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Cappelli, Gaetano

15 settembre 2010

Canzoni della giovinezza perduta
Volare basso
La vedova, il Santo e il segreto del Pacchero estremo
Parenti lontani
Il primo
Storia controversa dell’inarrestabile fortuna del vino Aglianico nel mondo

“Canzoni della giovinezza perduta” (2010)

Marsilio.

Si tratta di una raccolta di dieci racconti, che hanno già visto la luce qualche anno fa con case editrici differenti. Marsilio ha deciso opportunamente di raccoglierli in un unico volume al quale è stato dato il titolo di uno di essi, l’ultimo.
Quel qualcosa che ti attira in una donna è sempre misterioso; ad un certo punto della tua vita la incontri e tutto cambia, ciò che pareva sicuro, acquisito, viene rimesso in discussione. L’attrazione ti esalta, ti confonde e ti domina; ne diventi schiavo. È ciò che succede al protagonista di “Miele”, il primo racconto. Troveremo altre donne nel corso della lettura, ma questa, la prima che incontriamo, non ha nome, significativamente; le rappresenta tutte.
Ci accompagna una scrittura che si articola in brevi paragrafi, i quali si concludono quasi sempre in sospensione. Tra un paragrafo e l’altro si crea come un’attesa ammaliatrice.
I racconti furono scritti tutti prima di “Parenti lontani”, il romanzo che ha fatto conoscere lo scrittore di Potenza.
Uno dei motivi trainanti che li amalgama tra di loro è l’imprevedibilità della vita. La nostra esistenza passa tra entusiasmi, incertezze e pause, prima di trovare la giusta direzione, ed è su questi spazi formativi che Cappelli affonda il bisturi traendone spesso lati esilaranti, carichi di divertimento e di ironia.
Giorgio, il protagonista del secondo racconto, vuol fare il giornalista e si trova implicato in una storia di sesso con l’amante del capo. La sua carriera, perciò, comincia e finisce in un batter d’occhio.
È un periodare minuto, secco, tagliati i sentimenti.
Tutti i racconti sono punti di osservazione, quasi neutri. Quadri di vita messi sotto la luce di un riflettore, destinati a trasformarsi nel passato. Un presente che sfugge, dunque, pur replicandosi all’infinito. Le donne sono uguali, come i fatti della vita, cambiano solo il nome: Linda, Magda, Silvia, la signora Turcati, Miriam, Patti, Elena, Lea, Inge, Lara, Gloria, Daria, Betti, e così via.
Alessandro, in “Tattiche”, fa il barman in una palestra femminile. È piacente e le donne gli cadono ai piedi. Vive storie di sesso che durano lo spazio di un mattino. Sembra una vita movimentata, la sua, ma non lo è; fa parte del tran tran quotidiano.
I protagonisti dei racconti sono un po’ tutti imperlati di dandismo, gli ambienti spesso sciccosi, le donne mai afflitte dai problemi familiari, bensì disponibili all’avventura.
Così è anche Edmondo (Eddi), un pittore che sfiora il successo, nel racconto “Blu”.
È alle donne che Cappelli affida gli spazi sessuali che incastonano i racconti. Esse sono sempre disinibite, focose, direi assatanate. Dalle varie figure femminili che si alternano sulla scena, in realtà sorge sempre una sola donna, simbolo di una femminilità aggressiva e sensuale, esaltata dall’autore.
Direi che la donna è un altro punto di unione di tutti i racconti, il lei motiv forse più pregnante.
Cappelli sa che la sua scrittura deve sorprendere, che la donna assume una sua speciale fascinazione se a tratteggiarla è una scrittura che ne ricalchi la spregiudicatezza, come quando scrive: “sento la musica che viene dalla radio farsi sottile e allora è come se tutto sparisce, mi sento tranquillo, appagato; è come se il pensiero di cambiare vita non l’ho mai pensato.”
L’uso sfacciato dell’indicativo somiglia al gesto improvviso, ma atteso, della donna che nei racconti ti mette la mano sulla patta.
Succede anche nell’ambiente universitario in cui insegna Enrico, il protagonista di “Conditor”. Il sesso è il fine, il tutto. Anche se a volte, come in questo caso, il protagonista ne esce un po’ stanco e deluso. Ma più spesso il sesso si attorciglia addosso e ci fa gioire, allo stesso modo che nella scrittura. Una simbiosi.
A partire da “Toccàti” Cappelli ci dà il meglio di sé, carica la scrittura di quella smorfia, di quel tocco di ironia che lo fa essere uno dei migliori in Italia. Le situazioni che vi si descrivono in “Toccàti” sono molteplici ma tutte filate da una giovanilistica intraprendenza, volta a suggerire un amore per la vita che deve essere sempre, in ogni circostanza, la stella polare di ogni giorno. Vi troviamo lo stesso spirito che incontreremo in “Parenti lontani”, il suo capolavoro.
Rocco (un rappresentante di pentole che scrive canzoni), Guido (un aspirante scrittore), Pietro (specialista in inceneritori) si alternano e si intrecciano sulla scena ed ogni volta strappano una risata. Pur in presenza di una sottile malinconia. Quella della vita che passa. Naturalmente anche in questo racconto, la storia ruota intorno ad una bella ragazza, Gloria, innamorata un po’ di tutti e tre, ma soprattutto di sesso.
Questa struttura fatta di intrecci e di alternanza sulla scena si ripeterà nei due racconti successivi, “Tre mestieri sentimentali” e “Errori” (quest’ultimo assomma le migliori qualità dell’autore). In essi si replica la furbesca ironia di Cappelli.
Ci accorgiamo presto che tutti e tre i racconti si incastrano tra di loro, e il tempo cronologico è messo funambolicamente sottosopra.
Sono tre pezzi di bravura. Ma, in realtà, l’intreccio si estende a tutta la raccolta così che quello che si forma è un mosaico di vita paesana. Lo squarcio di una giovinezza in divenire, piena di eccitazione e di speranza, in cui tutto sembra a portata di mano, sebbene i giorni che passano siano intrisi di vuoto e di delusione (emblematico il racconto “Errori”).
Cappelli non finisce di stupirci e prima di chiudere azzecca un altro dei suoi affondi con “Salvati”, in cui, con gran divertimento e un tocco di horror, disegna un personaggio come Vito, il Cormorano, un rozzo mafioso che parla in dialetto, e che ci strappa più di una risata, ricordandoci l’Abatantuono di “Eccezzziunale… veramente”.
La raccolta prende il titolo dall’ultimo dei racconti, una struggente rievocazione di una tragedia della gioventù.
Terminata la lettura, oltre a Orazio, vengono in mente i versi di Lorenzo de’ Medici: sì, la vita va colta subito, senza farla attendere. Le sue gioie, soprattutto, passano troppo in fretta, e non ritornano.

“Volare basso” (2009)

Marsilio.

Si tratta della ristampa di un romanzo uscito per Frassinelli nel 1994, quando ancora l’autore  non vantava la notorietà di questi ultimi anni, ma già scriveva opere destinate a durare, come questa di cui ci occuperemo, che può dirsi il preludio a quello straordinario romanzo che è “Parenti lontani“, uscito nel 2000 e vincitore nel 2008 del premio John Fante, a cui “Volare basso” si lega per la rappresentazione di una terra, quella lucana, e di un popolo ricchi di fascino, di tradizioni e di storia: “un posto fuori da ogni giro e da ogni sogno”; “Imbocco la stradina che porta in piazza. Ci sono gruppetti di vecchiacci in cappotti a quadri, corti, stretti, lisi, gli stessi che vent’anni prima hanno protetto i loro figli emigrati dal freddo e dalla solitudine nelle strade di grandi metropoli del Nord.
Viaggiamo nella memoria. I protagonisti sono diversi, ma si somigliano come gocce d’acqua, dal primo, Eugenio Granieri, a Silvio Costa, a Bruno La Padula, fino a sfumare nel finale in un solo personaggio dal malinconico contrassegno di morte e di delusione. Pure le donne, tutte con la mania del sesso e del tradimento, si somigliano. Le vite si intrecciano continuamente. In comune hanno una vita insoddisfatta, talvolta grama, senza fortuna. Eugenio Granieri può rappresentarli e assorbirli tutti, ne è allo stesso tempo lo specchio moltiplicatore e il grandangolare: lui, rimasto a vivere nei suoi luoghi, è spento e deluso come saranno tutti gli altri: “mi sento come uno di quei poveri nei romanzi di Dickens. Dieci anni fa non avrei mai pensato di ridurmi in questo stato.”; “ho già perso tutto quello che c’era da perdere, pagato tutto quello che c’era da pagare.” I suoi compagni sono partiti per trovare fortuna altrove. Non è facile dimenticarli, anche se in qualche caso non si sa neppure in quale parte del mondo siano finiti. Hanno vissuto insieme, però, una parte importante della loro vita, quella della giovinezza, dell’entusiasmo, della irresponsabilità, dell’avventura.
Cappelli dà il meglio di sé ogni qualvolta si getta a capofitto a parlare dell’età giovanile, bravo a descriverla qual era ai suoi tempi, ma bravo anche ad estrarne quel particolare spirito che unisce i giovani di ogni epoca: “ma quante sono le cose della nostra giovinezza che non ci sembrano ridicole?”. Cappelli è giovane dentro, lo sarà sempre. Il mondo che rappresenta, come succederà più tardi in “Parenti lontani”, contiene tutto il passato, tutto il presente e tutto il futuro possibili. Nella disinvoltura dei giochi, delle illusioni, delle scelleratezze degli uomini della cui vita ci racconta, è racchiusa l’energia primordiale di una umanità che trova  nella gioia e nella indeterminatezza del vivere la misura sconfinata della sua immortalità. I giovani di Cappelli sono l’effigie di ciò che di vitale si perpetua nel mondo, nonché la risposta ai molti perché esso, pur con tutte le idiosincrasie, gli eccessi e le avversità che lo attraversano, non riesce mai a spegnersi, ma solo ad illuminarsi.
In questo modo, passato, presente e futuro viaggiano congiunti e la storia forma una specie di monolite dentro il quale il superamento della fisicità del tempo e dello spazio avvia un flusso (“Abbandonarsi alla corrente”)  che non racconta più la storia di un uomo ma di tutti gli uomini.
Nardozza Nichi, il personaggio che appare accanto a Eugenio, una specie di Verdone di “Un sacco bello“, spassosissimo film di costume del 1980, è l’espressione di una vitalità animalesca che l’uomo si porta dentro dalla notte dei tempi.
Sesso sfrenato, ragazze e spose disinibite, provocanti giarrettiere, spinello, spregiudicatezza, disordine materiale, confusione di idee sul proprio avvenire, urgenza di vivere giorno per giorno, sono il rumore di fondo di una gioventù che trova nella propria sregolatezza il solo modo di rispondere alla vita. I movimenti di emancipazione conseguenti al ’68, seppure hanno lasciato il segno del mutamento, scivolano ora sulla pelle dei protagonisti, assorbiti piuttosto dall’ansia di gettarsi a capofitto nello sfogo quotidiano dei propri sensi e della propria esuberante vitalità.
La struttura esalta l’intreccio delle vite dei personaggi, osservati da angolazioni plurime nel momento in cui ciascuno si chiede che fine abbia fatto l’altro, come se il lettore si trovasse di volta in volta invitato in salotti gestiti da ospiti diversi, in ognuno dei quali ascoltasse parlare degli altri personaggi conosciuti.
Si chiamino Eugenio, oppure Silvio, o Bruno, i narratori che si alternano alla ribalta sono tutti riconducibili ad uno solo, il cui sguardo sulla vita reca l’amaro segno della provvisorietà e della ironia. Il riflesso che si stampa sui prescelti al rito dissezionatorio è cangiante, mai lo stesso, ha striature che presuppongono un punto di partenza mobile, preparato e predisposto a cogliere i movimenti impressi da una realtà mai uguale a se stessa. Come avviene, in modo speciale, con le donne: da Angela, a Elisa, a Assunta, Rossana, Linda, Marta, Carla, Fiamma, e così via, tutte assatanate, quasi eguali, ma espressione, allo stesso modo dei narratori, di insoddisfazioni, di incertezze, di smarrimenti, di solitudini, di fallimenti, tutti dalle sfumature diverse.
È l’operazione più interessante del romanzo, sorretta, in più, da una scrittura giovanile e pungente.
Si resta ammirati di questa scrittura che riesce a trasformare ogni situazione in un’avventura. Si pensi al capitolo, tra i migliori, in cui Silvio fa la sua prima esperienza di volo con la sua istruttrice Veronica, ovviamente “una gran femmina.“: “Abbiamo solo il cielo davanti, ora. Ed è così azzurro. Ci sono delle lame bianche, sottili, e noi che ci passiamo in mezzo e io, a questo punto, ho le labbra poggiate sul suo orecchio. Intanto il trabiccolo si alza, si alza sempre di più. Vedo le lunghe dita di Veronica che girano la chiave e il motore smette di crepitare e all’improvviso c’è tutto-questo-silenzio-intorno.”
Il romanzo è anche, condita di raffinata ironia, una sarabanda del sesso. Eugenio, Silvio e Bruno, come in un ruotante spettro di colori, diventano un solo colore: sono la stessa persona, o meglio: un Eugenio diviso in tre parti eguali a se stesse. Pur traditi dalle mogli, non falliscono mai una conquista; le donne, attratte da essi come da una calamita, perdono la loro anima per divenire unicamente oggetto del piacere maschile, oltre che del proprio. Il lungo elenco di esse è quasi una dichiarazione di malinconica e acidula compassione (“Mi fa scivolare di nuovo la mano dietro la nuca e mi bacia. Questa volta dura molto di più. Troppo. Ha un alito terribile. Un concentrato di cipolla, aglio, alici, birra, e fumo.”), finché ad un certo punto l’autore ci dà la ragione di questa attrazione incontenibile: “Incontrare donne di nascosto è un modo come un altro per avvicinarsi alla natura e a te stesso, la parte più intima dico.”
Ecco: il nascosto, ma anche il fatuo, il superficiale, affidati alla manifestazione del sesso, sembrano la rotta della vita degli uomini (uomini e donne), annoiati ed anche nauseati da tutto ciò che è facile ed ordinario. Un mondo nella cui esaltazione sta però annidato il “volare basso” del titolo, ossia la sconfitta.
Essa è rappresentata dal trascorrere del tempo, il quale, anche a nostra insaputa, ci trasforma e ci rende diversi, non più intraprendenti e entusiasti come prima (“il tempo lascia i suoi segni anche su chi sembrava non appartenergli”), bensì contaminati da un lento impercettibile disfacimento che non è solo esteriore, ma si insinua nell’anima: “Pensi a te stesso, alla parte più intima di te stesso, e ti sembra che sei sempre lo stesso, di quando eri bambino, ma non è così.”; “cerco di arrampicarmi dal baratro in cui sono sprofondato, ma è come se raschiassi con le unghie una superficie di marmo – il marmo di una tomba.
 

“La vedova, il Santo e il segreto del Pacchero estremo” (2008)

Marsilio.

Di Cappelli sto seguendo con piacere e ammirazione il nuovo percorso narrativo che, a partire dal precedente romanzo: “Storia controversa dell’inarrestabile fortuna del vino Aglianico nel mondo”, uscito nel 2007, sempre con Marsilio, si sta arricchendo di titoli che sfrugoleano (passatemi il neologismo) la curiosità del lettore. Le prime domande che sorgono spontanee a proposito di quest’ultima sua opera sono, infatti: Che cosa è mai il Pacchero? E perché estremo?
Cappelli non è scrittore da prendere sottogamba; non dobbiamo dimenticare che è l’autore di quel romanzo cult “Parenti lontani” che, uscito per Mondadori nel 2000, passò quasi sotto silenzio fino a che non ci si rese conto che ci si trovava di fronte ad uno dei romanzi più belli degli ultimi anni. Oggi Cappelli, che fedelmente continua a vivere nella sua amata Potenza, è uno dei nostri scrittori più bravi e conosciuti.
Vera Gallo è una vedova che da ragazza aveva nutrito grandi speranze, essendo formosa e bella, ed infatti era riuscita a sposare Felice Amodei, un bell’uomo, di professione Avvocato, ma soprattutto ricchissimo proprietario terriero di un paesino del Sud, Irsina, in provincia di Matera. Con la testa piena di illusioni, deve presto fare i conti, però, con la realtà di quei luoghi, così diversi dalla sua nativa Busto Arsizio. Di trasferirsi al Nord nemmeno a parlarne, né con la suocera, Donniside, vera despota, né col marito. Finché entrambi muoiono a distanza di breve tempo l’una dall’altro: la suocera prima e il marito poi. Divenuta libera, può, dunque, tornare dalle sue parti.
Che Cappelli stia divertendosi con il suo personaggio è subito evidente, palpabile. Lo carica di ironia, e di una specie di divertita pietas. Lo stile brillante concorre ad allestire un’ambientazione che – lo si percepisce – ci darà molte occasioni di sorridere.
Finalmente Vera, prima snobbata dai cugini nordici, sbarca a Milano e sono proprio loro, Bubi e Betty, compromessi in vari intrallazzi, ad accogliere la ex cugina povera, ora ricchissima, e ad introdurla nel bel mondo: così “Vera Gallo coronò il suo sogno ed ebbe finalmente accesso allo straordinario mondo dei ricchi.”
Il bengodi dura però meno di tre anni. I due cugini, a cui ha affidato il patrimonio, ne fanno scempio, costringendola ad una vita assai più dimessa, punteggiata da notti insonni e da incubi.
Siamo appena entrati nel mondo di quelli che nella mia città, Lucca, si chiamano i farfocchioni, coloro, cioè, che sanno abbindolare i creduloni per tirare a campare e magari anche ad arricchirsi. Lo psicanalista Aaron Kaminsky e il gallerista Dario Villalta sono tra questi. Vera Gallo, bionda e con gli occhi azzurri, appare – ma in realtà non lo è affatto – vittima dei due e fa da stimolo con la propria avvenenza alla loro ipertrofica fantasia (Villalta, che terrà a lungo la scena, è un donnaiolo accanito, con spiccata preferenza verso le vedove, di cui vanta una considerevole collezione). A cascata, da questi primi personaggi ne nascono altri, tutti dello stesso stampo, ossia, faccendieri, le cui fortune sono state sperperate e ora si adoperano  a cercare gonzi da spennare. Cappelli disegna un ambiente arruffone che potrebbe essere la parodia della società di oggi, in cui il crescente impoverimento costringe molti ad inoltrarsi su di una strada verso la quale non tutti sono portati, e coloro che invece vi riescono diventano veri e propri artisti dell’abbindolamento e dell’imbroglio. Personaggi come ectoplasmi, dunque, la cui consistenza sta nella facilità e nell’attitudine  al farsesco. Cappelli vi intinge con la consueta ironia, divertendosi e divertendoci.
Il sesso in tutte le salse è l’amalgama, il punto di congiunzione dei massimi espedienti per incastrare tra di loro una congerie di frustati e di insoddisfatti, sopravvissuti alla falcidia della modernità. Non si ha nessuna voglia di accontentarsi e tanto meno di farsi schiacciare dalla monotonia e piattezza della vita. Ci si adopera in tutte le maniere per sentirsi vivi e realizzati. E, ci fa capire Cappelli, in questa smodata smania, in questa frenetica corsa, si casca dalla padella nella brace, ridicolizzando in realtà la nostra esistenza. Una farsa che abilmente volge a poco a poco al grottesco.
Come accade alla bella vedova. Ad un certo punto vuole incontrare Dario Villalta per parlargli di una scultura in suo possesso, e, per una fatale coincidenza, si trova davanti il datore di lavoro di quest’ultimo (che ricorda un po’ il Diego Abatantuono per l’uso del dialetto. Più avanti, nei sogni che Vera rivelerà a Kaminsky, avremo ancora un dialetto maccheronico che richiama alla mente quello voluto da Monicelli ne “L’armata Brancaleone”), un certo e spavaldo Carmine Palomino, finito sposato ad una ricca ereditiera, Françoise Tennevieve, e in cerca di un menage a tre. Crede che Vera sia lì per questo.
È un breve momento, quasi una maliziosa toccata e fuga, ma insinuante ed assai efficace. Poi ci se ne allontana per ritrovarci a Irsinia (un tempo chiamata Montepeloso), il paese di Vera, dove la studiosa d’arte Clara Gelao fa il suo incontro con don Nicolino Di Pasquale, l’erudito parroco della cattedrale di Santa Maria Assunta, e soprattutto con la statua ivi custodita di Sant’Eufemia, attribuita al Mantegna, di cui Vera Gallo ha sognato di essere la reincarnazione.
Eccoci così immersi all’improvviso in un lontano passato. Compaiono nuovi personaggi che hanno avuto un qualche rapporto con la statua e dal respiro di un’aria moderna, chiassosa, spregiudicata e un po’ blasfema, si passa alle consuetudini di un Rinascimento intriso del culto per l’arte e del fervore religioso, non disgiunto da una buona dose di superstizione (si veda il bel capitolo sulle reliquie). Cappelli muove vari registri narrativi, li sa svolgere sapientemente e con bella scrittura, adagiata su sfoglie temporali simili a quelle che permeano e stratificano nelle rocce le ere e i colori del tempo.
Tutto poi finirà per ricongiungersi: passato e presente; leggenda e storia; realtà e finzione, offrendo al lettore una esperienza che, mentre ci diverte, anche ci ammonisce.
Vera diventa così lo strumento per raggiungere l’obiettivo. La sua bellezza matura, la sua sensualità che sprizza da ogni poro sono il miele che attira intorno a lei, provocante e falsamente ingenua, gli abili truffaldini che mirano tanto al suo corpo che al suo denaro. Che, dopo il dissesto causato dai cugini e il conseguente pignoramento delle banche di tutte le sue proprietà, è stato appena sufficiente a pagare le prime sedute psicoanalitiche da Kaminsky, che poi, di contro alla sua bellezza, ha finito per ricevere la procace vedova nel suo studio gratuitamente; e ora quel poco denaro potrebbe trasformarsi in una montagna d’oro se, come sogna e spera il gallerista Villalta, una scultura, un San Vittore, custodita in una delle proprietà della donna pignorate e sigillate, si rivelasse una seconda opera del Mantegna finita in quel paesucolo quasi sperduto di Irsina.
Cappelli gioca molto sui contrasti. La sessualità passa dalla passione non ancora esplosa di Villalta per Vera alle orge degli scambisti nella casa di campagna di Irsina, alle quali assiste involontariamente Villalta; dalla scomposta e rozza educazione dei protagonisti, alla raffinatezza degli oggetti (dei vini e dei complicati menù, fra l’altro) e dei luoghi da essi frequentati, con il culmine di quell’auto Bizzarrini (“Dieci esemplari in tutto”) scoperta nella stessa casa di campagna di Irsina, dove è custodita la statua del Santo. L’ironia dell’autore (che si fa più pungente di fronte a scene di sessualità estrema) si muove tra tali contrasti con facilità e leggerezza, ed essa è tale che assume disinvoltamente gli umori quando del farsesco quando del grottesco, tutti sollecitati – si faccia attenzione – dalla presenza centrale, imprescindibile, di Vera Gallo. Anche quando non è direttamente presente sulla scena, è da lei che tutto discende: la stessa scrittura pare rispondere agli impulsi dei suoi sguardi, delle sue seduzioni, delle movenze del suo corpo, che sono sembrate, fino ad un certo punto della storia, il frutto di una sorprendente innocenza, mentre nascono sempre da una scaltra e consapevole femminilità.
Nessuno alla fine è risparmiato dall’ironia. Si credono abili, i personaggi, furbi, e invece sono marionette che uno scanzonato scrittore (si pensi al capitolo sulla “Grotta azzurra” artificiale) agita nel vuoto della vita, divertendosi a dissacrarne le mascherature dietro le quali si nascondono nella realtà.
Ci siamo domandati all’inizio che cosa fosse il Pacchero estremo. Per arrivarci dobbiamo passare attraverso Mariasofia una cuoca che, oltre che essere brava, è di una sensualità prorompente, e, in sovrappiù, sfacciata quel tanto da mandare in fregola il maschio e fargli soffrire le pene dell’inferno. Siamo a Capri, dove Villalta è riuscito ad organizzare un’asta esclusivissima riservata ai più ricchi paperoni del mondo, interessati ad accaparrarsi a suon di miliardi la statua di San Vittore. La competizione si terrà nell’hotel più in  di Capri, dove a cucinare per gli illustri ed esigenti ospiti c’è proprio Mariasofia. Villalta, messa da parte Vera Gallo, punta sia a fare il colpo della sua vita che a conquistare l’esuberante cuoca, che non aspetta altro, credendolo ricco sfondato.
L’asta è l’occasione per ritrovare, a mo’ di rimpatriata, alcuni personaggi che l’autore aveva, nel suo pellegrinare, messo in soffitta, e che ora tornano agguerriti più che mai, coi loro vizi e le loro frustrazioni, per prendersi la loro parte di denaro da cui il Villalta intende escluderli. Ad eccezione di Kaminsky, il quale, strampalato e sfortunato, resosi conto di amare alla follia la sua paziente, è venuto per fare a Vera la sua dichiarazione d’amore nella speranza di portarsela via.
Come si vede, il tono canzonatorio si accompagna ad una trama che disseziona, lascia e riprende i fili di situazioni che dell’umano hanno conservato la cupidigia, la sregolatezza, la lussuria, trasformando il tutto in un bestiario grottesco sulle cui nudità non resterebbe che gettare, per uscirsene anche noi in una grande risata, una secchia d’acqua bollente.
Alla fine delle rocambolesche avventure che si susseguono in occasione dell’asta nel lussuoso albergo di Capri, se taluni fili riescono a combinarsi e mettono a posto alcune situazioni, l’insieme della storia ci permette di concludere che, ingegnose e furbastre che siano le azioni dell’uomo, noi continuiamo a vivere nel caos più assoluto. Siamo marionette che girano a vuoto, divertendo chi si trovi a passarci accanto, anch’egli a sua volta trastullo di un altro osservatore. Il mondo non è, dunque, che una assurda e sconclusionata risata: ci diverte e ci confonde, e ci immalinconisce, giacché sappiamo che resterà sempre così.
 

“Parenti lontani”

Mondadori, pagg. 416. Euro 16,53

Una grande casa del Sud (“Ogni giorno siamo quasi una trentina intorno al lungo tavolo.”), in cui vivono Nonnilde e i suoi figli “regolarmente coniugati”, superstiti di dodici figli, cinque dei quali già morti, tra cui Enrico, il padre dell’io narrante, e due diventati “monaci di clausura”, apre la scena di questo romanzo.
È la grande casa dove vive e cresce Carlo di Lontrone, il giovane protagonista, sotto lo sguardo severo e vigile della nonna Ilde (Nonnilde): “Bassa, ossuta, i capelli argentei a ventaglio, irraggiati da nere striature, è un gatto selvatico che guizza veloce attraverso il silenzio delle grandi stanze, una fascinosa regina circassa – tra i più bei rappresentanti della razza bianca – con dita rapaci che perennemente torturano i grani delle sue collane – non c’è giorno che non ne abbia al collo una – e occhi mobili, penetranti sotto le scure sopracciglia, capaci d’incenerirti con un solo sguardo.” Rimasta vedova di un “edonista” che aveva sempre le femmine per la testa, è lei che dirige la “Premiata F.lli di Lontrone Olii Superfini, casa fondata nel 1859”, di cui è proprietaria a mezzo con il cognato “zio Richard” che, però, ad un certo punto, se n’è andato in America a cercare fortuna, divenendo presto “uno dei nomi di spicco della finanza americana”. Nonnilde continua ancora a fare ciò che, nella ditta, ha sempre fatto, da che Riccardo è partito, “in un’epoca in cui la gran parte delle donne neanche si sognava di lavorare, figurati dirigere un’azienda, in un piccolo paese del Sud, poi.”
Quando mette gli occhi su uno dei figli, Enrico (il padre del protagonista), sicura che saprà aiutarlo, questi, oltre alle doti manageriali della madre, ha ereditato la passione del padre per le donne, a causa delle quali rischia di disinteressarsi sempre di più dell’azienda di famiglia. Bisogna, dunque, al più presto, dargli una moglie, e così Nonnilde lo fa sposare in fretta, e Enrico trascorre la sua luna di miele in America, su invito dello zio ricco; e sarà proprio l’America a dargli l’immagine della grandezza cui si può giungere laggiù, nonché il senso della meschinità della sua vita condotta in un “paesaccio” senza futuro. Così, il “Sogno Americano” si impossessa di lui, tormentandolo.
Cappelli, con una scrittura spigliata (“me è come m’avesse attraversato una scarica ad alto voltaggio.”; “anche se io gliel’ho chiesto di raccontarmela la guerra”; “sono talmente stanco che di piangere, per un attimo ci penso che dovrei, me ne manca pure la forza.”; “dovrei chiederglielo a Pit, se invece non ce ne partiamo subito assieme, così zio Richard dà pure a lui una mano.”, e così via), moderna, che si avvita nello scavo di una realtà che è stata per tanto tempo immobile, accosta questa illusione alla sua terra per misurarne la capacità corrosiva, ancora incerta tra un risultato di risveglio o di annientamento. Quando Carlo rimarrà orfano appena quattrenne, il sogno americano del padre è già entrato nella grande casa e comincia ad interagire. Cappelli ci fa assistere non ad una rievocazione prodotta dalla memoria di Carlo, ma ci racconta il Carlo dell’infanzia e della crescita, come se quei fatti accadessero in quel momento per la prima volta, riuscendo a rendere intatto e immediato lo stupore del vivere e dell’esperienza quotidiana. È uno dei pregi della narrazione, tale da coinvolgerci come se fossimo noi quel ragazzo che scopre il mondo. Circondato dalle donne – nella numerosa famiglia è l’unico maschio – è al momento attraverso di esse che Carlo ricava le prime impressioni sulla realtà circostante. La cugina Tea, che ha delle grosse “sinne” che lo tentano al punto che di notte si corica nel suo letto per palpeggiarle; Vitina, la moglie del colono Genuario, che ha “spalle, braccia e gambe muscolose” da sembrare più un uomo che una donna, se non fosse per la voce, presso i quali Carlo è stato recluso perché non abbia più tentazioni con le cugine, rappresentano il suo universo di ragazzo. Non ha amici dello stesso sesso, al momento (Fausto, il figlio di Vitina, è “mutigno”), e il suo sguardo ha davanti solo una diversità che lo attrae. Perfino la mungitura delle vacche assume per lui il valore di un contatto con le “sinne” di Tea. Vitina gli parla solo in dialetto. Lo stile di Cappelli, che si arricchirà continuamente della parlata della sua terra, ha il pregio, dunque, di restituirci integre le curiosità e le gioie dell’infanzia, ma soprattutto ha il merito di costruire quel periodo lontano e felice della nostra vita immune dagli accenti malinconici della nostalgia. Ossia: il romanzo ci rappresenta una crescita in divenire, seppure già avvenuta. La mescolanza di linguaggi diversi, di costruzioni sintattiche che si rifanno alla quotidianità, contribuiscono a donare quell’immediatezza espressiva in grado di coinvolgerci in quel particolare presente reso come accadesse la prima volta: “mi sdraio placido sotto un albero e da lì osservo Vitina caricare i bidoni sul furgone grigio, intanto che il marito seduto sullo scalino della porta fuma una delle sue sigarette – non fa altro per tutto il giorno – e, a operazione conclusa, vado a consegnare il latte con lui.”
Le scoperte di Carlo sono così anche le nostre. Quando Pit, il primogenito di Vitina, capita in paese con la sua macchina sportiva rossa, da poco licenziatosi dall’Alemagna di Milano, e regala alla madre un televisore, la meraviglia che colpisce la donna, il suo infantile entusiasmo, sono gli stessi che i più anziani di noi non potranno mai dimenticare. L’uso del tempo presente interviene puntualmente ogni volta che la memoria rischia di trasformare il racconto in ricordo: “nel dormiveglia mi visitarono ricordi che non ricordavo d’avere. Della volta che eravamo andati al mare la mamma e io – aveva fatto in tempo a portarmici, prima di morire – delle scale che scendevamo per arrivarci, i vasi monumentali sulle balaustre, l’acqua celeste di fronte. So che tra poco ci nuotiamo dentro e si legherà i capelli per non bagnarli.”; e più avanti: “Annodò il raccolto in due grosse fascine e una volta a casa lo stese ad asciugare sul terrazzino in un ordine particolare, dicendomi: «Oh, mi raccomando, questo è un segreto tra noi due, ricordatelo». Veramente non capisco bene di che razza di segreto si tratti, ma mi sento così orgoglioso per la fiducia concessami, e felice pure se i momenti tristi non mancano.”; “I miei compagni di scuola finirono coll’odiarmi: sono troppo serio e studioso per chiunque di loro.” Si rivelerà, questa, una connotazione particolare dello stile di Cappelli, finalizzata proprio alla resa di una non più aleatoria contemporaneità tra il presente della scrittura e il presente degli accadimenti narrati. Una intuizione e una resa singolari e convincenti.
Pit, “il normanno” a causa del colore biondo dei suoi lunghi capelli, più grande di lui, diventa l’amico – quasi un padre – che gli apre gli occhi sul mondo, sul sesso, sulle donne, ma anche su ciò che si deve fare per andarsene da lì, dal paese: “Prese un libro dalla valigia, ne sfogliò le prime pagine. «Dis is e rum, dis is e tebol, dis is e buc: questo è inglese – disse – e te lo devi imparare se non vuoi morire nel posto di merda dove sei nato.” Il suo sogno, come del resto è stato il sogno del padre di Carlo ed ora di Carlo stesso (“anch’io ne sono certo, il mio posto è lì, in America”), è di andare in America, dove “Di grana là ce n’è tanta, tocca solo inventarsi l’idea giusta per prelevarne una parte.” Così entrambi si preparano a coronare il sogno. Carlo si mette a studiare inglese, e Pit si esercita con il saxofono, giacché ha letto da qualche parte che Frank Sinatra e Dean Martin “preferivano musicisti italiani nelle loro orchestre”. Le avventure che si trovano a vivere nel loro piccolo “paese disperso tra le impervie montagne dell’appennino meridionale” (l’esperienza della droga – “sigarette di cespuglio, non fanno male” -, il corteggiamento delle ragazze, il gioco delle carte in cui Pit è maestro, i piccoli furti) sono coloriture di una vita giovanile che è solo apparentemente spensierata e rosica le ore, invece, sospinta da uno scontento tanto più corrosivo quanto più avviluppato da una illusione lontana e forse impossibile. I parenti lontani del titolo non sono altro che il forte e persistente richiamo di una vita diversa, sognata e mitizzata. Così che le avventure che Cappelli ci racconta, tutte sapientemente e gustosamente narrate, sono le piccole luci che illuminano il vuoto di un’esistenza monotona e grigia, le quali, tuttavia, non vanno oltre la barriera degli occhi, lasciando inalterato lo scontento e l’inquietudine dei protagonisti. Cappelli sembra volerci suggerire, tuttavia, che qualcosa di magnifico e di sublime, di inatteso, potrebbe anche accadere in un paese del Sud come questo, sperduto tra i monti, dove la vita riesce a far giungere i messaggi di una rivelazione possibile anche lì, solo che la si sappia cogliere. Berenice, Silvia, rappresentano i segnali di un mondo che solo apparentemente è lontano e inarrivabile. Ogni cosa che avviene fuori, può anche accadere nel paese, purché non la si distrugga con la insoddisfazione legata ad improbabili miti da raggiungere. L’amore, ad esempio: Pit, l’irresistibile dongiovanni, “da quando ha incontrato Silvia non è più lo stesso: è sempre malinconico, ascolta solo canzoni tristi.”
Quando Pit scompare misteriosamente (ma rimarrà sempre come un’icona nella mente di Carlo, e sarà, vedrete, determinante nella sua vita), e in autunno Carlo, ritornato nella grande famiglia, riprende a frequentare la scuola, pare di leggere le pagine di Romano Bilenchi di “Conservatorio di Santa Teresa”, del 1940, e per la vicinanza delle consuetudini tipiche del Sud, quelle de “L’età breve” di Corrado Alvaro, del 1946. Ma l’accostamento deve fermarsi qui, in quanto la scrittura di Cappelli ha un accento tutto suo, legato ad una scrittura vivace, impregnata di un sottile divertente, ironico compiacimento per una esperienza che, se ha maturato in lui momenti accesi di insoddisfazione, gli ha consentito di osservare ritratti e scene di vita singolari. Che cos’è quel carattere burbero e risoluto della nonna, che avanti a tutto mette gli affari e non si fida di nessuno, se non l’evidenza di una realtà che nella sua tetraggine manifesta il grottesco e il ridicolo della vita? E Vitina, non è anche lei un po’ Nonnilde? Soprattutto questi sguardi, queste inquadrature, questi scorci di vita (il rito del matrimonio, la vacanza degli emigrati, l’esterofilia, la veglia funebre, la banda musicale, il concerto dei New Trolls, l’esperienza con LSD), avranno gran parte nella formazione di Carlo. Come ne avrà l’organista della chiesa, Medoro Sarchione, “pitagorico rosacrociano”, un po’ picchiatello, che lo inizia ai misteri esoterici, sicuro, ad esempio, che il paese custodisca il tesoro dei Templari. Carlo si convince così di essere la reincarnazione dello zio Arcangelo, divorato in Africa dai cannibali. Quello sguardo curioso dell’autore allungato sulla realtà, la seziona in quadretti che ne rivelano una specie di follia collettiva – un perpetuo paradosso sotterraneo -, che si manifesta solo agli occhi di un osservatore che valuti ogni particolare con il metro del sogno o, meglio ancora, della illusione. Tutto diviene così non solo grottesco, ma perfino ridicolo. Un risultato, si badi bene, che non è applicabile al solo Sud, ma che si riscontra in qualunque luogo ci si trovi a vivere, generato dal conflitto tra ciò che si è e ciò che desideriamo essere, e non lo saremo mai. È l’eterna inquietudine del vivere, l’insoddisfazione e il tormento, ossia, di vedere in noi e negli altri l’imperfezione che non potrà mai essere colmata. Una scrittura, come quando Cappelli tratteggia le caratteristiche di un paese del Sud, che a tratti ricorda il modo di sezionare la realtà che fu di Federico Fellini nel suo “Amarcord”, del 1973. Non v’è dubbio che il ritratto dello storico locale Sabino Corelli, ad esempio, ha più di una somiglianza con lo storico della città di Rimini disegnato dal grande regista. Come molto simile al sorriso con cui guarda alla realtà Fellini è, nel romanzo, il sorriso di Cappelli. Con la sola differenza della nostalgia, che in Cappelli, nella sua scanzonata e tuttavia sofferta analisi, manca. In entrambi risalta e li accomuna, invece, l’amore per la loro terra. Per tornare a Sabino Corelli, egli concentra in sé una mistura di caratteri che ne fanno un personaggio eccentrico, “genio poliedrico”, “autentico vulcano”, una via di mezzo tra il Don Ferrante del Manzoni (anche il professore è circondato da libri, con “librerie che arrivano quasi al soffitto”) e il Don Chisciotte di Cervantes, solo che si sostituisca a Ronzinante la “vecchia Dauphine color crema” con la quale il professore, insieme con la consorte, partì “per uno dei suoi viaggi di studio, alla ricerca dell’ultimo discendente degli Houestaffen”. Il personaggio consente a Cappelli di scrivere pagine di esilarante, riuscitissima comicità, con quella serie di lettere pubblicate dal giornale paesano “Contrada soprana” diretto proprio da Corelli, e del quale Carlo (“Carlino”) diviene collaboratore, incaricato in un primo tempo di redigere i necrologi, acquistando così la fama di menagramo.
Cappelli ad un certo punto è conquistato dal ricordo, ed è il momento in cui la memoria di Carlo restituisce le palpitazioni, le paure, le ansie di un’infanzia che sta maturando in adolescenza. Tutto il capitolo dedicato al suo “innamoramento” nei confronti di un coetaneo italo-argentino, Níkolas, molto bello e disputato dalle ragazze, che gli fa temere di essere un diverso, un “ricchione”, assorbe questa forte partecipazione emotiva, non a caso riferita ad un momento in cui “si decise il corso della mia vita – uno dei corsi.”: è la scoperta del sesso. Per esorcizzare il rischio di diventare un diverso, ecco che si fa più ardito con le ragazze, ne cerca l’eccitazione. Le venti cugine a poco a poco si sposano, i loro genitori cominciano a morire, e la casa si spopola, si fa deserta. Carlo ha ora sedici anni: “Fantasticavo sul destino di scrittore che m’aspettava in America, ma sempre meno convinto: sarei mai riuscito ad andarmene?”
Questa attesa irrinunciabile ma di là dal realizzarsi in tempi brevi, raffrena nella solitudine la sua ansia di vivere. Intanto alcuni compagni, oltre Pit, se ne sono andati; fa amicizia con nuovi ragazzi, ma è la piazza descritta da Cappelli a rappresentare meglio lo stato d’animo del protagonista, una piazza che diviene sempre più centrale ed emblematica in questa prima parte del racconto: “finché non rimaniamo solo noi nella piazza spazzata dal vento. Proprio soli no. Il solito paio di cani bevono alla fontanella. Un ubriaco sta steso su una panchina. Davanti ci passa Gilera, il fratello delle Campochiaro sul suo motorino immaginario: è da quando è bambino che ha la fissa della moto. Mai visto camminare; corre sempre, le mani poggiate su di un manubrio abbastanza alto, a quanto pare, sfreccia strombazzando con la bocca , fa un rumore diverso per ogni marcia che cambia.” Il brano qui riportato ci serve per sottolineare ancora una volta una prosa che, avvalendosi di un qualche ardimento, ne guadagna nella piacevolezza e nell’efficacia delle immagini. Noi la vediamo, la piazza spazzata dal vento, e i pochi nottambuli che vi compaiono (Gilera, l’ubriaco, Carlo e i suoi compagni: Apache, Tarcisio e lo Svizzero) diventano d’un tratto, insieme alle cose e agli animali (i cani, la fontanella, il vento), l’espressione triste, lunatica, siderale, di una illusione che tende a rifugiarsi, a ritirarsi, nella tristezza e nella malinconia, in quella prostrazione, ossia, che l’autore chiama: “angoscia meridionale”. Questi luoghi, così avvolti nel silenzio e nella solitudine, diventano l’anima di una condizione che non è facile abbandonare: “è in questo istante che mi chiedo come riuscirò mai ad andarmene in America. Anche i miei amici si sono fatti di colpo silenziosi.” Se c’è il mito dell’America, se c’è il sogno che pervade il nostro essere e sollecita la nostra fantasia, le radici dei luoghi dove ha principiato la nostra esistenza aprono dentro di noi gli spazi indefinibili e suadenti di una vita lì vissuta, soltanto grazie alla quale si potrà dire che la nostra esistenza è stata davvero feconda. La partenza, l’allontanamento, non rappresentano altro che una rinuncia, una colpa, una sconfitta. Carlo lo sa che quando anche i suoi amici saranno partiti: “Sorrideranno per la nostra rozzezza di adesso, il modo in cui vestiamo, le nostre poche lire, ma intanto una carezza passerà sui loro cuori e quando apriranno la porta di casa e la moglie e i bambini li saluteranno affettuosi ma con un accento estraneo, sapranno che questa era la loro vera vita, che non potranno mai dimenticarla.”

Quando Renata, trevigiana, figlia del maresciallo della locale stazione dei carabinieri, esprime un giudizio sprezzante sul paese, Carlo nota: “anche se è vero, che è un paese di merda, mi dispiace che lo dica.”
Cappelli disegna una vita che continua ad andare avanti nonostante gli ideali si manifestino nella loro sempre più convinta lontananza ed irrealizzabilità, e i fatti minimi che accadono rappresentano in qualche modo la giustificazione, anch’essa minima ma sufficiente, della nostra presenza nel mondo. Così non stupisce che Carlo riesca ad ammazzare le ore – in attesa del realizzarsi del suo sogno americano – con divertimenti e corteggiamenti di ragazze, in compagnia dei pochi amici rimasti in paese. Renata è il suo amore che, prima inarrivabile, all’improvviso gli corrisponde anche in modo inaspettato, da ragazza venuta dal Nord, e Imma, la proprietaria del bar, che ha il marito paraplegico, non perde occasione di trastullarsi con il ragazzo, che ha appena sedici anni, e sta scoprendo con meraviglia la voglia sfacciata e “famelica” che le donne nutrono per il sesso. Accadrà anche con Incoronata, la sorella del povero Gilera, il diciassettenne uccisosi con la moto.
Il sogno americano pare attenuarsi, imprigionato e ridotto a consumarsi nei piccoli avvenimenti della vita, ad opera di quelle pulsazioni primordiali che riescono ancora a governare l’uomo. Il sesso, nell’esperienza del sedicenne Carlo, occupa una gran parte del vuoto esistenziale e la focosità di alcune donne che lo tengono legato alle loro voglie, lo distrae dai suoi sogni. È il momento in cui tutte le sue aspirazioni ideali vanno in letargo sostituite da una animalità spontanea e selvaggia. Quando sale a suonare l’organo in chiesa: “Io le guardo dall’alto del cantorium la domenica, mentre suono l’organo in chiesa: Imma genuflessa per tutto il tempo con il capo chino, Renata in mezzo al padre e la madre, e mi dico che meglio non potrebbe andare.” La musica è la fascinosa seduttrice che gli consente di non scollegarsi del tutto con il proprio sentimento. Comincerà ad avere una parte importante dal momento in cui un amico, Rino, gli proporrà di entrare in un complessino di “progressiv rock”. Inizia una vita più movimentata. Su di un furgone Ford Transit, “attraversavamo polverosi viottoli di campagna, carrabili scorticate nella roccia su burroni paurosi, o in mezzo a boschi oscuri – sentivamo i rami bassi rimbalzare sul tettuccio – per raggiungere la meta delle nostre esibizioni: sale senza intonaco di lontane fattorie, aie popolate da cani porci e galline, ristoranti in tristi località turistiche, ma pieni di ragazzine turist che ci avrebbero accolto, loro sì ben avvezze al rituale dei concerti, con gli stessi gridolini che nei luoghi di residenza dispensavano alle popstar vere anche se avremmo suonato mazurke, lisci e tarantelle soprattutto”.
Cappelli ci porta in giro per questi paesi del Sud dove il vento che arriva dal Nord recando le sue novità “libertarie”, emancipatrici, trova una gioventù entusiasta, pronta ad accoglierle, così che il tedio di quelle giornate sempre eguali si frantuma in una ossessione di vita che tenta di arraffare ogni segnale che smuova il torpore di una esistenza avviata verso il nulla. La musica ne offre l’occasione, crea le opportunità e le sensibilità necessarie.
Quando l’estate finisce, la sbornia dei sensi si fa sentire, così che Carlo trova l’occasione di sfogarsi rinchiudendosi nella vasca da bagno. C’è un altro scrittore di Potenza, concittadino di Cappelli, Giancarlo Tramutoli, che fa della vasca da bagno l’isola dei suoi sogni, anche erotici: ne sortirà il breve romanzo “La vasca da bagno”, uscito per Fernandel nel 2001, ossia un anno dopo questo libro.
L’inverno è la stagione del silenzio, in cui la vita dei pochi giovani rimasti in paese si arresta. La primavera ha il segno di un risveglio non solo della natura, ma dell’intraprendenza, del coraggio e della speranza. Tutto viene avvolto da una luce diversa. Capita in paese una giovane e bella hippy, Giuditta, viene da fuori, da Roma, come da fuori verrà Mary Lodigiani in “Malvarosa”, il romanzo di Raffaele Nigro, uscito nel 2004. Trova bello il paese e i suoi dintorni, vorrebbe rimanere. Così che “A furia di sentirglielo ripetere quasi ci eravamo convinti che il paese non era poi il posto di merda che avevamo sempre creduto”. C’è un filo comune che unisce Cappelli a Nigro: il mito di un Nord luccicante, favoloso, e la scoperta graduale – generata da persone venute da fuori – delle bellezze del Sud, tale da far vacillare il sogno. Il romanzo di Cappelli, mentre lascia che il protagonista continui ad accarezzare la speranza di andarsene in America dallo zio ricco per fare fortuna e vivere una vita diversa, in realtà si muove anche per testimoniare una vocazione del Sud alla felicità, ove si facesse più attenzione alle sue speciali risorse tanto della natura quanto dell’uomo. Bisogna fermarsi ad osservare, a valutare, non correre dietro al miraggio di una felicità che si immagina sempre e soltanto lontana da noi. Essa invece è vicina, concreta, tangibile, e ciò è tanto più vero per un uomo del Sud. Quando vanno a trovare Giuditta a Roma, non è a caso che si accorgono che “Ha perso tutta la sua spontaneità, anche”. Non così accade a loro, invece, ragazzi del Sud, che dovunque si trovino, in paese, o a Roma o a Capri, portano con sé il proprio meraviglioso stupore, una frenesia di vivere spontanea, fresca, intensa. Dunque, è questo il vero Sud, il Sud da scoprire e da amare. Cappelli ha così tanta voglia di dirlo ai giovani del Sud, che il romanzo si alimenta di questo amore, e quei quadretti di vita disegnati con grazia rappresentano il dispiegamento di una verità che spesso nemmeno gli stessi giovani meridionali percepiscono. La raffinata sensibilità di Cappelli mette alla luce ciò che non si afferra, a volte, turbati spesso dalle miserie della vita. Ma la verità – ci fa capire – è che non c’è alcun mito che possa sostituirsi all’amore che un uomo del Sud ha per la sua terra. E se si scopre questo amore che alberga in ciascun uomo del Sud, non c’è solitudine che possa minare l’entusiasmo per la vita, nella quale è ricompreso – al Sud come in ogni altro luogo della Terra – l’entusiasmo per il sogno.
Mentre amoreggia con la sensuale Incoronata, la quale lo rimprovera di volersene andare in America: “pensai che aveva ragione, che le mie grandi speranze – il radioso futuro in America, la carriera di magnate al fianco di zio Richard o quella, anche più gloriosa, di scrittore – non erano che sogni di gioventù, che era ormai giunto il tempo d’abbandonarli.” Sono i primi segnali di una consapevolezza – ancora incerta, tuttavia – che lo sta avviando sulla strada della maturità. I giovani del Sud, insomma, non differiscono per niente dagli altri giovani, a qualsiasi latitudine appartengano: è un’età prodigiosa e strabocchevole per tutti, in cui la malinconia è unita a doppio nodo con il sogno: si alternano, si combattono, cercano di convivere, finché poi è la vita di tutti i giorni a vincere e a segnare la crescita di ciascuno di noi, che avviene a prescindere dai luoghi in cui ci troviamo ad esistere. È indubbiamente questo un tema fondamentale del romanzo, che emerge sempre più a mano a mano che il disegno delle vicende quotidiane si arricchisce di nuovi minuti avvenimenti, che altro non rappresentano che il lento dispiegarsi, attraverso l’esperienza, degli innumerevoli anelli che compongono la vita. Il viaggio in autostop fino a Christiania, il quartiere mitico in Amsterdam dove gli hippy si radunavano da tutto il mondo per stare insieme, ci fa ricordare un periodo del secolo scorso che ha del leggendario, e cinque giovani meridionali, Carlo, Rino, Apache, Tarcisio e Sebastiano, soprannominato Svizzero, lo vivono da coprotagonisti, in tutto simili agli altri. Però, in loro, è presente il desiderio del ritorno: “quella non poteva essere la mia vita. Avevo bisogno di certezze, punti fermi”. Sarà una continua altalena tra il desiderio di restare e quello di partire. Quando un nipote dello zio Richard, Charles, giunto in Italia per tenere delle conferenze, capita con la fidanzata Jennifer (Jenny) in paese, dove è venuto per conoscere le sue radici, il desiderio di andarsene in America ritorna a possedere il protagonista, a “sbrilluccicare” (un verbo ricorrente) dentro di lui: “presto sarei diventato americano, me lo sentivo.”
E infatti il cugino gli domanda: “E in America, non hai mai pensato di venirci?” Ma poi gli chiede di fare un piccolo sforzo e di immaginare che cosa “ci sia laggiù”.
È qualcosa di impalpabile, il sogno, fatto soprattutto di emozioni, e una volta si avvicina, sembra tradursi in immagini, e poi velocemente si allontana, si perde in un vuoto siderale. Sono i contatti misteriosi che l’universo ha con la nostra anima. Un gioco atroce, dunque? Una conquista faticosa? Una irrisione? Allorché s’infrange il sogno, allorché si allontana e pare irrecuperabile, come accadrà qualche volta al protagonista, la delusione origina un imbarbarimento che diviene la soglia tentatrice di un annientamento esistenziale. Carlo, in quelle occasioni, è smarrito, pare perdersi nel corpo e nella mente. Un giorno, guardandosi allo specchio si domanda: “Chi era quell’individuo che mi fissava torvo, gli occhi a fessura, sotto le palpebre pesanti, il viso gonfio, grigio di barba?” Anche i suoi amici, separatisi da tempo per vivere le loro vite, non riescono a stare lontani dal loro paese. La lontananza crea solitudine, smarrimento. Ciò che pareva loro di avvertire quando vivevano in paese, la solitudine, l’insoddisfazione, ora li attanaglia dolorosamente e sentono che possono liberarsene solo ritornando. È la crudele altalena dei sentimenti. Charles fa giungere a Carlo l’invito alle sue nozze con la bella Jennifer, anche lei ricca ereditiera. Senza dire nulla a nessuno, soprattutto alla nonna, una mattina prende la corriera e fugge di casa, proprio alla vigilia delle sue nozze con Alba Chiara, la figlia di un uomo molto ricco che è entrato in società con la nonna. Su quella corriera non può fare a meno di pensare al suo paese che sta lasciando e alle parole che Silvia gli aveva detto in quel tempo ormai lontano: “È tutto così bello qui…”. E così: “La grande casa che aveva risuonato delle risate delle mie venti cugine, delle voci dei miei zii, di mia madre, di mio padre e delle centinaia di di Lontrone che ci avevano preceduto, presto sarebbe rimasta silenziosa per sempre.” E ancora: “ma cosa sto facendo? dove sto andando? mi chiedevo sconfortato.”
Il sogno è lì a due passi, ora che è sbarcato in America e Charles gli dice: “ci sono grandi progetti per il tuo avvenire.” Arriva perfino ad esaltare l’America che ancora non conosce e a disprezzare il suo paese: “preso dall’entusiasmo per la mia nuova patria, iniziai a parlargli con disprezzo del paese”. È il momento più significativo del romanzo, in quanto si decide da questo punto in poi la sorte delle due forze in gioco che stanno disputandosi la personalità del protagonista: la forza del passato che non vuole si dimentichino mai le radici della propria esistenza, e la forza del sogno che esige la dimenticanza e il risveglio dentro una nuova nascita, dentro una nuova dimensione.
Sembra che Charles gli legga nel pensiero, quasi infastidendolo: “non rinnegare mai le radici, Carlino: sono la cosa più importante che abbiamo.”
Lo zio Richard, uomo brusco e di poche parole (ma, vedrete, capace anche di commuoversi), “il borioso tycoon”, lo convoca nel suo ufficio e lo assume. Addirittura, “apprendista magnate”, avrà una segretaria a disposizione, Shirley: “iniziai a lanciare urla silenziose, a prendere a pugni l’aria.” Sulla poltrona di pelle “mi ruotai sul perno, e davanti allo scenario di Manhattan sentii che il mondo, come suol dirsi, era mio e non dovevo che godermelo.”
Il mondo che gli si apre davanti è tutto diverso da quello vissuto nel suo paese. È il mondo dell’alta finanza, dei ristoranti esclusivi, delle feste scintillanti di abiti e di gioielli, di donne tutte sorridenti e bellissime. Lo zio Richard gli marca il discrimine tra le due esperienze: “Una volta che uno decide di venir via dall’Italia, basta, chiuso, se no finisci che stai a leccarti le ferite per il resto della vita.” E anche: “guardare al passato è uno spreco di energia e a noi quella che abbiamo serve a guadagnar soldi. Quindi allontana qualsiasi cosa ti ricordi quel maledetto paese: la nostalgia è una specie di ladro che ti salta addosso appena gliene offri l’occasione.”
Lo zio Richard sa, dunque, delle due forze che si contendono il momento del passaggio dalla realtà fino ad allora vissuta al sogno che sta per materializzarsi; lui stesso l’ha avvertita ai suoi tempi. Pone in guardia il nipote, vuole che ripeta la sua stessa scelta, che metta in campo la sua stessa determinazione. Ancora Richard: “segui solo i miei consigli e diventi ricco come neanche te l’immagini. Primo fra tutti: fatti americano.” Non è un gioco, si deve cambiare pelle. Cappelli si fa stringente intorno al suo protagonista, lo assedia, ne graffia ulteriormente le ferite lasciate da un distacco dalla propria terra che ancora non si è consumato. Richard mostra di riporre molta fiducia nel nipote italiano, l’unico probabilmente che possa sostituirlo a capo del suo impero, visto che il nipote Charles è “un intellettuale” e per giunta ha ereditato dal padre la tara dell’alcolismo. Cappelli, l’autore, e Richard, un suo personaggio, sono gli assedianti accaniti di Carlo, il secondo per trarlo a sé incondizionatamente; il primo per indagare con una certa partecipata curiosità l’esito dello scontro in atto nel suo protagonista. Pare di rivivere il momento finale in cui nel bel film di Alfred Hitchcock, “Delitto perfetto” del 1954, Tony, interpretato dall’attore Ray Milland, che ha tentato di far uccidere da un sicario la ricca moglie Margot, interpretata da Grace Kelly, si rigira in mano la chiave nel tentativo di capire come mai non abbia aperto la porta del suo appartamento. Cappelli sta dietro la porta ad osservare, proprio come nel film sta in attesa dietro la porta Hubbard, l’ispettore di polizia.
Ma Richard, siamo così sicuri che abbia tagliato davvero le radici con il suo paese d’origine? Cappelli ci fa capire che ciò è impossibile, impossibile anche per uno come Richard (un personaggio davvero notevole). Che cosa significa, infatti, quella visita che il decisionista Richard fa ad una specie di chiromante, “Lo Romita de la Muntagna”, all’indomani di una importante scelta di affari? La grotta in cui entra – il romitorio dove altri clienti sono in attesa e dove l’arredamento ricorda piuttosto “un bordello” – altro non è che la miniatura di un ambiente che ci si porta dentro sin dalla nascita, e per un uomo del Sud è il Sud carico di suggestioni e di mistero. Carlo si trova bene, è fortunato, sotto la protezione dello zio fa una carriera rapida, e a soli ventitré anni entra nel consiglio di amministrazione della grande azienda di Richard. I giornali danno l’annuncio a titoli cubitali e Carlo, ora, è anche famoso. Cappelli, attraverso alcuni personaggi, in particolare femminili, come Jennifer e sua sorella Cybill, entrambe bellissime (ma solo apparentemente felici), ci mostra un universo newyorkese scintillante, estroso, e ci fa viaggiare nel lusso delle auto, delle ville, delle feste, dei ristoranti esclusivi. Dobbiamo sempre tenere presente questo contrasto, voluto dall’autore, tra le due esistenze di Carlo che vengono di fatto messe continuamente a confronto: quella, un po’ monotona ma avida di conoscenza e di curiosità, vissuta nel suo paese, e quella, frizzante, euforica, immersa nel Sogno Americano. L’autore avrebbe potuto disegnare per l’emigrante Carlo una vita diversa, meno sontuosa, meno sfolgorante, ma ha scelto il massimo: “Ero ricco, importante, vestivo splendidamente e lavoravo in uno dei posti più ambiti del globo; ero divenuto esattamente ciò che avevo sempre sognato”. Perché? Sarà da questo confronto, nitido agli occhi del lettore, che scaturirà, infatti, il significato del romanzo. Cybill, viziata, fuggita da casa da ragazzina, ed ora sposata con un cantante famoso e viziato come lei, mostra all’improvviso a Carlo l’altra faccia del Sogno Americano. Cybill è fragile, scontenta, infelice, sebbene ricchissima; la sua bellezza, anziché salvarla, la trascina sempre più a fondo. Pare di rivivere il personaggio di Carmen, la figlia minore del generale Sternwood, del celebre romanzo di Raymond Chandler: “Il grande sonno”, del 1939, che ha avuto due belle trasposizioni cinematografiche, la prima di Howard Hawks, del 1946, con Humphrey Bogart nei panni di Philip Marlowe, e l’altra di Michael Winner, del 1978, con Robert Mitchum come protagonista. Del resto, Jennifer ricorda Vivian, la figlia maggiore.
Della ricchezza ci si satura, sembra impossibile ma è così, ci fa capire Cappelli. Ne è satura Cybill e ne è saturo inaspettatamente anche il protagonista, divenuto un uomo molto ricco, il quale confessa, ad un certo punto: “Non m’ero mai sentito così depresso e, posso confessarlo?, rimpiansi amaramente i miei anni in paese. Li avevo trascorsi considerandoli come il triste preambolo a un radioso futuro, ma ora che le mie grandi speranze s’erano realizzate, mi apparivano i soli che avessi veramente vissuto e mi struggevo di nostalgia”. E ancora: “Che avrei dato invece per rivedere uno qualsiasi dei miei amici?” Quando la fortuna gli volta le spalle (“sembrava che il mondo intero ce l’avesse con me.”), allora ritorna forte in lui (per quell’alternanza dei sentimenti) il Sogno Americano, il desiderio della ricchezza e della bella vita. Quel qualcosa che non si possiede, ossia, è sempre lì davanti a noi, pronto a baluginare con le sue mille stelline di illusioni. Le afferriamo, le stringiamo nella mano e si rivelano per quel che sono, niente. Alla fine non resta se non una discesa lenta verso l’abbrutimento (“avevo la barba lunga di una settimana, ero sporco, lacero, ubriaco”), una parabola che deve compiersi per restituire forza a noi stessi, nel momento in cui ci si sente “l’essere più solo e infelice del mondo.” A questo punto, raggiunto l’estremo, basta una canzone che esce da una radio di “un mercatino di profughi slavi” a destarci dal torpore in cui si è precipitati, a scuoterci da una specie di sbornia dei desideri: “m’ero considerato l’essere più sfortunato del mondo, allora; avrei dato qualsiasi cosa per tornare a quel tempo adesso, e non riuscii a trattenere il pianto. Non feci che piangere in quei giorni.”
L’abbrutimento (“Continuai a ubriacarmi per giorni, settimane, mesi”) è tanto vicino all’annullamento della propria personalità che, ormai ridotto all’accattonaggio e a dormire “nelle camerate dell’Esercito della Salvezza”, Carlo ha soltanto nell’attesa di incontrare di nuovo Cybill il punto di contatto con il proprio passato ed una speranza per il futuro. Al culmine della abiezione (“Vivevo praticamente di alcol”) la memoria si mette in movimento: “Era come fossi tornato bambino. Alla mia vita di allora, nella casa della nonna.” Sono visioni, sogni quelli che cominciano ad accompagnarlo in quei momenti desolati. Vive attraverso quei sogni, quelle visioni. Toccato il fondo, essi gli consentono, come per un rimbalzo, una reazione della coscienza, un contrappasso, di elevarsi sulla realtà, di filtrarne i colori più belli, di illeggiadrirla. Si ha la sensazione di assistere alla gestazione di una lenta rinascita, fatta solo di luce, nella quale la vita vissuta al paese non si distingue più da quella che sta vivendo in quei giorni, a tanta distanza di spazio e di tempo, e vi si amalgama, seppure attraverso un sogno, ma un sogno tale che, pervadendo interamente il suo spirito non si differenzia più dalla realtà: “mi sentivo felice: Pit, era sempre lo stesso, alto biondo e leggendario e la vita ancora una promessa meravigliosa.”
Pare di vedere l’uomo tout court mentre muore marcescente nella sua miseria più atroce (“Tutto ciò che una volta era stato s’era dissolto per sempre, spariti quelli che avevo conosciuto, svanito ogni angolo dei miei ricordi, la mia vita stessa ridotta a un cupa voragine di nulla”), e dal suo corpo si alza una leggera iridescenza che va prendendo a poco a poco la strana forma di un qualcosa che si sta nutrendo delle luci di una umanità sognante resa, nel romanzo, attraverso gli occhi prima dell’invasata Gemma Cargallo, la sorella del mafioso Frank, divenuta più ricca del fratello e che ha risollevato Carlo dalla miseria, e poi quelli della sua assistente Veronica, che vuol diventare una rockstar, e altri stravaganti personaggi come Jeff B e Kenneth. Sulle tracce dell’introvabile Cybill, Carlo arriva in Canada e l’autore annota che: “m’ero tagliato i capelli cortissimi come da bambino e, guardandomi allo specchio, m’ero stupito di quanto poco la mia espressione fosse cambiata da allora.” Sono i piccoli segni di una conquista faticosa che Cappelli lascia disseminati lungo il percorso del suo protagonista. Tanto Carlo che Cybill, infatti, hanno pagato e stanno pagando duramente il sogno americano. Hanno rischiato e ancora rischiano il degrado e l’annientamento. Ma si cercano. Carlo forse è il solo ad intuire, grazie a quell’impulso prodigioso che lo fa sentire di nuovo un ragazzo, che unendosi a Cybill potrà rigenerare con il suo passato il sogno americano che, tuttavia, non potrà mai essere più quello di prima. È determinato, sa che non ci sono alternative, sa che, senza Cybill – questa ragazza estroversa, bizzarra, instabile, fragilissima e vittima delle proprie manie – sarebbe vana tutta la sua esistenza. La vita condotta nel suo paese avrà un senso, cioè, solo se affronterà il sogno americano dalla parte sconfitta e degradata in cui ora è rinchiusa Cybill. E quando arriverà a destinazione e vedrà Cybill, si troverà di fronte ad una stupefacente sorpresa che, nella suggestione di un mito che si fa leggenda, unirà definitivamente il presente al passato, la dura realtà alla speranza.
Dire che questo romanzo entusiasma per la scrittura brillante, per l’effervescente contenuto che riesce a tratteggiare con esemplarità una generazione di giovani meridionali affascinati dal mito di una vita diversa; dire che penetra l’America nella sua ricchezza e povertà, nelle sue stravaganze, nei suoi paradossi, dire che su oltre 400 pagine di testo non c’è una sola riga che segni un passo falso o annoi, dire che questo romanzo contiene gli attributi di una irreversibile attualità, dire che resterà giovane per come ha saputo parlare dei giovani, significa per me esprimere il maggior entusiasmo possibile e la maggior stima per un autore ed un romanzo che resteranno a lungo nella mia memoria. Un autore e un romanzo cult, non esito a dichiararlo. E che tutto ciò provenga dal Sud più profondo, e da un narratore che ha deciso di restare nella sua terra, non può che rendermi felice, pieno di orgoglio e di ammirazione.

“Il primo”

Marsilio, pagg. 184. Euro 14

Nell’affrontare la lettura di questo nuovo romanzo di Gaetano Cappelli, uscito nel marzo 2005, non vi nascondo che una delle curiosità più forti che mi hanno preso è stata quella di verificare se l’autore di quell’autentico gioiello letterario che è “Parenti lontani”, pubblicato nel 2000, fosse stato in grado di emulare quel capolavoro, impresa non facile, visto che in quel romanzo non apparivano, naturalmente dal mio punto di vista, margini nemmeno minimi di imperfezione.
In questa distanza così piccola, di appena cinque anni, Cappelli ha affrontato anche un periodo assai difficile della sua vita. Ha subito nel 2002 un trapianto di cuore e, se leggiamo quanto scrive nella sezione finale riservata ai ringraziamenti: “Dedico Il primo al mio donatore – ogni tanto gli parlo, come si parla ai propri morti – e ai suoi genitori che hanno pensato alla vita di uno sconosciuto”, non deve essere stato facile per lui ripensare e ricostruire una continuità tra il prima e il dopo.
Il protagonista, Guido Cieli, ci confessa all’inizio: “ero sempre stato il primo, il primo a scuola, nello sport, il primo nella vita, il primo a capire le mode che contano, quello che le ragazze guardavano di soppiatto abbracciando i loro amori sul corso in città”. E, invece, gli capita di scoprire Filippa, a pochi giorni dal loro matrimonio, nelle braccia di un altro: “Rivedevo ancora, a distanza di anni, il bianco delle mutandine di Filippa, risaltare come una vela gualcita nel mare in tempesta delle sue cosce abbronzate”. E ancora: “Quella fu l’ultima notte in cui ero stato giovane.” Prende la vecchia auto di suo padre e fugge a Roma, dove si mette a vendere enciclopedie, finché la fortuna non bussa alla sua porta, una mattina, con una telefonata. È la vedova di un artista, Giusto Dardo, “una specie di mito nel mondo dell’arte contemporanea”, di cui si era occupato anni prima scrivendone un libriccino. Gli propone, se accetta di ampliare quel libriccino con le notizie esclusive che lei possiede, un compenso di venti milioni e in più un lavoro presso l’editore di suo marito, che non potrà rifiutarsi di assumerlo essendo lei l’erede dei suoi diritti. Il ricordo del suo primo incontro con Giusto Dardo, a Roma, dove Guido frequentava l’università, dà modo all’autore di far ripercorre al protagonista un tratto della sua vita occupato dal suo grande amore, Filippa Pardi, la bella ragazza ambita e corteggiata da tutti e che sembrava, invece, essersi innamorata proprio di lui: “Aveva un modo tutto suo e irresistibile di camminare mentre si avvicinava lentamente osservando un punto indefinito e distante, cosa che le donava un’intensità sconosciuta. Sorrise, e i suoi denti mandarono un bagliore nell’aria illuminata dalle lampadine appese agli alberi come sui pennoni di una nave”. Come Filippa, anche l’autore ha un modo tutto suo, giovanile e intraprendente di scrivere e di procedere nel racconto. Due esempi: “quando ero sempre stato orgoglioso di quell’opera – dopo aver letto Huckberry Finn, costruire una casetta lì sopra, per rifugiarmici a fantasticare scrutando l’orizzonte, era diventato il mio grande sogno.”; e, più avanti: “C’è da chiederlo? gli risposi, e se ne aveva già qualcuna dietro.” Galeotto è il “pippal”, un albero gigantesco che desta l’ammirazione di Filippa, studentessa di botanica. Sopra l’albero, Guido ha costruito una piattaforma con tavole di legno rubate a “uno dei tanti cantieri della zona”. Il pensiero del lettore non può non andare al personaggio del piccolo Fodder Wings, l’amico handicappato di Jody nel romanzo “Il cucciolo” di Marjorie Kinnan Rawlings, che è del 1938 ed ha avuto una bella trasposizione cinematografica nel 1946 ad opera di Clarence Brown, in cui si vede il paralitico (nel film con il nome di Icaro) che si è fabbricato un suo nido sopra un albero, da dove guarda il cielo e sogna. Guido sale sull’albero, dunque, seguito da Filippa. Da lassù, osservano estasiati le meraviglie che li circondano. Filippa vi salirà ancora, tutte le volte che vorrà fare l’amore con lui: “le lasciavo il cancello del giardino socchiuso e, di nascosto, andavo ad aspettarla tra i rami a qualsiasi ora del giorno, o anche della notte, mi telefonasse.” Cappelli fabbrica piccole scene che inserisce l’una dentro l’altra come scatole cinesi, sicché noi abbiamo la sensazione di calarci dentro un pozzo di meraviglie. Noi siamo tra i rami dell’albero con Guido che attende la sua Filippa, e ci ritroviamo con Guido che ascolta un disco regalatogli da lei, disco che sta girando “sotto la puntina sbilenca del mio giradischi”. Cappelli fa tutto ciò con una naturalezza e una leggerezza narrativa tali da restarne attoniti e ammirati. Non vi è pausa, non vi è soluzione di continuità nella sua scrittura e ci sentiamo come rotolare dentro la narrazione, trasportati in un battibaleno da una città come Potenza dentro una Roma percorsa dagli entusiasmi di una gioventù che trova nella musica di quegli anni tra il ’70 e l”80 il suo stordimento e il suo incanto, e sappiamo già che ancora rotoleremo e precipiteremo verso un altrove. È l’aspirazione di Guido Cieli a trascinarci nel vortice; il suo desiderio, ossia, di primeggiare ha scatenato un movimento nel quale non è difficile individuare una urgenza inarrestabile e insopprimibile. Il viaggio di Guido verso l’affermazione di sé è il viaggio del nostro orgoglio, e anche della nostra innocente infatuazione scritta, più che nella vita reale, nel Dna della nostra specie. Filippa e Guido si separano, vivono ora in città diverse: lui a Roma, lei a Pozzuoli per frequentare la scuola di agraria. Si scrivono, ma la lontananza attenua il desiderio, e Guido, che fa l’inviato a Roma di “Tabularasa”, una rivista milanese di musica diretta da Dario Armeno, “una specie di mistico medievale dagli occhi irrorati di sangue, la barba incolta e i denti marci”, è stregato dal mondo che gli si apre davanti. Lisa Herzen, una ragazza “nativa di Amburgo”, molto bella, sarà la sua nuova conquista. È lei che gli presenta Giusto Dardo, lo stravagante artista, con il quale fa amicizia (“ero l’amico del cuore del grande Giusto Dardo”) e viaggia con lui in Oriente, dove conosce un mondo nuovo e diverso. Le pagine di Cappelli hanno qui le coloriture e le attenzioni arabescate per i particolari di Gustav Klimt: “io lo guardavo Giusto, guardavo i suoi lineamenti affilati, eleganti come in una silhouette settecentesca, il codino che poggiava sui tessuti preziosi dei suoi gurta, la maniera che aveva di punteggiare le frasi muovendo le mani con la leggerezza di un danzatore orientale”.
Come in “Parenti lontani”, è il mondo giovanile con il suo ribollimento, le sue stravaganze, le sue ansie che Cappelli esplora con la sonda efficacissima della sua scrittura, che sembra nata apposta per descrivere dal di dentro quell’ambiente così vitale e colorato. Si ha la sensazione che quel mondo e quelle immagini si raccontino da sé. Pur trascorrendo gli anni, sembra che Cappelli abbia trovato nella sua invenzione stilistica la chiave della sua perenne giovinezza. Il suo spirito, i suoi occhi, il suo cuore riverberano con la scrittura una freschezza perenne. La gioventù dei nostri tempi trova in lui il cantore per antonomasia, il pittore delle sue gesta, così come lo fu nei suoi anni per il Moulin-Rouge il grande Toulouse-Lautrec.
La morte improvvisa di Dardo lo priva della possibilità di diventare ricco, così Guido continua a vivacchiare senza mai sopire la speranza di diventare nella vita “chissachì”. Lo desidera per apparire importante agli occhi di Filippa, che ha rivisto per un breve soggiorno che lei ha fatto a Roma, prima di partire per la California, dove ha vinto una borsa di studio. Anche le rivista “Tabularasa” ha chiuso i battenti e Guido è rimasto addirittura senza lavoro. La sua ultima conquista, Lisa, lo caccia fuori di casa, essendo diventato un buono a nulla. Finisce perfino in galera per una settimana, sospettato di sovversivismo. Cappelli ci fa assistere al primo ko del suo protagonista. Privato di tutto, è costretto ad una prima resa, torna a Potenza in seno alla sua famiglia, impoverita dai vizi del padre, che ha perso al gioco quasi tutto. A Potenza è tornata dalla California anche Filippa che ha messo su un’azienda di imbottigliamento delle acque minerali “che già andava a gonfie vele.” Sono fidanzati e vicino a sposarsi. Filippa è ricca e quindi potrebbe sembrare che tutto si sia messo a correre nella direzione giusta, quando ecco ricomparire Fabio Nobile, l’attore bello e corteggiato da tutte le donne. È l’uomo nero del destino, colui che si presenta ogni volta che il successo e la felicità bussano alle porte di Guido. Quando arriva lui, Fabio, successo e felicità stornano lo sguardo alla volta di colui che sembra figlio della fortuna, “imbalsamato nella sua bellezza.” La sua apparizione – proviene da Trieste, dove vive – coincide con il giorno in cui, nel corso della festa organizzata da Filippa, il povero Guido apre la porta di una stanza e lo trova a far l’amore con la sua promessa sposa. Cappelli chiude qui il cerchio del primo percorso narrativo sulla vita del suo protagonista. Già sappiamo, infatti, che fugge a bordo della vecchia auto del padre e se ne torna a Roma, dal suo amico Geco, e si mette a vendere enciclopedie porta a porta, finché la vedova di Giusto Dardo non si fa viva, dandogli una nuova chance. Sembra che Cappelli ci sussurri all’orecchio, con affabile ironia: – Vedete, questi è nientemeno che il primo. E se fosse stato l’ultimo? – Non c’è, ossia, nella vita, nessuna regola che possa identificare la nostra esistenza, non ci possono essere classifiche, graduatorie di ogni sorta, affermazioni che valgano una volta per tutte.
“Da quella notte erano ormai trascorsi cinque anni, la mamma era morta e la nostra casa era stata venduta” ci fa sapere il protagonista nel momento che, chiuso il primo cerchio della memoria, si appresta a narrarci un altro brano della sua vita: quello in cui entra in scena la vedova di Giusto Dardo, con la sua offerta di una discreta somma e di un lavoro, se scriverà un nuovo libro su suo marito. Guido si reca a Ischia, dove “la contessa” Cleda Dardo si trova per frequentare i bagni termali. Dopo qualche difficoltà nel riprendere a scrivere (“scoprii che non ero più capace di scrivere”) e risolti alcuni malintesi con la vedova, porta a termine l’impegno, la contessa lo colma di regali, gli procura un lavoro presso l’editore milanese di suo marito, Davide Cento, e nel testamento gli lascia un “pied-à-terre” a Milano. Il libro esce, ma non ha un gran successo, anzi è un vero e proprio flop. I rapporti con l’editore, “un tizio pallido, sudaticcio, dalla pancia sformata verso il basso, e due baffetti lustri da messicano”, non sono buoni. Ma Guido, che vede arrivare in redazione un sacco di manoscritti di nessun valore, e che Cento pubblica lo stesso abbandonandoli subito dopo al loro fallimento, essendosi fatto comunque pagare in anticipo dagli autori fior di quattrini, si mette ad indagare il mercato per capire le ragioni per le quali i lettori in Italia, contrariamente a quelli americani, non hanno molto interesse per i libri. Crede di aver scoperto il perché e Guido, infatti, ha un’idea che propone al suo editore. Il loro colloquio gli pone di fronte, però, nuovi problemi, soprattutto di natura economica (non basta “il tam tam dei lettori”, gli fa capire Cento, ci vogliono investimenti di molto denaro che un piccolo editore non si può permettere), ma Guido non demorde: “Cento aveva ragione. Non basta trovare la novità, bisogna avere la grana per lanciarla e, in mancanza della medesima, ci voleva un’idea. Già, ma quale?”
Gli viene, l’idea, quando a Milano incontra il suo amico Carmine Geco, quello presso cui si rifugiava a Roma nei momenti difficili. Ha trovato il successo, è diventato un’altra persona, ammirata dalla gente, che lo saluta. Veste alla moda ma ha conservato il suo inconfondibile accento lucano, anzi lo ostenta. Sentendo il suo dialetto, ci viene in mente un personaggio cinematografico dei nostri giorni, quell’attore Diego Abatantuono che ha fatto del dialetto pugliese ereditato dal padre il trampolino di lancio della sua carriera artistica. La importante radio, Smilesquattro, presso cui lavora Geco è di proprietà di un fabbricante di penne per scrivere. Vuole lanciare un concorso di scrittori esordienti sotto lo slogan: “Scrivi la tua storia con Penne d’Aquila e volerai sulla cima”. Ma chi leggerà i manoscritti? Presto fatto: sarà Guido a leggerli e il suo editore pubblicherà il manoscritto vincitore. Data la fama della radio non ci possono essere rischi sulle vendite del libro. Ma l’idea non sta tutta qui, e non la sveleremo. Diremo solo che servirà a far avere successo ad un autore esordiente che altrimenti non sarebbe mai stato pubblicato: “Fu un grande, clamoroso successo.” Guido torna ad essere, dunque, il primo. Diventa celebre anche lui, lo intervistano, le donne non gli danno pace. Ma lui pensa ancora a Filippa. Filippa è un po’ come Cybill in “Parenti lontani”, come pure Fabio Nobile ci rimanda a Pit e i due romanzi, oltre che da questi personaggi, sono inscindibilmente legati da quello che è il loro principale filo conduttore, l’entusiasmo per il sogno. Per lanciare i libri della casa editrice presso cui lavora come editor di successo, Guido ne inventa di tutti i colori. Ogni lancio è un’idea originale, basata ovviamente su menzogne e sotterfugi che danno modo all’autore di disegnare un mondo, quello dell’editoria, che a tutto pensa meno che a creare un rapporto sano, trasparente, corretto con i lettori. Guido conquista i primi titoli dei giornali: “Parla Guido Cieli, il principe dell’editoria italiana”, “Ancora una strepitosa scoperta del grande Guido Cieli”. L’ironia di Cappelli, presente a piene mani qui come in “Parenti lontani”, reca l’impronta di colui che non vuole gridare allo scandalo, ma si diverte a vedere e a indicarci tutti gli inganni che un malinteso potere escogita ai soli fini del successo e del guadagno. Non c’è moralismo in Cappelli, ma il gusto di prendere in giro tutto ciò che passa per le mani dell’uomo. Ironia e compatimento, insomma, come cesellatura di una specie, la nostra, che proprio per questi suoi difetti è destinata a perpetuarsi. Naturalmente con il successo arriva di nuovo la ricchezza per Guido, anche se ci restava ben poco nelle sue tasche, giacché si leva ogni capriccio: “Avere quella grande disponibilità di denaro per la prima volta nella mia vita era un’esperienza inebriante.” Ancora una volta è al colmo della notorietà, ed ora non c’è più bisogno di inventarsi dei trucchi per lanciare un autore, essendo sufficiente che dietro ci sia lui, il suo nome, il suo prestigio: “bastava il mio sigillo di qualità perché i libri andassero con le loro gambe.” Cappelli, dopo averci introdotto nel variegato mondo dell’editoria, volge ora lo sguardo divertito verso la sterminata marea degli “aspiranti scrittori” – anche persone già famose per altro motivo: “attori, cantanti, giornalisti, presentatrici, modelle addirittura” – che lo assediano con sottobraccio il loro manoscritto. Ma che cosa li spingeva, soprattutto quelli già famosi che potevano contare su una platea molto più vasta di quella “che qualsiasi scrittore, anche quello più affermato, potrebbe mai sognare di avere.”? Una risposta c’è: “La fame di immortalità.”; “Se uno ci pensa, esistono poche invenzioni più longeve dei libri.”;”tu entri in una qualsiasi biblioteca e, così come li trovi, ne sfogli i volumi stampati da tre-quattro-cinquecent’anni addirittura.”; “tra un secolo nessuno ricorderà chi oggi va in televisione tutti i giorni, chi ha scritto un libro invece sarà un libro”.
È la parte in cui la narrazione di Cappelli ha il suo momento più sublime. L’ironia che vi cade a pioggia è così esilarante da riuscire a caricare quei poveri aspiranti all’immortalità di un pathos che ce li avvicina al cuore, in un intenerimento simile a quello che potremmo provare per uno sfortunato amico al quale sia capitato di prendersi una malattia non così grave da condurlo alla morte, ma così ostinata, pur nella sua levità, da accompagnarlo per tutta la vita. Questo sognatore, infatti, “è così insensatamente pazzo da pensare che le fantasie con cui imbratta centinaia di pagine, di solito nascosto nella più remota provincia, e senza nessun santo in paradiso, possano mai interessare qualcuno”. Quando Cappelli comincia a tratteggiare la tipologia degli aspiranti scrittori, non v’è dubbio che la sua ironia si carica anche di amarezza. A cosa può condurre il desiderio della gloria, a quale livello di mortificazione si deve giungere per soddisfare una chimera! Questi sognatori, che Guido usa ai suoi fini (“sapevo bene io come pigliarli, quei sognatori.”), aspirano ad essere, pure loro, “il primo”, esattamente come lui. Anzi, lui non sa ancora di essere l’esempio vivente di un’ansia, di una inquietudine e di una insicurezza insite proprio nella speciale natura del sogno. Il sogno crea la speranza, genera l’ambizione, ma per ciò stesso consuma e reca al suo interno la propria lacerazione, il “più spaventoso degli abbandoni”, se non addirittura la propria morte. Chi è il primo, ci fa capire l’autore, deve essere pronto a cadere, poiché primi non lo si può essere a lungo. Parenti costruisce in Guido un personaggio refrattario alla sconfitta, cinico, orgoglioso e ribelle. Guido conosce il bello e il brutto della vita, è allenato, è pronto ogni volta alla sopportazione e alla resistenza a denti stretti per rinascere. La sola cosa che continua a restare immutata nella continua salita e discesa attraverso i cerchi della sua vita è l’amore per Filippa, la sua autentica ossessiva chimera: “non m’illudevo di poter amare nessun’altra donna, ormai”. Chiuso il secondo cerchio, Guido ne percorre un altro, che si rivelerà sorprendente poiché, nel momento della sua aspirazione alla risalita, incontrerà nientemeno che l’autore del romanzo: Gaetano Cappelli, proprio lui, non finto, non mascherato, ma col suo proprio nome e cognome, uscito da una operazione simile a quella che, ricorderete, mette Pinocchio in mezzo alle marionette di Mangiafoco. Geniale espediente, dunque, per il cui tramite, mentre si parla di editoria cinica e di aspiranti scrittori illusi, si fa entrare in scena uno scrittore autentico: sulla pagina scritta questa volta, ma allo stesso modo in cui Pinocchio sale sulla ribalta del teatro dei burattini, e con la stessa felice naturalezza che si avverte nel capolavoro collodiano: “Fu in quei frangenti che incontrai Gaetano Cappelli – o quello che, almeno, ne era rimasto.” Cappelli si trova a Milano per essere sottoposto al trapianto del cuore in un ospedale della città. Guido rivela che al liceo, se lui era il primo, Cappelli era “un fuoriclassifica: proprio il tipo che, secondo la mia esperienza, poteva diventare uno scrittore; e infatti.” Sono entrambi di Potenza e si conoscono già. È Cappelli che gli porta notizie di Filippa: “forse è anche più bella di come te la ricordi…” La spinta che gli mancava arriva proprio dall’amico “ectoplasma”, che “era messo male sul serio, chissà se ce l’avrebbe fatta”. Guido, che è incappato in un altro momento negativo della sua vita, torna, così, a leggere i manoscritti nella speranza di trovare un autore che lo aiuti con il successo di vendite a ricostruire la sua fortuna. Sa che Filippa si è sposata, è bella, è ricca; ma, nonostante ciò, non l’ha mai dimenticata e ha fretta di mostrarle il suo successo. È il momento in cui l’autore si diverte a parodiare con fine umorismo i testi tipici degli aspiranti scrittori, creando atmosfere briose e sarcastiche: “Certo, a volte, se non per il fatto che a firmarli erano degli sconosciuti, non sembravano molto diversi dai libri altrettanto fiacchi e noiosi stampati dai grandi editori, spesso solo per occupare militarmente i banconi delle librerie”. Cappelli, insomma, sta tracciando col bisturi la vita grama di una piccola casa editrice e delle peripezie del suo editor che deve conquistarsi la fiducia giorno per giorno, alternando periodi di successo a crescenti periodi di delusione: “Dovevo assolutamente trovare un romanzo. Subito. Adesso.” L’ironia va plasmando di sé, sempre più, il romanzo, ed ora Cappelli sta per trasmetterci il massimo del suo divertimento e del suo sarcasmo. Il manoscritto che può decretare una nuova svolta nella sua vita di scopritore di talenti arriva, finalmente. Ha un titolo che peggio non si può: “Tormenta mentale”, ma ha tutti gli ingredienti per ottenere il successo. I soldi quindi arriveranno e Guido potrà sposarsi. Pur innamorato di Filippa, ha messo gli occhi addosso ad una donna ricca e bella, Lucilla Gailli, e ormai le loro nozze, come già era accaduto con Filippa, si possono dire vicine. Non resta che prendere contatti con l’anonimo autore del manoscritto, che viene da Roma ed ha come riferimento una casella postale. Quando se lo trova di fronte, leggete cosa dice costui a Guido: “ho scritto “Tormenta mentale” pensando a te, a come doveva essere un romanzo per piacerti. Ma ero certo che a spedirtelo firmato minimo l’avresti buttato dalla finestra… non è vero, Guido?” Insomma, si conoscono, e costui ha scritto un romanzo di successo con la stessa facilità con cui si beve un bicchiere d’acqua, non solo, ma a costui la vita ha già dato tutto! Dunque, nel momento in cui Guido crede di poter tornare ad essere il primo, ecco che gli si presenta un “fuoriclassifica” che, questa volta, non è il compagno di scuola Gaetano Cappelli, ma uno che avrebbe visto volentieri morto. Il suo nemico di sempre, al quale dice, mentendo: “dopo tutti questi anni e le donne che ho avuto pensi che stia ancora a rimuginare sopra una storia vecchia e sepolta.” Comincia a giocare con lui come il gatto con il topo, avendo, questa volta, il vantaggio di conoscere tutti i trucchi del mestiere. L’atmosfera che l’autore crea intorno a questo duello psicologico è appassionante come un thriller. L’obiettivo di Guido non è più quello di far soldi con il successo del libro, bensì di vendicarsi e fargliela pagare: “avrebbe pagato caro tutto quanto.” Non so se il lettore avrà capito chi sia questo aspirante scrittore destinato al successo, ma la sua ascesa segna la trasformazione di Guido nell’uomo definitivamente irriso dal destino, al punto che, suo malgrado, diventerà “il primo” nel collezionare umiliazioni e sconfitte. Cappelli crea interesse e suggestioni intorno a questo confronto, in cui a muoversi e ad agire è il solo Guido, mentre l’altro, che appare il vincitore, sembra paradossalmente succube e inerme, a dimostrazione – se ce ne fosse ancora bisogno – del cinismo con cui il destino si accanisce contro il protagonista. Il quale è ora costretto dal suo orgoglio a rovesciare le prospettive del suo lavoro, e anziché adoperarsi per il successo del libro, sceglie di avvalersi della sua esperienza per affossarlo. Ci riuscirà? Non è facile, poiché si devono fare i conti con il carisma del rivale, a cui non aveva pensato, e alla forza dei lettori che possono decretare il successo di un libro, anche se si è fatto di tutto per affossarlo: “bastava che si mostrasse e ogni sua apparizione era un trionfo per lui e un ulteriore passo verso l’annientamento per me.” L’ironia di Cappelli non nasconde più il suo obiettivo principale: spiegarci che cosa rappresenti per l’uomo la vita. Guido, ossia, è il Don Chisciotte dei nostri giorni, pur senza il candore e la ingenuità di quell’immortale personaggio; è la furia umana che si scatena contro la vita che vuole giocarlo, è il pupazzo che si rivolta invano contro il suo burattinaio. Pensate che, dopo il successo di “Tormenta mentale”, la sua scoperta letteraria gli invia un nuovo manoscritto, “Radici nel ghiaccio” che, ad un prima lettura, si rivela addirittura un capolavoro. È la goccia che fa traboccare il vaso. Quel tale gli ruba perfino la sua promessa sposa, Lucilla Gailli, scoperta tra le braccia di quel figlio di buona donna. Così Guido non trova altra via di uscita che quella di sopprimere il rivale. “Ma come?” Ecco un nuovo cerchio, dunque, un nuovo girone dantesco da attraversare. La tessitura del romanzo è di una semplicità solo apparente, resa tale dalla bravura dell’autore, e graduale, complessa e complicata è, invece, la battaglia intrapresa, materialmente e psicologicamente, dal protagonista, i cui esiti sembrano voler calpestare a poco a poco le ultime risorse della sua personalità. Non v’è dubbio che Cappelli si riveli, con “Parenti lontani” ed ora con “Il primo”, uno dei più dotati, intelligenti e raffinati scrittori italiani. La sua ironia ne fa uno dei più garbati disvelatori e censori delle aspirazioni e delle ubbie del nostro tempo. Pensate che saranno proprio le ridicole ambizioni di alcuni personaggi a vedersi pubblicato un libro (nuovi personaggi che compaiono all’improvviso) e le furbesche promesse del protagonista di renderli famosi ad aiutarlo, alla fine, nel momento dello smarrimento. Cappelli, come quel grande autore del ‘700 che fu Laurence Sterne, si è enormemente divertito a mettere in burla le smodate passioni di una umanità schiava del nulla, e la scelta di servirsi del mondo dell’editoria e di tutta la schiumaglia che vi gira attorno, è stato per l’autore – che, scoprirete, ha un ruolo diretto e rilevante nella parte conclusiva, in cui incontriamo le immagini di un mondo, quello arbëreshe, caro ad un altro scrittore, Carmine Abate – pure un modo appropriato e originale per togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Ma il libro è anche l’esaltazione della fantasia, la storia di un miracolo, quello che può venire proprio dal romanzo, che per Cappelli, dopo la malattia, come scrive a conclusione: “è il primo.”

“Storia controversa dell’inarrestabile fortuna del vino Aglianico nel mondo” (2007)

Marsilio, pagg. 194.

“Divenire famosi è la cosa che più ti avvicina all’immortalità” è la frase che può connotare quel filo rosso attorno a cui ruotano taluni personaggi di spicco nella narrativa di questo autore. Anche il precedente romanzo, “Il Primo”, ne era intriso. È la molla, tuttavia, con cui si avvia un cammino disseminato di frustrazioni e sconfitte, giacché non è facile raggiungere e conservare il successo.
Cappelli è uno dei migliori, dinamici e freschi narratori dei nostri giorni. Vive a Potenza (“dove gran parte di questa storia si svolge”) e tra gli amici più cari annovera quel Giancarlo Tramutoli, suo concittadino, scrittore pure lui, di cui ci siamo occupati.
Riccardo Fusco, ricercatore universitario “nullafacente”, nel senso che “Da anni ormai s’era scrollato qualsiasi obbligo di dosso”, viene colto nel momento in cui le sue ambizioni sono del tutto svanite ed egli già vive una frustrazione latente. Si è rifugiato nella famiglia (ha una moglie, Eleonora, e quattro figlie) e nella “vita di società”. È lui che organizza, nel gruppo di amici, “cene, viaggi, feste”.
Ma accade qualcosa, uno di “quei pochi inevitabili colpi che comunque l’esistenza ha in serbo per tutti, anche i più fortunati”: “Eleonora, sua moglie, era irrimediabilmente impazzita.”, ossia, decide di intraprendere un’attività sua propria, ottenendo dal sindaco l’incarico di dirigere il teatro della città. Ciò non sarà senza conseguenze, come vedremo.
Mettere su una compagnia teatrale, fatta di giovani attori, quasi tutti belli, uno poi, Donato Loruscio, “clone di Clooney – George Clooney -“, e scrivere un dramma: “Storia d’amore e di Briganti”, è un amen. La sorpresa, per Riccardo, è che il dramma ha successo, richiama spettatori da ogni parte, soprattutto ragazze che accorrono a vedere gli attori della compagnia e soprattutto il bel sosia di Clooney. Il quale, di male in peggio per Riccardo, forma ormai coppia fissa con la sua Eleonora e tutti ne parlano, spettegolando. Ridotto a fare il baby-sitter delle quattro figlie (tutte con nomi teatrali: Ofelia, Desdemona, Salomè, Cressida), e a dipendere economicamente dalla moglie, il destino di Riccardo pare segnato, dato che, al contrario di Eleonora, il suo sogno di trovare un editore per la sua “monumentale ricerca” intitolata “Le oche in piazza. Imprinting antropologico in un contesto paesano” e di ricevere, grazie a ciò, un adeguato incarico universitario, è miseramente fallito.
La scrittura di Cappelli è carica di una sottile ironia che fa intuire il pungente e “sfrigolante” divertimento (che richiama tanto Molière quanto Goldoni) con cui l’autore affronta i paradossi della vita e degli uomini, “essendo la gran parte dei maschi la massa di insensibili buzzurri che si conosce.”
Mentre la moglie ha un crescente successo e rincasa sempre più tardi la notte, lui è diventato “L’uomo di casa”, “l’elemento debole della coppia”.
Una possibile via di uscita sarebbe quella di rinnovare una vecchia amicizia con un pittore Giacinto Cenere (Giàcenere) che era stato famoso un tempo, ma che si diceva fosse caduto in disgrazia, ridotto ormai a “essenzialmente drogarsi, viaggiare e correre dietro alle gonne.” Va a trovarlo e si accorge che non è più così: a Giàcenere la ruota della fortuna ha ripreso a girare per il verso giusto, e Riccardo “si sentiva ancora di più nella merda.”
Dal momento in cui il protagonista incontra il “vecchio sodale”, la storia si accende di colori e i luoghi si trasformano nell’affettuoso sorriso con cui Cappelli disegna la vita della sua “antichissima e misteriosa terra di Lucania”.
L’occasione di abbrancare la fortuna gliela offre proprio Giàcenere, giacché la sua vita è cambiata in meglio il giorno che ha incontrato il ricchissimo Graziantonio Dell’Arco (loro compagno di infanzia, a quel tempo soprannominato da tutti “Stoldo l’ottavo nano stolto”), che si è scoperto invece dotato di uno straordinario fiuto per gli affari e tutto ciò che tocca diventa oro. Perché non portare Riccardo da Graziantonio?, suggerisce Giàcenere. Chissà che non arrechi fortuna anche a lui.
Cappelli ne approfitta per introdurre il personaggio del padre di Stoldo, Michelantonio, che un giorno si vide uscire il metano dalle sue terre e pensò di diventare ricchissimo, com’era successo a James Dean ne “Il gigante”, senza sapere però che lo Stato ha il diritto di espropriare la sua terra e sfruttare esso, e non Michelantonio, il ricco giacimento. È la chiave, questo personaggio, per penetrare la Lucania, con le sue tradizioni, la rusticità delle sue credenze, l’astuzia un po’ grossolana e contadina della sua gente. Michelantonio è anche una delle chiavi di lettura dello spirito icastico, umoristico e frizzante del suo autore. Un misto del Pirandello de “La giara”, del Verga de “la roba”, del Silone dei cafoni di “Fontamara” e perché no?, del Guareschi di Peppone.
Con Michelantonio, dunque, si fa il nostro ingresso in Lucania, e dalla porta principale, giacché incontriamo con lui Gufíus, “ovvero Gerolamo Cuspiddo, il becchino, intabarrato nel suo solito completo di velluto che era stato una volta color senape, trasmutandosi negli anni in giallo banana, limone, paglierino fino all’attuale indefinibile acida coloritura simile solo a quella dei sudari in cui trovava avvolti, disseppellendoli a cinquant’anni dalla tumulazione, i resti mortali dei paesani per trasferirli nell’apposito ossario.” Tanto basso di statura che per appoggiarsi al bancone del bar “dovette sollevarsi sulla punta dei piedi.” È lui che insinua che Michelantonio (il quale, saputo che incorrerà nell’esproprio, si è dato fintamente malato per realizzare un suo piano) ha ricevuto il “Maluocchio” e che occorre chiamare Lia la “Bavosa” per togliergli la fattura: “Lia la Bavosa abitava al margine del paese, in una stamberga scavata nel tufo che si vedeva a stento sotto un gran salice i cui rami, spioventi come chiome scarmigliate sugli occhi cavi delle finestre, la facevano sembrare il volto di un pazzo ululante.” E come è descritta la Bavosa?: “incurvata di novanta gradi dall’artrosi, la gonna gonfia a campana fino ai piedi da un lato, lo scialle che le pendeva dalla testa dall’altro, e tutta in nero, sembrava una blatta”. La maga visita Michelantonio e lo sottopone ad un antico rituale fatto di gesti, di pozioni, pomate e scongiuri, finché – è ciò che si aspetta Michelantonio – gli consiglia di vendere le sue terre.
È un mondo che ci affascina, illuminato dalle luci della modernità e dai cupi bagliori di un passato che resiste all’usura del tempo. C’è un altro autore che riesce a mischiare passato e presente con maestria e suggestione, Carlo Sgorlon, e considero un merito della scrittura di Cappelli essere riuscita a richiamare alla mia memoria un autore che considero tra i più grandi della letteratura del nostro Novecento.
La struttura del romanzo sembra crescere per partenogenesi. Disegnato un personaggio, nel suo sviluppo esso ne crea un altro e così via, con espansione più verticale che orizzontale, ma nel corso della quale ogni nuovo personaggio si porta dietro orizzontalmente la sua parte di mondo. Riccardo introduce Giàcenere, questi Graziantonio e Graziantonio genera a ritroso Michelantonio, il padre latifondista che vive gli anni del fascismo, e attraverso di lui entra in scena Carmine Addario, sindacalista e grande giocatore di biliardo, che apre le porte al cugino di Michelantonio, il pittore Ernesto Dell’Arco, il quale, fuggito insieme con Carmine nella Russia staliniana per sottrarsi alla guerra d’Etiopia, introduce il pittore russo Mikail Nikolaevic Trepulov, che presenta loro il generale Andrey Yulievich Semkovky, anche lui grande appassionato di biliardo, e così via.
La Russia, come già in Guareschi, non è il paradiso che Ernesto e Carmine si aspettavano, così cercano il modo di fuggire. L’occasione viene dalla Guerra di Spagna. Per arruolarsi occorre, però, superare l’esame di “fedeltà alla linea leninista dei candidati” affidato a un italiano, “un certo Ercoli”, conosciuto anche con il soprannome de “Il Migliore”. È così, perciò, che Ernesto finisce ai lavori forzati, dove, nel gulag di Uchto-Izemky, “dopo appena sei mesi, la sua vita piena di speranza si era miseramente conclusa.” Carmine, finita la guerra di Spagna, e trascorsi dieci anni, avrà invece il permesso di tornare in patria a condizione di mantenere il segreto sulla fine del compagno e “che nessuno sapesse come era molto probabile che il compagno Ercoli, al secolo Palmiro Togliatti anche detto il Migliore, fosse stato a bocce ferme, in tempo di pace, responsabile della morte di molti più comunisti italiani che non Mussolini.” Cappelli non ha peli sulla lingua, anche se la storia ha ormai confermato, perfino agli occhi dei più increduli, la dolorosa vicenda. Tornato in Italia, a Carmine Addario sarà offerto dal partito l’incarico di sindacalista e considerato un eroe. È in questa veste che viene chiamato da Donna Cesidia, la moglie di Michelantonio, la quale gli comunica che il marito, per liberarsi dal malocchio, e consigliato dalla Bavosa, vuole vendere le sue terre ai contadini. Attenzione, però: venderle, è vero, non al prezzo esoso raggiunto dalla scoperta del prezioso metano, ma comunque venderle ad un ottimo prezzo. L’assemblea dei contadini, chiassosa e numerosa, s’interroga: Perché l’avaro latifondista vende ad un prezzo inferiore a quello che la sua proprietà ha raggiunto con la scoperta del giacimento gassoso? E quando, telefonando ad “un compagno di sezione di Ravenna” – dove, nei dintorni, erano stati scoperti giacimenti analoghi da Enrico Mattei – Carmine, il sindacalista, ne scopre il motivo (il sicuro esproprio da parte dello Stato), col cavolo che ne informa i contadini; va dritto dritto da Michelantonio e con lui combina l’affare. La povera gente, ci dice Cappelli, è quella che paga sempre per tutti, che sconta gli imbrogli e le malefatte dei potenti e dei furbi.
La prosa dell’autore ha il tocco leggero di una narrazione che vuole indicare a tutti noi il pertugio magico attraverso il quale si riesca a guardare il mondo con il disincanto di chi ne intravede le false apparenze, le furbizie e gli inganni, imparando a riconoscerle e ad affrontarle. Sarà ciò che accadrà, infatti, a Riccardo Fusco, il nostro protagonista.
Intanto, nel paese di Ferrandina, dove si trovano le terre di Michelantonio, “I ferrandinesi sembravano impazziti. Ettolitri di vino e birra, anice Moccia e amaro Lucano e Strega vennero serviti al Danubio blu e al Regina e fuochi d’artificio si aprirono alti nel cielo”. Sono esaltati, giacché credono di aver fatto un affare comprando le terre di Michelantonio, ma non sono loro, i contadini, i vincitori, come non lo furono i cafoni di Silone, bensì, con la complicità di Carmine Addario, l’astuto latifondista Michelantonio Dell’Arco, rapidamente tornato in piena salute una volta incassato dai contadini il denaro, e pronto, come sarà, ad ingrossare ancora di più la sua fortuna.
Il passaggio strutturale che ci ha fatto tornare indietro verso Michelantonio, ora fa il suo ritorno su Graziantonio e l’obiettivo si allarga su di lui, così come è avvenuto per il padre. Sapremo tutto, infatti, di Graziantonio, prima che Riccardo, condottovi da Giàcenere, lo incontri nella speranza che possa dare una svolta alla sua disastrata vita, ormai in balia della moglie Eleonora. E conosceremo la sua vita sin dagli anni in cui, trasferitosi a Roma (vi incontrerà Riccardo e Giàcenere) per frequentare la facoltà di filosofia, si muove intorno a lui il mondo della contestazione giovanile degli anni Settanta, chiassosa e colorata, ma anche violenta, armata di “mazze da piccone o chiavi inglesi n. 32 – le più à la page – allo scopo di frantumare ossa e spargere la materia cerebrale degli avversari sulle strade della città”. Come Michelantonio aveva prodotto per partenogenesi gli altri personaggi del suo tempo, così avviene anche nel caso di Graziantonio, il quale, smentendo le previsioni del padre, si è arricchito in virtù del suo ingegno e si gode il mondo, e le donne in particolare, essendo uno degli uomini più facoltosi d’Italia, e potendosi permettere “suite da tremila euro a notte”. Il conte Yaro Cantini è da lui, infatti, che germina, per dare poi vita ad un nuovo ramo della narrazione, così da procedere con la storia oltre Michelantonio e oltre Graziantonio. È Yaro che fa il grande affronto al ricchissimo uomo di affari, che finisce sulle riviste mondane come il “neocafone”. Aveva detto di lui Yaro: “quando i miei avi banchettavano con i reali di Francia i suoi dovevano accontentarsi di dividere le ghiande con i porci.”
Poco dopo questo smacco, Graziantonio riceve la telefonata di Giàcenere che chiede il permesso di fargli visita insieme con l’amico Riccardo Fusco. Una visita che cade propizia. Tanto per Graziantonio quanto per Riccardo, che intuisce che quella può essere la strada per liberarsi della moglie e tornare ad essere l’uomo brillante e stimato di un tempo.
La partenogenesi di cui si è parlato non si conclude e vi assisteremo anche nella Seconda parte, dove vedremo sorgere nuovi personaggi. Il ricco Graziantonio (“milionario in euro, è chiaro”) propone ai due compagni di gioventù di lanciare il suo Aglianico, in modo che possa affermarsi come “il vino di cui si parla.” E con ciò consumare anche una piccola vendetta nei confronti di Yaro Cantini: “Intanto adesso m’hanno affibbiato questa qualifica. Sono il supercafone, e debbo scrollarmela di dosso a tutti i costi”; “Ti garantisco che la gente che conta veramente mi ha chiuso la porta in faccia, a me, ti rendi conto: il dodicesimo più ricco d’Italia.” L’opportunismo di Riccardo fa il resto, insinua che il cognome Dell’Arco potrebbe essere distintivo di un’origine nobiliare, ed ecco fatto che riceve da Graziantonio l’incarico di indagare sulla sua famiglia, incarico ben retribuito, naturalmente. Il romanzo continua a giocare molto sulla vanità e sulle furbizie del mondo e vengono in mente perfino “La mandragola” di Niccolò Machiavelli e “Volpone” di Ben Jonson.
I primi frutti delle ricerche di Riccardo sono nuovi personaggi: la bella americana Chatryn, che sarà destinata ad occupare un ruolo decisivo per i destini del protagonista, l’ambizioso trisavolo di Graziantonio, che porta il suo stesso nome e “ne era l’immagine precisa”, il marchese Cosimino Gigli Gaudioso, ed altri che nomineremo fra poco. Come nella prima parte si è assistito ad una suggestiva rievocazione del passato con Lia la Bavosa, così ora le ricerche sul trisavolo di Graziantonio fanno scoprire una storia di briganti, che un giorno lo rapiscono e lo portano nel loro rifugio “tra le montagne gelate”, al cospetto del famoso e ferocissimo “Comandante Taccola”, al secolo Carmine Serra, nientemeno che un suo compagno d’infanzia. Sono gli anni del Risorgimento, che al Sud provocò grande spargimento di sangue e l’acuirsi del fenomeno del brigantaggio volto a contrastare soprattutto l’avanzata dei Piemontesi, così bene rievocati da Carlo Alianello nei suoi romanzi: “L’Alfiere”; “Soldati del re” e “L’eredità della Priora”, nonché da Raffaele Nigro ne “I fuochi del Basento”.
Notiamo, dunque, che la Seconda parte del romanzo ha un impianto simile e parallelo alla Prima parte (la Terza, invece, sarà destinata a costruire la conclusione della storia). Come era accaduto per Michelantonio, così ora il trisavolo Graziantonio (scoperto nel corso delle ricerche di Riccardo) spalanca le porte a nuovi personaggi del passato (il nobile ufficiale toscano, Giovanni Cantini, che risulterà poi essere il trisavolo di Yarno Cantini), poi si tornerà al Graziantonio amico d’infanzia di Riccardo, e attraverso di lui si metterà in moto un meccanismo che definirà più compiutamente le figure di Yarno suo rivale, e poi, dopo Yarno, dell’avvenente Chatryn; introdurrà le figure del padre e della madre di lei, (Osvald e Carmel), di Normal Gastell, e così via, con quello sviluppo verticale, ossia, quando in avanti quando a ritroso, che abbiamo già descritto. La stessa vanità, la stessa furbizia, la stessa avidità di successo e di ricchezza cuciono insieme le rispettive storie. Si potrebbe dire che l’impianto del romanzo si sviluppi come una torre ad incastri verticali biforcuta (il ramo di Graziantonio e il ramo del rivale Yarno), comprimendo le due cime della quale torni a configurarsi l’unica base da cui tutto è partito: il rapporto difficile tra Riccardo e sua moglie e il desiderio del primo di riacquistare la propria libertà.
Non dimentichiamoci, inoltre, che i due discendenti di Graziantonio e di Yarno somigliano come due gocce d’acqua ai loro trisavoli; e ciò non può che significare la riproposizione di quella ciclicità della storia enunciata proprio da un uomo del Sud, il napoletano Giambattista Vico. La quale storia è più dispensatrice di leggende e di miti piuttosto che di verità. Cappelli ricorda, infatti, che si tramandano solo le epiche gesta dei grandi condottieri del passato, ma si dimenticano le stragi che provocarono le loro conquiste: da Alessandro Magno a Giulio Cesare, a Gengis Khan, a Napoleone.
Appena nata da questo sviluppo verticale della storia, Chatryn innesterà il grimaldello con cui potrebbe realizzarsi la vendetta di Graziantonio contro Yarno Cantini. Infatti, appena Riccardo fa il suo nome per caso (l’ha conosciuta quando era antropologa come lui) a Graziantonio – che ha deciso, come si ricorderà, di mettere su un grosso vigneto in grado di produrre un vino speciale di cui tutti parlino – si illuminano gli occhi giacché intuisce immediatamente che quella Chatryn Vallytriny, abbandonata la professione di antropologa, è la stessa Chatryn Vally Triny che è divenuta il “critico più influente” nel campo dei vini, e il fatto che sia stata l’amante di Riccardo gli offre l’occasione di approfittarne per la sua vendetta, visto che anche Yarno (fra l’altro un bell’uomo, come lo era stato il suo trisavolo, mentre lui è brutto, basso e tracagnotto) produce in Toscana, nella zona del Chianti, un vino di ottimo pregio, che rappresenta però la sua unica fonte di guadagno. Colpirlo lì, pieno di debiti com’è, significherebbe segnarne il tracollo e l’infamia. Da ciò, la richiesta e la promessa a Riccardo: “Riccà se tu la convinci a mettermi nella sua classifica prima di quel bastardo di Yarno… se tu riesci a farmi questo favore Riccà, io ti ricopro d’oro.”
Sembra che l’obiettivo del protagonista di affrancarsi dalla moglie e dalla famiglia metta a segno un altro bel colpo fortunato. Ma sarà davvero così?
Chatryn si trova in quel punto della vita (vicino ai quarant’anni) in cui una donna deve decidersi se vuole ancora avere un figlio o rinunciarci per sempre, e lei lo vuole con tutte le sue forze, ma è indecisa se ricorrere alla banca del seme o ad una relazione con il primo che le capiti a tiro: ha infatti “sviluppato nei confronti degli uomini una specie di astiosa indifferenza”, così che, quando riceve l’e-mail dell’ex amante, mai dimenticato, sebbene siano trascorsi ben dieci anni, capisce che il destino le sta offrendo l’occasione tanto desiderata.
Il romanzo si apre a molti colpi di scena, come si è già visto, trasportandoci con una invidiabile cura stilistica attraverso lo spazio e il tempo, adattandosi infatti la scrittura agli ambienti, quando popolari quando raffinati, disegnati di volta in volta dal suo autore. La lettura resta sempre piacevole, e si avverte la lusinghiera attenzione che l’autore ci riserva affinché la storia mantenga un ritmo in grado non solo di non deluderci, ma di appassionarci. Allorché ci avverte che Chatryn e Riccardo stanno per incontrarsi, è come se ci domandasse, con un certo compiacimento e con il solito sorriso ironico, se anche noi desideriamo che un tale incontro avvenga: ossia, l’incontro tra un uomo la cui vita è ora nelle mani di lei, e una donna “che allora ti moriva dietro e che tu invece hai mollato”. Siamo giunti, dunque, come davanti ad un castello magico, sospintovi addirittura fin sulla soglia, al di là della quale sappiamo bene che fluttuano e si manifestano anche i nostri sogni.
La varcheremo?
Ho annotato una piacevole circostanza in questa storia. Il nome che Riccardo inventa per l’Aglianico che Graziantonio intende produrre è “Carato Federiciano”, due parole che coniugano insieme la preziosità del vino (il carato è anche l’unità di misura delle pietre preziose, precisa lo stesso Riccardo) e uno straordinario re, Federico II, amante dell’arte e artista egli stesso, figura tra le più alte della storia del Sud. Ebbene, un anziano poeta lucchese, Raffaello Belli, spesso mi faceva omaggio di un vino prezioso, sulla cui etichetta scriveva di suo pugno: “Sono rosso, sono bello, sono vin di caratello”. Devo anche aggiungere che in altre occasioni mi donava bottiglie con altri suoi versi, a dimostrazione dell’importanza che attribuiva al vino, importanza che è presente in questo libro, il cui lungo titolo è un omaggio alla storia di un vino altrettanto prezioso quanto quello toscano, l’Aglianico. Un vino che – ci dice il romanzo – si affermerà nel mondo grazie ad una divertente e ironica, ma anche un po’ triste, storia d’amore.


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Bart