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Flaubert, Gustave

7 novembre 2007

Bouvard e Pécuchet
Madame Bovary
  

“Bouvard e Pécuchet”

Mondadori, pagg. 336. Euro 6,20

Il celibe Pécuchet e il vedovo Bouvard s’incontrano per caso sedendosi contemporaneamente sulla stessa panchina. Ciò che facilita l’avvio della conversazione è il fatto che, posando i loro cappelli a lato, si accorgono che hanno avuto entrambi la stessa idea di scrivere all’interno della “calotta” i propri nomi. Se ne deduce, quindi, la loro diffidenza nei confronti del mondo. La divertente circostanza mi ha fatto ricordare che anche a me capitò d’incontrare nella mia vita lavorativa un collega che legava alla scrivania con una cordicella la propria penna a sfera, nel timore che gliela rubassero. Non siamo fuori della realtà, dunque, e l’osservazione di Flaubert è assai perspicace e accusatoria. Il feeling tra i due è immediato. Entrambi sono impiegati: “Ognuno, ascoltando l’altro, ritrovava un aspetto di sé dimenticato” e la conversazione spazia subito su molti campi. Difficile trovare una fulminea e simpatica intesa come questa: “Per venti volte si erano alzati, si erano riseduti e avevano percorso il boulevard dalla chiusa a monte fino alla chiusa a valle col proposito di separarsi, ogni volta privi della forza necessaria, trattenuti da un incantesimo.”

Bouvard, più alto di Pécuchet, “camminava col cappello all’indietro, il panciotto sbottonato e la cravatta in mano”, Pécuchet, più piccolo, “spariva dentro a una finanziera marrone, procedeva a testa bassa sotto un berretto dalla visiera appuntita.” Li accomuna anche il fatto di essere copisti, Bouvard in una ditta commerciale e Pécuchet presso il Ministero della Marina, e di amare lo studio. Mai combinazione più propizia pare essersi incontrata sotto il nostro cielo: simili e complementari, perfino nella risata: “Anche le loro piccole debolezze si compensavano a vicenda.” E tre nomi di battesimo ciascuno, addirittura: François, Denys, Bartholomée per Bouvard, e Juste, Romain, Cyrille per Pécuchet, e entrambi di anni quarantasette! E in possesso di una bella scrittura alla quale dovevano il lavoro.

Tutto questo non è un miracolo? Dotati di grande curiosità, trovavano nella loro fantasia il modo di appropriarsi di conoscenze immaginarie, ma per loro esatte e reali. Sciocchi, perciò? Non direi, piuttosto conquistati da quell’entusiasmo primitivo della vita e, se si vuole, infantile, tale tuttavia da consentire – privilegio non da poco – di sopportare e forse anche ignorare le asperità dell’esistenza.

E così credevano, infatti, fino a che non scoprono a loro spese che la curiosità, e soprattutto il desiderio della conoscenza, non sono affatto neutri e “con l’accrescere delle nozioni, si acuirono le sofferenze.” Grazie ad una cospicua eredità, acquistano una bella tenuta a Chavignolles e vi si trasferiscono immediatamente, licenziandosi dal proprio lavoro, pieni di entusiasmo e di progetti. Il viaggio in diligenza dei nostri due protagonisti alla volta della proprietà acquistata mi ha fatto ricordare un altro grande autore e mi sono domandato se Flaubert conoscesse (e suppongo di sì, siamo intorno al 1880) quel capolavoro di Charles Dickens “Il circolo Pickwick” uscito a puntate già nel 1836 e in volume nel 1837. Quel viaggio richiama alla memoria, non v’è dubbio, il capolavoro del narratore inglese. Mentre più avanti, nell’episodio dello scavo geologico sulla costa delle Hachettes, ispirato da un suggerimento sciagurato dell’abate don Jeufroy, non pare a voi di rinvenirvi quell’inizio di “Tess dei d’Urberville”, quando è il parroco Tringham a insinuare allo stesso modo le origini nobili del contadino John Durbeyfield, insinuazioni che furono causa di tristi conseguenze? Qui però siamo nel 1891 ed è, semmai, Thomas Hardy che ha letto Flaubert. E il pranzo di M. de Faverges offerto ai notabili del paese non ha qualche punto in comune con il pranzo che si tiene nel palazzotto di don Rodrigo nel capitolo V de “I promessi sposi”? Mi piace ricordare queste felici coincidenze per sottolineare quanto un filo invisibile colleghi sempre tra loro i grandi artisti e le loro opere.

Naturalmente, quanto vanno facendo nella loro tenuta i nostri protagonisti, pieni di fervore “progressivo” e di speranza, si trasforma in un colossale fallimento. Mentre l’azienda di proprietà del conte M. de Faverges, visitata allo scopo di imparare, lussureggiava davanti ai loro occhi, le stesse colture non riuscivano ad attecchire nella loro terra. Eppure, i due amici non vi risparmiavano passione, tempo ed energie. Non v’era libro che essi non consultassero per apprendere tutto sull’arte della coltivazione. E dei titoli Flaubert, preparatissimo, fa sfoggio con simpatica ironia: non solo sulla agronomia, s’intende, ma anche sulla chimica, la fisica, la medicina, l’astronomia, la zoologia, la geologia, l’antropologia, l’archeologia, la storia, la letteratura (Scott e Dumas passati al setaccio, senza pietà! Per non dire poi del teatro in generale), la politica, lo spiritismo, il magnetismo, la medicina, la filosofia, il cristianesimo, la pedagogia e qualche altra branca della scienza che non rammento, al punto che si stenta a credere che l’autore abbia potuto leggerli tutti. Il lettore potrebbe divertirsi a registrare l’ampio numero di citazioni. Ma l’ottimismo dei due irriducibili non viene meno, nonostante le avversità. E così, abbandonate le colture, andate in malora anche a causa della grandine e del fuoco, non si rassegnano e decidono di trasformare la proprietà in un giardino dove gli alberi, le siepi e quant’altro si sarebbero trasformati in disegni fantastici di cui essi erano gli autori, e tali da deliziare di meraviglia i notabili del paese; e a tal punto vi riuscirono che “emozionati com’erano, si abbracciarono.” Ma era anche questa una pia illusione, come dimostrarono gli invitati alla festa data proprio per l’occasione. A nessuno piacque quell’architettura balzana, che di sera aveva un aspetto così diverso e orribile da quello che gli artefici s’erano immaginato di giorno. Ci si deve arrendere, allora? Si debbono uccidere i sogni? No, ci dice Flaubert, divertendosi alla grande a dimostrare la sua tesi. Che, a dispetto degli artifizi di molti studiosi, è estremamente semplice, leggibile e godibilissima: ossia, a niente vale conoscere tutti i libri del mondo, se dentro di noi non c’è l’audacia del sogno e dell’illusione; e che bisogna stare attenti a non esagerare con le proprie curiosità, giacché tutto quanto è stato partorito dall’uomo attraverso i libri – che spesso contengono, ci fa capire l’autore, delle madornali “frottole” e contraddizioni – può provocare in noi un autentico pandemonio!: “Tutte quelle letture avevano scosso però il loro cervello.” E a proposito di artifizi, si vuole perfino sostenere (Roland Barthes) che “se si guarda il libro da vicino, ci si accorge che i due personaggi non si rivolgono mai la parola”, quando il risultato dell’opera risiede per la gran parte in questa simpatica e comunicativa dualità: si veda la spedizione a Etretat, oppure la declamazione di brani tratti da “Fedra” e “Tartufo” dinanzi a Mme Bordin ed altri che se ne stanno nascosti a spiarli, che sono soltanto due dei molti esempi possibili.

Si tratta, dunque, a ben vedere, da parte dei nostri due eroi, di una arrampicata ingenua ed entusiasta su di una scala i cui gradini sono i libri di una scienza tutto sommato risibile ed evanescente. “Bouvard e Pécuchet” è il libro che parla dei libri e della loro vacuità, insomma, e dello smarrimento che se ne prova, fino a generare addirittura scetticismo e noia, e “giorni tristi.” Così che la soluzione migliore, l’esito del loro smarrimento, sarà tornare utilmente al loro vecchio mestiere, mettendosi a “copiare”, dopo aver vissuto perfino un periodo di esaltato misticismo, tutte le sciocchezze e le banalità incontrate nel corso della loro incredibile esperienza. Si badi che di questa operazione del “copiare” noi non ne sappiamo un bel nulla, visto che l’opera s’interrompe prima che Flaubert vi metta mano. Egli fa trovare questa sola parola “copiare”, quale ottima idea covata dai due, negli appunti lasciati per approntare il seguito della storia, interrotta, com’è noto a causa della morte dell’autore, e uscita postuma, talché le nostre conclusioni restano, di qualsiasi colore e prestigio siano, solo congetture. Ciò che risulta, perciò, intanto, è un ammonimento rivolto a tutti noi di porre un freno alla nostra creatività, spesso – se non sempre addirittura – erronea e approssimativa. E non vi è dubbio che Flaubert si è ‘divertito’ a scrivere “Bouvard e Pécuchet” (una delle sue facezie migliori è questa, che si riferisce al curato don Jeufroy: “sapeva che il corpo umano risusciterà con l’aspetto che aveva verso la trentina”) ma l’intento alla fine è quello di mostrare tutta la tragicità della nostra supposta conoscenza. Si può ragionevolmente sostenere che non vi sia libro più carico di umorismo e di ironia di questo che ha come epilogo la dissacrazione sciagurata dello scibile umano, dalle cui ceneri emerge la stupidità quale risultato migliore e possibile ottenuto dall’uomo: un uomo che rasenta il nulla, se proprio non lo sia già sin dal principio, e, in sovrappiù, se occorra, si affaccia sul nulla: “il Nulla che ci attende non è più spaventoso del Nulla che abbandoniamo.” Ritornando alla dualità dei protagonisti, va osservato che non è un caso che Flaubert, quando disegna qualche loro tratto, lo faccia sempre in parallelo, a suggellare la loro complementarità, la cui efficacia e armonia discendono proprio dall’essere i medesimi le due facce della stessa medaglia: ossia l’uomo, il quale è uno sì, ma ha le sue molte e confuse contraddizioni a distinguere la propria unità. In parallelo scoprono perfino l’amore e le sue delusioni!

Lo stile, sempre preciso e attento, ha la sua resa migliore quando si distende nel raccontare, oltrepassando un po’ la lunga serie degli esilaranti esperimenti degli ostinati e fantasiosi protagonisti, esperimenti che finiranno per abbattersi sulle spalle di due poveri monelli in via di rieducazione: Victor e Victorine, irriducibili figli della Natura. Il fallimento anche nei loro confronti non li fermerà: “Avere fallito con i bambini, non significava forzatamente un’analoga sconfitta con gli uomini.” Sono entusiasti ancora una volta, indefettibili, e decidono di tenere una conferenza per esporre un loro programma. Ma il romanzo, ecco, si interrompe qui. Dagli appunti di Flaubert, noi veniamo a sapere che il programma di Pécuchet sarà all’insegna del pessimismo, al contrario di quello di Bouvard, e ancora una volta sia l’uno che l’altro non saranno presi sul serio, anzi rischieranno l’arresto e solo Vaucorbeil, il medico di Chavignolles, riuscirà a dissuadere il Prefetto, dicendogli: “bisognerebbe portarli piuttosto in un manicomio.

“Madame Bovary”

Ecco un romanzo di culto. La sua storia è arcinota ed ha avuto varie trasposizioni cinematografiche, come arcinota è la celebre frase di Flaubert: “Madame Bovary c’est moi”, con la quale rispose un giorno a coloro che domandavano come avesse potuto penetrare così a fondo nell’animo della protagonista Emma Bovary. Uscito nel 1856 a puntate sulla “Revue de Paris”, il romanzo aveva avuto una lunga gestazione e, stando a quanto narrano gli studiosi e lo stesso Flaubert, l’autore ebbe a rivederlo molte volte prima di arrivare alla stesura definitiva. Si dice che egli restasse fermo su di una pagina addirittura per cinque lunghi giorni. Dico questo, perché lo stile espresso in questo romanzo da Flaubert ha costituito per molti autori un grande esempio di scrittura. Zola, parlando di “Madame Bovary, scriveva: “Fu una completa rivoluzione letteraria”. Il suo modo di scrivere è preciso, puntuale, sobrio: mai una parola di troppo o un aggettivo sprecato, e sorprende la sua scorrevolezza e il suo fascino trascinatore ove si pensi alla fatica che gli costò pervenire a questo risultato. Si può dire che Madame Bovary rappresenti un esempio di quanto sia frutto di un lavoro tenace e faticoso pervenire ad una scrittura semplice e comunicativa. Alcune frasi che mi hanno colpito, riprodotte nella traduzione di Oreste Del Buono: “Ce ne sono di più belle di me, d’accordo, ma io, io so amare meglio!”; “con quella risolutezza dei vili che non conosce ostacoli.”; “La parola è una specie di laminatoio che affina i sentimenti.”; “Denigrare coloro che amiamo equivale sempre a staccarcene un poco: non bisogna toccare gli idoli, se non si vuole che la doratura ci resti sulle mani.”; quando Emma Bovary muore, scrive: “Non esisteva più.”.

Riassunto della trama: Charles Bovary, ufficiale sanitario, conosce, nel corso di una visita a Père Rouault, la figlia di questi, Emma, che ha studiato in convento, sa suonare il pianoforte e disegnare. La sposerà, lui uomo rude e dalle maniere un po’ volgari, dopo la scomparsa della moglie più vecchia di lui e brutta, che ha sposato su insistenza della madre. Il loro matrimonio sembra scorrere bene, sennonché Emma avverte il forte contrasto tra il suo carattere delicato e le sue ambizioni, e l’ordinarietà del marito, che si accontenta di così poco. Un ballo dato in un castello risveglierà in lei il desiderio di avere qualcosa di meglio dalla vita. Divenuta irrequieta, il marito pensa di trasferirsi in un altro paese, Yonville, affinché la novità del luogo, la rassereni. Qui facciamo la conoscenza con il farmacista Homais e Léon Dupuis, impiegato presso uno studio notarile, del quale Emma prima diventa amica e poi, in forza delle conversazioni romantiche e romanzesche intrattenute con il giovane, se ne innamora. La partenza di Léon per Parigi, porrà fine al momento a questa pericolosa relazione. Ma un altro giovane si fa avanti a corteggiarla. È assai intraprendente, si chiama Rodolphe Boulanger, e vive in un castello. Accortosi dell’inquietudine di Emma, decide di sedurla, riuscendovi molto presto. Intanto Emma si dà a spese pazze e cade nelle mani di un commerciante di tessuti usuraio, Lhereux, con il quale contrae un mare di debiti, grazie alla procura che incautamente le ha rilasciato il marito. Ma Rodolphe si stanca presto di lei. Allora sarà una fortuita coincidenza che le consentirà di rivedere in un teatro di Rouen, Léon, con il quale riprende la relazione e diventano amanti. Lhereux ora esige di riscuotere il suo credito ingente, ma nessuno dei suoi amanti aiuta Emma, e addirittura Léon l’abbandona per non rischiare di compromettere la sua carriera. Così si arriva al sequestro della proprietà e allo scandalo. Emma ruba dell’arsenico dal farmacista e si avvelena. Nessuno riesce a salvarla, né Homais, né il marito, il quale le sopravvivrà di poco.


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Bart