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Fiore, Angelo

7 novembre 2007

Il supplente  

“Il supplente”

Pungitopo, pagg. 176. Euro 11,30

Il titolo di questo romanzo, che è del 1964, mi ha fatto ricordare una lettera che inviai ad un giornale locale qualche anno fa. Ne riproduco il testo perché vi è il ricordo di uno scrittore lucchese, morto giovanissimo, verso il quale mi sento in colpa, Fabrizio Puccinelli. Quando avrete preso visione della lettera capirete il perché.

“L’importanza degli “Incontri con l’autore” che si tengono ogni martedì nella saletta “Cesare Viviani” presso LuccaLibri va al di là della semplice, anche se importante, presentazione al pubblico di autori lucchesi più o meno conosciuti. Questi incontri, già programmati fino a tutto maggio 1997, se continueranno a ricevere il consenso del pubblico, sono destinati a proseguire nel tempo, e così potranno diventare un punto di riferimento stabile per tutti gli autori lucchesi, che, in quella sede, avranno modo non solo di farsi conoscere, ma di confrontarsi con gli altri. Soprattutto i giovani potranno avvalersi di questa nuova opportunità per affacciarsi al mondo affascinante della scrittura creativa. Un servizio quindi straordinario che viene reso alla città. È anche allo studio la possibilità di pubblicare annualmente un’antologia degli autori che hanno partecipato a questi incontri.

Il sostegno dello scrittore Vincenzo Pardini espresso domenica 1 dicembre nella sua rubrica “Il Punto” mi ha fatto particolarmente piacere, venendo da una persona che stimo per l’attenzione che dedica ai problemi della nostra città, oltre che per i suoi meriti letterari. Pardini aggiunge un rilievo, che è anche una grossa ferita. Lucca dimentica, fa morire per una seconda volta, i suoi autori maggiori, e ne fa l’elenco. Quando, presso l’Istituto Storico Lucchese, qualche anno fa, nacque la Sezione letteraria intitolata a Felice Del Beccaro, tra i suoi programmi vi era (e vi è nello statuto) di far conoscere i nostri maggiori autori locali, tra i quali si menzionavano quelli indicati da Pardini. Sono sicuro che il Prof. Antonio Romiti, altra personalità lucchese che meriterebbe di essere meglio conosciuta, e che, in silenzio e con umiltà, molto si adopera per la cultura, non mancherà di stimolare la suddetta Sezione affinché realizzi quanto prima quel programma.

Come saletta “Cesare Viviani”, su proposta di Aldo Zanchetta, pensiamo di far meglio conoscere ai lucchesi, nel corso del 1997, un nostro scrittore morto giovanissimo, Fabrizio Puccinelli, autore de “Il supplente”, pubblicato molti anni fa da Maria Ricci editore. Un suo racconto apparve anche su “La fiera letteraria” diretta da Manlio Cancogni, nel n° 52 del 26 dicembre 1967.”

Il titolo del racconto è: “Fabulator qualis Humanus”. Il suo romanzo, invece, fu pubblicato nel 1972, otto anni dopo questo di Angelo Fiore. Ebbene, quel mio impegno non l’ho mantenuto. Sono in colpa nei suoi confronti. Conobbi Puccinelli (alto, magro, un po’ pelato, classe 1936, quindi sei anni più vecchio di me) quando, lavorando in banca, ero impiegato a Castelnuovo di Garfagnana, paese reso noto dalla presenza dell’Ariosto che ne fu suo governatore dal 1522 al 1525. Forse era il 1968. Faceva il supplente proprio in una scuola locale e spesso capitava in banca. Aveva contratto un’amicizia con un mio collega e si fermava sempre a discorrere con lui. Dall’altra parte del bancone stava con le braccia appoggiate e non aveva mai fretta di andarsene. Io, quando potevo, mi mettevo ad ascoltare. La letteratura era il suo argomento preferito, ma discorreva di tutto, e di quell’ambiente scolastico in cui si trovava a vivere. Era sempre allegro. Quando lessi il suo racconto apparso su “La Fiera letteraria” diretta in quegli anni da Manlio Cancogni, rivista prestigiosa, egli s’ingigantì ai miei occhi. So che ha avuto poi una vita difficile.

Il romanzo di Angelo Fiore mi ha ricordato, nel titolo e nell’apertura, proprio lui, e già per questo vale un ringraziamento. Devo confessare che il nome di Angelo Fiore era per me sconosciuto, fintanto che non mi suggerì la lettura di un suo romanzo Giorgio Bárberi Squarotti, una guida e un maestro: non sarà mai abbastanza la riconoscenza che gli devo. Ma prima di addentrarmi nel racconto, lasciatemi promettere che se il mio cortese e audace editore avrà voglia di continuare questa serie di pubblicazioni, nel prossimo libro parlerò anche di Fabrizio Puccinelli e di quel suo lontano romanzo.

Attilio Forra, il protagonista, è alla ricerca di se stesso. Scontento del suo impiego presso l’Anagrafe, prende una licenza, abbandona l’ufficio e ottiene dal Provveditorato agli Studi una supplenza di undici mesi per insegnare la lingua inglese.

Si tratta di una nuova esperienza con la quale spera, anche se con molto scetticismo, di scrollarsi di dosso l’insoddisfazione per la propria vita, fino ad allora piatta, monotona, vissuta all’insegna della sottomissione agli altri. È un romanzo psicologico in cui la scrittura, scarna e risoluta ad un tempo, diventa un formidabile strumento di analisi: “Non sono mai riuscito a rivelarmi pienamente: mi hanno sempre interrotto e impedito.”

La sera Leone, “il fuggente”, ossia l’insegnante che aveva anche le funzioni di preside, lo accompagna al “circolo dei signori”, dove s’incontrano i maggiorenti del paese, “in maggioranza proprietari terrieri”, il cui interesse rimaneva circoscritto agli affari e ai problemi materiali della vita, e che sogguardavano con curiosità il nuovo venuto, il quale, secondo loro, avendo interrotto un altro lavoro per fare il supplente, doveva essere “un furbacchione” e, stando al pensiero del pretore, aveva perfino “l’aria di nascondersi”.

La galleria di ritratti che si forma all’interno dei frequentatori del circolo mette in risalto alcune figure di insegnanti, grazie alle quali il circolo in qualche modo sopravvive alla noia e alla monotonia, e su queste in particolare si sofferma l’autore. Tra gli uomini Tambri e Leone, tra le donne Agata, la cugina del protagonista, bruttina e acida, e soprattutto Rosalia Cammelli, una donna sposata, “dalla figura tozza e irrequieta”, spavalda, dal carattere volitivo (è soprannominata “la regina di Saba” e anche: “la basilissa”, “la domina”) che attira su di sé l’attenzione degli uomini, che vorrebbero conquistarla. Attilio è tra questi. La sua irrequietudine è determinata, oltre che dalla gelosia (la donna, che già ha un amante, sembra evitarlo), dall’attesa di “un avvenimento metafisico”, da una rivelazione destinata ad incidere su di lui.

Una tale attesa sospende il romanzo dentro un’aura di inconscia nevrosi che irradia inquietudine e tremori intorno al protagonista. Gli dirà Tambri “ha già sbagliato, come e quando non so, non ricordo o non capisco; è come un intorbidamento, un inquinamento progressivo. Forse, un effetto di luce. Non le nascondo i miei timori; sento un’ansia, un’emozione che non è soltanto mia, ma di tutti.”

Si comincia ad aver paura di Attilio; Tambri. “l’uomo con gli occhi storti”, lo ritiene dotato di un potere terribile: “Tutti hanno capito che lei possiede una profonda conoscenza della forme e della sostanza della vita. E la possiede veramente; ma in astratto; una conoscenza profonda e temibile. In un attimo, con poche parole, penetra e svuota le cose e le persone.”

I timbri della narrazione sono sottili; la malia di Attilio percorre corde nascoste nei recessi della personalità umana. Un suo studente, a lui servizievole, Palumbo, “Era persuaso che la malignità e l’odio altrui appagavano Forra, e che questi li cercava per un suo fine o una sua veduta.”

Anche riguardo alle sue alunne più prosperose, come la Emanuele e la Frattini, egli manifesta un desiderio di attrazione che porti alla lacerazione della personalità della ragazza. E così, a poco a poco, le conversazioni del circolo si trasformano nel pettegolezzo, nel bisbiglio, nel sospetto dei comportamenti altrui. Grippa, un nano, viene considerato un dio, un Priapo, che attrae verso di sé le ragazze e i giovani del paese, come in una setta pagana: “Ballano in modo frenetico tutt’intorno a Grippa; come se lo adorassero o come se lui fosse un simbolo. Si direbbe un goffo tentativo di culto. Ballando ridono come impazziti.”

Attilio e Grippa, dunque. Entrambi sembrano muoversi sospinti dal mistero e da impulsi primordiali fuori dalle regole conosciute. La forza oscura che guida Attilio pare insinuarsi e interferire in quella di Grippa.

Si scopre che Attilio era stato un frate cappuccino e che aveva rinunciato agli ordini. È Tambri che indaga e incalza sulla sua vita per sciogliere e definire in qualche modo la personalità del supplente, capitato in quel paese e già in grado di modificarne le abitudini: “Forra è sano, nell’interno, la sua forza morale è intatta; ma al di fuori questa forza diventa nociva, e distrugge.” È con la sua assidua vigilanza che Attilio deve fare i conti.

Vi è, distesa sul romanzo, un’atmosfera tra misticismo e satanismo, in una simbiosi che mira a confonderne la reale natura per definirla in un unicum ancor più indecifrabile e misterioso. Il nano e Attilio sempre di più si contornano di suggestioni che aprono ampi spazi alla nostra fantasia e anche alla nostra credulità, complice un Tizio, “l’uomo con gli stivaloni”, agricoltore (“Non ho cultura, leggo pochissimo; ma ho meditato”), che spesso introduce al circolo discussioni sulla religione, sull’uomo, sulla divinità (“Satana è parte di Dio; questo non si può negare”), oltre che il pettegolezzo. Allorché Attilio dichiara la sua intenzione di prendere moglie e alcuni si dànno da fare, ma inutilmente, per trovargli una ragazza disposta a sposarlo, Tambri dirà: “Forra non può legare alcuna donna al suo destino; e lui lo sa.”

Le stesse azioni compiute dai protagonisti hanno una impalpabilità che le trasforma in una presenza più onirica che concreta. Tutto sembra svolgersi in un recesso sconosciuto della realtà. Lo stesso paese, nominato con una anonima B., potrebbe essere collocato in qualsiasi punto dell’Italia, se non addirittura dell’universo, anziché in Sicilia, la quale, con le sue usanze, i suoi riti, i suoi pregiudizi, le sue superstizioni, fa appena capolino nel romanzo.

Sbucano come da un oltretomba, all’improvviso, dopo la cugina Agata, Bettina, Vincenzo, Carlo, che si scoprono fratelli di Attilio, e suo padre, Antonio Forra, e sua madre. È palese l’intenzione di radunare intorno al protagonista una vita normale, così da raffrontarlo ad una dimensione diversa e leggibile secondo le regole consuete, alla ricerca, quindi, di un altro punto di osservazione che aiuti a interpretare, scoprire e definire la sua personalità. L’operazione passa anche attraverso la tenuta di un diario da parte di Attilio: “Avanti l’imbrunire, la luce del crepuscolo esaspera la coscienza di me stesso: mi sembra d‘essere spiato, di udire voci di meraviglia: ‘To’, costui vive ancora, ancora.'” Così che a fianco della identificazione che gli altri cercano di fare nei suoi confronti, ora è egli stesso che si analizza per dare una risposta a ciò che al momento non è altro che un’ammissione di impotenza: “sono incorporeo, invisibile, un essere indefinito.”

Avverte di essere occupato da uno spirito “invasore” che “al primo assalto si è impadronito dei nuclei dispensatori d’energia; insediato nel centro, manovra gli ingranaggi di uno spirito non suo.” E ancora: “Il nemico seguiva i pensieri di Forra, assisteva alla loro nascita, li commentava e li criticava; perfino li prevedeva; dunque, si andava abituando e addestrando.” Se pensiamo a certa narrativa moderna, non possiamo che sorprenderci di questa chiaroveggenza in Fiore.

Attilio ha ora un solo punto di osservazione, annullati tutti gli altri, resi vani dalla sua attesa misteriosa, ed esso si colloca al suo interno, non tanto nel suo corpo ma nella sua anima. Indagini di questo tipo conducono spesso nel territorio pauroso, vasto ed insondabile della follia, “della perdita dell’io”.

Da questo cupo smarrimento deve sorgere il nuovo, sostiene Attilio, ossia quel mutamento, quel rivolgimento atteso, e Attilio vi si immerge perché crede in ciò e nelle voci che dal suo interno si levano a formare ombre, presenze inquiete, ossessioni, finché queste non assumono a poco a poco i contorni di una nuova realtà. Così accade per il fantasma di Alberto, che torna, nei suoi incubi, mutato l’aspetto, ad essere il Grippa, il Priapo che aveva incontrato nel paese di B.: “Le donne fingevano di inorridire; poi si piegavano, si rassegnavano, veneravano; incredibili, il rispetto e l’adorazione di cui lo circondavano: più vile e feroce egli si mostrava, più cresceva l’adorazione di quelle.” Intorno a lui altre ombre oscene e ostinate compongono una “brigata” di “invisibili” e “ignoti”, corrotta, invadente e distruttrice.

Attilio a poco a poco si sottomette ad una faustiana prigionia e dannazione attraverso le voci di quelle presenze sabbatiche che egli ode provenire dalla stanza vicina sempre più tumultuose e feroci (“Non mangiano mai; però fornicano sempre.”) in grado di comunicargli segreti e misteri, e al cui centro sta la figura di Alberto, il “mostro”, mezzo mago e mezzo demonio. Si convince, così, di essere pervenuto “a uno stadio di sensibilità fuori dell’ordinario”.

Quando riesce a mettersi in contatto con la brigata di gaudenti, il primitivo “circolo dei signori” nel quale era stato ammesso all’inizio della sua carriera di insegnante nel paesino di B. è sostituito su di un piano nuovo e diverso da questa allegoria rosseggiante di lussuria e di incontinenza. È la riproduzione fantastica e freudiana ad un tempo del suo spirito inquieto e insoddisfatto (“la fluidità di quel mondo nato in lui o attorno a lui.”): la maturazione di un cammino che era iniziato in quel suo esordio di supplente, accompagnato e stimolato sempre da una capacità di attrazione e distruzione che già si era manifestata allora nei confronti degli altri. La sua autorità che presto s’impone sugli “invisibili” diviene il segno del suo trapasso e della sua dannazione: la tanto attesa rivelazione, il mutamento.

Un po’ Freud, un po’ De Sade, un po’ Lermontov, un po’ Lautréamont, un po’ “Rosemary’s Baby” di Polanski, questo inquietante e originale romanzo, la cui trama, priva di azioni significative, sta tutta nel tormento segreto della nostra intimità.


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