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Franchini, Antonio

7 novembre 2007

L’abusivo  

“L’abusivo” (2002)

Marsilio, pagg. 256. Euro 14,46

Nato a Napoli nel 1958, Antonio Franchini ha alle spalle una produzione di tutto rispetto, tra romanzi, saggi e racconti sparsi su varie riviste. Per restare ai romanzi, il suo esordio è del 1991 con “Camerati”; faranno seguito: “Quando scriviamo da giovani”, del 1996; dello stesso anno “Quando vi ucciderete, maestro?”; quindi “Acqua, sudore, ghiaccio” del 1998. “L’abusivo” è del 2001. Nel 2005 uscirà “Gladiatori”.

Essere abusivi a Napoli, spiega l’autore nella breve premessa, significava negli anni ’80 svolgere alcune attività che, “pur essendo irregolari, costituivano nell’illegalità generale un’infrazione assai lieve.”; “il suo significato oggettivamente negativo, sbandierato con tracotanza, era come se ribadisse, di fronte al mondo della norma e della legalità, una certa fierezza nel trasgredire.”

Franchini a quel tempo viveva a Napoli e faceva giornalismo, prima di dedicarsi alla letteratura, ed era compagno di Giancarlo Siani, il giornalista ucciso dalla camorra “sotto casa, alle 21,40 del 23 settembre 1985”. È di lui che scriverà: “non ho la forza, né la voglia o il coraggio di scrivere il suo nome. […] Tanto, si saprà presto di chi sto per scrivere.”

Capiamo subito di trovarci di fronte ad un autore di profonda sensibilità, dotato di una scrittura che ne asseconda i registri più intimi: “Allora capisci quando per i tuoi coetanei è finito il tempo di cambiare ed è arrivata l’ora di appartenere.” Il ricordo della sua vita trascorsa a Napoli, ora che vive al Nord, si impregna di una nostalgia consapevole, dalla quale tuttavia mantiene le distanze, ben sapendo che “chi da un luogo se ne è andato non ha diritto di parlare se non del luogo che lasciò.”; “Così la vita che un giorno ti è stata modificata dal cambiamento d’orizzonte, un bel giorno ti viene resa come se fosse un pezzo della vita di un altro.”; “Ma se ancora resti attaccato a un luogo che per libera scelta o volere del destino ti lasceresti dietro le spalle, è perché qualcosa ti costringe.” Queste tre frasi rappresentano, congiuntamente considerate, la rotta di questo libro, i cardini su cui ruoterà. Il narrare di Franchini è lento, quieto, di persona che ha già disegnato nella mente l’intero suo progetto, ed ora ne va sviluppando ordinatamente le linee e i colori. La sua è una sensibilità raffinata, che deriva da uno sguardo che penetra all’interno di uomini e cose, e mi ricorda quella di Carlo Levi nel “Cristo si è fermato a Eboli”, che ha pochi eguali, a mio avviso, nella storia letteraria del nostro Paese. Riguardo alle attese dei giovani, costretti a vivere la quotidianità piatta e monotona, Franchini, infatti, scrive: “In quell’attesa delle più banali delle prospettive mi è sembrato di vedere che immenso retroscena di ordinari gesti c’è dietro la crescita di ognuno, quale tetraggine giace anche sotto la scorza luminosa di un’età che si dovrebbe rimpiangere.” La struttura del romanzo è molto semplice e trasparente, procedendo su due binari: quello che ci descrive la famiglia del narratore – quasi un alleggerimento dell’altro – e quello della storia di un assassinio. Sembra quasi che Franchini desideri mettere un fatto di assoluta gravità a confronto con la indifferenza della società napoletana, che continua a vivere le sue giornate come se nulla fosse accaduto. Lo sguardo, dunque, si alterna tra alcune figure familiari, come l’intrigante e risoluta nonna soprannominata “Locusto”, che ha novantatre anni e ancora non ne vuol sapere di morire (“Chesta perciò nun more, perché nun chiude mai ll’uocchie…”), la madre Angela sempre in lite con lei (entrambe usando un dialetto frizzante: “Non ti so dire che mi sta facendo… che brutta vecchiaia! Chi mai pensava questo! Mi chiude le porte! Mi chiude dentro… zio! Sei visto, zio! Io le sono detto di non mi parlare e quella mi parla! Se tu non lo vedissi, non lo putissi crede… sparisci! Mi dice sparisci! Mi sono stancata di te vede’!”), e lo “zio” Rino, ottantaquattrenne, detto “l’airone reale”, che le ascolta litigare in silenzio; e l’ambiente del giornalismo in cui un esordiente deve sudare sette camicie per sperare di diventare un professionista e, se lavora in ambienti malavitosi, mette a repentaglio addirittura la propria vita.

La figura di Giancarlo Siani entra nel racconto a poco a poco, in punta di piedi. È considerato “guaglione”, “per dire di uno che ha l’irresponsabilità, ma anche la mancanza di calcolo e la leggerezza di un ragazzo.” Ne scaturisce una immagine della professione di giornalista molto dura, che richiede impegno, sacrifici, lungo un percorso, per conseguire l’agognato “patentino”, spesso ostacolato da colleghi invidiosi e meno capaci. Giancarlo Siani sarà addirittura molto meno fortunato, giacché sulla sua strada incontrerà nientemeno che la morte. Un giorno il narratore, a Milano dove lavora, aprendo il giornale, legge: “Giovane cronista assassinato a Napoli”. “Allora dissi: ‘Hanno ammazzato un mio amico.'”; “a Milano, era una giornata bellissima, come sono spesso gli autunni senza caligine, quasi dolorosi di un nitore che dura poco, della forma scorciata di bellezza che ti fa considerare la vita una condizione eterna quando non pensi che la puoi perdere e te la fa rimpiangere in anticipo se pensi a freddo a quando la perderai.” Quest’ultimo brano, molto bello, è un esempio anche di una variazione di registro di cui è capace Franchini, che accende la scrittura di queste minute gemme che paiono starsene nascoste. Anche nei momenti in cui la vicenda Siani lo stimola ad alcune riflessioni, questo registro prende il suo abbrivo e dà un connotato particolare al contenuto della scrittura: “Ciò che cercavo ha avuto tutto il tempo di confondersi con ciò che sono, come tutte le cose che per diventare percorrono mille vie diverse e quando poi sono ormai sono, in quella che sembrerà l’unica maniera possibile.” Si può portare un altro esempio, il paragrafo dedicato al guappo Spavone o’ Malommo che è preceduto da due paragrafi che hanno tutt’altra vibrazione, come si dirà più avanti.

Le continue litigate tra madre e figlia (ossia, la nonna Locusto e Angela, la madre del protagonista), che fa da contrappunto alla storia di questo omicidio, con lo zio che patisce la situazione, ricorda gli screzi tra padre e figlio nella commedia di Edoardo De Filippo “Natale in casa Cupiello”, del 1931, con in mezzo lo zio Pasqualino che subisce le angherie di quel nipote, Tommasino, sfaticato e sempre in cerca di soldi. Allo zio Rino, l’autore dedica un paragrafo molto a bello, a descriverne la natura. Questo è l’inizio: “Per una cortesia da gentiluomo altrove ormai estinta, per l’eleganza, per i capelli bianchi e l’alta statura che, fin quando sta fermo, sembra più sottolineata che compromessa dalle sue vacillanti gambe da trampoliere, zio Rino era apprezzato dalle donne almeno tanto quanto lui apprezzava loro.” Non è un caso che a questa descrizione segua quella espunta dalla memoria su Giancarlo Siani: “Perciò la sua faccia io non me la ricordo, è come se quelle tre o quattro fotografie diffuse si fossero sostituite all’ombra della carne, come succede che la più neutra fototessera, riprodotta sulle pagine della cronaca nera con l’alone del timbro a secco e il tondo del gancio metallico, possa trasformarsi in uno dei più puri emblemi della morte. Ma anche se non me lo ricordo più, so che esiste un legame tra il suo volto e tante altre cose – immagini rotte, fumi dal rogo di paesaggi, di strade e di persone – che invece mi ricordo bene.” È uno dei momenti in cui le due storie – quelle familiari e quelle della morte del giornalista – si toccano. Sono anche altri due esempi, questi, di quanto la prosa di Franchini sia, nella sua apparente linearità, una prosa che scende nel profondo dei nostri sentimenti. Una tale caratteristica percorrerà tutto il romanzo, e nei momenti in cui si dà spazio alla riflessione, la mente riproduce sempre nelle parole le vibrazioni interiori, colorandosi di una lucidità che riverbera quella partecipazione del sentimento alle azioni degli uomini, che spesso si nasconde dentro i nostri ragionamenti, ma sempre li ispira e li rafforza.

Il delitto Siani dà l’occasione di fare un po’ di storia della camorra, partita come guapperia e trasformatasi presto, con l’avvento della droga e il bisogno del riciclaggio del denaro sporco, in una sofisticata organizzazione imprenditoriale, in cui il boss non si sporca più le mani col sangue, ma ha dei sicari che ambiscono a farsi belli davanti ai suoi occhi. Attorno al boss ruota molta gioventù assoldata, spesso veri e propri ragazzini di tredici quattordici anni. Gli racconta Enzo Perez, “decano dei cronisti napoletani di nera.”: “Adesso affidano le armi a ragazzi addirittura minori di quattordici anni. Hanno trovato ragazzi di tredici anni che portavano bombe telecomandate, a San Giovanni a Teduccio. Sì, io li ho visti durante i processi, li ho visti, ma sono ragazzi dagli occhi di ghiaccio. Tu non riesci a trovare un barlume di umanità, questa è la cosa triste.” Perez confessa anche le sue paure, una delle quali è quella di essere ucciso per strada e “Che mi potesse vedere mia moglie dalla finestra.” Ma la paura uccide due volte: “ho sempre sostenuto una cosa, che chi si piglia paura muore due volte, muore ogni giorno.” Attraverso il racconto di Perez, chi non è più giovane, ha modo di ricordare certi avvenimenti che caratterizzarono la cronaca nera di molti anni fa: il rapimento Cirillo, il processo a Cutolo, l’aberrante caso Tortora, il rapimento del figlio dell’onorevole De Martino. Spesso il giornalista ha delle informazioni che gli consentirebbero di fare uno scoop; qualche volta è possibile farlo, altre volte “l’esigenza di giustizia deve superare quella dell’informazione.”, dice Perez, che tiene all’autore una vera e propria lezione di come si debba comportare un cronista: “La credibilità viene prima di qualsiasi scoop.”; “Il giornalista deve sempre dare l’impressione di sapere meno di quello che scrive. Perché se si sa che tu sai una cosa diventa un pericolo. Perché allora la gente si chiede perché non lo scrive? Quest’uomo a che cosa mira?” La camorra dispone di killer senza scrupoli, uno dei più spietati fu Pasquale Barra, detto “‘o Animale”, perché era come una belva, aveva il fiuto di una belva: “lui sentiva il pericolo come lo sentono gli animali”. Quando un cronista riporta nomi e fatti reali e “si espone sulla verità della cronaca può sentirsi investito di un forte diritto”, al contrario di quanto succede ad uno scrittore: “chi si serve della realtà per scrivere finzione può almeno essere sfiorato dal sospetto di non avere nessun diritto. Il suo diritto semmai dipende dal risultato, dalla bellezza, dall’importanza, dalla necessità che eventualmente assume ciò che ha creato. È un diritto a posteriori.” Il caso Siani si presenta, dunque, allargandosi nel suo significato, come un’occasione che Franchini assume per mostrare quale lacerazione sulla verità promani dalla scrittura, la quale non è mai neutra e produce sempre conseguenze, anche dolorose: “Di solito ci vuole il sacrificio, ci vuole il sangue per indurci a credere nell’assenza di secondi fini. Anche se la morte, anche se il sangue, veramente, non sciolgono nessun dubbio.” E ancora: “Della mia innocua scrittura penso che abbia potuto fare del male a qualcuno, ma un male soggettivo, chiuso, personale, e chi l’ha provato se lo sarà tenuto dentro. Perciò allora mi domando ma Giancarlo, quando scriveva di cose e di persone pericolose, ne aveva coscienza o no? E se ne aveva coscienza, aveva paura? E se aveva paura, cercava mentre scriveva di mitigare le sue frasi oppure no?” Vi è un confine labile tra paura e coraggio, “i cui confini si spostano assai sensibilmente a seconda del momento e delle circostanze, a seconda di chi ci valuta, e sarebbe ancora niente, perché si spostano anche a seconda di come cambia dentro di noi l’umore o di come la vitalità ci s’infiamma dentro o marcisce, e ciò che siamo degenera, migliora o – semplicemente – muta.” È il ritratto dell’uomo, come è sempre stato; nella modernità egli resta simile all’antico: mutevole e fragile, eroe o vigliacco, ma mai per sempre.

Per il delitto Siani si cercò di trovare le cause dentro le parole che aveva scritte; esse diventarono il terreno di una indagine “che si poteva condurre in poltrona, sfogliando semplici carte, le più ovvie e accessibili, le pagine di un giornale”.

Il caso passa in più mani, ma, apparentemente facile, ad un certo punto s’intorbida e “Chi lo seguiva non lo segue più, non è più capace di collegare il fatto ai suoi sviluppi.”

Franchini si avvale delle testimonianze e delle dichiarazioni di persone che vissero da vicino la vicenda Siani, come, ad esempio, Amato Lamberti, Francesco Romanetti, Daniela Limoncelli, Paolo Siani – il fratello medico di Giancarlo -, Maurizio Cerino, Gennaro, Giulio Di Donato. A questo punto la storia si struttura, per la parte dedicata al delitto Siani, in un percorso – inchiesta, datato a partire dal 1992, per scoprire ciò che non funzionò nelle indagini. Saltano fuori nuovi sospetti (“Giancarlo viene ammazzato per dare un segnale ad altri.”), omissioni (“Anche in quella direzione non si è indagato molto.”), depistaggi (si sottolinea il ruolo de “il Mattino”), e così via, in una densa trama che mette a nudo gli intrecci tra politica e camorra, tra capitale e malavita. Lamberti dirà: “Io sono convinto che qui c’entrano i fondi per la ricostruzione, il dopoterremoto…” E Romanetti: “Giancarlo ha scritto con estrema durezza dei clan della zona. Come nessun corrispondente aveva mai fatto.” E poco dopo: “io penso alla camorra di Torre Annunziata.” Franchini si trasforma in giornalista; il ritmo della sua scrittura è quello di un’inchiesta in cui prevale il parlato delle testimonianze, con la loro accidentalità (“Io sono stato assunto nell’83… no, che dico? Sì, nell’83 sono stato assunto.”), legata a ricordi che vengono tratti dalla memoria di volta in volta grazie all’incalzare delle domande, che si congiungono l’una con l’altra.

Ne esce fuori anche la figura umana di Giancarlo Siani, un giovane normalissimo, “che voleva fare bene il suo lavoro, punto.” – come ricorda la Limoncelli -, e la cui ambizione era quella di “entrare al Mattino essendo stato comunque per anni abusivo a Torre Annunziata.”; “lui non era il tipo che voleva fare l’eroe.”; al pretore Gargiulo che gli chiedeva con insistenza di aprire “un’inchiesta giornalistica sulla connivenza tra certi politici e la camorra”, alla quale avrebbe, lui, fatto seguire un’indagine della magistratura, Giancarlo rispondeva sempre che “Se tu apri l’indagine, diceva, io faccio il pezzo, ma se tu non lo fai non sono certo io che comincio.” Non solo, ma emerge anche la solidarietà e l’amicizia che si erano instaurate tra i colleghi della cronaca: “se tu finivi più tardi, gli altri ti aspettavano anche se avevano già finito. Se tu scrivevi, magari poi ti facevi rileggere il pezzo da qualcuno di loro. Era un fatto di grande collaborazione. Se io non avevo niente da fare e tu stavi faticando, io ti davo una mano. Poi non aveva importanza che tu firmavi il pezzo e io no. Il fatto che lui fosse abusivo non pregiudicava assolutamente nulla nei rapporti, anzi. Anche perché lui poi era incredibilmente disponibile.”

Franchini riesce a rendere vive le testimonianze – raccolte, come si evince dalla testimonianza di Paolo Siani, con un registratore – dietro le quali riusciamo a vedere la figura di colui che le espone con il proprio particolare ritmo e fraseggio. In questa parte, che poi è quella di maggior rilievo, emerge la bravura dello scrittore che estrae alla perfezione immagini e pose di vita vera. In particolare, vorrei sottolineare la testimonianza della giornalista Daniela Limoncelli, con quei suoi continui “Hai capito che voglio dire?” che rendono assai bene il clima di sottintesi e di confusione e di paura in cui fu fatto scivolare il caso Siani. Dice la Limoncelli: “scoppiò un casino, perché noi non volevamo più firmare. Per non essere identificati ognuno di noi come un bersaglio. All’improvviso avemmo paura, perché nel rapporto della camorra con la città c’erano certe figure, come i bambini, le donne, i giornalisti che non erano mai state toccate e cominciava a non essere più così.” E ancora: “un sindacalista, mi sembra della Cgil, fece una conferenza stampa nella quale lanciò una serie di ipotesi sull’omicidio di Giancarlo, e dopo tre giorni fu trovato morto e dissero che era stato suicidio.” Franchini rende vibranti queste testimonianze, con le quali riesce a ricostruire – mi viene in mente un regista molto bravo in indagini di questo tipo, Francesco Rosi – il clima di quegli anni. Dice ancora la Limoncelli: “Più che la città è cambiato il mestiere, non vedo più gente che lo fa con la grinta, con la voglia con cui lo facevamo prima noi.”

E il fratello Paolo: “è probabile che possa aver toccato qualcosa di… anche senza accorgersi. Secondo me non se n’è accorto.”; “Sostanzialmente era un ottimista, non credo si sarebbe mai immaginato di poter essere vittima di un attentato.” Sul ruolo de “Il Mattino”, il fratello dice: “Con tutti i difetti che Il Mattino avrà avuto in questa vicenda, e ne ha avuti tanti, certo non sono io la persona più adatta a evidenziarli, però non posso negare che Il Mattino è sceso potentemente in piazza con questa vicenda, almeno nei primi mesi dopo il fatto.”

È il fratello che ricorda gli anni di formazione di Giancarlo: “Lui veniva dall’esperienza del Giovanbattista Vico, veniva dalle assemblee, dalle occupazioni, circostanze in cui si esprimeva, parlava, si esponeva. Era l’incoscienza del giovane che non ha paura, ottimista, che pensa alle parole e crede che la libertà di dire le cose non sia poi una cosa che si paga con la pelle.” E si mostra scettico sull’esito delle indagini: “C’è un testimone oculare che continua a giurare che quello che ha visto sparare è uno, Agnello. E invece dicono di no.”; “No, io ritengo che non si arriverà alla verità.”; “Credo che questa sia una mia sconfitta personale e anche un mio grosso debito nei confronti di Giancarlo, perché io credo di dovergli giustizia, credo che gli spetti avere giustizia, vedere condannati i colpevoli. Non essere riuscito a farlo è il grande rammarico della mia vita.”; “Giancarlo è sepolto a Poggioreale, cimitero nuovissimo. Le indagini sono completamente ferme.”

Franchini dedica ora sempre più spazio alle testimonianze sul delitto Siani, le quali non solo mettono in luce l’ambiente del giornalismo e della malavita, bensì anche una Napoli malata, difficilmente curabile, per la quale sono state sprecate molte buone occasioni e la vita di uomini che hanno lavorato invano, ma con tenacia, per migliorarla.

La parte che rappresenta l’altro binario della storia, quello del ritratto di una vita familiare, si dirada e diventa una appena percettibile macchia di colore, non priva di sue succulente estrosità (la cantante Immacolata Annone, patita della sceneggiata napoletana, che “non era stata ancora riabilitata, ma ci mancava poco, i tempi erano maturi.”) Ma c’è un paragrafo che dà la spina dorsale a tutta la storia, ne collega non solo gli aspetti emergenti, ma perfino gli afflati e i sentimenti che li percorrono sotterraneamente: è il paragrafo, molto significativo oltre che bello, che ha questo inizio: “Quando uno muore, soprattutto quando è un coetaneo a morire, chi resta prima o poi si chiede che cosa gli frutterà la sopravvivenza e se, di fronte alla frana del tempo a venire, quella manciata d’anni in più toccata a lui sia veramente un vantaggio. Chi resta si chiede perché, nella lotteria della vita, è rimasto proprio lui, che titoli di merito aveva. E che titoli di demerito (o di merito più profondo) aveva chi è morto. Se lo chiede anche se crede più al caso che a Dio.” E poco più avanti: “È la letteratura che coltiva questo sogno di ricomporre presente e passato, il progetto di assemblare il vero col verosimile e il falso, per costruire l’illusione che il suo nuovo ordine, l’ordine di parole che ha generato possa esistere, resistere e durare, anche se non si tratta della Verità, ma di una verità altra; però io non ci credo. […] A volte questo sforzo di mettere ordine mi riesce insopportabile. […] Se la bellezza non procura subito un attimo di stupore perché ce ne ricorda un’altra simile e causa invece malinconia, in quel momento, anche se è solo per un attimo, è come se pensassimo di aver già vissuto abbastanza.” Sono riflessioni che fanno di questa inchiesta il risultato di un lavoro da autentico scrittore. Franchini ha saputo elevare l’inchiesta a narrazione nella quale contenuto e struttura, nelle loro molteplici vibrazioni, si congiungono in un’opera compiuta e singolare.

C’è un articolo scritto da Giancarlo Siani su “Il Mattino” del 10 giugno 1985, in cui sta la chiave dell’omicidio. Dunque, il giovane ed inesperto giornalista ha scritto qualcosa che non doveva scrivere, qualcosa che ha scosso l’ambiente della camorra: “Giancarlo è morto per aver scritto e per non essersi accorto, per non aver capito fino in fondo che cosa stava scrivendo.” Franchini ricostruisce le ragioni dell’omicidio, avvalendosi, oltre che del contenuto dell’articolo succitato, anche dei verbali di udienza, in particolare di quello datato 19 novembre 1996, che riguarda l’interrogatorio di Ferdinando Cataldo, “imputato di essere uno degli esecutori dell’omicidio di Giancarlo Siani.”, ma che poi non partecipò al delitto perché incaricato all’ultimo momento di “un altro compito”.

La testimonianza di Maurizio Cerino, che è del 1999, dà un quadro fosco della situazione di degrado in cui versa Torre Annunziata, dove fare il giornalista è sempre a rischio della vita: “è la condizione sociale che li porta a delinquere.”, dice Cerino, che continua: “Io li considero animali, la peggior risma di delinquenza che possa esistere, quella di Torre Annunziata. Peggio di Castellammare, peggio di tutti.” Nel tracciare una breve storia della camorra, ricca di antiche ritualità iniziatiche, Cerino precisa: “Ma questo è a Napoli. Torre Annunziata è tutta un’altra storia e il dopoterremoto è stato il periodo peggiore.”

La testimonianza di Cerino e subito dopo quella di Gennaro recano ancor più delle altre i segni distintivi di un’inchiesta che riferisce minutamente i dettagli di un parlato spontaneo e naturale, con le divagazioni che ci prendono durante una conversazione. Sono letterariamente le migliori per la varietà dei registri che le contraddistinguono. Sottolineo un paio di affermazioni di Cerino: “la scuola italiana non ti dà la cognizione di che cos’è il fascismo, non perché non ci si arrivi ma perché ti dà un’idea del fascismo visto da sinistra, non con gli occhi del cronista, non con gli occhi di Giulio Cesare, tanto per dire, no? che è stato il primo cronista della storia. Da là nasce questo desiderio di voler capire le cose e cercare di farle capire alla gente.”; “se avessi saputo scrivere avrei fatto lo scrittore, non il giornalista. Però contemporaneamente mi dicono che sono chiaro. Che faccio capire le cose. E io questo voglio. Che quello che io scrivo venga capito da Nannenella la lavandaia o l’impagliasedie fino al professore universitario.” Gennaro, assessore che viene arrestato con l’accusa di scambio di voti, squarcia il velo degli intrecci tra malaffare e politica: “Io sono stato oggetto di nove procedimenti giudiziari.” L’abilità di Franchini è anche quella, napoletano pure lui, di fare emergere dalle testimonianze, tutte, non solo quelle di Cerino e di Gennaro, il carattere e l’accento napoletani, pur essendo ridotto l’uso di parole gergali. Noi riusciamo a cogliere, ossia, attraverso di esse, perfino la gestualità degli intervistati.

Gennaro fa da mediatore affinché all’autore renda la sua testimonianza Giulio Di Donato, “ex vicesegretario del PSI”. Di Donato confessa che a Torre Annunziata si sapeva che il contrabbando di sigarette era tollerato: “Quando si dovevano scaricare le sigarette si chiudevano le strade! E questi guagliuni scaricavano i motoscafi e caricavano le sigarette sulle macchine bloccando l’intera città. Era un fatto ufficiale!”; e che nel partito si erano inserite persone sospette: “Ero preoccupato anche per questi fenomeni di crescita del partito. Perché, insomma, quando cresci, tu raccogli, ma non sai mai bene come e dove, e in una realtà così…” Fare politica in quelle aree significa o decidere, paradossalmente, di lasciare la politica o “convivere con queste… Ecco io questo lo dico per spiegare il contesto nel quale ci si muoveva.”; “E anche la vicenda Siani vive in questo contesto territoriale.”

Ricordate il secondo binario che ci intratteneva sulle liti in famiglia, con il Locusto – la invadente e permalosa nonna di novantatre anni -, lo zio Rino e Angela – la madre dell’io narrante? Le luci si sono abbassate su quello scenario (nondimeno chiuderà simpaticamente il libro) perché, con una significativa progressione di intensità, se ne sono accese di più forti sulla storia di un cronista che cercava di portare sotto gli occhi di coloro che fanno finta di non vedere, i mali della società in cui vivono. Siani diventa, così, il simbolo di una ricerca e di una testimonianza -pagate a caro prezzo – contro l’accomodamento e la indifferenza di molti di noi.

Di quella famiglia che abbiamo conosciuto, resta, tuttavia, sempre presente, come un’isola emersa dall’acqua, il protagonista, il figlio di Angela, tornato dal Nord per non rendere sterile e inutile quella morte: “Oggi per la prima volta, mentre aprivo la porta di casa, il pensiero che stavo scrivendo di lui mi ha percorso come un brivido. Eppure io non voglio credere al potere «eternante» della letteratura, tanto meglio ci voglio credere se è attraverso di me che dovrebbe passare.” Sono i momenti intensi di una riflessione che ha percorso tutto il libro e che ora esce allo scoperto, mostrando un sentire profondo nei confronti non solo di “un conoscente”, ma anche di una esemplarità che rischia di perdersi nelle consuetudini molli e amorfe della nostra vita: “Il 13 febbraio 1994 Il Mattino pubblica un articolo intitolato: Un giovane su sette ha fiducia nella camorra.” Si tratta di un’indagine “commissionata dalla Curia e presentata dal cardinale Giordano.”

E questa è una delle conclusioni più amare a cui arriva l’autore: “se non fosse nato a Napoli Giancarlo avrebbe fatto sì l’abusivo – perché il giornalista o si cominciava a farlo da abusivo o non lo si faceva, a Napoli come a Pordenone -, ma per un periodo più breve, e non sarebbe morto.”

Questo libro è destinato a restare quale esempio di come si possa narrare un caso giudiziario trasformandolo in letteratura di grande qualità.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart