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Fucini, Renato

7 novembre 2007

Napoli a occhio nudo  

“Napoli a occhio nudo”

Avagliano Editore, pagg. 256. Euro 12

Questo libro, suggeritomi dal Prof. Giorgio Bárberi Squarotti (“Il libro di Fucini è il nonno di tutti gli scrittori del Nord che hanno parlato di Napoli e dei dintorni”), cui va ancora una volta il mio ringraziamento, incuriosisce soprattutto un toscano come me (che ha sangue meridionale nelle vene), il quale voglia conoscere il punto di vista di un altro toscano su Napoli. Renato Fucini, infatti, è toscano purosangue, vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento (Monterotondo – Grosseto, 1843 – Empoli, Firenze, 1921), e ha raccolto nelle nove lettere di cui si compone l’opera, uscita nel 1878, le impressioni del suo viaggio, durato circa un mese, a Napoli e nei dintorni. Qualche anno dopo, nel 1882, usciranno “Le veglie di Neri”, considerato il suo capolavoro.
Un po’ Spagna e un po’ Oriente è la Napoli che compare al visitatore Fucini, che annota il suo aspetto barocco e la confusione e il disordine delle strade, che gli ricordano la Costantinopoli descritta dal De Amicis nel suo libro omonimo uscito nel 1877, l’anno prima: “Strano paese è questo! Quale impasto bizzarro di bellissimo e di orrendo, di eccellente e di pessimo, di gradevole e di nauseante!” Ne è affascinato e stupito: “L’incontrare una faccia mesta in questa agitata marea di carne umana, è raro assai.” La Napoli pittoresca che vede nelle strade versarsi ogni sorta di bizzarria colpisce l’occhio dell’autore, che si sofferma a descriverle, mettendo in risalto l’originalità di questa città che non lesina niente alla propria fantasia. Addirittura si vedono pecore che trascinano carretti con sopra la merce, buoi aggiogati ad un carro insieme con un asino, una capra sellata come un cavallo e montata da un ragazzino, e così via. La sporcizia che osserva ammassata ovunque gli fa dire che Napoli è “una delle più sudice città d’Italia”, apprezzamento, tra altri che non mancano nel libro, che suscitò le ire di Salvatore Di Giacomo. Facendo il paragone con Venezia, “languida signora dell’Adriatico”, scrive: “Quella si nutrisce di mestizia e di gloria; questa, di maccheroni e di luce. Quella coperta di laceri broccati, ma lindi; questa seminuda e lercia, dalle ciabatte sfondate alla folta chioma nerissima ed arruffata.”

Del resto, nella seconda lettera dell’8 maggio 1877, che segue di pochi giorni la prima (datata 5 maggio) e diretta, come tutte le altre, ad un destinatario immaginario, e forse ad un antico compagno di scuola, confessa che il suo interesse è rivolto soprattutto all'”ultima plebe”: “La plebe sola, questa massa enorme di straccioni in mezzo ai quali quasi si perdono e sembrano ospitalmente tollerati gli altri ceti, mi ha dato nell’occhio ed ho preso diletto ad osservarla”.

Così lo incuriosisce il modo che hanno di rispondere di no: alzando la testa e chiudendo gli occhi; o il loro misero vestiario: “Una balla da carbone lacera in mano di questa gente, parlo sempre dell’infima plebe, con pochi colpi di forbici si trasforma in una comoda sottana per signora”; e ancora: “Vidi un bambino in Borgo Loreto, che se ne passeggiava allegramente in mezzo alla via, avendo addosso per unico vestito un panciotto da uomo tutto sbottonato che gli ciondolava fino ai calcagni”; i matrimoni poi vengono combinati senza alcuna preoccupazione per il futuro: una tana, una spelonca servirà da abitazione e, per provvedersi del necessario, basterà rubare; invece “il turpiloquio e la bestemmia che tanto qualificano la plebe della nostra gentile Toscana, sono sconosciuti o quasi per loro.”; sono gelosi e non ci pensano due volte a sfigurare in volto la loro donna sospettata d’infedeltà; “Ogni lavoro che li obbliga lo scansano con ribrezzo”; però son pronti a quelle temporanee incombenze, a quei servizi che gli fanno guadagnare qualcosa e “quando hanno da lavorare lavorano, e la loro opera è intelligente e produttiva al pari di quella di qualunque altra popolazione della penisola.”; dissente sulla convinzione generalizzata che Napoli sia una terra di musica e di cantanti:” Una plebe che si diletta quasi esclusivamente del cembalo e della caccavella, due strumenti che dànno rumore monotono e non armonia, a mio parere, non può né deve avere quello squisito sentimento musicale che da tutti, senza rendersi conto del perché, le si è voluto sempre attribuire.”

La ricognizione del Fucini è basata soprattutto sulle impressioni che il suo occhio “nudo” riceve nell’osservare una umanità (“il Lazzaro napoletano”) troppo complessa per essere giudicata. Bisognerà attendere il Novecento avanzato, infatti, per incontrare scrittori che la osserveranno con occhi liberati dallo stereotipo che fino a quel punto ha impedito a molti, se non a tutti, di penetrarne l’anima. E soprattutto occorrerà passare per il filtro della Seconda guerra mondiale perché scrittori assai più sensibili ne scoprissero le infinite risorse che, mescolate ad una miseria atavica, rendono questa terra davvero singolare, indomabile e misteriosa.

Difficile condividere, perciò, un giudizio troppo drastico come questo: “E questa prostrazione morale, questo non senso del proprio decoro non appartiene soltanto agli ultimi straccioni, ma l’ho trovato anche più in su.”

Invece, l’analisi delle origini e del permanere della camorra, vista come una difesa alle angherie delle autorità, ha trovato più di una conferma in altri studiosi del Sud: “La plebaglia ne ha paura, ma la rispetta, perché da questa specie di prepotenti che la opprimono, è sicura di essere difesa, quando la prepotenza e l’abuso le cadono addosso da altre parti. In qualche momento potrà anche odiarla, ma la difenderà sempre, riguardandola come la sola, come l’unica autorità, dalla quale possa sperare qualche cosa che somigli alla giustizia”. Che poi sono le stesse motivazioni che hanno dato origine al brigantaggio.

Uscito dalla città, percorrendo in treno, in compagnia di due pittori e della moglie di uno di essi, il tragitto che lo conduce sulla costiera amalfitana fino a Pompei, ammira l’incanto di un paesaggio che è un “pezzo di paradiso su la terra.” Da una parte il “Vesuvio che taciturno fumava la sua vecchia pipa”, dall’altra “il mare biancheggiante di spuma e di vele”. E ancora: “La costiera d’Amalfi vi farà lo stesso effetto che a guardar fissi nel disco del sole; vi troverete abbagliati e per qualche tempo non sarete capaci di veder altro.” Resta negativo il giudizio sugli uomini, che egli trova emaciati, “pallidi e di forme così grossolane, che tuttora mi rimane il dubbio d’essermi ingannato”; “Le donne della campagna, specialmente, sono addirittura brutte”. Che è in contraddizione un po’ con il giudizio che più avanti darà delle “giovanette” e dei pescatori di Amalfi. La vita che immagina sia condotta da questa gente (“i felici abitatori”) ha del mitico e del bucolico, infatti, in netto contrasto con quanto abbiamo letto sugli abitanti della città di Napoli.

Dirà di Amalfi: “Il giorno del giudizio, per gli Amalfitani che andranno in Paradiso, sarà un giorno come tutti gli altri.”

La lettera quarta, “dove si parla dei quartieri de’ poveri”, è quella che di più mette in risalto la diversità del suo modo di osservare Napoli, e il meridione in generale, rispetto agli autori venuti dopo di lui. Fucini affronta il Sud, pur in uno stile piacevole e pungente, ironico a volte, come se si trovasse di fronte ad un quadro da contemplare, e raramente affonda lo sguardo nelle antiche cicatrici di una storia di sfruttamento e di oppressione: “Il loro aspetto mi fece ribrezzo; mi tirai al muro e con un cenno risoluto feci loro intendere che si tirassero indietro.”, che è confessione rivelatrice di un intento che tutto è fuorché desiderio di comprensione e di partecipazione.

Leggete come descrive la massa di donne che gli compare davanti nel quartiere povero di Santa Lucia: “Erano tutte donne e la maggior parte vecchie, magre e sparute come cadaveri. I loro visi non avevano fisionomia, o, per non dir troppo, l’avevano, ma quella della maschera, quella fisionomia fissa, su la quale non si riflette nessun sentimento dell’animo; fredda ed inerte appunto come le loro anime accasciate sotto il peso enorme della più squallida miseria. Molte erano ammalate d’occhi ed avevano la faccia deturpata da bolle schifose o da uno strato di lordume ributtante.” E della donna che gli chiede l’elemosina annota: “smise di grattarsi e stese una mano d’Arpia verso di me.” Mi sovviene, a questo punto, il modo diverso, partecipato e desideroso di conoscenza, di trattare la povertà di questo popolo, da parte di Luigi Incoronato, nel suo romanzo: “Scala a San Potito”, giacché vi è un passo in cui Fucini pare proprio entrare nello stesso edificio dal quale ha avvio la storia del narratore napoletano, uscita nel 1950.

Allorché si fa cenno ad una denuncia sociale: “Ma dunque nessuno, proprio nessuno s’occupa di questa inezia?”, oppure: “Napoli è distante; i satrapi sono a pranzo, e questo piccolo rumore non arriverà certo a disturbare il loro placido chilo.”, essa è troppo debole e sommessa per non farmi ricordare quei signorotti, proprietari di enormi latifondi, che ogni tanto vanno in visita alle loro terre e accontentano il contadino con la promessa di riparargli qualche tegola della catapecchia in cui vive stipato con la numerosa famiglia, o di sistemare meglio il fossato che fa da cloaca comune a cielo aperto. Fucini ha tale distacco e la sua condizione borghese, nonché la sua estraneità alla cultura e alla storia di questo popolo, gli impediscono di poter gridare una denuncia di più elevato sentimento e dolore. Leggete che cosa scrive quando scopre la delicata tradizione di quei luoghi di intrecciare tra loro, da parte di coppie di promessi sposi, come augurio per la loro felicità, le cime delle ginestre: “Nella mia vita non avevo ancora veduto uscire da menti volgari un pensiero così altamente gentile, né sotto forma così dolcemente poetica.”

È il limite di questo libro che peraltro si fa ammirare per la saporosa scrittura e l’arguzia dell’autore: si veda come sa dipingere con vivacissimi colori la festa, in mezzo a raffiche di vento, pioggia e neve, della Madonna di Montevergine, nella quinta lettera, datata 21 maggio 1877, nella quale tuttavia c’è da dubitare che alcuni episodi siano realmente accaduti, o che non siano comunque stati caricati apposta per sortire un effetto di comicità esagerata: “Fra queste fu prodigiosa quella di una donna che scivolando, cadde supina e rimase impaniata con le spalle nella mota della via; incominciò a strillare sgambettando e sberciando, mentre il vento indiscreto le portò sulla faccia le sottane, lasciandole allo scoperto… le tracce di chi sa quante altre cadute!”

Il cimitero vecchio di Napoli dà al Fucini l’occasione per scrivere pagine molto crude e tuttavia intense sulla sepoltura che tocca ai poveri, che vengono miseramente gettati con una gru in una fossa comune.

Vi è, dunque, un contrasto in Fucini tra l’ammirazione per la natura, sempre meravigliosa ed incantata, e che egli descrive con dovizia di esaltazione, e lo sguardo che rivolge agli uomini, di cui coglie solo l’aspetto abbrutito e bestiale. Il libro alterna questi significativi ed esemplari stati d’animo: ammaliato una prima volta da Amalfi e dalla sua costiera, ora si accende di amore per la bella Capri, “isola incantatrice!”: “Che natura meravigliosa è questa! che prodigio della creazione è questo golfo superbo, questo cielo, queste isole, questo mare, dove non è lecito muovere un passo o guardarsi d’intorno, senza incontrar sempre nuove cause d’entusiasmo e di stupore!” È solo nelle pagine ispirate dalla bellezza della natura, che egli riesce, come abbiamo già visto ad Amalfi, ad assolvere ed incontrare una umanità più gradevole e leggiadra: “Le comarelle che stanno a filar seta sulla porta di strada, si porgono fra loro le bionde matasse e si dicono negli orecchi i loro innocenti segreti, da un lato all’altro della via, senza muoversi da sedere. Sembra tutta una famiglia; una buona famiglia ordinata e pulitissima, in mezzo alla quale ci troviamo cordialmente ospitati, perché tutti vi guardano, o vi salutano o vi sorridono piacevolmente”.

In questo modo, l’analisi che conduce il Fucini non si discosta alquanto da quelle lasciateci dai numerosi viaggiatori del passato, venuti in Italia ad ammirarne le decantate bellezze naturali, insieme al pittoresco, al grottesco e al tragico sembiante del suo popolo: da Montaigne, a Goethe, a Dumas e a tanti altri che li emularono.

Ben diversa, assai più approfondita, come si è già scritto, e tutta fuor di manierismo, sarà l’indagine che condurranno gli scrittori dell’avanzato Novecento, e che abbiamo in parte radunato nel volume che precede questo.

Siamo arrivati al 29 maggio e Fucini scrive una lettera, la numero otto, sulla sua visita al Vesuvio: “Togliete a Napoli il Vesuvio, e la voce incantata della sirena avrà perduto per voi le sue più dolci armonie.” Torna l’entusiasmo dirompente per la bellezza che ha voluto adornare di sé, in questa terra, il paesaggio: “Il Vesuvio è il cuore, e l’anima, e il sunto di tutti gli splendori del Golfo; è il rubino gigantesco che sta come il fermaglio in questa collana di perle composta nel cielo, forse per adornare il seno di Venere, e smarrita fra le alghe dal Genio della spensieratezza.” La descrizione della visita al cratere del vulcano è portentosa. Avviene di notte, sotto la luce della luna, e il Fucini ed altri compagni non solo giungono sull’orlo del cratere, ma scendono nella gola, calpestando una lava che scotta sotto i loro piedi: “Mi sentivo tanto piccolo, che avrei giurato non essere il mio corpo più grosso di un grano di arena. I miei compagni poi non mi parevano più loro, ma ombre fantastiche attraverso a un sogno di febbre.”

Tocca al Vesuvio strappare all’autore un grido di gioia quando, da lassù, egli vede il panorama che gli si apre innanzi al sorgere del sole: “Ah! godi, godi, Napoli mia, perché davvero è grande la tua bellezza […] il tuo Vesuvio ti guarda e sospira; anche lui deve amarti, sei troppo bella.”

La nona e ultima lettera, scritta il 30 maggio, è riservata al ricordo di aspetti minori del suo viaggio che sta ormai per concludersi, giacché “Una malaugurata matassa di combinazioni mi s’è intrigata fra le mani inaspettatamente, e stasera in qualunque modo debbo lasciar Napoli”. Avvenimenti e personaggi di Napoli sono le sue “Spigolature”. Così parla del miracolo di San Gennaro, al quale ha assistito, del ciabattino ambulante (“‘U Solechianielle”), dei declamatori in mezzo alla strada della “Gerusalemme, del Guerrin Meschino, e dei Reali di Francia” (“I Rinaldi”), del venditore di chiocciole (“Il Maruzzaro”), del farraginoso movimento nel porto di Napoli.

Nelle parole conclusive di questa lettera, si legge: “Io non ti ho certo adulata come tutti gli altri tuoi amanti, ma tu non volermene male, perché forse più di tutti gli altri ti amo.” Che è una confessione che vale senz’altro la riconciliazione (ci viene in mente Salvatore Di Giacomo) tra Napoli e questo brillante autore.


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Bart