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Gatti, Angelo

2 Maggio 2019

Il mercante di sole

Il mercante di sole, 1942

Fu un militare con il grado di generale, saggista e romanziere.
I passeggeri di un treno in movimento da Asti a Chivasso sono gli schizzi di una tavolozza con la quale l’autore avvia la sua storia, disegnati con puntigliosa flemma, quasi pensieri che si dipanino a distaccarsi dal ritmo reale della vita. Ma c’è la guerra, la seconda guerra mondiale da poco cominciata, e tra i passeggeri sono presenti scontentezza e malinconia: “La guerra era piena, e da un mese i giovani e gli uomini validi combattevano su quelle Alpi che si vedevano all’orizzonte”. Una descrizione del bombardamento di Torino da parte di aerei inglesi, la troveremo nel capitolo XI. Livio Chirone, che comparirà nel capitolo XII, è un tenente di aviazione e con la sua figura l’autore ci trasmetterà l’esultanza e il fanatismo dei giovani fascisti per la guerra. Farà un volo sul paese di Alliano a salutare i familiari. Da quel volo l’autore trae questo pensiero (capitolo XV): “Nessuna cavalcata di semidei o di valchirie è così cara, magnifica e sacra come quel notturno andare fra le stelle.”.

Come nella figura di Corrado Gonzòllai troveremo la rappresentazione di un emigrante italiano che ha fatto fortuna ed è ritornato in patria (comprerà il castello di Villalta): “La fatica, la miseria, i nemici erano stati vinti da una tremenda forza intima; ed egli aveva lavorato giorno per giorno, nell’adorazione del tempo trascorso, nel desiderio del tempo avvenire.”.

Scesi dal treno, tre passeggeri, il ragioniere Alessandro Longhi (“due volte più grosso del compagno”), sua figlia bambina Susetta (“tutta bionda”) e il sessantenne marchese Cuordileone di Villalta (“piccolo e magrino”) fanno la strada insieme per salire al paese di Alliano, posto sopra un cocuzzolo e di cui dalla strada si vede il castello di Villalta: “Sulla dorsale della collina, Alliano stava tra i villaggi della regione astigiana come un bastimento tra una flotta di veleggi; e il tempo gli fluiva intorno.”. La flemma iniziale s’è trasformata in una scrittura che richiama quando il Verga: asciutta e spigolosa; quando il Manzoni: rotonda e compiaciuta. Ma con una sua autonomia e personalità. Il lettore vi si adagia. Se ne ha subito prova nella bella descrizione della trebbiatura a cui sono intenti alcuni contadini che i tre incontrano lungo il tragitto: “Nel mezzo della baraonda, col cane che ringhiava in sogno, dormiva a pugni chiusi accanto alla trebbiatrice il padrone Costantino, fulminato dalla fatica di due giorni e due notti di lavoro, la gran testa appoggiata a un sasso, il collo da bove, il petto villoso, i due canini fuor dalle labbra, ciclopico.”. E quando la trebbiatrice strappa una gamba ad un lavoratore, Menico, ci avvediamo che l’autore sa intessere dialoghi veri e coinvolgenti. Ci troviamo di fronte ad uno scrittore che ha in sé il piacere del narrare, non ne sente la fatica: “Il cane che sonnecchiava alla catena si alzò lentamente, e trascinandosi annusò Alessandro; non gli dovette piacere, perché bofonchiando retrocedette; dopo un istante d’incertezza si diresse verso Cuordileone, parve sodisfatto e gli si accucciò vicino.”. Troveremo una bella descrizione della vita di campagna che si conduceva nel periodo della guerra nel capitolo XIV: “nei pomeriggi tranquilli, le donne del borgo passavano con i canestri della pasta lievitata sulla carriola, andando al forno; s’erano lavate, messe le calze, vestite a festa: la cottura del pane era un rito; e portavano seduti sulle stanghe i bambinetti sgambettanti, che ad ogni mossa minacciavano di capitombolare.”. Sempre al capitolo XIV appartiene questa bella immagine: “All’ombra della chiesa, il vicario, con un occhio nel breviario e l’altro a braccare in giro, sorvegliava senza parere i detti e i fatti dei parrocchiani. Sulle grondaie della canonica i passeri e le rondini sporgevano un istante i capini irrequieti, poi, subito, al posto delle teste, senza nessuna riverenza per l’uomo grave che camminava sotto, volgevano le code.”.

Cuordileone fa lo scrittore: “Lavoro da trentacinque anni in uno sgabuzzino; per salirci rischio ogni volta un braccio o una gamba, la mia finestrina dà sui tetti, ho un seggiolone liso e non mi è mai riuscito di farlo rimbottire.”. La sua figura cresce accompagnata da quella saggezza dell’uomo che conosce il mondo, ne vede il diritto e il rovescio, ne scopre i pertugi, vi si nasconde o li elude, se ne svaga e compiace: “L’uomo è fatto per correggere la natura. Con la forza o con l’intelligenza. Io preferisco con l’intelligenza.”. Ogni tanto si diverte a far apparire o scomparire gli oggetti, con l’abilità di un prestigiatore: “Sono svelto di mano, ci vedo e sento benissimo, e mi piace quell’arte: è anch’essa gradevole illusione. Non facile, però. Certi giochi devono essere compiuti in un secondo, orologio alla mano, se no, si scopre l’imbroglio.”. Il personaggio si rivela dotato di una divertente ironia. La mezzadra della piccola cascina rimasta di proprietà del marchese, il cui padre, Filippo, aveva dilapidato al gioco e con le donne il ricco patrimonio, Severina detta la Gatta, ricorda per furbizia l’Agnese del Manzoni. L’influenza del Manzoni è un po’ dappertutto: “Quei due, che al cominciare della vita s’eran voluto tanto bene da arrischiare di rovinarsela con una grossa imprudenza”.

Ma ci sono altre figure di autonoma bellezza, come ad esempio quella di Giovanna, soprannominata la Targnacca, la quale “non si sa mai che cosa traffichi. Avete visto che s’è fatta ondulare i capelli?”. O la Lombarda, la postina: “Con i piedi piatti e in fuori, le gambe gonfie, il petto secco, sollevava andando un polverone”. O il vecchio maestro Parino, di cui il marchese era stato allievo. Si legga questo ritratto della tragica e disperata Barbara, una vecchia usuraia, dalla “bocca sottile, i denti lunghi e radi”, che gode, convinta di aver ricevuto un torto dalla vita, quando non le restituiscono il denaro prestato poiché così potrà rovinare la persona o la famiglia debitrici: “Barbara sedeva sulle gambe ripiegate verso l’uscio di casa, o, se pioveva, sotto il portico del fienile; non si capiva come potesse riposare in quella positura così scomoda, ma i contadini ci riescono.”. Nel capitolo XX leggeremo una descrizione del vento di autunno che soffia sul paese da destare invidia.

Il romanzo scorre saporoso tra i due mondi della nobiltà decaduta e della borghesia arricchita con, a fare da giuntura, quello dei contadini un po’ sfruttati e un po’ ribelli. Tutto intriso del suo tempo (a volte bastano pochi cenni: “Al caffeuccio della stazione”), si avverte tuttavia il nuovo che sta per arrivare.

Ogni capitolo è un delizioso bozzetto dove, oltre ai colori, diventano protagonisti i gesti e i rumori: “Il vecchio e la piccina giunsero così nel fondo della valle, dove una vaccherella, che frangeva rumorosamente un po’ d’erba dura, li guardò con i grandi occhi imbambolati; una vecchia la custodiva, sferrettando all’ombra di querce e di noci.”. La vecchia è Gina del Giai: “Una fata, sicuro, che viene la mattina ad aprire la valle, e la sera la chiude, e manda tutti a letto.”. Il capitolo VIII, in cui si descrive la  trattativa per la vendita del castello, è un autentico gioiello per leggerezza di umori, in cui il marchese primeggia in astuzia e pervasività, e vi appare davvero come il mercante di sole, di cui al bel titolo: “avete una gran provvista di sole, e ne distribuite a ognuno.”. In taluni momenti, come quando il ragioniere Alessandro Longhi gli propone di mettere in piedi una società d’affari, viene in mente addirittura don Chisciotte (verrà ricordato nel finale). Non si ferma qui l’autore. Nel capitolo XV prende in mano gli anziani fratelli Chirone, il notaio Marco e il dottore Luigi, e ne disegna due ritratti lepidi e carezzevoli che non hanno niente da invidiare ai migliori della nostra letteratura. Un altro personaggio, fugace ma che lascia il segno, lo troviamo al capitolo XIX (un capitolo che ha anche tratti di civetteria romantica; ne avremo ancora in seguito): il conte Bensa di Missaglia, che reca ancora nella mente squilibrata i segni di un innamoramento con una giovane sposa, di cui ci viene fatto un nome fittizio, Amina, morta tragicamente. La donna in realtà amava un altro e il rapporto con il conte era di copertura.

Si è già detto che c’è la guerra. Torino subisce frequenti incursioni aeree. Che ne pensa l’autore? Troviamo un’occasione di riflessione nel capitolo XVII, nella conversazione tra Cuordileone e il vescovo di Asti, il quale gli dice: “Forse a quest’ora, in un aerodromo dell’Inghilterra cento giovani si preparano alla partenza. Sono nel fiore degli anni, guardano ancora la madre e la sorella con gli occhi fanciulli, e verranno qui, arrischiando la vita, ad uccidere altre madri e altre sorelle (…) Che animo avrà, che cosa farà più tardi, diventato uomo e nella pace, il giovane che portò con sé, e diede per tanto tempo, la morte?”. Al quale Cuordileone risponde: “La patria prima di tutto. Bisogna difenderla o farla grande. Con lei, che ci ha dato la vita; con lei, oltre la vita.”. Ma ci accorgiamo che nelle parole del vescovo sta il vero sentimento, la verità, tanto che a Cuordileone non sfuggirà un momento di commozione. La guerra si avvicina, dunque, a poco a poco ai nostri personaggi, si prepara a giocare la sua parte. Infatti, il ragioniere Alessandro Longhi, ora arruolato come tenente di aviazione, sarà richiamato alle armi e partirà per Siracusa, “dov’era la sua squadriglia.”. Sarà destinato alla stessa squadriglia del tenente Livio Chirone, figlio del dottor Luigi, e poi allo stesso areoplano. Si respira la tragedia imminente. Saranno le ferite della guerra a segnare la parte finale del romanzo: “Poiché i morti erano uomini, i rintocchi della campana si succedevano a tre a tre, tacevano, per riprendere ancora a tre a tre, monotoni, secchi. Dappertutto, dove quella voce giungeva, le donne si segnavano, guardando dalla parte di Alliano, come se il morto laggiù si levasse a salutarle per l’ultima volta.”. La campana a morto suonerà ancora. E pure affiorerà un sentimento che non ci saremmo aspettato: quello di una esistenza stanca delle tribolazioni e della vita. Esso, come un velo sottile, lambirà anche il mercante di sole, il “prestigiatore della fantasia.”.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart