativo), presa a bersaglio dai due autori, che non hanno alcuna simpatia verso quell’istrionico direttore, di cui compongono l’orribile ritratto di pag. 135: vide una distesa di bistecche di manzo ancora crude, ne arrotolò alcune con le mani tremanti per l’agitazione e le fece sparire con ingordigia tra le fauci spalancate, né verso i suoi metodi restrittivi impiegati nella comunità e le sue frequentazioni, anche politiche. La nera ambientazione – nella casa della vittima sono rinvenuti anche preziosi disegni del Dürer del 1515 – richiama alla memoria le atmosfere tenebrose in cui si muove Zenone, alchimista lui stesso, che ci avvolgono ne L’opera al nero di Marguerite Yourcenar (del resto nel giallo si fa riferimento alla Grande Opera, nel corso della quale si hanno i tre processi di distillazione denominati, nell’ordine: l’opera al nero o nigredo, l’opera al bianco o albedo e l’opera al rosso o rubedo) ed anche il bel film La nona porta di Roman Polanski. Per un certo tempo, gli autori tengono aperti due sipari che si ricongiungeranno solo alla fine: quello della morte del professor De Bellis, in cui questo tipo di suggestione è presente, e in cui fa sfoggio un’erudizione davvero notevole, che però si è fermata giusto in tempo per non tediare, come spesso accade, ahimè, nelle opere di Umberto Eco, e quello della comunità di tossicodipendenti (che esce con le ossa rotte da questa storia: un vero inferno) retta da Querzoni, che invece – rievocando taluni fatti della realtà – consentirà una ricognizione duramente critica dei vizi e delle piaghe del nostro tempo. Le indagini sul delitto De Bellis (perché ce ne sono anche altri contigui) in realtà sono condotte da tre personaggi: il procuratore Antonio Pierleoni (che stranamente, dopo i primi giorni, se ne va in trasferta), il maresciallo Bartolo Vinci e il paleografo Emilio Mazza (costui possiede un’auto vecchia e malandata che ricorda quella del celebre Tenente Colombo), che ci vengono presentati per molto tempo separatamente, e ciò, rispetto al genere, in cui vi è sempre un commissario o un ispettore che emerge e s’impone al lettore, è una singolarità che va annotata. La quale contribuisce al risultato – positivo o negativo che sia – che nessuno dei tre assume il classico ruolo centrale nella storia, anche se al paleografo pare riservato un trattamento di favore: comprese alcune eccessive confidenze a lui fatte dal procuratore, come accade a pag. 168, ad esempio, ma anche le stesse confidenze di Mazza nei confronti di Roberto Bartolini, a pag. 198 (hanno portato via dei documenti di valore) e nei confronti della bella imprenditrice Albachiara Felluga, ad esempio a pag. 207, e di cui si rende conto – si veda la pag.213 -, e ancora alle pagg. 253 e 268. Insomma, un Mazza un po’ troppo ciarliero per essere il collaboratore di un magistrato in una vicenda assai delicata e complessa, e anche se ogni tanto se ne rende conto, ciò non può giustificare il suo comportamento. Quando poi entrerà in scena il giornalista dell’Eco di Rimini, Luca Baschetti, tra questi e Mazza le confidenze e le ipotesi più svariate non si conteranno più, e francamente non sembra plausibile una collaborazione tra i due così fitta, all’insaputa del procuratore (anche se è andato in trasferta) o del maresciallo Vinci.

Ad un certo punto nella casa della vittima spariscono dei documenti importanti. Si trova forzata una finestra e si capisce che da lì è penetrato l’intruso. Una leggerezza degli inquirenti difficilmente comprensibile. Ci si domanda, infatti, perché quei documenti siano stati lasciati nella casa, davanti alla quale, o all’interno della quale, non sono stati nemmeno posti dei piantoni, disponendo il controllo saltuariamente a mezzo di una pattuglia mobile (pag. 183). Come pure, quei frammenti di vetro raccolti da Bartolini e non dagli inquirenti, giudicati poi dal giornalista Baschetti molto importanti (pag. 282), non rappresentano un’altra distrazione troppo pesante a carico di chi dirige le indagini? Sono queste, tuttavia, pignolerie da incontentabili, radiografie che non tradiscono la qualità elevata del racconto, i cui molti fili della trama sono tenuti saldamente dagli autori, capaci, dopo le lievi incertezze iniziali già sottolineate, di tenere col fiato sospeso il lettore per lungo tempo, con una maestria insolita per degli esordienti, quali sembra che siano (si stenta a crederlo) Ferrucci e Leonelli.

A fine lettura, che ci riserverà una grossa sorpresa – dopo che compaiono pagine molto belle che descrivono il sotterraneo di un vecchio convento sopra i cui resti è stato edificato un cimitero -, oltre ad aver letto una intricata storia ben condotta, con una scrittura sempre appropriata, e che nella parte finale si arricchisce anche di orge segrete che sconvolgono la Rimini – bene (una Rimini che sta sullo sfondo come una matrice nascosta da cui fluiscono i miasmi della corruzione e del vizio), ci portiamo a casa anche un bel pacchetto di conoscenze alchemiche, che i due autori spargono – è il caso di dirlo – a quattro mani.

Alcune frasi da segnalare: la libertà della vita potrebbe essere proprio la morte (pag. 95); le donne sono ancor più pericolose del solito quando occupano posti che competono al maschio (pag. 97); il vero problema, in realtà, non è quello di liberare le anime dei morti dal richiamo dei vivi, ma al contrario di liberare i vivi dall’oppressione del pensiero dei morti (pag. 139).

L’uso del verbo mescidare, a pag. 192, antico e specialistico, e il verbo malassare, a pag.258, dànno il segno, se non bastasse tutto il resto, della preparazione e della bravura degli autori, per i quali non è difficile prevedere un gratificante futuro.


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Bart