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Garufi, Sergio

11 ottobre 2018

Il superlativo di amare

“Il superlativo di amare”, 2014

Alla fine degli anni ’90 (se non ricordo male) frequentavo su internet un gruppo di amanti della letteratura (it.cultura.libri). Si formò un’amicizia, pur in mezzo a furiose litigate, che ancora ricordo con affetto. Alcuni di questi libromani li ho poi conosciuti o perché sono capitati a Lucca, o perché li ho incontrati a Roma e a Milano in occasione di riunioni organizzate dall’infaticabile (ancora oggi è rimasto tale e quale) Giulio Mozzi. Fu un periodo affascinante della mia vita e dunque desidero ricordare alcuni nomi, chiedendo scusa a quelli che dimenticherò, cominciando da coloro che ho conosciuto: Damiano Zerneri, la cui competenza e bontà non scorderò mai; l’effervescente Lucio Angelini, il sapiente Luca Tassinari, la dolcissima petulia (Eleonora Santoro), la inarrivabile maria strofa (Carlo Berselli: quando lo conobbi, a Milano, andai in tilt, tanto l’ammiravo), la instancabile Stefania Nardini, Demetrio Paolin, Gianni Biondillo, Valter Binaghi, l’allora giovanissimo e già bravo Marco Candida, Davide Bregola, Giuseppe D’Emilio, Federico Platania, Leonardo Colombati. Gli altri, quelli che non ho conosciuto di persona, li ho ritratti a mio modo nella mente e così li conservo: Loretta Cerasi, che ogni tanto, già anziana, ha continuato a scrivermi dalla sua casa di fronte al mare in quel di San Benedetto del Tronto, Alfio Squillaci, raffinato conoscitore di Flaubert, che ospitò generosamente alcune mie letture sulla sua rivista on line “La Frusta Letteraria”, Eusebia Parrotto, Simona Sandri, Ol’ga, Raffaele Mangano, Fabrizio Venerandi, Mattia Signorini. E infine Sergio Garufi, l’intellettuale, lo studioso di Jorge Luis Borges, di cui già allora conosceva vita morte e miracoli.

L’occasione di questo romanzo di cui voglio scrivere, “Il superlativo di amare”, uscito nel 2014 per Ponte delle Grazie, ha già il merito, quindi, di avere risvegliato in me queste care memorie, e non è poco. Ma andiamo a vederlo da vicino, premesso che l’autore ha già pubblicato nel 2011 un romanzo con la stessa casa editrice: “Il nome giusto”.

Abbiamo a che fare con un personaggio, Gino, cinquantenne, che ha la mania di contare le lettere di cui è composta una parola e di sospettare di quelle che hanno come totale un numero primo, perciò non divisibili se non per uno o per se stesse. Una strana psicopatia, verrebbe da dire, e già pensiamo che il protagonista ci farà patire le pene dell’inferno per riuscire a capirlo: ”Sono sempre stato attratto dalle parole, la loro combinazione, il suono, i diversi modi di esprimersi.”. Scopriremo più avanti che l’anagramma del suo cognome è Ur figa, ossia Garufi.

Fa il traduttore (“il cosiddetto autore invisibile”) presso un’agenzia specializzata in questa attività, la quale gli suggerisce di mettersi in proprio; guadagnerebbe molto di più come una collega che li aveva lasciati, Marina. Era un’opportunità, gli aveva detto, il principale Aldo Sessa. Che fare? La parola opportunità è composta da undici lettere, un numero primo, un numero sfiga, dunque. Ma accetta il consiglio e diventa un disoccupato in cerca di traduzioni. Intanto ne ha una in corso che gli consentirà di arrangiarsi almeno per un paio di mesi: l’epistolario dello scrittore argentino Julio Cortázar.

È una scrittura piana e riposante, non ci sono asprezze o azzardi sintattici; si dipana come un panciuto gomitolo che ci dà tutto il tempo per goderci l’attesa della fine. Ci accorgiamo subito che ci sono forti tratti autobiografici, che l’autore non fa nulla per nascondere. Bravo e quasi distaccato nelle scene di sesso, la prima delle quali la incontriamo all’inizio. Con Marina, una insegnante sposata e con due figli, conosciuta ancor prima del matrimonio. Lui è scapolo e vive con un cane, Tito, che porta a giro per Roma e che la mattina lo sveglia presentandosi sul letto. Un’altra scena di sesso sapientemente descritta, efficace e senza eccessi, è quella con Stella, che troveremo  verso la metà del racconto. Ha una madre, che vive a Besagna, un paesino a otto chilometri da Foligno ormai spopolato: “una fragile reliquia conservata in una teca polverosa”; gli telefona la zia Dely dicendogli che la madre si è sentita male e si trova al pronto soccorso, ma non è nulla di grave. Lui raggiunge il paese e la casa dove è nato.

Le descrizioni sono plastiche, escono dalla penna con facilità e le linee delle immagini ne vivificano il contenuto. Qui descrive Laura, una compagna di scuola di cui era stato innamorato e insieme alla quale si recava in piscina a Foligno: “Il momento migliore era quando la vedevo in piedi in costume, poco prima di tuffarci. Dio, quant’era bella. Aveva delle gambe lunghe meravigliose, un seno piccolo, fermo e arrogante e i capelli castano che le uscivano dalla cuffia e fluttuavano nell’acqua come quelli di una sirena.”. Più avanti dirà. “Laura per me rimarrà la Nausicaa eternamente giovane che una remota notte d’estate ebbi il privilegio di stringere e di baciare”. Vi troviamo anche tracce impressionistiche: “I rintocchi delle campane suonarono le sei. Era già buio, mi conveniva sbrigarmi, il cono di luce del lampione in fondo alla via era screziato dalla pioggia battente. Le gocce correvano rapide sui cavi elettrici finché qualcuna si gonfiava come una lacrima e cadeva giù. Uno scroscio improvviso sferzò il vetro di una finestra e fece sobbalzare il cane.”.

La figura di Cortázar e il suo epistolario, nonché brani della vita dello stesso Garufi, costituiscono la sottotraccia del romanzo (facilitata dal narrare in prima persona), una specie di vena ispiratrice, dalla quale scaturiscono impressioni e sentimenti. Gino ha molte fissazioni, è uomo che spacca il capello e si fa tentare da analisi e ricordi che esercitano su di lui una forza greve e cupa, che esclude qualunque margine di felicità. Attraverso Google Earth visita le case degli artisti che gli sono stati cari, ama soprattutto vedere ed intuire l’ambiente in cui si mossero. Non gli piace andare a trovarli al cimitero: “Lì quegli scrittori ci erano stati portati quando ormai erano solo un mucchio di ossa, mentre nelle case che avevano abitato sentivo ancora le tracce della loro presenza.”.

Il romanzo sta scendendo in profondità, ce ne accorgiamo. Il passo lento del narratore, la sua pacatezza nel raccontare in forma ordinata e ineccepibile, nascondono il timore di una esplosione improvvisa che potrebbe ferire il personaggio, già in bilico con se stesso. È la prudenza dello psichiatra che si trova davanti un paziente di cui ha avvertito la gravità dei segni: “Ogni singola cazzata fatta in vita mia mi stava tornando su come un rigurgito acido.”; “sapevo che certi episodi me li portavo dietro da anni, e sebbene mi sforzassi di andare oltre, non riuscivo lo stesso ad archiviarli definitivamente.”.

È anche un romanzo di formazione, dal timbro quasi diaristico. Una crescita puntellata di enigmi, di incertezze, di passi indietro, di rimpianti, di paure, di tentennamenti, di dolore. Si cammina su di braciere ardente di lunga gittata. Donne e amicizie sono fiamme che lasciano cicatrici.

Gino c’è sopra, quando con le scarpe e quando a piedi nudi. Nel raccontarsi si sentono i gridolini bassi o acuti a seconda della scottatura. La narrazione è il filo incandescente che andrà ad unire i due punti, di partenza e di arrivo: “Era incredibile, tutto sembrava respingermi e tenermi a distanza”; “Che io esistessi o meno, non fregava a nessuno. L’invisibilità era il mio vero superpotere.”; “ogni punto è un punto di non ritorno.”.

I pochi momenti di quiete che punteggiano la sua vita, ad esempio il rapporto con Stella, non sono mai vissuti in modo completo (“lei era come la Repubblica italiana: fondata sul lavoro”); una venatura di scontentezza, di pessimismo, non l’abbandona mai. Non troviamo segni di felicità in questo personaggio che si offre a noi senza pudicizie, e ci narra minutamente le sue giornate, che all’apparenza scorrono senza particolari drammatizzazioni, e vi incontriamo esperienze quotidiane che sono anche le nostre: “Al pronto soccorso fu un calvario. Entrammo alle nove meno un quarto e ne uscimmo alle sette di mattina.”. Ed anche, guardando una filantropa anziana e dimessa, la signora Cathy Gaige, col “mento storto come Totò.”: “Io fui subito sgradevolmente colpito dalla dentatura gialla e, peggio ancora, dalla bavetta che le contornava gli angoli della bocca. Non la potevo guardare in faccia. Se c’era una cosa che mi disgustava, era proprio quella bava inconsapevole.”.

Ma è come se il destino lo avesse designato ad essere il prototipo di una speciale e originale sconfitta, e metterlo alla prova, una specie di esperimento, nonostante che l’autore scriva: “Erano le circostanze della vita a fare di noi quello che saremmo diventati, non un destino già scritto fin dall’inizio”.

Ci sono tracce di divertissement perfettamente intercalate alla bisogna, che sdrammatizzano le situazioni e rivelano un vena di humor tutta dell’autore più che del personaggio. Siamo sull’aereo che ha difficoltà a scendere su Roma, Stella ha paura: “Le sue grida isteriche contagiarono tutti, fu come pisciare davanti a un ventilatore.”. Oppure – lui raffreddato a letto -, la conversazione con Stella, che vuole cucinargli il pranzo e lui deve rifiutare per un sacco di volte, rischiando di perdere la pazienza: “Anche i sassi sapevano che dopo tre rifiuti non si doveva insistere, eppure lei seguitava imperterrita.”. O quando l’amico d’infanzia Roberto gli ricorderà alcune cose di Laura, e lui “Sentii spuntarmi il tic al labbro. Cercai di controllarlo ma non c’era niente da fare, anzi peggiorava (…). Laura, la mia Lauretta, era una zoccola.”. Porta un’amica, Raffaella, a cena in un ristorante di lusso: “Ci portarono subito la carta delle acque minerali, ce n’erano a decine, descritte come fossero vini, e infatti costavano uguale.”.

La personalità di Gino misura la sua complessità nella narrazione di una vita che, in modo apparente, è del tutto ordinaria. Lui stesso dirà: “La mia vita era un monologo (…). Io ero e restavo in tutto e per tutto lo stesso di sempre, solo ancora più chiuso e diffidente.”. A renderla interessante sono le ossessive osservazioni su ogni fatto che accade, il quale potrebbe degenerare e trasformare una probabile quiete in una tempesta di esplosioni e manifestazioni interiori. Siamo sempre sullo stesso aereo: “I motori si sforzarono emettendo un ronzio terribile, simile a quello della ventola del mio vecchio pc quando si stava surriscaldando.”.

È una spinta esasperata a raffrontare, a trovare somiglianze e diversità, a tradurre e interpretare. Quando telefona alla madre (altra sottotraccia, più silenziosa, ma importante), già morta, per udirne la voce registrata su nastro, e ci parla come se in qualche modo potesse udirlo, ci troviamo di fronte ad un (inconsapevole) respingimento dell’idea della morte, dell’idea di una fine che non è possibile accettare e che si deve combattere con l’autoconvincimento che qualcosa resta della persona cara, dovunque ora si trovi. C’è un altrove, imponderabile e misterioso, ad attenderci. Ma quando la zia Dely, uscendo dal notaio, dove sono andati per vendere la casa di Besagna, gli propone di andare al cimitero a visitare la tomba della madre, riflette: “che senso aveva andare a trovare qualcuno che non si trova più da nessuna parte?”. C’è una frase che potrebbe essere applicata al personaggio: “La verità è che l’irrazionalità è come il vaiolo, esiste una prevenzione ma non una cura.”.

Frasi di questo tipo, che analizzano, ossia, gli istanti della vita, ne troveremo numerose; esse sottolineano del personaggio tanto la componente riflessiva e metodica quanto quella ansiosa e fortemente interrogativa: “alla mia età ci si doveva sforzare per provare empatia per qualcuno, non veniva naturale come da giovani. Quella adulta e senile era un’empatia diversa, più passiva, rassegnata, qualcosa che poteva toccare profondamente ma non affiorava in superficie, come una muta tristezza sulla sostanziale invariabilità dell’animo umano.”; “Le donne che avevo conosciuto condividevano tutte l’assurda pretesa che la vita con loro dovesse essere un’infinita collezione di prime volte. “. Quest’ultima frase può essere un esempio, tra i tanti che troviamo nel libro, della felice plasticità descrittiva dell’autore. Tornato dalla filantropa, questa gli offre dei biscotti un po’ passatelli: “Ne addentai uno raffermo che riposi immediatamente, abbozzando un vago sorriso e cercando di dissimulare meglio che potevo la smorfia di disgusto.”. Ancora: a Roma c’è una statua molto kitsch: “Era talmente improbabile che somigliava a quei saltimbanchi che nei posti affollati si mascherano da statua, salgono su un piedistallo e vi rimangono immobili in attesa di qualche offerta.”. Si legga anche, al capitolo Diciassette, la descrizione della bambina di colore di appena due anni che scopre la sua ombra, ne ha paura e cerca di liberarsene. È una plasticità che indubbiamente consegue a un lungo e fecondo esercizio.

Da uno scrittore che nella narrazione si presenta colto e sicuro dei suoi mezzi espressivi ci si poteva attendere anche una scrittura in qualche modo innovativa e sperimentale; invece si avverte l’amore per un fraseggio ispirato alla normalità e alla tradizione, che è scelta da ammirare. Spesso azzardi innovativi di questa specie mandano in rovina il romanzo, e forse l’autore ne è stato consapevole sin dal principio, garantendo al lettore un percorso poco distrattivo, se non per alcune simpatiche parole di impronta popolare, così da consentirgli la lettura in chiaro dei vari messaggi impliciti.

Stella lo tradisce? È un simpatico mini plot che potrebbe intendersi come un romanzo nel romanzo, con colorature giallistiche. Fa parte del cestello di ansie, di incertezze e di paure che costellano la vita di Gino. Mai distendersi, mai distrarsi, mai credere che tutto finalmente vada per il verso giusto. Si chiama Vittorio il presunto spasimante, ma con sorpresa scopre che è bruttissimo: “Il suo Apollo era uno degli uomini più brutti che avessi mai visto. Piccolo, storto, calvo come un ginocchio, con due occhietti acquosi di un celeste spento che vidi illuminarsi per un attimo all’arrivo di Stella. (…) A occhio, doveva aver superato la sessantina. D’Annunzio redivivo.”.

Non mancano altre sorprese. La filantropa Gaige è morta all’improvviso e Gino è convocato dal notaio per l’apertura del testamento. Al ritorno, pensando a Stella: “adesso sapevo che oltre a lei anche per qualcun altro contavo.”. Il notaio gli ha letto il testamento e la defunta lo ha designato suo erede universale: “ecco, d’ora in avanti la mia vita sarà sempre così: in discesa.”.

Sembra che il fulmine della fortuna lo abbia felicemente colpito: “io, proprio io, l’imbelle”.

L’autore dà una svolta alla vita di Gino, al quale capita come a chi, vivendo una condizione tribolata, ad un certo punto vince al superenalotto.

Al lettore vengono in mente tanti precedenti letterari in cui la fortuna ha giocato certi tiri maligni ai protagonisti, basti ricordare quello che può essere considerato l’eccellenza assoluta in questo campo, Thomas Hardy. Sarà così?

Un discorso speciale va riservato a Tito, il cane bastardino che Gino porta sempre con sé. Non è mai triste; è fedele, attaccato al suo padrone e a chi si mostra cortese con lui. Ha sempre voglia di giocare, e non manca di farlo quando se ne presenta l’occasione, sia in casa che fuori.  A Tito dobbiamo affiancare Vicky, che lui ucciso, ne prenderà il posto. È una volpina educata e premurosa, appartenuta alla defunta Gaige: “Vicky è proprio diversa. Una cagnetta da salotto”. Potrebbero essere il contraltare del protagonista.

Al quale la vita non ha ancora deciso di raddrizzare completamente il futuro, ed incontreremo infatti nuovi contrassegni. Ancora non siamo fuori dal pericolo, ancora non possiamo liberarci del dubbioso interrogativo se la fortuna stia giocando o meno un brutto scherzo al nostro protagonista. L’autore dà in proposito qualche avvertimento e il lettore se ne sente attratto. È un modo intelligente di narrare, di tenerlo sulla corda, di spalmare su un tavolo lungo le nevrosi e le paure che potrebbero scatenarsi all’improvviso e contagiarlo. È diventato estremamente ricco, di lui si parla come una rivelazione letteraria, il suo romanzo, che non aveva avuto molti lettori, ora è conteso (una “resurrezione letteraria”); lui è presente dovunque, in convegni e in tv. Fanno a gara a contenderselo. La ricchezza gli ha consentito di raggiungere quella fama a cui anelava; a Parigi, porta a spasso Vichy; lo riconoscono al pari di una stella del cinema. Però: “La cosa sorprendente della notorietà è che ti avvicina le persone lontane e ti allontana le persone care.”.

Ci si avvia alla conclusione e nelle ultime pagine pare delinearsi una frattura netta tra il prima e il dopo; il passato sembra essersi annichilito nel successo improvviso: “Quando ero povero in canna e avevo un disperato bisogno quel libro mi fruttò niente, un misero acconto e basta, e ora che mi escono dalle orecchie i soldi mi piovono addosso anche stando in vacanza. L’acqua va sempre al mare, è proprio vero.”. Fatichiamo a ritrovare i precedenti personaggi. La folgorazione del suo successo li ha trasformati in ectoplasmi. Gino ne ravvisa la nostalgia, soprattutto di Stella, che non si fa più vedere da quando lui è diventato un personaggio pubblico, e anche per una triste vicenda accaduta ai due: “E quello più doloroso e intransigente era il silenzio di Stella.”.

La fortuna o il destino hanno sempre una maschera e se essa è improntata alla bontà, significa che il vero volto è il contrario, e viceversa. A lui la maschera si era presentata con un disegno sorridente e di bell’aspetto. Doveva stare in guardia, dunque. Ma non è facile, quando l’ambizione è appagata e ci si guarda allo specchio con l’orgoglio di avercela fatta, e si abbassano le difese: “mi sento ugualmente vittima di un raggiro che mi sta sottraendo una dopo l’altra le persone a cui tengo di più.”.

Ci si accorge, così, che quella circolazione misteriosa che ci fa essere vivi, sia essa composta di sangue o di anima, o di entrambi, non muta a seconda della fortuna e restiamo sempre gli stessi, allo stesso modo che siamo nati, come un pesco resta un pesco e una rosa una rosa: “È uno di quei momenti speciali in cui anche i fantasmi del passato smettono di tormentarci. Perché siamo noi le case che infestano, e scappare altrove non serve a nulla, ci seguiranno sempre come un’ombra.”.

Sarà l’amore per Stella, con la sua forza superlativa e la sua irresistibilità, ad aggiustare e a riempire finalmente la sua vita: “Così, senza più esitazioni, salgo sul taxi e do il tuo indirizzo. Ti vengo a prendere.”.

 


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Bart